UNIONI PROFESSIONALI: V. ORDINI E COL-LEGI PROFESSIONALI.
UNITA' DELLA CHIESA. - La Chiesa è una, cioè indivisa in sé e distinta da ogni altra società. Pertanto l'u. è una proprietà essenziale della Chiesa e una delle sue note distintive. Si può considerare l'u. d. C. dal di dentro, ossia come appare alla coscienza di se medesima (punto di vista piuttosto dogmatico); e dal di fuori, come si manifesta a coloro che sono fuori di essa (punto di vista piuttosto apologetico).
I. L'u. COME PROPRIETÀ ESSENZIALE. - I. Nozione dell'u. d. C. - L'u. d. C. viene determinata dalla sua natura di società soprannaturale fondata dal Figlio di Dio. Come il genere umano forma un'unità di tutti i discendenti dal primo Adamo e dalla « madre di tutti i viventi » (Gen. 3, 20) Eva, così la Chiesa, società o comunità dei rigenerati, forma un'u. di tutti i discendenti dal secondo Adamo, Cristo, figli della seconda Eva, Maria, la quale è rappresentante e insieme tipo della Chiesa (Io. 19, 25-27; Apoc. 12). La Chiesa è pertanto una in Cristo, come anche nel suo sacerdozio e sacrificio che è quello di Cristo. È una nei suoi Sacramenti, specialmente nel Battesimo, mediante il quale l'uomo viene incorporato nell'u. d. C. e separato dal resto dell'umanità. Poi è una nel Sacramento dell'Ordine per il quale si ha l'u. col passato, la successione apostolica, e il quale è condizione indispensabile per il Sacramento dei Sacramenti, l'Eucaristia che unisce con Cristo e con tutti coloro che sono in Cristo; onde si chiarirà per eccellenza il Sacramento dell'u. d.
La Chiesa una in tutta la sua realtà ontologica, lo è anche nella sua verità, nel suo magistero e nella sua fede. Inoltre la Chiesa è una nel suo governo gerarchico organico. L'unità del magistero e del governo è essenzialmente concentrata nell'unico capo visibile della Chiesa, il Pontefice Romano, Vicario dell'unico capo invisibile Cristo e successore unico di Pietro a cui risale il principio della successione apostolica. L'u. caratteristica della gerarchia cattolica, dei vescovi e sacerdoti, e dei laici cattolici, consiste nell'unione con il successore di s. Pietro.
Entrano nell'ambito dell'u. altre nozioni affini. L'unità della Chiesa è la sua unità in quanto escludo altra simile. Poi l'u. d. C. può essere considerata nella successione del tempo, in quanto la Chiesa di oggi è identica con quella di ieri e domani (v. APOSTOLICITÀ DELLE CHIESE); essa può essere considerata nel raggruppamento di molti ceti in un tutto, nella sua diffusione dello spazio secondo l'estensione geografica tra i diversi popoli e nazioni (v. CHIESA); e può essere considerata nella sua profondità spirituale, cioè come unione con Dio mediante la Grazia di Cristo (v. SANTITÀ DELLA CHIESA). Insomma, l'u. d. C. come tale riguarda tutti i legami con cui essa è congiunta come corpo al suo capo Gesù Cristo; verità che ricorda s. Paolo in Col. 2, 19, esortando ad attenersi « al capo, da cui tutto il corpo disposto e compaginato per mezzo dei legamenti e delle giunture, cresce con aumento, che è da Dio ». Causa effettiva prossima dell'u. d. C. è la volontà di Cristo che intese fondare una sola Chiesa; causa ultima è la volontà di benepatico di Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo, fonte ed ultimo fondamento, nella sua unica divina essenza e nella sua libera volontà, di ogni unità organica esistente; la causa finale è indicata da s. Paolo quando afferma che tutte le cose saranno soggette al Figlio, come il Figlio sarà soggetto al Padre, « onde Dio sia tutto in tutte le cose » (I Cor. 15, 28).
