ad una proposizione. S. Tommaso: «certitudo proprie dicitur firmitas adhaesionis virtutis cognoscitivae ad suum cognoscibile»; «certitudo nihil aliud est quam determinatio intellectus ad unum" (In III Sent., dist. 26, II, 4; ibid., dist. 23, II, 2, sol. III).
La c. ammette varie distinzioni in rapporto specialmente alla diversità degli oggetti di conoscenza e delle condizioni che la fondano.
E comune dopo Leibniz (Nunc. est., IV, 6, 13) la divisione della c. in metafisica, fisica e morale, che il Balmes chiama rispettivamente assoluta, naturale, ordinaria. E c. metafisica quella fondata sulla necessità assoluta delle leggi essenziali della realtà (il tutto è maggiore della parte) ; c. fisica quella fondata sulla stabilità e costanza delle leggi naturali (domani sorgerà il sole); c. morale quella fondata sulla validità ordinaria delle leggi pratiche della vita (la guerra fa gli uomini peggiori); è però evidente che in quest'ultimo caso non si può parlare di c. in senso proprio, mancando un fondamento oggettivo universalmente valido, sufficiente a determinare con sicurezza il pensiero. L'espressione "c. morale" ha inoltre diversi altri significati. Talora è presa come sinonimo di

(fol. Alinari)
massima probabilità; spesso designa la c. pratica riguardo la moralità di una determinata azione, c. non necessariamente legata, come nel caso della legge dubbia, all'evidenza teoretica. Con l'espressione "c. etica" oggi frequentemente si intende affermare la particolare condizione che riveste la percezione dei valori morali, attribuita non tanto a un'evidenza d'ordine concettuale, quanto piuttosto all'intuizione o al sentimento morale.
Come appare dalla sua nozione, la c. è una modalità soggettiva della conoscenza, tuttavia si suole anche parlare di c. oggettiva contrapposta a soggettiva, per distinguere la legittima c. fondata sul vero dallo stato puramente psicologico di sicura persuasione che accompagna talora l'errore. Si distingue infine la c. spontanea, propria della ragione nel suo esercizio naturale e prescientifico, dalla c. riflessa, frutto di una presa di coscienza esplicita da parte del pensiero delle proprie affermazioni e dei motivi che le fondano. Praticamente però questa distinzione non è così netta come può sembrare, essendo una riflessione iniziale sempre presente là dove si conosce esplicitamente l'impossibilità dell'opposto, come è il caso frequente della c. spontanea.
Le ragioni che determinano nello spirito la c., intesa questa nel senso proprio sopra indicato, sono e debbono essere oggettive, inerenti cioè all'oggetto del giudizio : in tanto il pensiero può fermarsi con assoluta sicurezza in un oggetto di conoscenza, in quanto questo gli si manifesta nella luce della sua verità, ossia necessità interiore.
Uno stato di persuasione puramente soggettiva può certo nascere da varie e molteplici cause, sia interne che esterne, non escluso il desiderio, la passione, e una qualunque consonanza psicologica, ma la piena e consapevole c. è sempre, in ultima analisi, determinata dall'evidenza
dell'essere che si apre nella sua intelligibilità al pensiero: evidenza concreta d'intuizione per rapporto a fatti e situazioni di coscienza, e evidenza logica di connessione di concetti per riguardo ai giudizi d'ordine ideale. Con questo, pur rigettando la posizione fideistica e volontaristica (Reid, Jacobi, Jouffroy, Goblot, ecc.) che rimanda nel campo dell'istinto e della volontà le determinanti della c., non si esclude che essa possa sovente maturare su un complesso di disposizioni e coefficienti psicologici in cui, oltre all'intelletto, hanno la loro parte la volontà e il cuore. Ciò vale specialmente - per non parlare della c. estetica essenzialmente alogica e quindi del sentimento - fede (v.) dove è possibile soltanto un' evidenza, extrinseca, basata sulla c. della rivelazione e della infallibilità divina. Oggi però, fuori della terminologia scolastica, si designa per lo più la persuasione di fede credenza (v.), riservando il nome di c. alla persuasione d'ordine intellettivo derivato dall'intelligenza.
A più riprese nella storia del pensiero si è fatta questione se l'uomo possa davvero raggiungere la c. Non si tratta evidentemente della c. spontanea, fatto universale di immediata esperienza, bensì della c. riflessa, assolutamente valida in sede filosofica e in linea di diritto. L'istanza scettica (v. scetticismo) si fa forte della perenne e, a quanto pare, insuperabile crisi della verità nella mente umana. Ma la risposta in senso positivo non ammette dubbi, quando solo il pensiero rientri in se stesso e prenda coscienza dei valori assoluti di cui si trova in possesso : nella varia e ricca esperienza di sé il pensiero tiene in mano le più salde c. superiori e refrattarie ad ogni dubbio. In queste prime c. di fatto afferrate nell'autocoscienza e che si traducono immediatamente in c. di principio, c'è il fondamento più sicuro per un'affermazione in senso generale della c. nel campo della filosofia e della vita (v. conOSCENZA; CRITERIO; EVIDENZA).
Ugo Viglino