MERITO DI GESÙ CRISTO. - Verificandosi in Gesù Cristo tutte le condizioni del merito soprannaturale (libertà, stato di viatore, nonostante la visione beatifica, pienezza di Grazia, attività santa nell'osservanza perfetta della legge e della volontà divina, massime nell'obbedienza al precetto di affrontare la passione e la morte di croce), è fuori d'ogni dubbio la possibilità in lui di meritare in genere. Ma la possibilità è confermata dal fatto, che è di fede, perché è esplicitamente affermato nella S. Scrittura e nei documenti del magistero della Chiesa. S. Paolo (Phil. 2) afferma che il Padre ha esaltato il Figlio per la sua obbedienza fino alla morte di croce. Il Concilio di Trento (sess. VI, cap. 7), insegna che Cristo è causa meritoria della santificazione umana perché «sua sanctissima passione in ligno crucis nobis iustificationem meruit» (Denz-U, 799).
Quanto alla possibilità, s. Tommaso non trova difficoltà neppure nella visione beatifica, di cui godeva abitualmente l'anima di Gesù, perché se essa non poteva meritare secondo l'amore divino proprio dei beati, lo poteva con l'amore proprio di quelli che vivono ancora su questa terra:

b) Cristo poteva meritare e meritò difatti per l'uomo la santificazione e la vita eterna, per mezzo della sua attività teandrica, dal primo istante del suo concepimento e specialmente nelle tragiche ore della sua passione e della sua morte, accettate liberamente con amorosa obbedienza (v. LIBERTÀ DI GESÙ CRISTO). La ragione per cui i meriti infiniti della vita, della passione, della morte e della stessa Risurrezione di Gesù si riversano su tutta l'umanità, sta Corpo Mistico (v.), per cui Cristo e gli uomini aderenti a lui costituiscono un solo organismo di vita soprannaturale, quasi una sola persona mistica. È il principio della solidarietà sorto dalla stessa Incarnazione del Verbo: per esso si stabilisce una comunione vitale tra il Capo e le membra, illustrata ampiamente da s. Paolo (specialmente: I Corinti, Colosssi, Efesini, Romani). L'opera redentrice di Cristo, pertanto, e i suoi effetti diventano dell'uomo e ridondano a suo vantaggio (Sum. Theol., 3ª, q. 18, a. 4; q. 48, a. 1). Questo principio vale anche per la soddisfazione prestata dal Redentore per l'uomo alla divina giustizia (v. SODDISFAZIONE VICARIA).
c) Dopo la morte e la Risurrezione, Cristo non può più meritare. La questione si pone riguardo a Cristo glorioso in cielo e a Cristo nascosto nel sacramento dell'Eucaristia. Sotto il primo aspetto è sorta una discussione teologica intorno a un testo di Hebr. 7, 25: « Unde et salvare in perpetuum potest accedentes per semetipsum ad Deum; semper vivens ad interpellandum pro nobis ». Per alcuni teologi (ad es., Vásquez) la interpellatio non è affatto preghiera, che non conviene più a Cristo, neppure in quanto uomo, dopo il suo passaggio allo stato glorioso. Altri invece (Franzelin) non esitano a riconoscere nell'interpellatio una preghiera, purché si escluda ogni idea d'indigenza. S. Tommaso risolve la questione con queste chiare parole (In Eph. lect. 4): « Interpellat autem pro nobis primo humanitatem suam, quam pro nobis assumpsit, repraesentando; item sanctissimae animae suae desiderium, quod de salute nostra habet, exprimendo, cum quo interpellat pro nobis ». In altri termini la interpellatio di Gesù in cielo non è fonte di nuovi meriti, ma va intesa come preghiera nel senso che la sua anima gloriosa continua a manifestare a Dio la volontà di salvare gli uomini, quella stessa volontà che l'accom-
« Nec tamen per caritatem meruit, inquantum erat caritas comprehensoris, sed inquantum erat viatoris, nam ipse fuit simul viator et comprehensor » (Sum. Theol., 3ª, q. 19, a. 3, ad 1).
Quanto al soggetto d'attribuzione e all'oggetto del merito, il pensiero teologico tradizionale, compendiato dall'Aquinate, si riduce ai seguenti punti principali:
a) Cristo meritò per sé tutto quello che non ripugna, anzi conviene alla
pagnò in tutta la vita mortale e lo portò fino all'immolazione sulla croce. Il segno esterno di quella volontà amorosa sono le cicatrici, che Gesù ha voluto conservare nelle sue mani trafitte, sempre pronte ad alzarsi in atto di preghiera davanti al Padre. Similmente la vita eucaristica di Gesù, compreso il Sacrificio della Messa, non produce nuovi meriti, ma applica alle anime singole e a tutto il Corpo Mistico, che è la Chiesa, i meriti infiniti della sua vita, passione, morte e Risurrezione. Ogni altra opinione urta contro gravi difficoltà teologiche.