2. Le fonti della Rivelazione sull'u. d. C. - a) S. Scrit-tura. - Nel Vecchio Testamento la Chiesa è prefigurata come una nell'arca di Noè, l'unica salvata dal diluvio universale; nell'unico popolo eletto, salvato dalla primigenia egiziana e introdotto, attraverso il deserto, nella terra promessa; si parla della Chiesa quando Isaia annunzia che « sarà negli ultimi giorni fondato il monte della casa del Signore sopra la cima di tutti i monti » (Is. 2, 2). Nel Cantico dei Cantici si dice della sposa come figura della Chiesa: « Una è la mia colomba, la mia perfetta, ella è unica della sua madre, la eletta della sua genitrice » (Cant. 6, 8). Nel Nuovo Testamento, Gesù parla due volte della Chiesa, e usa l'articolo (Mt. 16, 18 e 18, 17). Egli dice espressamente di aver voluto edificare « la sua Chiesa » sopra Pietro-pietra, dunque unica, distinta da qualsiasi altra che pretendesse di essere fondazione del « Figliolo di Dio vivo » (Mt. 16, 16). S. Giovanni riferisce il discorso di Gesù, in cui egli si chiama « il buon pastore » che predice che vi « sarà un solo ovile e un solo pastore » (Io. 10, 11; 14; 16), ovile che Gesù risorto affida, con tutti i « suoi agnelli » e con tutte le sue pecorelle », alla cura di Pietro (Io. 21, 15 sgg).
S. Paolo parla o della Chiesa in singolare, intendendo la Chiesa « una e universale, o delle Chiese in plurale, nel senso di Chiese particolari o locali, facenti parte della medesima Chiesa (per es.: Rom. 16, 16; « vi salutarano tutte le Chiese di Cristo »); pertanto quando parla in singolare, l'Apostolo indica la Chiesa come una: « Cristo è capo della Chiesa » (Eph. 5, 23), la quale è: secondo il medesimo apostolo, « il corpo » di Cristo, « ed egli è salvatore del corpo suo » (ibid. V. 23); subito aggiunge: « Uomini, amate le vostre mogli, come anche Cristo amò la Chiesa, e diede se stesso per lei... » (ibid. V. 25); « poiché nessuno odiò mai la propria carne ; ma la nutrisce e ne prende cura, come pure fa Cristo della Chiesa : perché siamo membra del corpo di lui, della carne di lui, e delle ossa di lui » (ibid. vv. 29-30). S. Paolo parla la Chiesa a una « sposa di Cristo »; con ciò ne dimostra l'unità e l'unicità. La sposa, essendo in sé una persona fisica, è congiunta con lo sposo, altra persona fisica, con legami anzitutto morali; ma, inoltre « i due saranno una sola carne » (Mt. 19, 5; Gen. 2, 24; Eph. 5, 31). Il corpo invece, contraddistinto dal capo, forma, insieme ad esso, un'unità più che morale, cioè organica e fisica. Dall'intrecciarsi di queste due immagini ne consegue che l'u. d. C. è più che puramente morale (cf. encicl. Mystici Corporis: AAS, 35 [1943], p. 222).
Secondo lo stesso s. Paolo, l'unione morale cosciente dei cristiani deve corrispondere all'unione ontologica della Chiesa; onde esorta gli Efesini ad essere « solleciti di conservare l'unità dello spirito mediante il vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come ancora siete stati chiamati a una sola speranza per la vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra di tutti, e per tutte le cose, e in tutti noi » (Eph. 4, 3-6; cf. 1, 22-23). Nel testo citato altri esegni intendono « spirito » come detto dello Spirito Santo. L'u. d. C. comprende dunque il corpo e lo spirito dei fedeli, consistente nella fede e nel Battesimo e, come ancora più chiaramente risulta dal I Cor. 12, 12-13, nel legame con lo Spirito Santo, con Cristo e con Dio Padre: « Come il corpo è uno, e ha molte membra, e tutte le membra del corpo essendo molte, tuttavia sono un solo corpo: così anche Cristo. Poiché tutti noi in un solo Spirito siamo stati battezzati per essere un solo corpo, o giudei, o gentili, o servi, o liberi; e tutti siamo stati abbeverati d'un solo Spirito ». E come nel Battesimo, così nell'Eucaristia si manifesta l'u. d. C.: « Un pane solo, un solo corpo siamo noi molti, quanti di quel solo pane partecipiamo » (I Cor. 10, 17).
