PROFETA

PROFETA. - I. NELLA S. SCRITTURA. - (ebr. nàbht'; lat. *propheta* dal gr. προφήτης). Colui che, per vocazione divina, parla in luogo e in nome di Dio (Deut. 18, 18 sq.; II Reg. 3, 9; Ier. 1, 6.9 sq.; Is. 52, 6, ecc.; cf. Ex. 7, 1 sq.), comunicando agli uomini, cui è mandato, quanto il Signore, con azione soprannaturale, gli ordina e gli svela (Ier. 1, 7 sq.; Am. 3, 7 sq.; 7, 14 sq.; Ez. 2-3; ecc.) : «nihil aliud esse prophetam Dei, nisi enuntiatorem verborum Dei hominibus» (s. Agostino, *Quaest. in Hept.,* 17; PL 34, 601).

È questo il senso sicuro dell'ebr. nàbht'; reso castamente dal greco προφήτης (πρός in luogo di φάναι «parlare»: Eschilo, *Eumen.*, 19; Pseudo Euripide, *Reso*, 972; Platone, *Resp.*, 366; id., *Tim.*, 62; id., *Phedr.*, 262; id., anche se incerta ne rimane l'etimologia. Comunicante si pensava all'arabo nàba' «annunziare» o all'accedico nàbù «chiamare, parlare». W. F. Albright (v. op. cit. in bibl., p. 301 sq) ritiene, a ragione, trattarsi di etimo accadico; il senso di nàbù, però, è quello di «vocare», al participio passivo «vocato», che ha ricevuto una missione (cf. Codice di Hammurabi, *Prol.*, 1, 52; 1, 40; *Epilogo*, 24 R 40 sq., e il nome proprio Nàbì-ilitù «il chiamato dal suo dio»). Tale etimo viene a confermare la forma passiva di nàbì', già sostenuta da W. Gesenius (cf. gli affini nazìr, *maftali*) e suffragata dal fatto che le forme verbali

derivate da nàbhi' sono solo passive: niph'al e hithpa'el «agire da nàbhi'», profetare. Il p. annunzia anche l'avvenire, ma il senso volgare di «predire il futuro» è solo secondo dario; l'etimo su cui poggia περό «avanti» e φαίνει «apparire» (s. Isidoro di Siviglia; s. Tommaso, Sum. Theol., 2a-2a, q. 171, a. 1) è errato (P. Synave-P. Benoit [V. op. cit. in bibl.], pp. 16 sg., 226).

Gli altri due termini principali: rò'ch «veggente» (usato solo di Samuele [I Sam. 9,9.11.18 sg.; I Par. 9,22; 26,28; 29,20], di Hanani [II Par. 16, 7.10] e in Is. 30, 10, pur essendo frequente il verbo rà'ah per indicare le «visioni» che il p. riceve da Dio) e il sinonimo hòzch «contemplante», per lo più in poesia, esprimono il mezzo o il modo della comunicazione divina. L'antico termine nàbhi', dal tempo di Samuele, prevalse in modo quasi esclusivo su rò'ch, come afferma la nota redazionale I Sam. 9,9 su Samuele detto nàbhi' e rò'ch (ibid. 3,20 e 9,11). In Am. 7,1-15 queste tre espressioni appaiono sinonime. Altri appellativi esprimono l'intima unione del p. con Dio (mal'akh fàhweh «messaggero di J.», 'ebhedh fàhweh «cultore di Jahweh», 'is 'Elôhim «uomo di Dio») o i diversi aspetti della sua missione presso il popolo (rò'ch «pastore», sòmer «custode», 'òphéh «vigile scelta», ecc.).

Contro le istituzioni e gli usi idolatrici della divinazione e della magia, Jahweh, fin dagli inizi della nazione eletta, stabilì i p. come gli unici portavoce e interpreti del suo pensiero, della sua volontà (Deut. 18, 9-22; Num. 23,23; cf. Am. 2,10 sg.; Ez. 7,25; Zach. 7,12; Neh. 9,30), dando loro quale segno inconfondibile di riconoscimento, oltre al valore morale, la fedeltà a Jahweh, ai suoi precetti, il carisma di predire il futuro (Deut. 18, 22; Is. 41, 22 sg.; 44,7 sg.; 46,10 sg.) e talvolta di operare altri miracoli. Inizio della missione profetica è la vocazione da parte di Dio, improvvisa, che dà un nuovo volto all'esistenza del chiamato (Ex. 3,7-4,18; Am. 7,10-15; Is. 6; Ier. 1, 4-9; 20,7-18; Ez. 2-3; ecc.). Per questo anche Abramo è detto p. (Gen. 20,7) insieme agli altri Patriarchi (cf. Ps. 104, 15).

Le fonti bibliche ricordano, dopo Mosè, il grande p. (Os. 12, 14 [Volg. 13]; Num. 11,25; 12,6; Deut. 18, 15; 18, 34; 10). Maria sua sorella (Ex. 15, 20; Num. 12, 2; cf. Mi. 6, 4); Giosuè (Eccli. 46, 1); durante il periodo dei Giudici: Debbora e un nàbhi' anonimo (Inde. 4,4; 6,8), un «uomo di Dio» anonimo che annunzia a Heli la decadenza della sua Casa (I Sam. 2,27); Samuele (v.), dopo il quale, dati i gravi pericoli dello jahwismo e le connesse vicende della nazione, il messaggio profetico si sussegue ininterrottamente come ministero costante (I Sam. 3,1; Act. 3,24; Hebr. 11,32). Al tempo di David: Gad (I Sam. 22,5; ecc.) e Nathan (II Sam. 7,2; ecc.); sotto Salomone: Ahia (I Reg. 11,20; ecc.); Semeia sotto Roboam; un «uomo di Dio» sotto Ieroboam; Tehu sotto Baasa (ibid. 12,22; 13,16); Hanani sotto Asa; Iehauziel, Eliezer sotto losaphat (II Par. 16, 7-10; 19,2; 20,14-37); Elia (v.); Michea, figlio di Iemla (I Reg. 22, 8-28); Eliseo (v.); Giona, sotto Ieroboam (II Reg. 14, 25). Seguono i p. dei quali sono conservati gli scritti («profeti scrittori»): Amos, Osea, Isaia, Michea, Nahum, Sofonia, Abaecue, Geremia, Baruc; durante l'esilio: Ezechiele, Daniele; dopo l'esilio: Aggeo, Zaccaria, Abdia, Gioele, Malachia. Non si ha notizia di altri profeti (cf. I Mach. 14, 41) fino a Giovanni Battista (Mt. 11,9 sg.; Lc. 7, 26 sg.), precursore del p. per eccellenza, Gesù (Act. 3,20 sg.; Deut. 18, 15-19; Io. 1, 21,45; 6,14; 7,40; Act. 7,37; Hebr. 1,1 sg.; A. Clare, Ste Bible, II, Parigi 1940, p. 634 sg.).

