COSTANZA

COSTANZA. - Virtù morale, che dà all'anima la continuità nell'operare il bene, premunendola contro le difficoltà che provengono dall'esterno: scacchiaggiamento, delusioni, rilassatezza, derisioni, biasimi, lusinghe, esempi cattivi, persecuzioni (cf. *Sum. Theol.*, 2a-2a, q. 137, a. 3). È virtù potenziale della fortezza. La sua importanza si deduce dal fatto che alla natura umana decaduta l'operare il bene impone sempre uno sforzo; tanto più, quando alla debolezza della natura vengono ad aggiungersi le altre difficoltà sopraccennate, le quali possono in certe circostanze ed ambienti imporre un tenore di vita eroico. Il formare il «fortem et teneam propositi virum» di Orazio (*Carmina*, III, 3) richiede una volontà risoluta a durare, avvenga quello che vuole. Senza c., inoltre, anche tutte le altre virtù e propositi di bene o rimangono lettera morta o sono condannate alla sterilità. Per questo la S. Scrittura insiste sulla necessità, specialmente nella vita spirituale, della c. (*Eccli.*, 2, 16; 27, 12; *Ps.* 17, 38; *Mt.* 10, 22; *Io.* 4, 34; 17, 4; *I Cor.* 9, 24; 15, 58; *II Io.* 8, 9, ecc.); che poi, in fondo, si riduce alla massima del buon senso popolare: «chi la dura la vince».

La c., come tutte le altre virtù morali, può essere acquisita o infusa. *Acquisita*, quando nel semplice campo naturale la si conquista con la ripetizione degli atti (un piccolo sacrificio al giorno, un'azione buona al giorno, un proposito, un impegno da osservare con cura speciale un determinato numero di giorni) e serve fondamentalmente alla formazione del carattere e della personalità; *infusa*, che scende nell'anima con il Battesimo e vi opera nel campo soprannaturale, e si acquista mediante la preghiera, la considerazione delle gioie celesti e della vanità di quelle transitorie della terra; della bellezza eroica, per quanto nascosta, del sacrificio, anzi anche dell'adempimento del dovere quotidiano; della reversibilità della forza e della grazia, che ogni azione di ciascuno opera nelle anime altrui.

Bibl.: *Sum. Theol.*, 2a-2a, q. 137 e 138; J. Blanc, *Constance*, in D'ThC, coll. 1198-1200; O. Zimmermann, *Lehrbuch der Aszeltik*, Friburgo in Br. 1920, pp. 450-52. Celestino Testore

COSTANZA. - Città e antica diocesi della Germania meridionale, situata sul lago omonimo e sul Reno, presso i confini con la Svizzera. Ha una popolazione prevalentemente cattolica. La diocesi venne fondata verso la metà del sec. vi per l'evangelizzazione della regione, fu in un primo tempo suffragana di Besançon e poi di Magonza.

Alcuni ritengono che in C. sia stato trasferito il vescovato di Vindonissa, ma L. M. O. Duchesne (*Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule*, III, Parigi 1915, pp. 21 seg. e 259) e M. Besançon e M. O. Duchesne, *Lehrbuch der Aszeltik*, Friburgo in Br. 1920, pp. 450-52. Celestino Testore

Il primo vescovo conosciuto è Gaudenzio, m. nel 613. Sono poi di ricordarsi Salomone I (839-71), Salomone III (890-919), s. Corrado (935-75), Gerardo II (979-95). I suoi confini si estesero tanto da divenire la più ampia diocesi della Germania. Comprese dieci arcidiaconali e 64 decanati.

Nel 1435 la diocesi comprendeva 17.060 sacerdoti, 1760 parroci e 350 monasteri, tra i quali i più celebri furono quelli di Reichenau e di S. GALLIONE (v.). Quest'ultima abbazia sostenne una lunga contesa con i vescovi di C. durante i secc. XVII e XVIII.

La diocesi di C. cominciò a perdere la sua importanza fin dalla metà c. del sec. XV. Nel 1821 il papa Pio VII erigeva l'arcidiocesi di Friburgo nel Baden e sopprimeva la diocesi di C.

La chiesa cattedrale era quella di S. Maria (Marien-Münster) eretta nel sec. VI al disopra di un castello romano; al tempo del vescovo Lamberto (995-1018) fu costruita la cripta; fu restaurata sotto Gerardo III nel 1089; edificio cruciforme, a tre navate divise da colonne; il coro è dovuto a Simone Haider e a Nicola da Leida (sec. XV). S. Giacomo (Schotten) fu fondato nel 653, S. Giovanni e teretto nel 1276, S. Stefano, d'età romanica, ingrandito nel sec. XV. Si ricordano poi i conventi dei Francescani, dei Domenicani e degli Agostiniani, tutti del sec. XIII, e il collegio dei Gesuiti (1592-1774), con chiesa barocca.

