QUESTIONE ROMANA. - È la denominazione invalsa ad indicare l'intricato ed aspro dissidio politico-religioso apertosi, in campo nazionale ed internazionale, fra il Papato ed il nuovo Regno d'Italia, con la proclamazione di Roma a capitale della Penisola unificata (1861) e con l'occupazione militare della città stessa il 20 sett. 1870.
Istallatosi a Roma, il governo italiano si diede premura di tranquillizzare le potenze cattoliche sulla sorte futura riserbata al Sommo Pontefice. Legge delle Guarentigie (v.) assicurava al papa l'indipendenza spirituale (artt. 9 e 12) e la libertà di mantenere nunzi presso le nazioni estere (art. 11). Gli agenti diplomatici accreditati presso la S. Sede avrebbero goduto della immunità e dei privilegi previsti dal diritto internazionale (art. 11). Il papa non conservava che l'usufrutto dei Palazzi Apostolici, Vaticano e Lateranense, come pure della villa di Castel Gandolfo «con tutte le sue attinenze e dipendenze» (art. 5). In compenso, poi, della privazione dei suoi Stati, egli avrebbe fruito di un'annua rendita di lire 3.225.000, esente da imposte (art. 4). Quanto alle relazioni fra Chiesa e Stato, esse furono stabilite arbitrariamente: continuarono a sussistere, a titolo provvisorio finché una nuova legge non fosse intervenuta, l'exequatur (v.) e il placet regio riguardo alla destinazione dei beni ecclesiastici e alla collazione dei benefici maggiori e minori, eccetto quelli della città di Roma e delle sedi suburbicarie (cf. F. Scaduto, Guarentigie pontificie e relazioni fra Stato e Chiesa. Storia, esposizione, critica, documenti, bibliografia, 2ª ed., Torino 1889, pp. 240-45).
Unilaterale com'era, la Legge delle Guarentigie fu solennemente dichiarata inaccettabile da Pio IX, il 15 maggio 1871 (Archives diplomatiques. Recueil de diplomatie et d'histoire, II, Parigi 1874, p. 231). Il Papa si costituì volontariamente prigioniero nel Vaticano, rifiutò la dotazione concessa ed evitò ogni atto che fosse suscettibile di implicare un assenso qualsiasi alla spoliazione dei suoi Stati. Leone XIII e i suoi successori mantennero la medesima attitudine di netta intransigenza.
La Q. R., ben lungi dall'essere stata risolta dal Parlamento italiano, divenne più inestricabile. La proibizione fatta ai cattolici di prendere parte alle elezioni di qualunque genere (v. NON EXPEDIT), mise il governo italiano alla mercé degli elementi di sinistra. Inoltre l'ostilità aggressiva ostentata contro il cattolicesimo da alcuni ministri, specialmente da F. Crispi, sincera o finta che fosse, allo scopo di piegare la S. Sede ad un accomodamento, produsse all'estero un effetto deplorevole e provocò le rimostranze, sia pure in tono amichevole, delle cancellerie inglese e austriaca. Ma invece di nuocere alla S. Sede, tutti gli intrighi dei ministri italiani, gli incidenti deplorevoli verificatisi nel 1881 per il trasporto delle ceneri di Pio IX a S. Lorenzo fuori le mura, gli insulti lanciati nello stesso anno dalla plebaglia contro Leone XIII, la pubblicazione nel 1888 del codice Zanardelli e le manifestazioni sconvenienti del 17 giugno, altro effetto non sortirono che di acquistarle universali simpatie.
Sicché, tutto sommato, la perdita del potere temporale condusse ad un risultato quasi paradossale, e cioè allo sviluppo della centralizzazione e della potenza internazionale della Chiesa romana. Tanto vero che un uomo di genio, come Leone XIII, fu presto in grado di ricondurre personalmente e per lunghi anni la politica ecclesiastica su un piano mondiale, rialzando decisamente la sorte del papato e della cristianità, ed il suo prestigio divenne così alto, che Bismarck ne accettò nel 1885 l'arbitrato nel conflitto con la Spagna per le isole Caroline e Palaos.