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Nella lista dei carismi, nella Chiesa primitiva, i p. hanno il posto d'onore, dopo gli Apostoli: I Cor. 12, 28 sg.; 1, 1-5,24-29,31 sg.; Eph. 2,20; 3,5; 4,11; parecchie volte, nel Nuovo Testamento, appaiono questi interpreti di Dio, dando predizioni, leggendo i segreti dei cuori; apportatori della divina parola (Act. 11,27; 19,6; 21,9 sg.), edificano, esortano, incoraggiano. Preziose sono le indicazioni della Didaché (11,7-12), del Pastore di Erma (Mandatum, 11), di s. Giustino (Dial., 39,2). Il nome p. viene sempre più riservato ai soli ispirati del Vecchio Testamento; più tardi, invece (secc. IV-V), nella letteratura monastica assume un senso e un uso larghissimo. Il carisma della profezia non è mai cessato nella Chiesa, con missioni particolari compiute da vari santi e sante (p. es., s. Vincenzo Ferreri, s. Caterina da Siena), ma il termine p. è ormai riservato agli uomini del Vecchio Testamento, trasmettitori della rivelazione formale o pubblica.

La Bibbia adopera ancora il termine nàbhi' e le forme derivate, sia per alcune manifestazioni religiose particolari, sia per i falsi p. (o di false divinità, o falsamente presentatisi in nome di Jahweh).

Sugli anziani, coadiutori di Mosè, scese lo spirito di Jahweh ed essi «si misero a proteare», né tal fenomeno più si ripeté: due erano nell'accampamento e «profetarono anch'essi», cioè si agitarono in una maniera caratteristica. Mosè ritenne tale manifestazione un dono divino: «Volese il cielo che tutti fossero partecipi di tal dono» (Num. 11, 25-29). Nel sec. XI, al tempo di Samuele, riappare tale fenomeno di profetismo collettivo (I Sam. 10,5 sg. 9-12; 19, 18-24), che sembra raggiunta il suo culmine sotto Elia ed Eliseo (sec. IX), per estimare i suoi quasi subito dopo. Al tempo di Samuele, schiere i Israeliti partecipano al culto, procedono insieme, adoperando il canto e la musica per preparare e secondare le manifestazioni collettive estatiche della loro esaltazione. Verosimilmente, trasportati dall'entusiasmo religioso, dominati da una sovreccitazione incoercibile, nel volto accresce, nei movimenti più o meno ritmici di tutto il corpo, forse anche in espressioni infamanti, manifestavano il loro vivido sentimento jahwista. Forse il fenomeno era simile alla glossolalia di cui Act. 2, 1-21; 10,44 sg.; 19,6; I Cor. 14. L'esaltazione si comunicava talvolta agli astanti, per qualche predisposizione o per un particolare intervento divino (cf. I Sam. 19, 20-24): da queste manifestazioni, attribuite all'azione di Jahweh, forse non è da escludere ogni carattere soprannaturale. Al tempo di

Elia-Eliseo (I Reg. 17 sgg.; II Reg. 1 sgg.) questi p. (f gligi dei profeti) = membri di siffatte associazioni: I Reg. 20,35; II Reg. 2,31 ecc.), in diverse località (Galgala, Bethel, Gerico), formano colonie, dove, in certa misura, menano vita comune (II Reg. 2,4,38 sgg.; 6,1-5); i seguaci di questo profetismo professionale non hanno alcuna vocazione soprannaturale. Nei momenti più critici per l'esistenza stessa dello jahwismo, contro l'influsso deleterio di Canaan, contro l'invadenza ufficiale del babilismo fenicio e l'aperta imposizione di Izabel, queste pie associazioni sotto la guida e la direzione dei grandi ispirati Samuele (che probabilmente ne è il fondatore), Elia ed Eliseo, furono tra le forze vive della parola religione, che eccitavano il popolo alla fedeltà verso Jahweh. Molti di essi furono uccisi da Izabel (I Reg. 18,13). I grandi p. se ne servono anche per missioni ricevute da Dio (cf. I Reg. 20,35-43; II Reg. 9,1-4-11); presentano talvolta alle loro manifestazioni estatiche, ma mai vi prendono parte profetizzando come loro (cf. I Sam. 19,20).

I falsi p. di Baal (profetismo propriamente siro-fenicio) sono descritti nella sfida di Elia sul Carmelo (I Reg. 18,26-29); concordano il racconto egiziano di Wenamo (ca. 1100 a. C.; papiro Golenischeff) e lo scrittore Eldororo, di origine siria. Tra le manifestazioni della liturgia cananea, nell'esaltazione religiosa, una strana frenesia s'impossessava di qualche nābīh di professione e presto si comunicava agli altri. Al concitato suono delle certe, danzavano, ora con salti leggeri e ora piegando più volte di seguito il ginocchio a terra e poi girando su se stessi come i posseduti (da uno spirito: Eliodoro, Aethiopica, IV, 17). Con spade o coltelli si ferivano, emettendo suoni appena articolati, nei quali i fedeli, suggestionati, riconoscevano parole del dio. L'eccitazione, crescendo, diveniva furibonda; alcuni infine perdevano il dominio di se stessi. E si avevano mutilazioni in onore di Baal, dio della fecondità, e consacrazione temporanea di giovani donne alla prostituzione sacra (L. Desnoyers [V. op. cit. in bibl., I, p. 246 sgg.]; A. Pohl [V. op. cit. in bibl., p. 24 sgg.]). Sul declino del sec. VII Geremia (Ier. 27,3-9) attesta che c'erano nābīh in Edom, Moab, Ammon, Tiro, Sidone, consultati dai re di questi Stati. E al sorgere del Nuovo Testamento tali esibizioni estatiche erano diffuse nel mondo greco-latino (Virgilio, Aen., VI, 45-51.77-80; Luccano, Phars., V, 161 sgg., ecc.).