Bibl.: P. Ladevig, A. Cartellieri, K. Rieder, *Regesta episcoporum Constantinianum*, 2 voll. con appendice, Innsbruck 1886-1905; J. Sauer, *Die Auflage des Christentums und der Kirche in Baden*, Friburgo in Br. 1911; P. Fr. Kehr, *Germania Pontificia*, II, I, Berlino 1923, p. 120 seg.; II, II, ivi 1927, p. 1 seg.; K. A. Fink, *Die Stellung des Konstanzer Bistums zum päpstlichen Stuhl in Zeitalter des avignonesischen Exils*, Friburgo in Br. 1931. Enrico Joni

Il CONCLIO di C. - Fu indetto con solenne bolla del 30 ott. 1413 da Giovanni XXIII, indotto

dall’insistenza di Sigismondo re d’Ungheria e poi re di Germania. Primo scopo era quello di ridare pace ed unità alla Chiesa straziata da uno scisma che durava dal 1378, divisa com’era in tre ubbidienze: quella di Benedetto XIII, l’antipapa avignonese, quella di Giovanni XXIII dell’ubbidienza di Pisa e quella del legittimo pontefice Gregorio XII, il vero successore di Urbano VI. Secondo scopo era quello di promuovere la riforma della Chiesa e la condanna delle

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(du M. Gores e D. Merter, Histoire générale des religions. Cricliantione militèral, Parigi III, p. 27)

crescato di Sigismondo; invece nelle "tumultuose sedute dal 29 marzo al 6 apr. si riconobbe legittimamente radunato, negó a chiunque il diritto di scioglierlo o trasferirlo e decise di dover conti
eresie sorte in Inghilterra ed in Bohemia. Il Concilio infatti fu aperto da Giovanni il 5 nov. 1414 e ben presto vi accorse anche Sigismondo. Esso si organizzò subito nelle quattro nazioni come a Pisa, e furono ammessi al voto anche i dottori e i rappresentanti dei principi. Ma Giovanni, impaurito dalle male voci che si diffondevano sul suo conto, lasciò di nascosto C. il 20 marzo 1415. Il Concilio si sarebbe sciolto senza l’energia di Sigismondo; invece nelle “tumultuose sedute dal 29 marzo al 6 apr. si riconobbe legittimamente radunato, negò a chiunque il diritto di scioglierlo o trasferirlo e decise di dover continuare nell’opera di pacificazione e riforma della Chiesa. Con questo esso si metteva al disopra di un papa del quale per conto proprio aveva riconosciuta la legittimità. Giovanni, dopo lungo tergiversare, dovette cedere e rendersi prigioniero del Concilio, che, fattogli il processo, lo condannò alla deposizione (29 maggio). Giovanni accettò la sentenza. Gregorio XII invece inviò come suo rappresentante presso re Sigismondo Carlo Malatesta signore di Rimini con facoltà di trattare la sua rinuncia; il card. Giovanni Dominici convocò in suo nome il Concilio comunicandogli la facoltà di provvedere nel miglior modo al bene della Chiesa e presentò la formale rinuncia di Gregorio (4 luglio); così il legittimo Papa salvaguardava la sua dignità, sacrificandosi per la pace e la concordia. Benedetto XIII non volle saperne di presentarsi né di rinunciare; si passò sopra alle sue proteste e gli si fece il processo che finì con la deposizione (26 luglio 1417).

In questo lungo intermezzo il Concilio aveva affidato al card. Pietro di Ailly, arcivescovo di Cambrai, e ad uno speciale tribunale la causa di Giovanni Hus e di Girolamo di Praga che, quali eretici impenitenti, finirono sul rogo. Bisognava quindi provvedere a dare un capo alla Chiesa: furono ammessi all’elezione tutti i cardinali presenti da qualunque dei pontefici fossero stati nominati: erano 23 e ad essi furono aggiunti 30 elettori scelti dal Concilio fra le diverse nazioni. Entrarono in Conclave nel palazzo della città l’8 nov. 1417 e l’11 feletti al card. Oddone Colonna col nome di Martino V. riforma e particolarmente imposta la periodicità dei concili ecumenici, il Concilio si sciolse il 21 marzo 1418 nella 45a sessione con una generica approvazione del Papa. Il lungo scisma era così terminato; ma non erano tolte di mezzo le sue conseguenze: i sentimenti di sospetto e di gelosia fra nazione e nazione, la diffidenza contro la Sede Apostolica, alla quale si attribuiva la principale responsabilità dei malanni passati, quella specie di superiore tutela che il Concilio aveva tentato di arrogarsi sulla Chiesa col ritenersi l’ultimo supremo arbitro nelle cose di fede e di disciplina. Gli abusi, che, a motivo dello scisma, erano enormemente cresciuti, non furono più potuti estirpare, causa appunto il mal volere di coloro, chieci e laici, che ne approfittavano, mentre se ne addossava volentieri tutta la colpa alla Curia romana.

BIBL.: Mansi, XXVII, 28; H. van der Hardt, Magnum oecumenicum Constantiense Concilium, 6 voll., Françoforte e Lipsia 1692-1700; H. Finke, Acta Concilii Constantini, 4 voll., Münster 1866-1928; oltre particolari pubblicazioni di fonti. Hefele-Leclercq, VII, p. 167 sqq.; L. Salembier, Le grand schisme d’Occident, Parigi 1902, p. 291 sqq.; E. Walser, Die Konzilien von Konstantin und Basel, Zurigo s. d.; L. Cristiani, Constance (Concile de), in DDC, IV (1949), coll. 390-424. Pio Paschini