LABAN. - Rebecca (v.) Giacobbe (v.). Abitava con la sua Haran (v.), nella Mesopotamia, ove anche Abramo si era fermato per qualche tempo (Gen. 11, 31). Accolse benevolmente il servo di Abramo Eliezer, venuto per cercare la sposa ad Isacco tra i membri della stessa famiglia thareita, e diede volentieri il suo consenso, insieme con Bathuel suo padre, al matrimonio di Rebecca con il figlio d'Abramo (ibid. 24). Più tardi diede ricovero a suo nipote Giacobbe, rifugiatosi per 20 anni (ibid. 29-31) presso lo zio per sottrarsi all'ira del fratello Esaù e cercarsi al tempo stesso una sposa nel suo parentado.
Conosciuta la probità e operosità di Giacobbe, L. promise di Rachele (v.), a condizione che lavorasse presso di lui per sette anni: servizio che poteva considerarsi l'equivalente del prezzo della dote (mōhar) che, secondo le costumanze, il richiedente era tenuto a corrispondere al padre della fidanzata (cf. DB, II, col. 1495 sg.). Ma al termine convenuto, la sera del banchetto nuziale, L. con sotterfugio sostituì a ELIA (v.), che per un difetto agli occhi non era egualmente gradita a Giacobbe. Questi ottenne dopo una settimana anche la sposa che prediligeva, Rachele, l'ima dovè impegnarsi a prestar servizio per altri sette anni all'attuto zio. Trascorso questo tempo, L., che doveva all'operosità di Giacobbe il rapido accrescimento della sua fortuna, volle trattenerlo ancora presso di sé, stipulando una convenzione che metteva il nipote e genero in condizione di crearsi con il lavoro una sua proprietà. Il patto era questo: Giacobbe sarebbe rimasto a pascere il gregge di L.; le pecore e le capre che in seguito sarebbero nate, sarebbero state divise tra i due: a Giacobbe
cobbe quelle dal pelo nero, a L. le altre. Ma essendo Giacobbe, per la sua sagace industria, divenuto in breve tempo proprietario di numeroso bestiame, suscitò la gelosia del cupido zio, che per ben dieci volte in sei anni tentò di cambiare i termini del contratto; ma invano. Finalmente, per evitare contrasti fra le due famiglie, insieme con le sue mogli Rachele e Lia, che pure avevano da lamentarsi dell'avarizia del padre, fuggì nascostamente portando via le greggi di sua proprietà. L., avvertito dopo tre giorni della sua partenza, l'insegui e lo raggiunse nel Galaad. Oltre a regolare le questioni personali ed economiche, pensava a ricuperare i suoi tērāphim (oggetti superstiziosi di culto idolatrico), che erano stati involati da Rachele all'insaputa dello stesso marito. Ma non riuscì a ritrovarli, perché Rachele li aveva abilmente nascosti.
Zio e nipote, fattesi le reciproche recriminazioni, finirono con l'intendersi, e strinsero con solenne rito un patto d'amicizia. In tale occasione fu eretto un monumento, ossia un tumulo di pietre (al quale fu imposto da L. il nome aramaico jēghar dāhdhūthā o «mucchio della testimonianza», e da Giacobbe il nome in uso nella terra di Canaan Gal'ēdh o «tumulo del testimonio»): su di esso fu offerto un sacrificio, seguito dal banchetto sacrificale cui parteciparono i parenti. A suggello dell'alleanza L. invocò il «Dio d'Abramo e il Dio di Nachor», mentre Giacobbe rispose giurando per «Colui che era tenuto da Isacco» suo padre (Gen. 31, 43-54). Mentre Giacobbe invoca soltanto il Dio d'Abramo e d'Isacco, ossia l'unico vero Dio, L. nomina anche il Dio di Nachor: ciò fa pensare che egli, come il suo avo Nachor (cf. Ios. 24, 2), fosse infetto di politeismo: ciò che sembra confermato anche dall'episodio dei tērāphim. Compiuto il rito, L. si separò da Giacobbe, e fece ritorno a Haran.