Nābīh erano detti infine coloro che parlavano in nome di Jahweh senza averne ricevuto alcuna missione. In lotta con i p. autentici, si adattavano alle voglie del re, che adulavano, secondavano le illusioni della folla, in cerca di denaro e di popolarità (I Reg. 22,6-28; Mi. 2,7-11; 3,5 sgg.; Ier. 23,9-40; 28,29,21-32; Ez. 13). Ezechiele (cap. 13) ne dà la descrizione più accurata. Fanno da nābīh in Israele (si presentano come chiamati da Dio) questi p. del proprio cervello, che tutto attingono dalla loro mente. Dànno divinazioni menzogere; van dicendo: «Ora colo del Signore», mentre il Signore non li ha mandati, né ha parlato. Nulla fanno per curar le piaghe del popolo e prepararlo ai terribili eventi che lo minacciano. Il Ludono il popolo mio dicendo: "Tutto bene", mentre tutto va male, pronti a convalidare ogni sua fantastica speranza. E delle profetesse del proprio cervello, Jahweh si lamenta: «Mi avete compromesso (usando del mio nome), presso il mio popolo, per delle manate d'orzo e alcune fette di pane, mentendo...». Presto i fatti daranno una clamorosa smentita al loro detti; il popolo li vedrà esemplarmente castigati da Jahweh (cf. I Reg. 22; Ier. 28).

La critica razionalista, gettando in unico fascio i vari e disparati elementi finora esposti, ha tentato, in diversi modi, di dare del profetismo israelitico una spiegazione unitaria che elimina da esso ogni azione peculiare di Dio. Dando un'importanza e una portata eccessiva alla nota redazionale I Sam. 9,9, ha avanzato l'ipotesi (da A. Kuenen, fino a H. Gressmann, R. Kittel, G. Hölscheer, A. Caussé, ecc.) che il profetismo sia sorto in Israele più o meno al tempo di Samuele (al riguardo ci tanto anche Act. 3,24; Hebr. 11,32, che parlano solo della successione continuata dei p. da Samuele in poi; mentre già Am. 2,10 sgg.; Ier. 7,25 fanno risalire a Mosè [Oc. 12,14] l'istituzione del profetismo). Dal profetismo estatico, evolvendosi, attraverso Elia ed Eliseo si arriverebbe ad Amos, che introdurrebbe un tipo assolutamente nuovo di profetismo. I p. anteriori sarebbero capi o membri di confraternite, mentre dopo Amos sono isolati; i primi sarebbero visionari e tumaturghi, questi ultimi sono scrittori e pensatori; quelli sarebbero degli ispirati sospinti dall'estasi, questi degli intellettuali e dei realisti. Affermano che i p. in origine erano degli invasati; con mezzi artificiali (musica, danza, ecc.) raggiungevano una esaltazione tale da sentirsi trasformati e trasportati da una potenza superiore; allora parlava in essi lo spirito del dio, impadronitosi di essi: fenomeno religioso offerto da altre religioni. Nelle sue più alte manifestazioni, da Amos in poi, il profetismo si spiegherebbe per la improvvisa irruzione, nel campo della coscienza del p., di idee subcoscienti elaborate lentamente nella coscienza subliminale (ipotesi psicologica: W. James, A. Reville, ecc.), o per l'intuizione e la profonda conoscenza del cuore umano di menti geniali (A. Caussé, ecc.).

Le fonti invece stabiliscono ineccepibilmente la distinzione più netta e decisa tra le manifestazioni del profetismo estatico, collettivo e professionale, e l'istituzione divina di questi chiamati da Dio, da Mosè a Malachia. Nessuno di questi uscì dalle associazioni suddette del profetismo collettivo. Tra questo profetismo è innegabile qualche punto di contatto con i fenomeni affini degli altri popoli; ma non si possono trascurare le differenze notevoli. Manca in essi, p. es., la caratteristica siron-fenicia delle incisioni; il passo addotto per sostenere il contrario (I Reg. 20,35-43) non è probativo; il membro dell'associazione profetica che va incontro ad Achab si fa ferire in volto per presentarsi come un soldato che abbia partecipato alla battaglia allora terminata. E beni di distingue lo zelo per lo jahwismo, l'esclusione di ogni abominazione cultuale.

Il profetismo estatico e professionale o volontario è un fenomeno ben circoscritto nel tempo. Solo chi nega tutte le fonti anteriori a Samuele può mettere in dubbio l'esistenza dei p. fin dalle origini dello jahwismo. Ben presto il profetismo estatico e professionale ebbe poggini malsane. Molti allievi-profeti degenerarono: dopo avere atteso invano la chiamata del Signore, si investivano da sé nella missione profetica. La loro condotta (I Reg. 22, ecc.) è un argomento prezioso per far comprendere la natura della vera ispirazione soprannaturale. È pertanto uno stridente controsenso far derivare dalla medesima fonte i veri p. che energicamente li combattono (Am. 7,14; Ez. 13) e questi falsi p. che ne sono la contraffazione.

Amasia, il sacerdote di Bethel, asservito alla dinastia ichuita, dice ad Amos: «Veggente, vattene in Giuda, e procurati là il sostentamento con le tue profezie». Ed Amos di rimando: «Io non sono né nābīh, né figlio di nābīh Jahweh mi ha preso di dietro al gregge e mi ha comandato: Va, sii nābīh al mio popolo Israele» (Am. 7,14). Nessuna disposizione o preparazione naturale, non nābīh di professione né appartenenza a p. associazioni; ma improvvisa azione di Dio sull'animo di questo profetismo e allevatore di greggi che viene «preso» da Jahweh, tolto dalle sue occupazioni normali, dalla sua Giudea, e mandato, portavoce della giustizia divina, nel Regno d'Israele, allora prospero e in pace, nello stesso santuario «regale» di Bethel, officiato da un sacerdozio aulico, asservito alla dinastia. Amos, come tutti i p., è sempre cosciente di sé, anche sotto l'azione di Jahweh (Ier. 20,9). Rimane solo l'identità del termine; per cui Amos può asserire di non esser nābīh e immediatamente dopo affermare categoricamente di esserlo. È facile comprendere l'estensione dell'antico termine (cf. Gen. 20,7; Deut. 13,2; 18,15; 34,10; Iud. 4,4 ecc.) a casi che almeno apparentemente sembravano supporre la vocazione e la missione da parte di Jahweh (Num. 11,25 sgg.; Deut. 18,15; ecc.). «Tu mi hai attratto ed io mi son lasciato attraversare» dice Geremia al Signore - tu eri il più forte ed hai trionfato. Ed io son divenuto continuo oggetto di scherno, la favola di tutti. Ché ogni volta che parlo devo gridare,

