PRESEPE

PRESEPE. - S. Girolamo scrive nel 404 ad Eustochio che Paola, entrando a Betlemme nello « Specum Salvatoris », vide lo « stabulum » dove Egli nacque (Ep. 108, 10: PL 22, 384).

L'idea che la mangiatoia consistesse in una cassetta di terra battuta mescolata alla paglia come si hanno nelle odierne case arabe non si può ammettere, perché prima di tutto tali cassette non sono adoperate per questo scopo, e poi perché non si capisce come si sarebbe conservata durante il sincretismo religioso praticato nella Grotta (dal 135 al 226) mentre essa è attestata da Origene e vista nel periodo cristiano. Si tratta della mangiatoia scavata nella roccia, sostanzialmente arrivata fino a noi, già rivestita di placche d'argento (dal 326 al 614) e più tardi di lastre metalliche con fori che permettevano di toccare la roccia sacra. L'interpretazione dei sondaggi del 1934 (v. BETHLEHEM) portò a ritenere un oculus sopra la Grotta, in modo che questa potesse essere veduta dalla Basilica, ma questo elemento, oltre ad essere sconosciuto nella tradizione letteraria, non ha l'appoggio del monumento, perché fra le altre ragioni sarebbe più grande della Grotta stessa. La piattaforma non era altro che il basamento del ciborium. Nuovi sondaggi e scavi (1948-49) hanno mostrato chiaramente l'accesso alla Grotta al termine della navata centrale e disposizioni differenti da quelle credute nell'atrio della Basilica costantiniana che non pare avere avuto un ottagono soprastante la Grotta ma solo un'abside poligonale.

BIBL.: B. Bagatti, Gli antichi edifici sacri di Betlemme in seguito agli scavi e restauri praticati dalla Custodia di Terra Santa (1948-51), Gerusalemme 1952. Bellarmino Bagatti

Article illustration
PRESEPE - La Grotta della Natività con a destra l'apertura del presepe.
(fot. Custodia di Terra Santa)
Article illustration
(da Wilpert, Musaici, tav. 185, 1) PRESEPE - Particolare d'un sarcofago del sec. IV - Arles, Museo.
I. ARCHEOLOGIA.
- In alcune scene
della natività del
Salvatore, nell'arte
cristiana antica, si
sono tenuti presenti
i passi di Is. 1, 3,
«cognovit bos pos-
sessorem suum et asi-
nus praesepe domini
sui»; di Hob. 3, 2
«in medio duorum
animalium» e lo
pseudo-evangelo di
Matteo (cap. 14). I
due animali sono
messi in evidenza
anche da s. Ambrogio
(In Lucam, 2, 7: PL
15, 2649) e da Pruden-
zio (Cathemerimon,
XI, 78: PL 59, 896).
In un affresco andato
distrutto nel cimitero
«in catacumbas», ri-
prodotto da G. B.

De Rossi (Bull. d'arch. crist., 1877, p. 141 e tav. 2), il
Bambino è tra i due animali. In un gruppo di sarcofagi
cristiani si vede il Bambino in una cesta di vimini sotto
una tettoia e dietro il bue e l'asino; talvolta ai lati da una
parte è la Madonna, dall'altra un pastore (Wilpert,
Sarcofagi, pp. 263, 283-85, tav. 198, 1; 201, 5; 226, 1;
249, 11). Il Marini vide e copio un raro frammento di
coperchio di sarcofago con la data consolare del 343 (G.
B. De Rossi, Inscriptiones christianae, I, Roma 1857,
p. 51) con la scena della Natività più antica che si conosca.
Nei sarcofagi di Mantova (Wilpert, op. cit., tav. 30) e
di S. Ambrogio a Milano (id., op. cit., tav. 189, 2) la
scena tra i due animali è rappresentata in uno degli acro-
teri. Un avorio conservato a Nevers rappresenta a si-
nistra il Bambino con i due animali, a destra l'Epifania
(F. X. Barbier de Montault, *Ivoire latin du Musée de
Nevers, in Bulletin monumental*, 50 [1884], p. 711). La
scena del Bambino sulla mangiatoia tra il bue e l'asino
con la Madonna e s. Giuseppe è rappresentata in una
stoffa di seta rinvenuta nel tesoro del Sancta Sanctorum
(H. Grisar, Il tesoro del Sancta Sanctorum, Roma 1907,
p. 181; riprodotto da Ph. Lauer, *Le trésor du Sancta
Sanctorum, in Monuments Piot*, 15 [1906], pp. 110-11,
tav. 18, 5).