b) Definizioni e documenti della Chiesa. - Come nel Simbolo Apostolico, così in tutti i simboli si fa la professione di fede « nella Chiesa » - non nelle Chiese « in una Chiesa », « nell'unica Chiesa ». Nel Simbolo Costantinopolitano: « in una, santa, cattolica ed apostolica Chiesa » (Denz-U, 86). Nella professione prescritta ai Valdesi (1208, sotto Innocenzo III): « Confessiamo
una Chiesa non di eretici, ma la santa Romana, cattolica ed apostolica (Denz-U, 423). Celebre è la bolla
«Unam sanctam » del 1302 di Bonifacio VIII, in cui
alla Chiesa si applicano Cant. 6, 8, il Ps. 21, 21: «Erre...
de manu canis unicam meam », Io. 19, 23: la « tunica
inconsutilis »: «onde della Chiesa una ed unica vi è
un corpo, un capo, non due capi come un mostro, cioè
Cristo e il vicario di Cristo Pietro, ed il successore di
Pietro » (Denz-U, 468). Occorre ricordare ancora tre
documenti: la lettera del S. Uffizio sull’u. d. C. (unicità)
del 1864 (Denz-U, 1686), l’enciclica di Leone XIII
Satis cognitum (v.) del 1896 sull’u. d. C., un invito che
tutti tornino all’u. (Denz-U, 1954 sgg.), e l’enciclica
di Pio XII Mystici Corporis Christi, quod est Ecclesia
del 1943 (AAS, 35 [1943], p. 193 sgg.).
c) Antichità cristiana. – Molto chiara per l’u. d. C.
è la testimonianza dell’antichità cristiana e dei SS.
Padri. Già nella Didachè si vede, in connessione con
l’Eucaristia, nel pane uno, raccolto da molti grani, un
simbolo dell’unificazione degli uomini nella Chiesa
(9, 4; 10, 5). S. Ignazio non solo insiste sull’u. d. C.
particolare unità sotto un unico vescovo con il suo clero
nel pane eucaristico (p. es., Philad., 4; Eph. 20, 2), ma
parla anche dell’« unico corpo della Chiesa » di Cristo
in generale (p. es., Smirn., 1, 2). Nel Pastore di Erma
«la torre » è la Chiesa (Vis., 3, 5, 1; Sim., 9, 17, 4). Per s.
Ireneo la Chiesa «abita una casa », ha un’anima e lo
stesso cuore, «annuncia la fede e la tramanda » possedendo
«una bocca » sola (Adv. haeres., I, 10, 2). Per Clemente
Alessandrino, come uno è il Padre, il Verbo, lo Spirito
Santo, così «una sola diventa madre vergine : mi è caro
chiamarla Chiesa » (Paedag., I, 6, 42, 1). Ed egli è del
parere che «la vera Chiesa è una ... l’una la quale le
eresie si sforzano di tagliuzzare in molte » (Strom., VII,
17). Secondo Tertulliano tutte le Chiese discendono dalla
prima Chiesa degli Apostoli; sono esse «prime ed apo-
stoliche, se tutte insieme provano l’unità » nella pace e
fraternità (De praescr. haer., 20, 4).
Chiarissima è la testimonianza di s. Cipriano, sia
nelle sue lettere, sia nel De catholicae Ecclesiae unitate.