proclamare oppressione e rovina; e così la parola di Jahweh diviene per me un obbrobrio, un'onta. Proposi pertanto: voglio dimenticarla, ah non parlerò più nel suo nome. Ma la sua parola era nel mio petto come un fuoco che divora, riserrato nelle mie ossa. Mi sforzavo di contenerlo, ma senza riuscirvi (Jer. 20, 7-9). È l'azione soprannaturale, potente di Dio, che afferra il p.; cf. Am. 3,8: «Il leone ruggisce, chi non ne è spaventato? Jahweh parla, chi non profetizza?»; Ezechiele ripetutamente l'esprime: «La mano del Signore venne su di me e mi fu rivolta la sua parola» (Ez. 1,3; 3,22 ecc.). S. Tommaso (Sum. Theol., 2a-2a, qq. 171-74) ha ordinato sistematicamente gli elementi biblici e patristici, illustrando la natura di questa azione divina, che è essenzialmente un'illuminazione soprannaturale dell'intelligenza del p., che la rafforza e diviene in lui principio attivo di conoscenza. Si tratti di visione puramente intellettuale, o di immagini infuse illustrate dalla luce soprannaturale, o della sola luce divina data per giudicare con essa delle conoscenze naturali; il p. corrisponde vitalmente con il giudizio che formula e talvolta anche con l'elaborazione previa delle specie intelligibili. Il carisma profetico gli è dato in modo transitorio; la sua visione è frammentaria ed intermittente, e cessa quando la luce dell'alto cessa di illuminarlo (cf. l'esempio di Nathan, di Isaia; Geremia [42,7] aspetta 10 giorni la risposta di Jahweh; Eliseo: II Reg. 4,27). Se Am. 3,8 e II Pi. 1,21 potrebbero far pensare ad una mancanza di libertà nel p., Jer. 20,9 con 1,6; Ez. 1,3; 3,22; 8,1 con 3,17-21 attestano la piena coscienza e autonomia della mente e della volontà del p. sotto l'azione divina (v. ISPIRAZIONE; cf. A. Bea, in Studia Anselmiana, 27-28 [1951], pp. 47-65).

L'autentico profetismo è un fenomeno unico nella storia delle religioni; è caratteristica dello jahwismo (fin dalle origini e senza flessioni) e della religione cristiana. Non è possibile infatti trovare affinità alcuna, in Egitto (le pretese profezie di Ipuwer sono descrizioni del passato: A. H. Gardiner, A. Wiedeman), in Babilonia (il babilonese bāru è un indovino, ma nulla ha in comune con il p. israelitico), o in Arabia, con l'attività e la missione di Mosè, Elia, Eliseo, Amos fino a Malachia. La profezia, preannunziose esatto di eventi futuri, interpretazione del pensiero di Dio nella storia, è l'effetto inimitabile e inconfondibile dell'azione divina sul suo portavoce (E. König, V. op. cit. in bibl., pp. 55-62).

Ogni spiegazione naturalistica pertanto contrasta con i documenti. La lenta elaborazione supposta dagli immanenti è contraddetta da questa azione o comunicazione improvvisa di Jahweh, che si ripete ed è la causa efficiente di ogni intervento del p. nella sua missione. Oltre l'esempio di Amos, è istruttiva la vocazione del piccolo Samuele (I Sam. 3); Nathan incoraggia David nel progetto di costruire il Tempio e ne è entusiasmato, ma il mattino dopo gli comunica l'ordine contrario di Jahweh (II Sam. 7); Isaia annunzia ad Ezechiea la morte imminente, ma immediatamente dopo ritorna indietro a comunicargli da parte di Jahweh la guarigione (II Reg. 20, 1-5). Il genio, l'intuizione, la profonda conoscenza del cuore umano, sono doti che si riscontrano un po' dappertutto nella storia dell'umanità. Ma il profetismo è un fenomeno unico (E. König, op. cit. in bibl., pp. 70-78). Il profetismo è l'elemento più elevato della religione del Vecchio Testamento e uno dei più grandi movimenti spirituali dell'umanità intera. Tutti i filosofi, tutti i legislatori, tutti i fondatori di religioni nell'antichità, presi insieme, non hanno enunciato tante idee elevate e sublimi, quante i pochi p. d'Israele (L. Dennefeld, V. op. cit. in bibl.). Né tutti i p. erano geni, o eruditi. Eliseo è un ricco contadino, Amos un pastore, Geremia ed Ezechiele timidi sacerdoti. Preannunziano eventi imprevedibili, in netto contrasto con tutte le prospettive storico-politiche. Amos annunziava la rovina d'Israele, mentre il Regno era al culmine della potenza. Ezechiele preannunzia nei particolari l'assedio e la distruzione di Gerusalemme (Ez. 4,5-21); e quando tutto sembra perduto, predice il ritorno degli esuli, la costituzione del nuovo Israele (ibid. 37,40-48) e la vittoria che esso riporterà sull'assalto dei gentili (Antioco Epifane: ibid. 38-39). Non si tratta di meditazioni o intuizioni

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4. - ENCICLOPEDIA CATTOLICA. - X.

dafora, V. op. cit. in bibl., p. 13 sgg.; Zaccaria): sono veri paragoni in atto, adattati al genio orientale. In parte i discorsi dei p. venivano subito dopo fissati in scritto, sia da essi stessi, sia dai loro discepoli, talvolta (cf. Jer. 36; Is. 30,8) per ordine formale di Jahweh.

Alcune profezie, non comunicate a voce ai contemporanei, furono solamente scritte, riguardando esse direttamente situazioni future; così specialmente la seconda parte di Isaia (40-66), e Daniele (2.7-12), secondo l'esplicito accenno di quest'ultimo (Dan. 8,26; cf. 12,9). La distinzione tra p. d'azione, o oratori, e p. scrittori è pertanto soltanto esterna. Secondo l'estensione dei libri, i p. scrittori vengono classificati in «maggiori» (Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele) e «minori». I libri profetici, per lo più scritti in poesia, sono ricchi di immaginari, talvolta ardite, di metafore e di simboli.

L'annunzio della salvezza relativamente imminente dai nemici, dall'oppressione, e di quella messianica, spesso sembrano fondersi o per lo meno succedersi immediatamente o a breve intervallo. Sembra mancanza di prospettiva: il p. ha tutto dinanzi alla mente e così, senza determinazioni cronologiche, lo comunica ai suoi uditori. In molti casi, però, il p. vuole esprimere la connessione di causa ed effetto tra la salvezza messianica e quella temporanea, materiale, concessa appunto in vista, a motivo della prima. Così per Is. 7,12; così per la descrizione della restaurazione dopo l'esilio: il rinato Israel è considerato preparazione immediata al regno del Messia dal quale verrà elevato ed assorbito; e pertanto sono congiunti strettamente nelle profezie (Jer. 30-31, 33; Ez. 34,36-38). Bisogna sempre tener presente che la profezia non vuol soddisfare la curiosità, non vuol essere una cronaca.

