RAZIONALISMO ARCHITETTONICO. -
Fino dai tempi dell'antico classicismo, prima in Grecia e quindi a Roma, vennero determinate alcune « leggi » o « regole » cui debbono rispondere le forme ed i rapporti delle membrature architettoniche. Tali « regole » e « leggi », furono più volte codificate nel corso dei secoli (v. ORDINI ARCHITETTONICI).
Esse hanno un loro fondamento nello stesso principio dell'evoluzionismo di quelle forme e di quei rapporti per cui la colonna deriverebbe, p. es., dal tronco dell'albero e il prospetto del Partenone, nel suo schema fondamentale, riprenderebbe il tema del prospetto della capanna. Talvolta, inoltre, quelle stesse teorie evoluzionistiche furono rese ancora più complesse da certo antropomorfismo, per cui, secondo alcuni, per la definizione delle loro « leggi » architettoniche gli antichi greci avrebbero tratto ispirazione dalla perfetta armonia delle membra umane.
Come è facile dedurre, in tali teorie è implicito il concetto della iniziale « funzionalità » o « razionalità » o, meglio ancora, ragionevolezza dei diversi elementi e delle diverse membrature architettoniche. Da ciò deriva anche la necessità di ammettere la possibile atrofizzazione e quindi la caducità - determinata dalla inutilizzazione - di quegli elementi e di quelle membrature destinate ormai ad una funzione meramente ecornativa. Per mesi logici si può quindi intendere come sul finire del Seicento e nel corso del Settecento, col diffondersi della mentalità generatrice del razionalismo illuministico, e per la stessa naturale saturazione del gusto barocco e rococò, trovassero favore teorie architettoniche, già in precedenza anche adombrate (p. es., dal Gallaccini), che postulavano per l'architettura l'applicazione delle stesse leggi definite dal Galilei nei campi della meccanica. Gli ammaestramenti di Carlo Lodoli e successivamente dell'Algarotti, del Temanza, del Memmo, del Milizia e del Pini - per citare solo alcuni nomi fra quelli dei teorici italiani d'architettura del sec. XVIII - insistevano allora perché di ogni architettura fosse chiaro, anche nell'aspetto esteriore, l'uso, e che ogni elemento architettonico, che in essa architettura fosse adoperato, avesse una sua precisa funzione. Ogni forma architettonica doveva cioè nascere da una precisa ragione costruttiva ed ogni materia doveva essere utilizzata secondo le proprie caratteristiche e possibilità di impiego. Tali teorie, che ebbero larghissima diffusione nella seconda metà del sec. XVIII, al tempo in cui il gusto rococò s'esauriva, ponevano i presupposti, appunto teorici, per una architettura che in effetti non doveva nascere allora. Infatti, allora, alla istanza di forme architettoniche più semplici e schiette si rispose, da parte dei praticanti l'arte architettonica aulica, con l'uso delle forme che erano state proprie dell'architettura antica, a quel tempo indagata dagli archeologi con nuova precisione e metodo scientifico (v. NEOCLASSICISMO).
Tuttavia se ciò avveniva nei campi dell'architettura aulica, ove presto alle forme neoclassiche succedevano quelle puriste, e quindi le romantiche, e quindi ancora quelle dell'eclettismo proprie della seconda metà del sec. XIX, nella realizzazione dei primi edifici industriali, cioè destinati ad ospitare le macchine e creati per le necessità delle macchine, venivano quasi inavvertitamente applicati, sia pure senza alcuna esigenza stilistica, cioè senza alcuna aspirazione alla bellezza, proprio quei principi che i teorici del r. a. da tempo ormai avevano enunciato.
Si può allora distinguere in tutto il corso del sec. XIX
una duplice corrente architettonica. Una, quella aulica,
degli edifici di parata, nella quale vengono con vari
temperamenti e varietà riprese le forme degli antichi
stili ed ordini (essa è essenzialmente opera di quegli
architetti ottocenteschi che furono più che altro profes-
sori di disegno architettonico), l'altra è l'architettura in-
dustriale, l'architettura delle fabbriche, quella determi-
nata, nelle forme e negli stessi caratteri delle strutture,
esclusivamente dalle necessità del loro impiego e dai
bisogni delle macchine; l'architettura cioè degli ingegneri.
Fu ad ogni modo agli inizi del nostro secolo che tale
architettura funzionale o razionale, nella quale cioè, forse
giova ripeterlo, le varie parti ed elementi sono determinati
anche nell'aspetto e nella scelta dei materiali dalle esi-
genze della loro funzione e ragione, assunse dignità e
venne largamente intesa quale nuovo stile plastico-
costruttivo.
Tale stile mentre intende rispondere alle esigenze del
funzionalismo e r. a., tende essenzialmente alla « creazione
spaziale ». Alla definizione cioè ed alla armonizzazione di
quello spazio architettonico moderno che, pur senza poter
essere determinato da leggi e regole precise, persegue
ritmi plastici di alta espressività e chiarezza, nei quali
le esigenze della tecnica e il libero volo della fantasia
trovando un loro perfetto accordo originano il fatto arti-
stico, divengono cioè arte.