FUGA

FUGA. - F. ed anche orrore, è chiamata da s. Tommaso (Sum. Theol., 1ª-2ª, q. 23 a. 1) la passione, per cui l'appetito nostro concupiscibile recede da un male futuro. Se questa avversione investe talmente l'individuo fino a farlo abborrire da qualsiasi sforzo nell'esercizio della religione e nel compimento degli obblighi del proprio stato, la f. diventa passione disordinata, che facilmente accidia (v.).

In senso più generale, come qui viene presa, la f. è l'atto del fuggire (latino fugere), cioè l'atto di chi si allontana rapidamente da qualche persona o cosa, per timore, per salvarsi.

Moralmente e giuridicamente la f. in certe occasioni può essere un obbligo, in altro può essere un atto di viltà, o la sottrazione ad un proprio dovere. Tutto dipende dal fine, per cui si ricorre alla f. e dall'oggetto da cui si fugge, e dagli obblighi di legge.

La liceità della f. di fronte alle persecuzioni fu un argomento che appassionò i primi cristiani. Tertulliano (v.), già montanista, secondo cui la f. in tali circostanze è inammissibile ed è un rinnegamento della volontà di Dio (De fuga in persecutione, scritta ca. il 212: PL 2, 103-20) e contro l'atteggiamento pratico di alcuni fedeli, che stimavano un dovere pre-

sentarsi e denunziarsi spontaneamente come cristiani, prevalse la tesi più moderata, che sconsigliava l'autodenunzia, sempre pericolosa, ed ammetteva di potersi sottrarre alle ricerche con la f. A favore di questa tesi stavano le parole di Cristo stesso, che, o precette o consiglio che siano, hanno un significato inequivocabile (Mt. 10, 17-23). Senza parlare poi dell'esempio stesso di Gesù che più volte si sottrasse con la f. e di quello dell'apostolo Paolo che a Damasco si calò dalle mura per sfuggire ai suoi persecutori (Mt. 14, 13; Io. 8, 58-59; 11, 53-54; Act. 8, 4; 9, 23-26). Lo stesso più grande ammiratore di Tertulliano, s. Cipriano, nella persecuzione di Decio (250) si tenne nascosto nei pressi della città di Carragine; ugualmente si era comportato primo il grande martire di Smirne, s. Policarpo (Martyr. Pol., capp. 5-7). E fu la f. dei cristiani dalle città, ove infieriva la persecuzione, ad alimentare i primi cenobi e monasteri nell'Egitto ed altrove. Questo tema sarà brillantemente svolto da s. Atanasio in polemica con i suoi denigratori già suoi persecutori, cui era fuggito di mano con f. che hanno del rocambolesco (Apologia della sua fuga: PG 25, 643-80).

Questo problema oggi non è più oggetto di disputa, perché è pacificamente ammesso che è lecito sottrarsi anche con la f. alla persecuzione: la f. potrebbe divenire peccaminosa solo in quei casi, in cui l'intraprenderla equivarrebbe per le circostanze ad un'implicita negazione della fede, oppure si facesse manifesto un esplicito comando di Dio in contrario o infine doveri pastorali obbligassero ad assistere i fedeli nella tormenta della persecuzione, quando ciò naturalmente fosse possibile. Chi in queste circostanze ricorresse alla f., non potrebbe non dirsi apostata a il pastore di anime si collocherebbe sullo stesso piano del mercenario (mercenarius autem fugit: Io. 10, 13).

Se attuali sono sempre nella Chiesa, di continuo perseguitata, questi problemi, di maggiore praticità ancora sono altre questioni sulla obbligatorietà della f. di fronte ai pericoli di perversione ed alle occasioni di peccato. La custodia della virtù dispone di fuggire tutte le occasioni esterne, che possono metterla in pericolo.

Sarebbe infatti temerarietà esporsi alla tentazione, e peggio provocarla, senza una giusta proporzionata causa. Un pericolo grave è da fuggire sotto pena di peccato grave; un pericolo lieve sotto pena di peccato veniale (per una più diffusa trattazione, anche nei confronti dell'atteggiamento del confessore di fronte agli occasioniari, V. OCCASIONE DI PECCATO).

L'ascetica cristiana ha particolarmente insistito sulla f. castità (v.) che sono tra le più pericolose.

Quando si è parlato fin qui di f. si è preso il vocabolo, non solo in senso letterale e, quasi fisico, ma anche in senso traslato. E f. delle occasioni anche il non indugiare a volte nella solitudine, il mutamento di ambiente e di occupazione, la deviazione della vista, dell'attenzione stessa da quelle rappresentazioni mentali e da quegli oggetti, che l'esperienza dimostra favorevoli a suscitare la tentazione.

Ritornando al senso letterale del vocabolo, una serie di problemi in senso contrarie si presenta sulla illiceità della f., quando essa è una sottrazione al dovere. Certe persone legate ad un ufficio o ad un impegno, od anche ad una condizione di vita, non possono abbandonare il loro posto, anche di fronte ad un eventuale pericolo, ed anche se l'affrontare il pericolo esige un atto eroico. Un parroco, ad es., non può lasciare la sua parrocchia in caso di un'epidemia infettiva, che metta in pericolo la sua stessa vita, non lo potrà il medico condotto, ecc. se non in determinate ed a determinate condizioni; il farlo costituisce non solo peccato, ma spesso nei vari ordinamenti giuridici è considerato anche delitto (v. ABANDONO; ATTO EROICO DI CARITÀ). Così il soldato non potrà disertare l'esercito (per le varie ipotesi, V. MILIZIA).