La basilica di S. Maria Maggiore, che fino dal sec. VI
viene detta «S. Maria ad praesepe» o «ad praesepe»,
era un oratorio riproducente la grotta di Betlemme. In-
fatti nella biografia di Gregorio III (731-41) è denominato
«oratorium» (Lib. pont., I, p. 418) e fu abbellito da
Adriano I, da Leone III e da Sergio II. H. Grisar ri-
tenne che tale oratorio fu fatto costruire dal papa Sisto III
dietro l'altare maggiore. La cappella venne rifatta sotto
Nicolo IV da Arnolfo di Cambio, e forse già allora ri-
mossa; Sisto V la fece trasportare da D. Fontana sotto
la cappella del S.mo Sacramento. L'oratorio di Gio-
vanni VII (705-707) nella Basilica Vaticana («Oratorium
Sanctae Mariae» e anche «praesepe Sanctae Mariae»)
era splendente di marmi e di musaici (Lib. pont., I,
p. 385; G. B. De Rossi, Musaici, Roma 1890, fasc. 23). Anche
in appendice alla Notitia Ecclesiarum, nella descrizione del-
l'interno della Basilica Vaticana è ricordato l'oratorio «ad
praesepe Sanctae Mariae» (R. Valentini e G. Zucchetti,
Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942,
p. 98). Il p. eretto dal papa Gregorio IV (827-44) nella
basilica di S. Maria in Trastevere, decorato di lastre
d'oro e d'argento, era «ad similitudinem praesepii sanctae
Dei Genitricis quae appellatur maioris» (Lib. pont., II,
p. 78).

Quanto alla discussa autenticità delle reliquie della
culla, V. G. Cozza, Luzzi e P. Lais, *Le memorie Liberiane
dell'infanzia di N. S. Gesù Cristo* (Roma 1894) e H. Grisar,

La culla del divin Bambino e S. Maria Maggiore di Roma,
in Civ. Catt., 15ª serie, 1894, pp. 209-11.

BIBL.: R. Grosset, Le bœuf et l'âne à la nativité du Christ, in Mélanges d'archéol. et d'hist., 4 (1884), pp. 334-44; H. Grisar, Archeol. del p. in Roma (sec. V-XVI), in Civ. Catt., 1908, IV, pp. 702-19; H. Leclercq, Ane, in DACL, I, coll. 2047-59; *Bœuf. ibid., II, coll. 966-71; Crèche*, III, II, coll. 3022-29. Enrico Josi

II. ARTE

La presentazione del p., frequentissima in tutta l'arte del medioevo (v. EPIFANIA) ed alla quale è da collegare anche quella che s. Francesco istituì nella notte di Natale del 1223, quando in una grotta fu posta l'immagine del Bambino accanto a un bue ed un asi- nello, venne svolta con sempre maggiore intensità ed accenti naturalistici non solo nella scultura e pittura del Trecento (Duccio di Buoninsegna, Simone Martini, Giot- to, Giovanni Pisano, Lorenzo Maitani e i Lorenzetti) ma in quelle del Rinascimento. E in quella fiorente stagione dell'arte italiana l'umanissimo tema del p. viene colto e sviluppato con accenti diversi e spontanei, mentre le antiche leggi della iconografia tradizionale si piegano e talvolta si rinnovano perché i sentimenti più affettuosi e segreti possono essere espressi. Lo riprende Lorenzo Monaco, svolgendolo nelle flessuose eleganze della moda gotica, l'Angelico che nel convento di S. Marco vede la umanissima scena con occhi ancora abbagliati da visioni di Paradiso, Masaccio che nella tavoletta del Museo Fe- derico di Berlino pone la Vergine sulla soglia di una ca- pannuccia contro lo sfondo di colline brulle, Gentile da Fabriano che nella pala Strozzi (Uffizi) immagina la scena quale una celebrazione della potenza dei Medici. Così Donatello, con Jacopo della Quercia nel rilievo del portale del S. Petronio a Bologna, così Luca della Robbia in alcune mirabili terrecotte, così più tardi Antonio Rossellino che narra della nascita di Gesù, festosamente, nell'alterilievo della cappella Piccolomini nella chiesa di Monteoliveto a Napoli. E accanto a loro ancora Benozzo Gozzoli nella cappella del Palazzo dei Medici a Firenze, che prende a pretesto la scena per de- scrivere in un imponentissimo corteo lo splendore della corte Medicea.