Il periodo culminante dell'attività dei p., dal sec. VIII al VI, è un periodo di transizione, che sta al centro del Vecchio Testamento; in esso si prepara il passaggio dall'antico jahwismo alla rinnovata teocrazia postesilica. L'infedeltà d'Israele raggiunge il colmo, e Jahweh attua contro di esso la sanzione più grave dell'alcanza, la distruzione della nazione e l'esilio dei superstiti. Gli scritti profetici permettono di seguire lo svolgersi di tali eventi e la portata del messaggio dei p. La religione popolare, con il suo sincretismo idolatrico, le sue pratiche superstiti, si risolve e licenziose, il disordine morale, raggiunge il culmine prima nel Regno di Samaria (sec. VIII) e poi in Giuda. Essa poggia tutta la sua fiducia di salvezza nel culto, nella presenza del Tempio; basta immolare vittime, e Jahweh è tenuto a proteggere i suoi fedeli nel suo stesso interesse. Bisognava richiamare la vera natura dell'altezza tra Jahweh e Israele, dovuta alla libera elezione di Jahweh, il quale non ha bisogno della nazione giudaica; se ha scelto i discendenti di Abramo, di Giacobbe, a suo posto, lo ha fatto per la sua infinita misericordia. Ma l'altezza è eterna, inscindibile. Israele l'ha violata; subirà la sanzione: Jahweh lo annienterà. Jahweh era stato longanime aspettando il ravvedimento d'Israele; a tale scopo aveva inflitto punizioni parziali e limitate; la conversione non si è avuta; il castigo finale pertanto è alle porte. Tale pena però non è fine a se stessa; è venditavia, ma nello stesso tempo medicinale. E qui i p. illustrano i disegni di Jahweh per la continuazione dell'altezza, che deve realizzare il piano salvifico, annunziato già in Gen. 3,15. La misericordia divina serberà un «resto» al suo popolo; lo ricondurrà in patria dopo averlo purgato da ogni traccia d'idolatria; con questo «resto» rinnoverà l'altezza. E questa volta avrà finalmente quella fedele corrispondenza da parte d'Israele, mancata prima dell'esilio. La nuova teocrazia così ristabilita durerà eternamente, in quanto sarà elevata Messia (v.). Già Os. 2 ha chiari accenni a questo piano grandioso. Ezechiele lo rielaborò sistematicamente, illustrandone e sviluppandone con chiarezza ogni particolare (Ez. 11,14,16,20,34,36,37,40-48; per Osea cf. A. Clamer, in DThC, XI, coll. 1643-51; per Geremia, id., ibid., VII, coll. 871-82). I p. postesilici illustrano specialmente la connessione: rinata teocrazia-Regno messianico.

I p. scrittori mettono in particolare evidenza gli attributi di Jahweh, Essere supremo e unico Dio e le sue esigenze morali che determinano la natura dei suoi rap

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Profeza - Il p. Ezechiele. Dipinto di Michelangelo nella voba della Cappella Sistina (1508-12).

porti con la nazione. Combattono la superstiziosa fiducia riposta dai loro contemporanei nel rituale esterno, che ha preso il posto e l'importanza assegnati, nello statuto dell'alleanza (il Decalogo), a

I p. condannano l'infausta influenza dell'idolatria cananea. Non condannano il culto in sé; condannano assolutamente il culto sincretistico, essenza della religione popolare (Os. 2,10.15; Ier. 7, 16-19, ecc.); rimettono, nello stesso jahwismo, il culto al suo vero posto di semplice complemento. L'elemento essenziale è la vera pietà, l'obbiedienza alla voce di Dio, i precetti morali (Os. 6,6; I Sam. 15,22; Mi. 6,6 sgg.). Negano pertanto al culto esterno ogni efficacia, quando non sia accompagnato da disposizioni interne corrispondenti (Is. 1, 10-17).

I p. sono i continuatori del levitismo, per la purità e la conservazione del puro jahwismo (A. Neher, V. op. cit. in bibl.). Il profetismo, con l'annuncio esatto del castigo nazionale, con la visione della futura rinascita, svelando il disegno divino su Israele, impedì la scomparsa del popolo eletto, ne preparò il ritorno a Dio, e la rinascita e la continuità dopo l'esilio. I p. furono gli organi per eccellenza della Rivelazione divina, i teologi, i solerti pastori d'Israele; difensori dei sovrani diritti di Jahweh nel campo politico; avvocati dei poveri e degli oppressi nel campo sociale. La loro è la possente voce della vigile scelta che, dinanzi al disastro, richiama alla purezza delle origini, alla continuazione dell'opera del grande p. Mosè; nulla innovano, ma tutto illuminato, a tutto restituiscono il suo giusto valore. È la stessa voce di Dio; perciò i loro accenti scuotono ancora e soggiocano, inculcando il santo timore della somma giustizia, e l'immensa fiduciosa gratitudine verso l'infinita misericordia dell'Eterno.

Bibl.: cattolici: A. Condamin. Prophétisme israélite, in DFC, IV, coll. 386-425; G. C. Aalders. De profeten des Ouden Verbonds, Kampen 1918-19; L. Desnoyers. Hist. du peuple hébreu, I, Parigi 1922, p. 246 sgg.; II, 1910, pp. 165-83; M. A. Van den Oudenrijn. De vocabulis quibusdam termino nabi synonimis, in Biblia, 6 (1925), pp. 204-311, 406-17; id., De prophetiae charismata in populo Israelit. II. quattuor, Roma 1926; L. Durr. Wollen und Wirken der alttestamentl. Propheten, Düsseldorf 1926; H. Junker. Prophet und Seher in Israel, Treviri 1927; J. Ziegler. Die Liebe Gottes bei den Propheten (Alttest. Abhandl., 11, 111), Münster in V. 1930; J. Chaine. Introduet. à la lecture des prophetes, Parigi 1932; E. Tobac. J. Coppens. Les prophetes d'Israël, I, 2e éd., Malines 1932; A. Pohl. Hist. populi Israel, Roma 1933, pp. 22-30, 64-71, 93-97, 132 sgg.; G. Ricciotti. Stor. d'Israël, I, 2e éd., Torino 1934, pp. 381-95; E. F. Siegman. The false prophets of the Old Testament, Washington 1939; M. Sales-G. Girotti. La S. Bibbia, VII, Torino 1942, pp. 5-102; H. Höpfl. A. Miller. A. Metzinger. Introductio specialis in Vetus Testamentum, 5e éd., Roma 1946, pp. 383-408; L. Dennefeld. Les grands prophetes (La Sté Bible, éd. L. Pirot, 7), Parigi 1947, pp. 7-12; R. de Vaux. Les prophetes de Baal sur le Mont Carmel, in Bull. du Musée de Beyrouth, 5 (1947), pp. 1-20; P. Synave-P. Benoit. La prophetie (St Thomas. Somme théologique), Parigi-Roma 1947, pp. 269-378; G. Boson, I p. d'Israël, Brescia 1948; H. Simon-J. Prado. Vetus Testamentum, I, 6e éd., Torino 1949, pp. 360-83; H. Bacht. Wahres und falsches Propheten, in Biblia, 32 (1951), pp. 237-62. Acattolici: E. Sellin. Der alttest. Prophetismus, Lipsia 1912; G. Hölscher. Die Propheten. Untersuchung. 2. Religionsgesch. Israels, 1914; H. Gunkel. Die Propheten, Göttingen 1917; B. Duhm. Israels Propheten, 2e éd., Tubinga 1922; W. Jacobi. Die Extase der alttestamentl. Propheten, Monaco 1923; E. König. Theol. des Alten Test., 3e-4e éd., Stoccarda 1923, pp. 50-84, 92-102; C. H. Cornill. Der israelit. Prophetismus, 13e éd., Berlino 1924; I.M.P. Smith. The prophets and their times, Chicago 1925; A. Lods. Rech. récentes sur le prophetisme, in Rev. de l'hist. des religions, 104 (1931), pp. 279-316; id., Les prophetes d'Israël, Parigi 1935; A. Jepsen. Nabi'. Soziolog. Studien, Monaco 1934; P. Humbert. Les prophetes d'Israël ou les tragiques de la Bible, Losanna 1936; A. Causse. Du groupe ethnique à la communauté religieuse, Parigi 1937, pp. 61-113; W. F. Albright. Von der Steinzeit zum Christentum, trad. éd. sulla 2e éd., Berna 1949, pp. 271-331; A. Neher. Amos. Contribution à l'étude du prophetisme, Parigi 1950.