Quantunque Leone XIII, dal 1878 al 1889, abbia protestato ufficialmente fino a sessantadue volte contro
la privazione del suo «principato civile», si deve pur dire che egli desiderava una conciliazione. Così tolse la proibizione di partecipare alle elezioni provinciali e municipali (30 maggio 1878), e nel discorso pronunciato per il Concistoro del 23 maggio 1887 auspicava che «gli animi di tutti gli Italiani giungano ad ottenere sicurezza e tranquillità e sia tolto finalmente di mezzo il funesto dissidio con il Romano Pontefice, ma salve sempre le ragioni della giustizia e dignità della S. Sede» (Leonis XIII Acta, VII, Roma 1888, p. 115). Tentativi di approcci ebbero luogo nel 1887 per mezzo dell'abate cassinese L. Tosti (La conciliazione. Dialogo fra due vescovi, Roma 1887), nel 1889 per mezzo del card. G. A. Hohenlohe e nel 1894 in occasione dell'exequatur per mons. G. Sarto, preconizzato patriarca di Venezia. Ma non si concluse nulla. L'opuscolo del vescovo di Cremona, G. Bonomelli (Roma, l'Italia e la realtà delle cose, Firenze 1889), che suggeriva l'accettazione del fatto compiuto e la creazione di una «miniatura di Stato», il quale avrebbe comunicato con il mare attraverso una piccola striscia di terra e non avrebbe imposto «né pubblici uffici, né guarnigioni», suscitò scandalo e fu messo all'Indice il 13 apr. 1889. L'opinione non era ancora matura per fare accettare l'idea di una conciliazione, soprattutto in Belgio, nella Spagna e in Francia, i cui figli erano pur caduti insieme con tanti volontari cattolici italiani sui campi di battaglia di Castelfidardo, di Mentana e lungo le mura di Roma.
La rottura delle relazioni diplomatiche con la Repubblica francese (29 luglio 1904), l'abrogazione del Concordato e la proclamazione della legge di separazione fra Chiesa e Stato (9 dic. 1904) indussero Pio X ad un certo accostamento con il Quirinale. Personaggi della corte reale, parlamentari, funzionari pubblici, comparvero alle udienze pontifice contrariamente all'uso mantenuto fino allora. Fatto ancor più significativo: il Papa, inquieto per l'aumento del numero dei deputati dell'estrema sinistra, autorizzò (11 giugno 1905) il voto legislativo dei cattolici italiani, ma soltanto in casi particolari, quando ne fosse riconosciuta la stretta necessità per il bene delle anime e per i supremi interessi delle singole diocesi (encicl. Il fermo proposito, in Pii X Acta, II, Roma 1907, pp. 112-32).
Non era tuttavia ancora permessa la formazione di un partito cattolico. GENTILI (v.) vale a Giolitti, grazie all'apporto dei voti e dei candidati cattolici, un trionfo elettorale nel 1913 e portò con sé importanti conseguenze. Nella Settimana sociale, tenuta a Milano dal 30 nov. al 6 dic. del 1913, l'arcivescovo di Udine A. Rossi nella prolusione si chiese se «la condizione attuale della società, divenuta atea e pagana, potesse permettere ancora un principato civile dei papi, che la Provvidenza aveva stabilito a garanzia della libertà della Chiesa». E rilevato come quella situazione fosse affatto inadeguata alla missione della S. Sede, non mancava di sostenere essere pur sempre necessario che la libertà del papa non fosse precaria ma stabile e intangibile, «suffragata banal da una malleveria o caparra di carattere internazionale, interessando, questa libertà, i cattolici di tutte le nazioni». Nel discorso di chiusura il conte Giuseppe Dalla Torre espresse il voto che la q. r. si risolvesse «per mezzo della volontà costituzionale del paese, da parte dello Stato», ma senza che venisse compromesso il principio della sovranità della S. Sede.
L'Osservatore Romano del 20 dic. non sollevò alcun rilievo contro queste parole, e pur avendo avvertito che si trattava di studi, lasciò correre la discussione intorno al modo della garanzia. Pio X, si presagiva, non si sarebbe mostrato intransigente, eccetto che sulla questione di principio. Nel frattempo scoppiò la guerra mondiale del 1914.
L'insufficienza della Legge sulle Guarantigie si fece evidente quando l'Italia si unì agli Alleati (24
maggio 1915). La presenza a Roma degli ambasciatori degli Imperi centrali presentava seri inconvenienti. I diplomatici si trasferirono a Lugano; Benedetto XV si trovò quindi in serie difficoltà nelle sue relazioni con il mondo cattolico. Tuttavia non accettò l'ospitalità amabilmente offertagli dal Re di Spagna, sperando che la conclusione del trattato di pace, che avrebbe inevitabilmente chiuso il periodo di guerra, gli avrebbe fornito l'occasione di regolare la q. r. con la sanzione dell'Europa. La campagna di stampa incautamente tendenciosa subito apertasi in Germania, in Austria, e in Baviera in favore del ristabilimento del potere temporale, poco mancò non compromettesse la S. Sede. Benedetto XV dovette intervenire per mezzo del suo Segretario di Stato, il card. Gasparri, il quale in una intervista del 28 giugno 1915 dichiarò che la S. Sede aspettava «la sistemazione conveniente della sua situazione non dalle armi straniere, ma dal trionfo di quei sentimenti di giustizia, che augura si diffondano sempre più nel popolo italiano in conformità del verace suo interesse» (Corriere d'Italia, 28 giugno 1915). Ciò non toglie che una commissione cardinalizia incaricata di studiare la soluzione di un problema così complesso ebbe a riconoscere unanimemente l'assoluta necessità di una definitiva sanzione internazionale (Mercure de France, 1º dic. 1923, pp. 394-406). Ora, proprio a richiesta dell'Italia, l'art. 15 del Trattato segreto firmato a Londra dagli Alleati il 26 apr. 1915 escludeva il Papa dai futuri negoziati per la pace (Nouvelles religieuses, 15 marzo 1918, pp. 168-71; 15 giugno 1918, pp. 375-58; 1º apr. 1920, p. 153).