Notevoli anche tra le rappresentazioni quattrocen-
tesche del p. quelle del duomo di Volterra di uno scul-
tore robbiano, del paliotto d'argento di Nicola di Guardiag-
rele nella cattedrale di Teramo e l'altra modellata nel
1484 in S. Giovanni a Carbonara a Napoli. Ma sono sempre
i pittori che portano avanti gli sviluppi del tema. Da Piero
della Francesca nel p. della Galleria nazionale di Londra,
a Filippo e a Filippino Lippi, al Botticelli, a Lorenzo di
Credi, a Leonardo medesimo nella Adorazione degli Uffizi
e nella Vergins delle Rocce. D'altro canto, ormai varcate
le soglie del Cinquecento, è lo stesso Raffaello e quindi
il Correggio che aggiungono al tema elementi o accenti
nuovi, e così i grandi artisti veneti da Giambellino a Lo-
renzo Lotto, a Palma il Vecchio ed ai Bassano.

Nel campo della plastica rinascimentale, specie quella
di intonazione più popolare, il tema del p. viene
svolto in prevalenza nell'Italia settentrionale; in Lom-

Article illustration
PRESEPE - Il Bambino tra il bue e l'asino. Particolare del sarco- fago di S. Ambrogio (sec. IV) - Milano, basilica di S. Ambrogio.
(da Wilpert, Sarcofagi, tav. 185, 1)
bardia ed Emilia soprattutto. Da citare a tale proposito le opere di Guido Mazzoni e di Antonio Begarelli nel duomo di Modena, e quella di Federico Brandani nel duomo di Urbino. Questi grandi p. in terracotta, come il corteo dei Magi che giunge alla capanna di Betlemme in una cappella del S. Monte di Varallo, come anche l'altorilievo lasciato incompiuto da Pier Paolo Olivieri nel 1599 in S. Pudentiana a Roma, denotano una nuova tendenza del verismo plastico che avrà il suo peso quando, attraverso le esperienze del naturalismo e del realismo secentesco, il gusto per certo genere di rappresentazioni s'andò da un lato affinando, fino a generare le mirabili Natività che furono dipinte dal Tiepolo, dal Piazzetta, da Pompeo Batoni e dal de Mura e dall'altro quelle rappresentazioni plastiche settecentesche che a Napoli trovarono la loro massima espressione. Ma a Napoli stessa la rappresentazione plastica del p. aveva origini antichissime. Risaliva ai tempi in cui la regina Sancia ne aveva fatto apprestare uno per il monastero di S. Chiara da lei fondato, certo a memoria di quello di Greccio ove il Serafico aveva pregato.

BIBL.: V. EPIFANIA; E. Lavagnino, Il Natale nell'arte italiana, in L'osservatore italiano, anno I, n. 19, Natale 1948. Emilio Lavagnino

III. FOLKLORE

Tra tutte le raffigurazioni sacre del mondo cristiano quella della Natività o p. ebbe grandissima fortuna nel gusto popolare. Ciò dipende dal fatto che, istintivamente, il popolo ha sempre considerato la scena del p. come una idealizzazione e quasi una proiezione sul piano religioso della stessa famiglia, centro essenziale degli affetti umani. Ma è difficile dire quando il p. si sia diffuso dalla Chiesa e dalle confraternite religiose alla casa privata.

Si sviluppano con grande fortuna i p. plastici durante il sec. XIV e soprattutto nei secoli seguenti, con sempre maggiore aumento di personaggi: resta però incerto il momento in cui il p. diventa propriamente «popolare»: è forse più giusto dire che, dal Trecento in poi, il p. poté ugualmente interessare la grande arte e il folklore. Alla metà del sec. XV, per opera di plasticatori in terracotta (primissimi i Della Robbia), si ebbe già un saggio di composizione mista, di scultura e pittura, nella quale il paesaggio e i personaggi minori venivano eseguiti sullo sfondo della nicchia in cui erano ospitate le sculture (duomo di Volterra: p. robbiano con sfondo di B. Gozzoli). Se la Toscana fu un grande e operoso centro di p. nel Rinascimento, anche l'Italia settentrionale partecipò al naturalismo di questa rappresentazione che trovava, nel nord, e soprattutto in Germania, importanti interpretazioni da parte degli artigiani del legno.

Il p. ebbe grande fortuna nella scultura in legno e in terracotta a Napoli, dove il p. di S. Giovanni, in Carbonara (1484) segna l'inizio d'una fortunatissima tradizione locale. In questo p. l'intervento dei Profeti e delle Sibille indica le tracce delle sacre rappresentazioni nella Natività.