II. Iconografia

I. p. furono ben presto rappresentati nell'arte cristiana antica isolatamente, come in Priscilla: Balaam (v.) Isaia (v.), Daniele (v.), Giona (v.), e i due ultimi spesso negli altri cimiteri, in Domitilla anche Michela (v.), e gli stessi nei sarcofagi cristiani dove con Daniele compare talvolta anche Abacuc. In gruppo la serie più notevole è quella musiva della chiesa di S. Apollinaris Nuovo a Ravenna, dove i 16 p. appaiono al di sopra dei martiri tra le finestre sulle pareti della navata magni-giore, sotto l'immagine di vecchi dignitosi, di marcata e maestosa fermezza morale: essi tengono nelle mani rotoli con scritte, attributo ripetuto nella iconografia posteriore. Da notare che in questi musicali le teste dei p. sono ornate da aureole; tale usanza, stabilita nell'arte bizantinogeniana, sparirà nell'arte dell'occidente europeo, dove il nimbò verrà riservato solo ai santi. Più tardi i 16 p. appaiono nei Dafni (v.). Una completa serie di p. secondo i concetti bizantini è stata affrescata nella seconda metà dell'XI sec. nella chiesa di S. Angelo in formis, al di sopra delle colonne sulle pareti laterali della navata centrale e nella chiesa contemporanea di S. Pietro ad montes presso Caserta Vecchia. Il sec. XII porta le raffigurazioni dei p. nei musicali della chiesa della Martorana, negli affreschi della Cappella Palatina a Palermo, nel sottotetto di S. Paolo a Spoleto (fine XII sec.) e nel transetto di S. Maria Maggiore a Roma; nei musicali nella cupola sopra l'altare maggiore nella basilica di S. Marco a Venezia. Della prima metà del sec. XIII si hanno i musicali del soffitto nella sacrestia del Battistero fiorentino, dove tra otto personaggi del Vecchio Testamento si vedono anche i quattro p. maggiori (Geremia, Ezechiele, Daniele ed Isaia); i dodici minori sono raffigurati invece, pure in musica, sull'arco che si alza tra la sacrestia e l'ottagono del Battistero. Nell'arte lombarda nei secc. XII-XIII, sculture raffiguranti i p. adornano i portali delle chiese, come, p. es., nelle incorruttive intorno alla porta maggiore del duomo di Modena e nel battistero di Parma, opera di Benedetto Antelami ed 1196.

In Francia i p. furono dipinti nel sec. XI nella cappella delle «Grottes de Jonas» presso St-Pierre Colamine (Puy-de-Dôme; M. Thibout, Les Grottes de Jonas et les peintures murales de leur chapelle, in Cahiers archéolog., 2 (1947), pp. 115-28 e tavv. 15-19) a St-Martin du Vic presso Nohant-Vicq (Indre) all'inizio del sec. XII (J. Hubert, in Congrès archéol. de France, Bourges 1931, pp. 556-576), a St-Aignan-de-Brinay (Cher) nel sec. XII (P. Deschamps-M. Thibaut, La peinture murale en France. Le Haut moyen de l'époque romaine, Parigi 1951, pp. 117-118); a Notre-Dame-la-Grande di Poitiers nel XII sec. (ibid., pp. 64-65, 69-71, 94; P. Deschamps, Les peintures du chœur de Notre-Dame-la-Grande de Poitiers, in Comptes rendus de l'Acad. des Inscr. et belles lettres, 1949, pp. 288-293); e a St-Savin-sur-Gartempe (Vienne) alla fine del sec. XI (P. Deschamps-M. Thibout-A. Grabar, Observations sur les fresques de St-Savin-sur-Gartempe, in Cahiers archéolog., 4 (1949), pp. 135-47; P. Deschamps, La date des peintures de St-Savin-sur-Gartempe, in Comptes rendus de l'Acad. des Inscr., 1949, pp. 73-80; id. - M. Thibout, La peinture murale en France, pp. 71-86).

Diverse cattedrali gotiche della Francia, vicino ai portali portano sculture in tutto tondo con l'intera serie dei p. come a Bourges, a Chartres e a Reims in Francia; un magnifico esemplare di questo genere, databile forse alla fine del sec. XIV, adorna il portale 'principale del duomo di Strasbourg; in Germania a Bambergia.

I p. sono spesso rappresentati nei codici miniati; dal Codex Sinopensis a quelli di Catalogna; dalla Bibbia della Certosa di Calci, ora a Pisa, a quella della Bibl. Palatina di Parma, proveniente dal Monastero di S. Valentino presso Amelia, dalla bibbia di Todi a quella di S. Maria «ad Martyres» e all'altra di S. Cecilia in Trastevere, tutte e tre oggi nella Bibl. Vaticana (Vat. lat. 1045, Vat. lat. 12958 e Barb. lat. 587).

A Pisa nel pulpito di Nicola Pisano; a Rimini, nel tempio malatestiano, Agostino di Duccio il rappresenta con le sibille, il Pinturicchio nelle Sale Borgia in Vaticano, il Perugino nelle sale del Cambio. Nella pittura italiana del tardo medioevo è da constatare un frequente uso di raffigurare alcuni p. in minuscole dimensioni, nelle cuspidi dei politici gotici: così nel politico di Duccio (Galeria di Siena). Nella Maestà invece dell'Opera del duomo

sei p. sono stati dipinti nella predella (quattro dei quali si conservano tuttora nell'Opera del duomo di Siena e due nel Museo dell'imperatore Federico a Berlino).

