PIACERE

PIACERE. - In generale nell'uso classico indica la « gioia » dei sensi quando vengono soddisfatti e quindi anche il benessere fisico che ne deriva (cf. Aristotele, De partibus anim., II, 17, 660 b 9). In un senso più vasto significa il « sentimento » di soddisfazione che si diffonde dalla sfera sensoriale a quella psichica e quindi fino alla stessa sfera spirituale come risposta del soggetto al conseguimento di un bene desiderato. Di qui la definizione di s. Tommaso: « Delectatio nihil aliud est quam quietatio appetitus in bono » (Sum. Theol., 1a-2bc, q. 2, a. 6, ad 1).

Il p. quindi segue la scala degli oggetti: dai p. sensibili più materiali del gusto e del tatto, ordinati alla conservazione e propagazione della vita, fino ai sensi superiori della vista e dell'udito in cui si compie il gusto artistico, e alle compiacenze per le opere dell'ingegno e gli atti di virtù. È sempre il compiacimento di un oggetto

conveniente, mentre l'oggetto sconveniente causa dolore (λύπη, πόνες: Aristotele, De An., III, 7, 431 a 9 sgg.; Eth. Nic., II, 4, 1105 b 33). Il p. negli esseri finiti comporta perciò un elemento conoscitivo ch'è l'apprensione di un certo bene, reale o apparente, da raggiungere o già raggiunto, e un elemento affettivo, cioè il sentimento di benessere, ch'è la compiacenza della sfera emozionale (Sum. Theol., 1a-2bc, q. 11, a. 1 ad 3). In Dio invece il p. è la felicità del pieno possesso di se stesso, sommo bene, come un'unica semplice e suprema gioia: διὰ ὁ θεὸς καὶ μίαν καὶ ἀπλήν καίρει ἠθανὴν, perché il p. consiste nella quiete piuttosto che nel movimento (Aristotele, Eth. Nic., VII, 15, 1154 b 26).

In Socrate il p. è di solito il premio della virtù come armonia dell'anima a cui l'uomo deve tendere (Platone, Prot., 354 c, 357 a) operando secondo ragione (κατὰ φρόνησιν), ma quando degenera in p. sensibile diventa passione (πάθος) e rompe ogni regola senza freno o limite (Resp., 328 d). Aristotele pone non solo la distinzione di p. buoni e perversi (φαυλαὶ ἠθαναί), ma anche dei p. che nascono dalla virtù e dei p. che si godono con virtù (Eth. Nic., X, 5-7, 1175 a 18 sgg.). Ad Aristotele si oppongono i ciernai, i cinici e gli epicurei che facevano consistere nel p. la essenza del bene e della virtù e lo tenevano perciò come la regola e il più alto scopo della vita (cf. Sesto Empirico, Adv. mathem., VII, 199. Sull'immagine ciceroniana del p. epicureo che siede in trono, servito da tutto il corteo delle abilità e virtù dell'animo, V. s. Agostino, De Civitate Dei, V, cap. 20. Sulla dottrina stoica e la sua confutazione, ibid., IX, capp. 4-5; XIV, cap. 9). La posizione aristotelica è stata combattuta anche dagli stoici i quali, portandosi all'eccesso contrario, ritenevano il p. irrazionale e sconveniente all'uomo virtuoso: per Cleante gli unici piaceri del l'uomo dovevano avere per oggetto il bello e il buono (cf. Epifanio, Adv. haer., III, 37; H. Diels, Dox. gr., 2a ed., Berlino 1929, p. 592, 30).

Secondo la natura del bene a cui tende, il p. si divide in sensibile e spirituale; questo si compie nella sfera superiore della coscienza e abbraccia ogni forma di compiacimento per la verità, la bontà, la bellezza..., ovvero per ogni valore in generale considerato nella attrazione che genera nel soggetto, nel momento del desiderio, e nella gioia del possesso quando è conseguito; il p. sensitivo o corporale invece si compie nei sensi che sono soddisfatti delle loro brame. Perciò s. Tommaso chiama « p. carnale » (o del corpo) il p. sensitivo, perché si compie con il tatto ch'è il senso più materiale, e « p. animale » (cioè dell'anima) quello spirituale (« delectatio animalis... quae consummatur in sola apprehensione alicuius rei ad votum habitae; ... delectatio corporalis sive naturalis quae in ipso tactu corporali perficitur » (Sum. Theol., 1a-2bc, q. 72, a. 2). La moralità del p. dipende anzitutto dalla natura dell'oggetto, se cioè conviene o non alle norme della ragione rispetto al fine ultimo della persona umana (ibid., 2a-2bc, q. 118, a. 6). Contro quindi gli lassismo (v.), si deve ritenere che il p. appartiene e giova alla natura razionale; prima come stimolo per muoverla all'azione e poi come compimento e perfezione ultima dell'azione stessa, ma l'uso del p. dev'essere dalla ragione commensurato al fine. L'etica cristiana inoltre ammonisce la necessità della penitenza come espiazione e fuga del peccato.

Nella filosofia moderna è stato accentuato di preferenza il momento irrazionale del p.: p. es., in Kant che lo considera come un « sentimento legato alla rappresentazione senza tuttavia essere conoscenza » (cf. Kritik der Urtheilkraft, Einl., VII). Nella psicologia moderna si è cercato di precisare le varie classi di p. sensibili, il loro comportamento e anche gli elementi del sistema nervoso che ne sarebbero gli organi rispettivi; ma, come ha riconosciuto J. Ward (Psychological principles, Cambridge 1920, p. 24), i risultati sono rimasti molto incerti e non si è andati molto più in là della teoria aristotelica. V. EDONISMO; UTILITARISMO.

BIBL.: H. Bonitz, Ἡξονή, in Index aristotelicus, Berlino 1870, col. 314; L. Schütz, Delectatio, in Thomas-Lexikon, Paderborn 1895, p. 211 sgg.; A. Lafontaine, Le plaisir d'après Platon et Aristote, Parigi 1902; R. De Ferrari, s. V. in A lexikon of Tho-

mas Aquinas, Washington 1948, p. 279 sgg.; A.-J. Festugière, Le plaisir, Parigi 1948; G. Stählin, 'Hōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōōō

Cornelio Fabro

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“PIACERE.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 795. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/piacere.