Sempre nel Rinascimento, la Toscana, l'Umbria, l'A-

Article illustration
PRESEPE - Il p. di Pompeo Batoni (sec. XVIII) - Roma, Galleria Corsini.
(fot. Alinari)
bruzzo, la Campania, sviluppano, prima che altre regioni, l'arte dei p. Per l'Abruzzo basti ricordare il bellissimo p. di Leonessa (fine del sec. XV) con figure di terracotta.

Nel gusto barocco la plastica dei p. si arricchì di episodi pittoreschi, prima ancora di raggiungere la caratteristica complessità del p. napoletano del Settecento. La tecnica del p. divenne, nella ricerca d'un sempre maggiore naturalismo, varia e complicata. Con il sec. XVIII, accanto ai rozzi personaggi modellati o stampigliati in terracotta o in gesso, e dipinti, si hanno le forme più raffinate di figurine vestite di stoffa (talvolta ingessata e colorita) con il volto e le estremità modellate e dipinti o scolpiti in legno (soprattutto le mani e i piedi), quasi sempre con gli occhi di vetro: mentre il corpo era, come quello dei manichini, in fil di ferro dolce, rivestito di stoppa.

Lo sviluppo eccezionale del p. napoletano e la conseguente creazione d'un artigianato specializzato dalla scenografia (di legno, sughero, cartapesta, tela dipinta) ai vestiti, alle minuscole gioiellerie, alla modellazione, oltre che dei personaggi, degli animali e degli oggetti infinitamente vari ospitati nei numerosi angoli pittoreschi della scena, è dovuto in gran parte a Carlo III di Borbone, appassionato egli stesso dell'arte del p. Presso il popolo, incoraggiato dall'esempio del sovrano nella sua stavica tendenza al pittoresco, giovò anche a diffondere l'abitudine della fabbricazione dei p. il domenicano p. Rocco, egli stesso autore di celebrati p.

I migliori p. napoletani del Settecento si trovano a Napoli, nel Museo di S. Martino, in alcune chiese e in molte collezioni private, a Roma nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano e nella basilica di S. Marco (provenienti da donazioni), in musei italiani e stranieri di folklore e d'arte applicata, come al Museo etnografico già a Villa d'Este a Tivoli e, soprattutto, in Germania a Berlino e a Monaco, dove esiste una delle più complete raccolte. Gli artisti che operarono a Napoli sono numerosissimi e quasi

Article illustration
PRESEPE - Il p. di Greccio, affresco nella Grotta del p. (sec. XIV) - Greccio.
(fot. Altracco - Terni)
tutti di grande abilità: si può, anzi, dire che la scultura napoletana del Settecento trovò in quest'arte la sua espressione più felice. Di alcuni di essi si è ampiamente occupata la critica, come del Sammartino, di Angelo e Giacomo Viva, di Giuseppe Gori, Lorenzo Mosca, Giuseppe De Luca, Francesco e Camillo Celebrano: specialisti nella scultura animalistica e nelle nature morte furono Lorenzo Mosca, Giuseppe De Luca, Saverio Vassallo e Giuseppe Sarno. Con il sec. XIX l'arte del p. napoletano decadde, come si andò anche spegnendo in Sicilia, dove avevano operato genialmente Giovanni Matera e Giacomo Bongiovanni. Resta tuttavia diffusissima l'abitudine popolare alla preparazione del p. per il Natale. A Roma è caratteristica, in quel periodo, la vendita dei « pupazzi » da p. nelle baracche di Piazza Navona. - Vedi tavv. CXXXIV-CXXXV.

BIBL.: R. Berliner, Denkmäler der Krippenkunst, Augusta 1926-30; F. Malaguzzi-Valeri, Arte gaia, Bologna 1926; G. Catello, Il p. napoletano nell'arte del Settecento, in Emporium, 70 (1929), p. 330-341; C. Naselli, P. di Sicilia, ibid., 74 (1931), pp. 323-39; E. Guardascione, Il p., Napoli 1934; V. Mariani, in Les hirondelles, 5 (1927), p. 17; id., in L'Illustrazione, 2 (1931), pp. 42-48; id., in Vita artistica, 3 (1932), p. 29; Ca' alago della prunta del p. napoletano del Settecento (tenuta a Palazzo reale), Napoli 1950. Valerio Mariani
Cite this article

“PRESEPE.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 1175. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/presepe.