Fortemente caratteristici sono i p. affrescati da Pietro Cavallini in S. Maria Donna Regina a Napoli e da un anonimo maestro emiliano alla metà del sec. XIV sulle pareti dell'aula capitolare nell'abbazia di Pomposa. In uno spartimento del soffitto nella cappella di S. Brizio, nella cattedrale di Orvieto, il Beato Angelico, aiutato da Benozzo Gozzoli, affrescò nel 1447 il gruppo di tutti i sedici p., indicandoli con la scritta: «Prophetaum laudabilis numerus». Oltre a ciò abbiamo della mano dell'Angelico la raffigurazione di 9 p. che adornano l'incorniciatura della mirabile Crocifissione, affrescata nella sala capitolare del convento di S. Marco a Firenze. Dodici statue di p., scolpate da diversi maestri del tardo medioevo e del Rinascimento, sono sulla facciata della stessa cattedrale di Orvieto; abbinate, si reggono ai lati del rosone. Pure sulla facciata del duomo di Siena, intorno al rosone, stanno le figure di tutti i p., insieme con quelle di diversi altri personaggi del Vecchio Testamento.

Jacopo della Quercia collocò cinque p. negli spartimenti del tabernacolo del fonte battesimale nel S. Giovanni di Siena. Così, Lorenzo Ghiberti raffigurò alcuni p. nei fregi verticali della sua seconda porta del Battistero fiorentino. Tuttavia, la più famosa raffigurazione dei p. è indubbiamente quella di Michelangelo, il quale ne collocò sette (Giona, Geremia, Ezechiele, Gioele, Zaccaria, Isaia, Daniele) sulla volta della Cappella Sistina, intercalandoli con 5 sibille. Tra i p. dipinti sui pilastri della chiesa di S. Agostino a Roma, solo Isaia e della mano di Raffaello (1512); gli altri sono stati aggiunti, nella metà dell'Ottocento, da Pietro Gagliardi. Pure i p. nella chiesa di S. Maria della Pace a Roma, affrescati al di sopra delle 4 sibille di Raffaello, non si devono a lui, ma forse al suo primo maestro Timoteo Viti. Statue marmoree dei 4 p.: Isaia, Ezechiele, Mosé, Davide, decorano il piedestallo della colonna dell'Immacolata Concezione in Piazza di Spagna a Roma, elevata (1856) secondo il progetto di L. Politi.

BML.: M. Seppet, Les prophètes du Christ, in Biblioth. de l'Ecole de Chartes, 38 (1877); F. X. Kraus, Gesch. der Christl. Kunst, 2 voll., Friburgo 1897-1908; W. Neuss, Die Katalan. Bibelillustration, Bonn 1922, p. 84 sgg.; E. Mäl, L'art religieux en France au XIIe siècle, I, 2e ed., Parigi 1924, p. 141 sgg.; II, 5e ed., ivi 1923, p. 160 sgg.; III, 1922, pp. 248-53; K. Kunstle, Die Ikonographie der christl. Kunst, I, Friburgo in Br. 1928. Enrico Josi - Witold Wehr

III. I P. SECONDO L'ETNOLOGIA. - L'etnologia religiosa parla di p. e di profetesse, cioè di persone che predicono gli eventi futuri, affermando di conoscere attraverso una rivelazione personale e diretta di Dio o degli spiriti, o di un determinato spirito. Questo fenomeno molto complesso è stato riportato dagli etnologi evoluzionisti ad un fenomeno morboso e patologico.

P. es., il Tylor, l'autore classico dell'evoluzionismo etnologico, considera la profezia, come pure l'estasi, le visioni e altre simili manifestazioni religiose sia pagane che cristiane, un effetto dello stato di depressione, o di sovreccitazione, prodotto in una persona da un lungo ed estenuante digiuno, o dall'uso di narcotici, o da pratiche che producono gli stessi effetti, come l'allucinazione. Come prova di questa sua teoria, il Tylor porta esempi più o meno arbitrariamente desunti da certi popoli dell'America settentrionale (Ogbwa, Pellirose, Abiponi, di Haiti, degli Zulù, dei Malesi, degli Yogi dell'India, dei Greci, dei Romani e persino dei cristiani. Riguardo al cristianesimo si riferisce particolarmente alle descrizioni mediche relative alle scene provocate da fanatici durante il periodo del risveglio religioso in Inghilterra, Irlanda e in America nel seno del protestantesimo). Il Frazer è giunto poi a tale esagerazione a proposito dei primitivi da dire che «il selvaggio, incapace di fare differenza tra le visioni del sogno e le realtà dello stato di veglia, confonde l'apparizione di un morto durante il sonno con la presenza reale di uno spirito».

Queste teorie evoluzionistiche, che concepiscono lo sviluppo della civiltà umana in un modo uguale, unilineare, dal più basso, semibestiale, al più alto, dall'infiorire al superiore, ETNOLOGIA (v.) moderna; e l'affermazione del Frazer, in particolare è stata già criticata dal Lévy-Brühl, in modo sottile e irrefutabile; e il Durkheim, fondandosi sul Codrington e Howitt, aveva già notato dei primitivi australiani: «I Dieri distinguono tra ciò che considerano una visione e un semplice sogno. Questo è chiamato apiccia, è una pura immaginazione».

Si deve poi distinguere la profezia dalla divinazione. Questa presenta la rivelazione delle cose future ed occulte in svariati modi, tra i quali tieni conto anche dei sogni (v. DIVINAZIONE). Ora il sogno può anche rientrare nella profezia, se la rivelazione delle cose future non è desunta dall'oggetto sognato, ma durante il sogno si ha la rivelazione personale diretta, ciò che propriamente distingue la profezia. Il Tylor non ha compresa la grande e intrigata complessità del profetismo, perché lo ha voluto ridurre ad una manifestazione morbosa e non ha saputo distinguere i fenomeni morbosi da quelli che non lo sono affatto. Trattandosi poi del cristianesimo, il Tylor avrebbe dovuto sapere che la Chiesa cattolica ha la possibilità di giudicare i veri dai falsi fenomeni mistici, e che la teologia cattolica dà buone regole al riguardo (v. BIBLICA). Presso i popoli primitivi, pur tanto vari di cultura, si osservano dei fatti di profetismo, che non sono in relazione con il digiuno, ma con la preghiera. Basti citare l'esempio raccontato da K. Rasmussen, che ne fu parte e testimonio quando gli Eschmesi delle Terre Brulle (Boven Ground) dell'America settentrionale gli vollero fare una festa d'addio. Durante la festa fu annunziato che la profezia Kinalik voleva invocare Sila, l'Essere Sommo per ottenere al partente un buon viaggio e la protezione contro i pericoli. Quando questa tornò in sé dal concentramento di tutte le sue forze per escogitare ed implorare qualche cosa di buono in favore di colui che stava per mettersi in viaggio, ed ebbe riacquistata la sua espressione normale, con un aspetto illare e radioso, essa raccontò, dice il Rasmussen, che il Grande Spirito l'aveva esaudita e che tutti i pericoli sarebbero stati lontani dalla sua vita, e tutte le volte che avrebbero avuto bisogno di carne, avrebbero trovate cacce fortunate.

