SLAVI. - Nome collettivo di una grande famiglia indo-europea. La sede preistorica degli S. si trovava probabilmente tra il Baltico e i Carpazi.
Le popolazioni slave si mossero dalle loro primitive sedi in varie direzioni formando tre grandi gruppi: gli S. orientali (Russi, Ucraini e Biancorussi) gli S. occidentali (Polacchi, Cechi, Slovacchi, Sorabi, detti anche Serbi di Lussazia oppure Vendi), S. meridionali (Serbi, Croati, Sloveni, Bulgari e Macedoni). Gli S. occidentali occuparono nell'alto medioevo tutta una vasta parte dell'odierno bassopiano germanico, spingendosi fino a breve distanza da Amburgo e fino ad oltre il fiume Saale; la riconquista di questi territori da parte della popolazione germanica (preesistente agli S., ma numericamente molto scarsa) si identifica in buona parte con la cristianizzazione di quelle regioni, iniziata col sec. IX. Il territorio occupato dagli S. nell'Europa centrale fu molto vasto nell'alto medioevo; sul territorio dell'odierna Austria esisteva una continuità etnica tra Cechi e Sloveni.
I. RELIGIONE DEGLI S
Le fonti principali per la conoscenza del paganesimo russo sono: la Cronaca di Nestore (sec. XII), la Cronaca ipaziana (sec. XIV) cosiddetta dal monaco Ipazio (Hypatios) del monastero di Kostroma, ampliamento di quella di Nestore; la Cronografia del bizantino Giovanni Malalas (sec. VI) nella versione russa.Perun è il dio maggiormente venerato presso i Russi. Egli presiede ai trattati tra Bisanzio e i Russi pagani quale garante per i suoi seguaci, mentre i Russi cristiani si appellano a S. Elia, che ne ha preso il luogo nella Russia cristiana. Perun infatti è, come lo Zeus classico, il dio del fulmine e del tuono, che colpisce con la folgore e invia le piogge e il sereno; così come s. Elia, che comanda agli elementi acqua e fuoco, e su di un carro di fiamme è salito al cielo, è presso tutti gli S. cristiani il patrono dei fenomeni atmosferici. Accanto a lui va menzionato Volos, dio degli armenti e mallevatore del giuramento insieme con Perun. Presso i Balto-S. Lituania (v.) egli si chiama Perkunas con lo stesso significato.
Gli S. del gruppo baltico si possono suddividere a seconda del loro stanziamento in: S. stanziati tra l'Elba e l'Oder; S. stanziati nella Pomerania e S. dell'Isola di Rügen. Thietmar di Merseburg, autore di un Chronicon (inizio sec. XI); Adamo di Brema, autore dei Gesta Ham-maburgensis Ecclesiae (fine sec. XI); Helmod di Lubecca, autore di una Chronica Slavorum (metà sec. XII), sono le fonti più notevoli del gruppo baltico stanziati tra l'Elba e l'Oder, gruppo che fu il più refrattario alla penetrazione del cristianesimo.
La divinità più notevole di questo gruppo è Zuarasic, venerato nella città da Riedegost (Rethra) il cui tempio, descritto minutamente da Thietmar, era tutto di legno, retto alla base da corna di animali, scolpito all'esterno con immagini degli dèi e contenente idoli nell'interno. Triglav, rappresentato con tre facce e venerato a Stettuno (Pomerania), era adorato in uno dei quattro templi della città. Il suo tempio era ornato con sculture di uomini e di animali e fungeva da deposito delle decime e del bottono. Come mezzo divinatorio si usava un cavallo nero che dava pronostico favorevole se attraversava tre volte in su e in giù, senza urtare, nove lance poste a poca distanza sul terreno. Si devono ai biografi di Ottone vescovo missionario di Bamberga le informazioni circa gli S. di Pomerania. Svanovit, venerato ad Arkona nell'Isola di Rügen, ultimo baluardo del paganesimo slavo, era rappresentato da un idolo più grande del naturale, con quattro teste, un corno nella destra che veniva riempito di idromele ed era presagio di abbondanza o carestia per tutto l'anno seguente; reggeva un arco con la sinistra ed era tunicato fino alle gambe. Il sacerdote doveva tenere il fiato mentre era nel tempio, dove egli solo poteva entrare. La festa annuale si faceva dopo il raccolto: si rinnovava la provvista di idromele nel corno dopo aver tratto i presagi dal residuo dell'antica, che veniva versato ai piedi dell'idolo. Il tutto si chiudeva con un festino pantagruelico. Addetto al tempio era un cavallo sacro di color bianco, adibito ad uso divinatorio: era di buon augurio se il cavallo muoveva prima il piede destro disponendosi a saltare una triplice fila di lance poste davanti al tempio; il rituale è descritto da Saxo Grammaticus nei Gesta Danorum. La caratteristica policefalia di questa e di altre divinità baltiche vuole significare l'onniveggenza del dio, sia essa di natura uranica o solare.