L'Italia, tuttavia, non ebbe alcuna ragione di lamentarsi della S. Sede. Non aveva Filippo Meda, capo dei «cattolici deputati», accettato il portafoglio delle Finanze in un ministero di concentrazione nazionale formato da Paolo Roselli il 19 giugno 1916? E non era stato proprio il Meda a prendere possesso a nome del governo d'Italia del Palazzo Venezia, sede dell'ambasciata d'Austria presso il Vaticano, presa di possesso che provocò una protesta pontificia per l'ulteriore riprova dell'insostenibile condizione fatta dalla Legge delle Guarantigie alla S. Sede, protesta, tuttavia, lo si notò immediatamente, singolarmente blanda? E non aveva poi anche la S. Penitenzieria abrogato il famoso Non expediti? Don Luigi Sturzo aveva inoltre fondato nel 1919 con il tacito assenso della S. Sede il Partito popolare. Il 23 maggio 1920 comparve l'encicl. Pacem Dei munus, che permise le visite dei sovrani cattolici a Roma perché ciò avrebbe contribuito alla fratellanza dei popoli. Questo documento di importanza capitale non abrogò tuttavia nulla delle proteste emesse dai predecessori di Benedetto XV riguardo alla perdita del potere temporale (AAS, 12 [1920], p. 215).
Ma anche dall'altra parte, a guerra finita, non mancarono manifestazioni governative attestanti un vicino e radicale mutamento di clima. La liquidazione dei beni delle missioni cattoliche tedesche offrì il destro a mons. B. Cerretti, segretario degli Affari ecclesiastici straordinari, di avvicinare in Parigi diversi rappresentanti delle grandi Potenze, di conversare amichevolmente con loro e di rendersi simpatizzanti. Ebbero allora luogo i ben noti contatti con il presidente Orlando (maggio 1919) e la seria presa in esame da parte di questi di un progetto assai ben elaborato dal card. Gasparri per la soluzione della q. r. Tale progetto attribuiva carattere di Stato, con indipendenza e sovranità internazionale, al recinto vaticano, ed accennava ad un conseguente Concordato volto a disciplinare con il regno i rapporti di diritto ecclesiastico. Le dimissioni del gabinetto Orlando (giugno 1919) fecero
cadere il significativo negoziato ufficioso. Intanto però i cattolici Nava e Rodinò entrano nelle successive combinazioni ministeriali. In autunno di quell'anno stesso il card. Filippo Giustini, legato pontificio a Gerusalemme, vi si reca prendendo imbarco sull'incrociatore Quarto con onori regali. Nella primavera del 1921 si parla tanto di Conciliazione, che il Ministero italiano degli esteri pubblica un apposito sunto dei relativi dibattiti di stampa.
In verità, anche il ritorno della Francia a regolari relazioni diplomatiche con la S. Sede (16 maggio 1921), accentuando fra il folto corpo diplomatico accreditato presso il Vaticano l'assenza e, quindi, il senso di isolamento dell'Italia là, dove si trattavano i più alti affari spirituali del mondo, concorreva ad imporre l'improrogabile necessità di un finale ed equo accomodamento, cui era favorevolissima la parte più responsabile e sana della stessa opinione pubblica, grata alla S. Sede ed ai cattolici della nobile linea di condotta tenuta anche nei riguardi del Paese durante il conflitto. Così il ministro Rocco espresse in pieno Parlamento (21 giugno 1921) il suo sentimento in termini, che furono approvati da una folla di Italiani: «Non mi sembra impossibile trovare un punto di accordo che concilii le esigenze della S. Sede per una situazione di piena indipendenza con la necessità interne ed internazionali dello Stato Italiano» (E. Devoghel, La question romaine sous Pie XI et Mussolini, Parigi s. d., p. 32).
Sicché lo stesso lutto ufficiale decretato, per la prima volta in casi simili, dal governo italiano (gabinetto Bonomi) in occasione della morte di Benedetto XV (22 genn. 1922), sta a dimostrare come ormai fossero più che maturi i tempi per il raggiungimento della tanto attesa ed auspicata Conciliazione (v. PATTI LATERANENSI).