Dalle importanti informazioni date a Schoolcraft di Chingwauk, capo algonchino versato nelle tradizioni mistiche e lettore ammirabile dei geroglifici del suo popolo, il Tylor, che pure le riporta, poteva dedurre che anche i primitivi pretendono garanzie, pongono determinate condizioni prima di credere ad un p. ed alle sue profezie. Il Chingwauk riferisce tra l'altro che il p. comincia ad esercitare le sue forze in segreto, badando di non aver preso di sé che un solo confidente, la cui testimonianza è necessaria in caso di riuscita. Poi disegna e simbolizza su scorza o su altra materia le figure dei suoi sogni o delle sue rivelazioni e passa spesso un inverno intero a stendere così il catalogo delle sue principali rivelazioni. Se ciò che egli ha predetto si verifica, il confidente si affretta a dirlo e ci si riporta al detto catalogo come prova del suo talento e della sua facoltà profetica. Finalmente comunica i suoi Kee-Kee-Wins, o il tracciato dei suoi sogni, agli anziani della tribù, che si riuniscono per esaminarli, perché la nazione tutta intera crede alle sue rivelazioni. Gli anziani finiscono ordinariamente per dare la loro approvazione e per dichiarare che l'importante è dotato del dono della profezia, che egli è pieno di sapienza e che può influenzare le opinioni del popolo.

La figura del p., inoltre, è molto complessa: ordinariamente è anche indovino, esorcista, medico, mago, invocatore. Nell'antica Cina feudale, p. es., esistevano dovunque sciamani e sciamane, che si possono chiamare anche maghi e maghe (wu e wu-nü). Essi avevano un posto importante nella vita religiosa del popolo; erano considerati come intermediari con il mondo degli dèi e degli spiriti. Di un mago dello Stato di Cheng si dice non solo che sapeva predire perfino il giorno di durata della vita di coloro che l'interrogavano, ma anche guarire malattie e che conosceva ciò che era fatto e ciò che era

nefasto. Nelle differenti stagioni dell'anno le sciamane (twin-nii) dovevano scacciare le emanazioni pestilenziali e le cattive influenze e fare libazioni. Quando una grande calamità inferiva nel paese esse cantavano, piangevano e domandavano la cessazione del flagello. Gli sciamani si riunivano insieme al loro capo e nel caso di una grande siccità seguivano danze per ottenere la pioggia.

È interessante notare che la potenza che possiedono, o credono di possedere i maghi, viene attribuita ad un patto da loro stretto con uno spirito che li assiste, che anche si trova nella formula d'invocazione dello spirito, come ha rivelato il Leroy, un'analogia sorprendente con civiltà disseminata sulla superficie del globo. La supplica del mago dei Fan dell'Africa occidentale comincia sempre con la rinnovazione del patto: "Spirito, tu che sei il mio Signore ed al quale io mi sono dato, spirito forte e potente, sono io che ti chiamo". Ecco la formula che usava in presenza del p. Huc un mago tibetano: "Io ti conosco, tu mi conosci. Orsù vecchio amico, fa ciò che ti domando. Porta l'acqua e riempii il vaso che ti presento. Riempi un vaso di acqua, che cosa è ciò per la tua grande potenza? So che tu fai pagare molto caro un vaso di acqua, ma non importa; fa ciò che ti domando e riempii questo vaso che ti presento. Più tardi canteremo insieme. Nel giorno stabilito tu prenderai ciò che ti tocca". La stessa credenza si ritrova presso i maghi europei.

La rivelazione del futuro fatta dallo spirito cui è legato il mago avviene in diverse maniere, di cui si trovano copiose relazioni e nei libri di viaggio di esploratori e nelle relazioni dei missionari; generalmente le rivelazioni accadono dopo un periodo di grida, schiamazzi, colpi di strumenti, ecc.

Presso gli antichi Cinesi, sotto la dinastia dei Chou (1122-1259 a. C.), i maghi e le maghe, come ha rilevato il Maspero, entravano in relazione con gli spiriti attraverso una vera ossessione, per cui spesso erano chiamati anche ossessi (ling-pao); lo spirito discendeva in loro, sicché il corpo era (quello) della maga, ma il cuore era (quello) del dio. Era egli che parlava per la loro bocca, come dichiarò alla fine di una prima apparizione l'anima di un principe al suo vecchio cocchiere: "Tra sette giorni al lato del nuovo recinto (di k'ii-t'ui) vi sarà una maga e voi avrete un'intervista con me". Talvolta lo spirito non si contentava di parlare, ma agiva per mezzo del suo mago, come fece quello spirito affamato (li) che furioso della poca cura che il priore, incaricato delle offerte alle anime senza posterità di Ku di Kuan, usava nel compiere i doveri della sua carica, s'impossessò improvvisamente di un medium e gli fece ammazzare il priore sull'altare a colpi di bastone. Prima dell'evocazione dello spirito l'antica maga cinese si purificava, lavandosi il viso e il corpo con acqua di erbe speciali, e si rivestiva di magnifici abiti. Quando le offerte erano pronte, essa inviava la sua anima a ricercare la divinità e la conduceva con essa per assistere al sacrificio, mimando questo viaggio con una danza accompagnata dalla musica e dal canto.

Da quanto è stato detto, è facile farsi un'idea della complessità del fenomeno profetico. Bisogna giudicare caso per caso e vedere quanto vi è di naturale, preterraturale o soprannaturale, quanto di morbosità o di astuzia. L'etnologia elenca tanta diversità di fatti profetici, da non potersi in nessun modo giudicare semplicemente come fatti morbosi, alla maniera del Tylor. Presso gli Ebrei, poi, i nàbhi' richiamano alla mente sotto certi aspetti i dervisci e certe manifestazioni di alcune confraternite musulmane. I nàbhi' sono stati detti p. volontari e giustamente distinti dai p. di vocazione; questi inoltre sono figure tanto caratteristiche da non potersi ridurre ad alcuna figura di p. conosciuto presso gli altri popoli.