RENI, GUIDO. - Pittore, n. a Calvenzano (Bologna) il 4 nov. 1575, m. a Bologna il 9 ag. 1642. A vent'anni, nella scuola dei Carracci, assimilò i canoni dell'eclettismo ivi dominante, facendo sorgere il sospetto che il giovane astro avrebbe in seguito fatto «sospirare tutti».
Lasciata nel 1598 l'accademia carraccesca, il R. guadagnò subito, in patria e fuori, una diffusa rinomanza, e nel 1600, con il favore del cavalier d'Arpino, passò a Roma dove rimase fino al 1610, assolvendo importanti incarichi di pittura murale da parte di papa Paolo V. PONTIFICALE, ritornò a Bologna; ma fu di nuovo a Roma per intervento del Papa. Il R. però, nel 1617, era di nuovo a Bologna, dove non gli mancarono commissioni importanti anche di sovrani esteri ed onori inauditi. Nel 1620, a Ravenna, affresco la Cappella del Santissimo in Duomo e nel 1627 era per la terza volta a Roma. Stabilitosi di lì a poco definitivamente in patria, si diede durante l'ultimo periodo ad un lavoro esorbitante e dozzinale, assillato dai debiti contratti al giuoco.
Fornito di prerogative eccezionali nell'espressione pittorica, il R. si distingue tra i maestri più noti della scuola bolognese secentesca per un sentimento assai sviluppato della venustà e grazia corporea e un organismo cromatico atto a realizzare i trapassi e le sfumature più sottili nelle gamme del grigio perla, del bianco avorio, del rosato e del gridellino. Nel campo formale, si afferma la sua tipica pastosità di modellazione, in cui giuoca, sebbene non allo scoperto, una buona pratica giovanile di plastico in creta; e nel campo inventivo o fantastico il suo idealismo classicheggiante, fondato sullo studio di Raffaello e della scultura greca (non si dimentichino le relazioni iconografiche con le statue delle Niobidi e con la Venere dei Medici), gli ha consentito di impersonare al massimo grado la corrente tradizionalistica, o anti-caravaggesca, della pittura che fiorì durante il barocco.
La critica moderna, pur riconoscendo i caratteri individuali dell'arte del R., troppo insidiata dal convenzionalismo sentimentale e dal pietismo languido, ha compiuto serie discriminazioni in quel repertorio di scene e figure, fra voluttuose e patetiche, ponendo in primo piano opere di scarsa popolarità o fin qui trascurate. Nella produzione romana si apprezzano, oggi, meglio della troppo celebre Aurora, affrescata nel casino Rosipigliosi, o del femminile S. Michele Arcangelo nella chiesa dei Cappuccini, il baldo e veramente pittorico affresco di S. Andrea condotto al martirio, in una cappella di S. Gregorio al Celio; gli altri affreschi delicatissimi al Quirinale e a S. Maria Maggiore; la robusta Crocifissione di s. Pietro, nella Pinacoteca Vaticana; il composto, elegiaco Crocifisso di S. Lorenzo in Lucina. Anche nella Pinacoteca di Bologna non sono i quadri di maggiore impegno, come la colossale e teatrale Pietà, divisa trasversalmente in due zone distinte, il Sansone in posa atletica, o la Strage degli Innocenti

(da C. Maurichian Boenpré, L'art au XVIIe siècle, Parigi 1856, 69. 5)
Alla scuola di lui si dice concorressero ca. duecento allievi, adoperati spesso nella fattura di opere che, sotto il nome del maestro, non giovarono certo alla sua rinomanza. Tra i più validi rimangono, nella storia della pittura italiana, Guido Cagnacci riminese e Simone Cantarini di Pesaro. - Vedi tav. XL.