Scrive: «Dio è uno e Cristo (è) uno ed una (è) la Chiesa
e una la cattedra fondata su Pietro dalla voce del Signore.
Non si può costituire né può nascere un nuovo sacer-
dozio fuori dell’unico altare e dell’unico sacerdozio.
Chiunque raccoglierà in altro luogo dissipa » (Ep., 43,
5). O anche: «La Chiesa è una, la quale non può essere
una (cioè la stessa) dentro e fuori. Se dunque è presso
Novaziano, non fu presso Cornelio (Papa) » (Ep., 69, 3).
Nel De cath. Eccl. unitate, cap. 5: «L’episcopato è uno,
di cui dai singoli (vescovi) una parte si tiene in solido.
La Chiesa una...; la Chiesa pervasa dalla luce del Signore
estende i suoi raggi per tutto l’orbe: però la luce è una
che viene diffusa ovunque, e non viene separata l’unità
del corpo ». Nel testo s. Cipriano cita Cant. 6, 8 e
Eph. 4, 4 e paragona la Chiesa a una madre feconda,
la Chiesa sposa di Cristo e la vede prefigurata nell’arca
di Noé (ibid. 6; cf. però PRIMATO DI S. PIETRO E DEL
ROMANO PONTEFICE).
Presso i grandi Padri e dottori orientali dei secc. iv
e v si possono raccogliere numerose testimonianze sull’u.
d. C. di fede e comunione della Chiesa universale.
Il Primato Romano come principio di u. vi si trova
più espresso nei fatti (ricorsi dottrinali e disciplinari
all’autorità suprema) che non nella dottrina. Sull’u.
del Corpo di Cristo sono molto espliciti s. Atanasio,
s. Basilio, s. Cirillo di Gerusalemme (spiegando il Sim-
bolo), s. Gregorio di Nazianzo, s. Epifanio; s. Giovanni
Crisostomo mette specialmente in rilievo l’unità di comunio
e di carità; anche s. Cirillo d’Alessandria è molto
esplicito su questo punto. Pure i dottori occidentali del
medesimo tempo rilevano l’u. del Corpo di Cristo:
s. Ilario, s. Ambrogio, s. Girolamo. Uno dei più chiari
in questo è s. Ottato Milevitano, secondo il quale Pietro,
capo di tutti gli Apostoli, chiamato pertanto Cephas, è
stato vescovo di Roma «nella cui cattedra si conserva
da tutti l’unità, in opposizione agli scismi » (Contra
Parmenianum Donatistam, II, 2).
La più ricca però è la dottrina di s. Agostino, che
illustra l’u. d. C. con varie immagini desunte dalla S.
Scrittura, e insiste, nella lotta contro i donatisti e pelagiani, nel primato dottrinale e disciplinare di Roma
come centro di unità; questa dottrina fu poi chiaramente
espressa da s. Leone Magno, il quale spiegò la sua successione affermando che Pietro fu eletto, «affinché,
sebbene nel popolo di Dio siano molti sacerdoti e molti
pastori, tutti li regga propriamente Pietro » (Serm., IV, 2).
d) Teologi. – Nel medioevo la teologia dell’u. d.
C. si andò lentamente perfezionando. In s. Tommaso
si trovano le grandi linee della dottrina sull’u. del corpo
di Cristo (Sum. Theol., 3ª, q. 8). Notevole è il De regimine christiano (1301-1302) Giacomo da Viterbo (v.),
che tratta in un capitolo speciale (1, 3) dell’u., vedendo
nell’unione della moltitudine dei fedeli piuttosto «unione » che non «unità ». La prima esposizione completa
su fondamento teologico-canonico fu scritta da Giovanni
Torquemada (v. de Ecclesia, in cui vendica l’u. contro gli scismatici occidentali e orientali.
