CONCUPISCENZA

CONCUPISCENZA. - Dal lat. concupiscere (= bramare), significa etimologicamente desiderio, inclinazione verso un oggetto piacevole. Ma la voce ha una genesi storica sul terreno filosofico e teologico. Nella tricotomia platonica la c. ha il terzo posto (ἐπιθυμία). Aristotele fa della c. una facoltà dell'appetito sensitivo insieme con il θυμός (= ira), distinti-guendo dall'una e dall'altro l'appetito razionale o volontà (βούλησις).

I. TEOLOGIA DOGMATICA

Gli Scolastici traducono i dati della filosofia greca in uno schema ben determinato: alla conoscenza dei sensi corrisponde l'appetito sensitivo distinto in concupiscibile (di fronte al bene e al male facile) e irascibile (di fronte al bene e al male difficile); alla conoscenza intellettiva corrisponde l'appetito razionale che è la volontà libera.

Nella struttura psicologica dell'uomo la c. è una forma naturale dell'appetito sensitivo e però non ha in se stessa valore morale, ma lo può avere in quanto può influire sulla sfera razionale propria dell'intelletto e della volontà. S.Tommaso ammette questa possibilità per la c. come per tutte le passioni dell'appetito sensitivo e lo dimostra dal fatto dell'unità dell'anima, che concentrando le sue energie in una delle sue facoltà, p. es., nella c., causa l'indebolimento delle altre (ragione, volontà); oppure dal fatto che l'intelletto attinge il suo oggetto solo attraverso la sensazione, la quale perciò condiziona la conoscenza razionale e per essa anche l'attività volitiva (Sum. Theol., 1a-2a, q. 77). La c. dunque influisce indirettamente sulla volontà pre-vendendo e accompagnandone la funzione e quindi concorrendo all'atto umano eticamente inteso, sia per il bene sia per il male.

Pertanto dal punto di vista filosofico la c. non è un male in se stesso. Ma sul terreno teologico la c. subisce un altro sviluppo di significato, specialmente per le esigenze della dottrina intorno al peccato originale.

Nella S. Scrittura il termine c. (ἐπιθυμία) in un senso generico è ogni desiderio, carnale o spirituale, contrario alla retta ragione e alla volontà di Dio: s. Paolo parla d'una c. della carne e d'una c. dello spirito (Gal. 5, 17) e s. Giovanni attribuisce la c. perfino al diavolo (8, 44). Ma in senso più specifico la c. è il complesso delle passioni della carne fatta ribelle alla legge dello spirito, principalmente in seguito e in forza del peccato originale. S. Paolo descrive a vivi colori questo contrasto tra la carne e lo spirito, che spesso diventa una schiavitù dell'anima, che può liberarsene rinascendo in Cristo (Rom. 6, 6; 7, 14 sgg.; Gal. 5, 19 sgg. e altrove). Nel Gen. 3, 7 sgg., si rileva abbastanza chiaramente che i progenitori, prima immuni della c., ne cominciano a sentire la tirannia dopo la caduta.

I Padri sviluppano questi concetti, più di tutti. A saggio nella polemica contro i Pelagiani. Il suo pensiero intorno al rapporto tra peccato originale e c., non sempre chiaro e costante, si è prestato a farsi interpretazioni come se quel peccato s'identificasse con la c. Tale identificazione però è aliena dalla mente del s. Dottore (v. santo; PECCATO ORIGINALE) e a torto si appelleranno a lui quelli che la adotteranno, come alcuni scolastici e, peggio, Lutero, Calvino con i loro seguaci. S. Tommaso, raccogliendo la migliore tradizione, insegna (Sum. Theol., 1a-2a, q. 82, a. 3) che come nello stato d'innocenza c'era un elemento formale (la sottomissione della volontà a Dio in virtù della giustizia originale che includeva la Grazia) e un elemento materiale (la soggezione degli appetiti inferiori alla ragione in virtù del dono d'integrità), così pure nel peccato c'è la perdita della giustizia originale con la Grazia (elemento formale) e la ribellione della c. (elemento materiale).

Al Concilio di Trento (sess. V) nella preparazione del decreto sul peccato originale contro le aberrazioni luterane, si discusse molto sulla natura della c., che Seripando e altri agostinisti si ostinavano a considerare come peccato in se stessa anche nei battezzati. Ma il Concilio, ricollegandosi al vero pensiero di s. Agostino e a quello più chiaro di s. Tommaso, definì che il Battesimo toglie radicalmente il peccato originale, ma lascia la c., la quale si dice peccato perché fu effetto del peccato originale e ora è occasione e stimolo al peccato attuale; il battezzato però può resistere e acquistarne meriti per la vita eterna (Denz-U, n. 792). Contro Lutero il Concilio rivendica così la responsabilità del cristiano di fronte al peccato e alle passioni.