I templi degli S. baltici erano insieme luoghi di sacrifizio e di assemblee e i maggiori rappresentavano anche un centro etnico. I Russi preferivano come centri di culto luoghi all'aperto, specialmente alture, boschi e montagne. Tutti gli S. avevano persone addette al culto. I sacerdoti degli S. baltici erano bene organizzati ed opposero una viva resistenza al cristianesimo. Essi erano soprattutto i ministri del sacrifizio, mentre presso i Russi erano specialmente operatori della divinazione e della magia. Rito centrale del paganesimo slavo era il sacrifizio (treby) di buoi, montoni, primizie, anche umano e specie di cristiani, molto gradito agli dèi. Le montagne, i boschi, le fonti erano luogo peculiare di sacrifizio.
Gli S. credevano alla vita ultramondana ed avevano la radice nav per indicare il regno dei morti e rapi per indicare una regione felice per le anime trapassate. Manca assolutamente testi a conferma, supplisce tuttavia il folklore. I morti erano seppelliti presso gli alberi, nelle selve o nei campi, e avevano una festa loro propria. Quaranta giorni dopo la morte si faceva la cerimonia in onore degli antenati invitandoli attorno ad una tavola imbandita, dove già si trovava la famiglia. Il capo di essa beveva lasciando cadere un po' del liquido per gli antenati, e così facevano anche gli altri. I rumori del vento, delle foglie, degli animali, nel silenzio della notte, alla luce rituale di un coro, erano segno certo della presenza degli antenati
al pasto della famiglia. Alla fine essi venivano invitati a ritornarsene alla loro dimora.
Letteratura: A. Bruckner, *Mitologia slava*, Bologna 1923 trad. dal polacco; K. Meyer, *Die slavische Religion*, in K. Clemen, *Die Religionen der Erde*, Monaco 1927; R. Pettazzoni, *Il paganismo degli antichi popoli europei*, Roma 1946; B. O. Unbegaan, *Les religions des anciens Slaves*, Parigi 1948; V. PISANDI, *La religion de Balto-S.,* in Tacchi Venturi, *Storia delle religioni*, II, 3a ed., Torino 1949.
Il *Evangelizzazione* — Il cristianesimo era già diffuso tra gli S. verso il sec. x e la loro conversione si deve a Roma e a Bisanzio. Gli S. occidentali subirono l'influsso della Chiesa di Roma, mentre quelli orientali e parte dei meridionali quello della Chiesa bizantina. Così gli S., oltreché politicamente, si trovarono divisi anche religiosamente, e tale secolare divisione ebbe profonde ripercussioni sulla loro vita religiosa, politico-sociale, culturale e sui loro rapporti vicendevoli, poiché gli S. occidentali entrarono nell'ambito della civiltà europea integrandovi completamente, mentre gli S. fedeli a Bisanzio s'inserirono nella civiltà orientale, in cui la Chiesa era legata e sottomessa allo Stato. La propagazione del cristianesimo tra gli Slavì Occidentali s'iniziò sotto Carlomagno e proseguì sotto i suoi successori, specialmente Ottone I. Gli imperatori tedeschi consideravano l'attività missionaria un compito statale, e perciò la loro politica colonizzatrice e conquistatrice andava di pari passo con la propagazione della fede, creando confusione tra i compiti del conquistatore e quelli del missionario. Generalmente il cristianesimo si affermò più presto ove c'era già un'organizzazione statale (Moravia, Croazia). Centri di diffusione furono Salisburgo e Passavia nel sec. VIII tra i Vendi, i Croati della Carantania e gli Sloveni della Carniola e Carinzia. Tra i Croati a sud della Drava e nella Dalmazia il cristianesimo si era propagato già tra il 640-80 ad opera di missionari inviati dal Papa. Sotto i successori di Carlomagno s'iniziò l'evangelizzazione della Moravia, che allora comprendeva anche la Slovacchia, parte della Boemia e l'Ungheria nord-occidentale. Ma il granduca moravo Rastislav, per sottrarsi al forte influsso tedesco, si rivolse a Bisanzio (862) donde gli furono inviati Cirillo e Metodio; dopo la dissoluzione dello Stato morava (fine sec. IX) l'influsso di Roma ebbe definitivamente il sopravvento. Contemporaneamente cominciò pure in Boemia la penetrazione ed il primo duca ceco convertito fu Borivoj insieme con la moglie s. Ludmilla, mentre la diocesi di Praga veniva fondata nel 973. Dalla Boemia il cristianesimo penetrò in Polonia, il cui primo duca, Mieszko (960-92), ne fu un grande propagatore. Però la maggior parte degli S. sono stati convertiti dalla Chiesa greca, i cui due più grandi missionari sono Costantino-Cirillo e suo fratello Metodio (v. CIRILLO (COSTANTINO) E METODIO, SANTI). È loro sommo merito e motivo del grande successo l'aver tradotto in slavo la S. Scrittura e l'aver adottato tale lingua nella liturgia. Essa è tuttora usata dalle Chiese slave orientali, mentre nella liturgia romana si è conservata solamente nelle diocesi croate dell'Istria, Quarnaro e Dalmazia (v. GLAGOLITICO), privilegio confermato da Innocenzo IV (1248 e 1252). I Serbi accolsero il cristianesimo sotto l'imperatore Eraclio I, ma definitivamente solo quando Basilio I li sconfisse e sottomise (867-86).