Non è invece proibito al reo la f. per sottrarsi alla punizione. Infatti egli, come non è tenuto a confessarsi reo, non è ugualmente tenuto a cooperare attivamente alla sua punizione. E perciò: a) anche se giustamente condannato, può fuggire dal carcere; b) anzi probabilmente può anche forzare le uscite dal carcere, per guadagnare la libertà; o ingannare i carcerieri; e, se innocente (non però se reo), può pure corromperli e minacciarli con le armi, non mai però ferirli o ucciderli. A colui che così fugge lacrimante, è lecito prestare aiuto pacifico (non violento) da altri che non siano addetti alla sua custodia, a meno che questa cooperazione non sia assai nociva per un terzo o per il bene pubblico.

Nel CIC è chiamato fuggitivo il religioso che si allontana per due o tre giorni dalla casa religiosa, senza licenza dei superiori, con il proposito di farvi ritorno (can. 644 § 3). A meno che non si tratti di una sottrazione ad un'ingiusta persecuzione per far ricorso al superiore, il fatto è considerato delitto ed il fuggitivo incorre immediatamente nella pena di privazione dell'ufficio che ha, se lo ha, e nella sospensione riservata al proprio superiore maggiore (can. 2386), il quale a norma delle costituzioni può anche aggiungere altre pene. La f., come l'apostasia dell'Ordine, non scioglie la professione religiosa.

BIBLI: T. Ortolan, Fuite des occasions de péché, in DTHC, VI, col. 951; id., Fuite pendant la persécution, ibid., VI, coll. 951-964; S. Copeniche, De religiosis, Roma 1938, n. 102, pp. 202-209; F. Ter Haar, Cases consuntiales, I, 3ª ed., Torino-Roma 1939, pp. 1-140; H. M. Merkelbach, Summa theologia moralis, 3ª ed., I, Parigi 1947, nn. 91, 177, 485-86, 780; H. ivi 1947, n. 641 II; III. ivi 1947, nn. 663-68; A. Lanza, Theologia moralis, I, Torino-Roma 1940, nn. 83, 210-11. Pietro Palazzini

FUGA. - Forma di composizione che riassume i principali criteri di sviluppo del pensiero musicale ed i principali procedimenti del contrappunto detto «a imitazioni», cioè basato sulla riproduzione, in varie voci, di un elemento tematico dato.

La f. si costruisce in quella forma ternaria che trovasi largamente applicata anche all'arte sinfonica nelle tre fasi presentazione, sviluppo e ripresa: i due pilastri laterali reggono e condizionano quello centrale. Nella prima sezione della f. (esposizione) il tema fondamentale (soggetto) è presentato successivamente dalle diverse voci: e vi si intreccia il tema secondario (contrassoggetto). Quest'ultimo è combinato con il primo secondo le regole del contrappunto reversibile, affinché i due temi simultanei possano stare l'uno al di sopra o egualmente al di sotto dell'altro.

La presentazione completa del soggetto e del contrassoggetto in tutte le voci è seguita dai cosiddetti divertimenti, episodi nei quali gli elementi tematici sono sviluppati e che s'iscrivono tra le repliche del soggetto in altre tonalità.

La parte finale è la più interessante e la più dotta per gli incastri serrati (stretti), i canoni (imitazioni prolungate), gli eventuali episodi in contrappunto triplo, gli ingrandimenti (quando i valori ritmici di un tema sono proporzionalmente aumentati) e gli altri possibili procedimenti contrappuntistici, più o meno ingegnosi ed estrusi, culminanti nello strettismo e nel pedale finale, che è una nota prolungata nel basso, sulla quale si sovrappongono nuove combinazioni tematiche.

A questo schema generale obbedisce la composizione di una f. con rigore maggiore o minore secondo che si tratti di f. di scuola, di fugato e di f. come parte di un tempo sinfonico, o ancora di costruzione personale ispirata alla f. Il fugato è di due tipi principali: 1) esposizione seguita da stretti; 2) la sezione che segue l'esposizione è composta con ampia libertà di procedimenti, cioè senza sottostare alle regole precise che invece valgono per la f. scolastica. Come modello mirabile di f., ispirata a criteri altamente artistici e con significato personale, si ricordi quella che chiude l'op. 110 di Beethoven (sono in realtà due fugati, di cui il secondo sul tema invertito del primo; e tale inversione ha valore nel significato, particolare e generale, di questa celebre sonata).

Quanto alle origini storiche, esse si riallacciano, da un lato, alla polifonia fiammings della seconda metà del

Quattrocento, e dall'altro alle prime forme strumentali, come il ricercare; e sono determinate, tali origini, sostanzialmente dall'imitazione alla 5ª. Nelle Istituzioni armoniche di G. Zarbino (Venezia 1358) si ha una completa enunciazione della struttura della f., concepita come forma monotematica. Largo uso della tecnica fugata si riscontra negli organisti tedeschi del Seicento, presso i quali anche il fugato s'intreccia al corale. Ma ancora prima, e cioè in un Ricercare di X tono di G. Gabrieli (1595), si può tinctaccare uno dei primissimi esempi (se non è il primo assoluto: si pensi che i primati nella storia della musica sono sempre incerti) di f. con divertimenti.

È superfluo ricordare che tutti i grandi musicisti coltivarono questa forma, ognuno con caratteristiche proprie. Così, p. es., Händel dà alla f. un ampiezza e una maestosità tutta sua. La Messa in si minore di G. S. Bach offre modelli insuperabili di f. per coro e orchestra. Ma l'immensa opera di Bach è tutta basata sulla tecnica fugata, la quale non impedi mai a quel sommo maestro di raggiungere le vette della potenza di espressione e di evocazione poetica attraverso i suoni.

Edgardo Carducci-Agustini

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“FUGA.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 1072. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/fuga.