Nei tempi moderni, i grandi teologi speculativi
Caietano, De Lugo, Suárez (Disp. IX de fide) espongono
i principi dell’u. d. C. Gli apologisti oppongono alle
false note, fatte valere dai protestanti, le vere note, prima di tutte l’u. come la intende la dottrina cattolica.
Con intento polemico svolgono l’argomento Suárez nella
sua Defensio fidei adversus Anglos, s. Roberto Bellarmino,
il card. Du Perron (contro la teoria del re Giacomo d’Inghilterra, che la Chiesa fosse, nella sua u. simile ad una
confederazione di società religiose che si accordano su
un minimo di credenze), il giansenista P. Nicole nel suo
trattato De l’unité de l’Eglise ou Réfutation du nouveau
système de M. Jurieu (Parigi 1687). Nei tempi più recenti
la nozione dell’u. d. C. fu riesaminata specialmente sotto
l’influenza della rinascita degli studi patristici. Occorre
ricordare il celebre libro di J. A. Möhler (v.), Die Einheit in der Kirche oder das Prinzip des Katholizismus,
dargestellt in Geist der Kirchenväter der drei ersten Jahrhunderte (1825), a cui, con molta probabilità, si ispirò
l’ecclesiologo moderno dei Russi dissidenti A. S. Chomjakov nel suo breve trattato La Chiesa è una (ca. il
1845). Prima e dopo il Concilio del Vaticano, fino ai nostri
giorni, sono apparsi molti trattati De Ecclesia, che si
occupano ampiamente dell’u. Ma la spinta ad indagini
più approfondite sull’u. d. C. è venuta dal cosiddetto
«movimento ecumenico » (v. ECUMENISMO) da parte dei
cristiani ormai divisi in innumerevoli denominazioni.
II. L’u. COME NOTA DISTINTIVA. –
1. Disunione
All’u. scisma (v.) cf. I Cor. 1, 10 sgg.).
l’eresia (v.), la laicizzazione, ossia la separazione graduale
dall’intera opera della Chiesa.
2. Falsi concetti dell’u
Nacquero nel corso dei secoli, o dal desiderio di giustificare la propria posizione scismatica o eretica, o anche dal tentativo dei cattolici di combattere le separazioni o di chiarire il concetto tradizionale di u. S. Cipriano, p. es., chiari contro lo scisma di Novaziano molti tratti essenziali dell’u. ecclesia sistica, però non ha sempre con abbastanza chiarezza e precisione espresso che l’unità del governo nella Chiesa trova la sua piena attuazione nella perpetuità del Primato di Pietro. Così nel tempo moderno Möhler, nello spiegare ai protestanti la vera u. di essa, mise in rilievo troppo esclusivamente il principio interno dell’u., cioè lo Spirito Santo, che attua l’unità mistica, trascurando il lato esterno e visibile; arrivò così a una concezione simile a quella di s. Cipriano, che corresse però e completò nell’opera posteriore, la Simbolica (1832).CONCILIA RISMO (v.) medievale, che metteva l’unità
e l’autorità dei concili universali al di sopra del Papa,
si deve in gran parte allo Scisma d’ACCIDENTE (v.). Analogo
è il conciliarismo degli orientalisti dissidenti, secondo cui
le singole Chiese autocefale nazionali, indipendenti tra
loro nel governo, formano una confederazione di comunità
coordinate e connesse soltanto con alcuni legami di carità per lo più poco intensi e, ogni tanto, con lo scambio
di idee. Forma di u. assai imperfetta, che non di rado
diventa disunione e persino scisma (come, ad es., la gerarchia attuale della Chiesa patriarcale di Mosca è in
stato di scisma di fronte alla gerarchia del metropolita
Anastasio, già residente a Karlovitsi in Jugoslavia, ora a Nuova York; la Chiesa di Mosca è pure in aperta lotta con il «Patriarca Ecumenico» di Costantinopoli).