BULGARIA (v.) furono evangelizzati sotto il principe Boris (864) ad opera di missionari greci, ma in seguito, per motivi politici, Boris si rivolse a Roma e papa Niccolò I

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**Fig. 1.** (fot. Enc. Catt.)
SLAVI - Evangeliiario in caratteri glagolitici di tipo più antico (cosiddetto bulgaro) - Biblioteca Vaticana, cod. vat. slavo III (sec. x).
(866) inviò altri missionari che convertirono tutto il popolo alla fede di Roma. Bisanzio però intrigò fino a riconduire Boris ed i Bulgari nuovamente all'obbedienza della Chiesa greca (870). I Russi ricevettero la fede da Costantinopoli: la conversione totale del popolo si ebbe solo sotto il duca Vladimiro (m. nel 1015). Al principio del sec. XI esistevano già 8 diocesi Kiev (v.).
BIBL., V. le singole voci: BULGARIA; CROAZIA; DALMAZIA, ecc.
III. VERSIONI SLAVE DELLA BIBBIA
La *Cronaca* di Nestore, dell'89, narra: «Metodio e Costantino (Cirillo) tradussero il *Vangelo*, gli *Atti degli Apostoli*, il *Salterio*. Metodio scelse due sacerdoti colti, tachigrafi, e dettò la versione di tutti i libri della S. Scrittura dal greco in slavo». La versione del *Vangelo*, degli *Atti degli Apostoli*, del *Salterio* viene attribuita a Cirillo, la versione degli altri libri a Metodio. I più antichi manoscritti risalgono al sec. XI, alcuni al sec. X. Questi primi lavori di versione furono scritti in caratteri glagolitici, derivanti dal corsivo greco dell'epoca, e solo in seguito furono trascritti in caratteri cirillici, quasi identici ai caratteri maiuscoli greci. La versione fu fatta secondo la recensione di Luciano, o, come pensano altri, secondo l'alesandrina.La collezione completa dei libri biblici in slavo fu fatta dall'arcivescovo Gennadio di Novgorod nel sec. XV. Qualche libro, ancor mancante in paleoslavo, fu tradotto dalla Volgata latina, come i *Paralipomeni*, *Esdra*, *Tobia*, *Giuditta*. Il fatto che al tempo di Gennadio non si avevano tutti i libri sacri in lingua slava porta all'induzione che una parte delle versioni fatte da Cirillo e Metodio fosse andata perduta, o che i santi apostoli slavi avessero solo tradotto pericoli per il culto divino.
Un nuovo lavoro critico fu eseguito nella Bibbia del
principie Costantino di Ostrog (1581), ristampata a Mosca (1663) con pochi cambiamenti. Correzioni definitive furono eseguite sotto l'imperatrice Elisabetta II (1751-56). Questo lavoro rimane ancor oggi l'edizione tipica per i testi biblici del culto, in uso presso i Russi, Albo-Ruteni, Serbi, Bulgari. Sulla Bibbia di Elisabetta si basa anche la grammatica della lingua ecclesiastica-slava dello stupefatto, usata nei libri sacri (biblici e liturgici) dal sec. XVIII fino ad oggi.
Il periodo predetto è preceduto da quello paleoslavo delle recensioni settentrionali e meridionali (locali e nazionali) che vanno dal sec. XIII fino al XVIII, mentre la lingua di Cirillo e Metodio fiorisce dal sec. IX al XII.
Le versioni della S. Scrittura nelle lingue slave parlata si presentano in diverso modo. Negli ultimi secoli il numero delle nazioni slave si è raddoppiato. Altra è la condizione delle nazioni di rito bizantino, altra quella dei popoli di rito latino. I fedeli orientali (Russi, Ucraini, Albo-Ruteni, Serbi, Bulgari) apprendono e conoscono la lingua ecclesiastica-slava in grado tale che possono seguire la lettura delle Parenne (pericoli dal Vecchio Testamento), delle Epistole, e del Vangelo. E perciò la Bibbia fu tradotta nelle lingue parlate soltanto negli ultimi secoli. Le prime versioni nelle lingue parlate sono quasi sempre parti della S. Scrittura, pericoli per il culto, e fatte dalla Chiesa cattolica. Oggi tutte le nazioni slave (Albo-Ruteni, Bulgari, Cechi, Croati, Polacchi, Russi, Serbi, Slovacchi, Sloveni, Ucraini, Vendi) hanno la Bibbia nella propria lingua, edizione completa, ma non sempre fatta dai cattolici.
Meritano speciale menzione le antiche versioni. In ceco si ha la Bibbia detta Leskovska (tra il 1395 e il 1410). In albo-ruteno quella di Fr. Skorina (1517-19). In polacco quella di J. Wujek (1593). In croato quelle di Stefano Konzul Istranin (1521-80) e Giorgio Dalmatino (1550-89), protestanti; note sono le edizioni di Giorgio Donačić e Vuk Karadžić. In vendico, la versione cattolica di Svetlik (1650).