BML: S. Agostino, De nuptiis et concupiscendis, PL, 44; S. Tommaso, Sum. Theol., 1a-2a, q. 88; C. Boyer, Il dibattito sulla c. (al Concilio Tridentino), in Gregorianum, 26 (1945), pp. 65-84; A. Chollet, Concupiscence, in DTHC, III, coll. 803-814.

II. TEOLOGIA MORALE

I moralisti sogliono considerare la c. sotto un doppio aspetto: come passione e come fomite al male.

1. La c. passione. - È l'eccitazione della sensibilità alla rappresentazione di un bene o di un male. Può prevenire o seguire la decisione della volontà, donde la distinzione fra c. antecedente e conseguente. a) La c. antecedente (p. es., un sentimento, un moto di ira o di odio alla vista di un nemico) può: 1) togliere talora del tutto il libero uso della ragione, com'è il caso di una collera o di un amore che accicchino (si suole dire: «ho perduto il lume degli occhi»; «non ci ho veduto più»). così da far compiere azioni o delitti che altrimenti non si sarebbero compiuti. E allora non è imputabile e quindi non vi è colpa. Non è però in questi casi da escludere tanto facilmente una responsabilità (e perciò colpevolezza) indiretta, sia perché ci si è esposti al pericolo senza sufficiente ragione, o perché non si è lottato con sufficiente vigore contro la passione insorgente o non si sono tolti quegli incitamenti interni o esterni che, con la loro presenza, possono condurre all'acciecamento. 2) Oppure diminuire il libero uso della ragione; e allora di altrettanto resta diminuita la responsabilità e la colpa. 3) Con lo stesso criterio saranno da giudicare le azioni di chi è «ossessionato» da un'idea (cleptomani, dispensanti, ecc.) e di chi patisce di «fobie». b) La c. conseguente deriva dalla libera decisione della volontà, o sia perché volontariamente la si accetta, accarezza, formenta (p. es.,

un sentimento di odio improvviso, che ci si compiace di trattenere e inasprire, stuzzicando le ferite dei torti ricevuti) o sia perché intenzionalmente la si provoca (p. es., con letture e spettacoli licenziosi, con ricordi ravvivati più o meno intensamente). Essa non diminuisce mai la responsabilità; anzi ordinariamente l'aumenta; perché appunto l'emozione sensibile è stimolata volontariamente e quindi il bene e il male è voluto con maggior forza e ardore.

2. La c. fomite. — È la propensione al male. Va giudicata secondo questi criteri: a) colpa non è il sentire, ma l'acconsentire; perciò non sono imputabili quei moti che insorgono («scatti») prima ancora che la ragione abbia potuto emettere un giudizio sulla conformità o difformità loro con la legge morale. b) Per allontanare sempre più il pericolo di acconsentire, è non solo conveniente, ma necessario, cercar di guadagnare un dominio sempre più forte sulle nostre inclinazioni, sottometterle sempre di più al giogo della ragione, e questo in due modi: contrastando loro il passo risolutamente, compiendo atti delle virtù contrarie ad esse.

BIBL.: Oltre a vari trattati di teologia morale alla questione Degli atti umani, cfr. S. Tommaso, Sum. Theol., 1. 2.

l'alunno sentirà gran desiderio di usarli: così compirà
clemente il cammino a percorrere il quale l'umanità ha
impiegato tanti secoli. La pedagogia del C. non è umani-
stica ma intellettualistica. Alcune sue idee sono originali,
molte buone, patrimonio comune della cultura, in disc-
cordo con il suo sistema gnoseologico-metafisico, che por-
terebbe ad un assoluto soggettivismo sensitico.

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BIBL.:** Opere: Oeuvres, in 23 voll., Parigi 1798; Opere me-
taistiche volgari, Pavia 1819-24. Edizioni recenti: Traite des sen-
sations, introduzione di G. Syon, nuova ed., Parigi 1921; Essai
sur l'origine des connaissances... a cura di D. Lenoir, ivi 1924;
Trattato delle sensazioni, a cura di A. Carlini, Bari 1925; Trat-
tato delle sensazioni, traduzione introduzione e commento di
R. Mondolfo, Bologna 1927. - Studi: Baguenault de Puchesc,
C., sa vie, sa philosophie, son influence, Parigi 1910; M. Dal
Pra, C., Milano 1942; R. Bizzarri, C., Brescia 1945. Per la
pedagogia: L. Ranzoli, Pedagogia di C., Parma 1936.

**Roma 1936.**