Gli orientali pertanto hanno cominciato a concepire l’u. d. C., specialmente dai tempi dello slavofilo Chornjakov (v.), in senso vago e protestantizzante, come «soborson» (cioè, etimologicamente «conciliarietà»), storicamente però identico con «catolicità»), vuol dire «unità nella libertà e nell’amore», lasciando passare in secondo piano l’u. visibile della Chiesa; concezione già molto vicina a quella protestante, che vede l’u. d. C. prevalentemente negli elementi invisibili del Corpo di Cristo.
Mentre gli orientali dissidenti escludono ancora cattolici e protestanti dall’u. della vera Chiesa, cioè la propria, per avere i cattolici, secondo Chornjakov, esagerato il principio di u. e i protestanti quello della libertà, l’ecumenismo invece ha come base la teoria cosiddetta «dei rami», secondo la quale le confessioni cristiane sono rami del medesimo albero. Teoria condannata da Pio IX nel 1864, in quanto insegna che l’u. d. C. universale dovrebbe risultare dalle tre comunità cristiane insieme: la romano-cattolica, la greco-sicamica e l’anglicana. Anche Vladimiro Soloviev si è talvolta espresso come se l’u. d. C. universale risultasse soltanto dall’unione futura tra cattolici, bizantino-slavi dissidenti e protestanti; onde il suo assioma, «ceterum censeo instaurandam esse Ecclesiae unitatem», è vero soltanto nel senso che l’u. si debba restaurare col ritorno dei separati all’u.
3. Valore apologetico dell’u
L’u. non è soltanto proprietà essenziale della Chiesa, ma per tutti coloro che sono fuori di essa, è un segno di riconoscimento, una via per poter trovare la vera ed unica Chiesa. Essa è: a) la nota più comprensiva; le altre tre (o più) note si possono considerare come casi particolari dell’u. (v. SORA); b) la vera e piena u. risulta soltanto dall’insieme di tutti i legami esistenti essenzialmente nella Chiesa (cf. Col. 2, 19), cioè dei vincoli della fede, del sacrificio e dei Sacramenti, del governo unico e unito.III. Attuazione dell’u. d. C. – Oltre agli sforzi e atti di unione, da parte della Chiesa cattolica, specialmente del Papato definito dal russo Caadaev (1794-1856) «segno visibile dell’u. e, poiché vi è esistita separazione, inoltre segno di riunione», vi sono anche i tentativi di unione da parte dei dissidenti, con i loro successori fino all’ecumenismo attuale, pieno di slanci genuini, però essenzialmente infruttuosi, in quanto si cerca di fare a meno del fondamento di u., cioè della pietra posta da Cristo stesso a base della sua Chiesa.
Nessuno può negare che vi sia più u. nella Chiesa cattolica che non nelle comunità orientali dissidenti, e più presso queste che non presso i protestanti delle varie denominazioni. Non potendo negare il fatto della più grande u. nella Chiesa cattolica, i dissidenti cercano talvolta di invalidare il valore apologetico spontaneo e naturale, con l’affermare che l’u. cattolica è piuttosto effetto di una esterna coercizione, che frutto di intima convinzione.
Per ridurre i separati all’u. occorre una duplice specie di forze centripete: a) quelli oggettivi, istituite da Cristo stesso, cioè la Grazia interna e la roccia visibile di Pietro; b) quelle soggettive, cioè la libertà di cooperazione e l’esercizio delle virtù cristiane unitive, specialmente dell’umiltà e della carità fraterna, da ambedue le parti, e ciò in opposizione alle forze centrifughe dell’orgoglio e del particolarismo, concedendo a tutti nella comune casa di Dio la libertà, dovunque non viene in questione l’u. obbligatoria del dogma, cioè libertà nei riti e nelle sanze e tradizioni locali antiche e venerande. La forza centripeta ed unitiva «per eccellenza» l’ha insegnata Gesù nella preghiera sacerdotale: «Che siano tutti una sola cosa, come tu sei in me, o Padre, e io in te, che siano anche essi una sola cosa in noi» (Io. 17,21).