SCISMA. - Originariamente s. (σχίσμα) significa squarcio, fenditura, quindi divergenza di opinioni, dissenso; in particolare: divisione che separa i membri d'una stessa società. Nel linguaggio ecclesiastico significa la separazione dall'unità della Chiesa.
I. Nozione
S. Paolo usa il termine per i dissensi interni della comunità di Corinto, causati da diverse interpretazioni della dottrina cristiana (I Cor. 1, 10), dalla diversità delle classi (11, 18) e dall'egoismo naturale (12, 25). In II Cor., 18-19 ricorrono i due termini s. ed eresia (v.), la quale pare concepita come un aggravamento dello s. per divergenza dottrinale.I Padri apostolici non danno al termine s. un valore ecclesiologico tecnico. In s. Ignazio di Antiochia si ha la prima formula per un criterio di determinazione del vocabolos, da lui usato per indicare la separazione dal vocabolos, legittimo. S. perciò significò dapprima la rottura dell'unità nell'ambito della Chiesa locale, in rapporto al vescovo. Quindi per essere tutte le Chiese locali unite tra loro, lo spezzare la comunione con un vescovo particolare, era separazione dall'unità della Chiesa universale. S. Cipriano insisté chiaramente sul carattere universale dello s. Egli però non si ferma a distinguere lo s. dall'eresia e contro il novanzianismo usa i due termini promiscuamente. Ma ammette una certa distinzione e considera l'eresia come più grave (Epist., 51, 1; PL 4, 352-53), con relazione al-l'insegnamento (Epist., 55, 1; PL 3, 822-23). Anche s. Ireneo (Adv. Haer., IV, 33, 7; PG 7, 1076) con s. aveva indicato la rottura dell'unità, senza detrimento per la fede. S. Ottato di Milevi ne notò la differenza, riscontrando nell'eresia la corruzione della fede e nello s. la separazione dall'unità (De schism. donatist., I, capp. 10-11; PL 11, 906-907). La distinzione netta ricorre anche in s. Basilio (cf. Epist., 188, canonica 1ª; PG 32, 665). S. Agostino distinse bene tra eresia, che viola la fede, e s., che spezza la comunione fraterna (De fide et symb., cap. 10; PL 40, 193). Nel difendere, però, la costituzione dell'imperatore Onorio, che sottoponeva i donatisti alle pene sancite contro gli eretici, espresse l'idea che ogni dissenso, protraendo, finisce nell'eresia e che ciò appunto era avvenuto nel donatismo (Contra Cresc., II, cap. 7; PL 43, 471). Anche s. Girolamo rilevò che ogni scismatico, per giustificare la sua secessione, dà vita ad una eresia (In epist. ad Tit., cap. 3, vv. 10-11; PL 26, 598). Al tempo della scolastica, quando si incominciò ad elaborare un trattato sulla natura e sugli effetti dello s., si arrivò a concepire lo s. come ribellione al papa. Le controversie dei secc. XVI-XVII confermano l'insistenza esclusiva del concetto di s. come defezione dal papa. Le polemiche per gli s. posteriori non apportarono nuovi elementi.
II. NELLA DOGMATICA
Lo s. è la volontaria separazione dall'unità della Chiesa in quanto società risultante dai fedeli come membri e dal romano pontefice come capo. Scismatici sono coloro che riuscano di sottostare al pontefice e di comunicare con coloro che sono sottoposti a lui (CIC, can. 1325 § 2). Per i protestanti, che negano la visibilità e la costituzione gerarchica della Chiesa, è estranea la nozione cattolica di s. I cristiani separati e gli anglicani per la differente ecclesiologia concepiscono lo s. come una rottura con la Chiesa locale o nazionale, in rapporto al vescovo. Essi infatti considerano la Chiesa come confederazione di Chiese particolari autonome. I Sacramenti amministrati dagli scismatici sono validi, se ne sono integri gli elementi essenziali.III. NELLA MORALE
Lo s., secondo s. Tommaso, (Sum. Theol., 2ª-2ªc, q. 39) è un peccato contro la virtù della carità. Si oppone infatti direttamente alla comunione ecclesiastica e all'unità, che è effetto della carità.Lo s. si divide in misto e puro a secondo che la separazione dall'unità sia accompagnata o non da eresia. Dopo che il Concilio Vaticano definì verità di fede il primato del romano pontefice, non è più possibile lo s. senza l'eresia. Teoricamente però sono due peccati distinti, per la diversità dell'oggetto formale. Lo s. infatti si oppone all'unità, effetto della virtù della carità, mentre l'eresia si oppone alla virtù della fede. Il peccato di s. dice di più della semplice disobbedienza, perché importa una ribellione e la negazione dell'autorità legittima. Tale peccato è per sé mortale e non ammette parità di materia, cioè non può essere veniale, se non per mancanza di avvertenza.
Come l'eresia, il peccato di s. viene diviso in: 1) formale e materiale, se è congiunto o non con la pertinacia; 2) interno ed esterno se risiede solo nell'anima oppure manifestato esteriormente; 3) pubblico ed occulto, se manifestato ad un numero considerevole di persone o no.
Gravissime sono le conseguenze di questo peccato. Lo scismatico, trovandosi volontariamente fuori della Chiesa, non partecipa alla vita divina del corpo mistico ed è privato dei mezzi di santificazione. Allo scismatico infatti, anche se in buona fede, non si possono amministrare i Sacramenti, se prima non sia riconciliato con la Chiesa (can. 731 § 2). Si può fare una eccezione per il caso del pericolo di morte, nel quale, per assicurare la salvezza dell'anima, si possono, rimosso ogni pericolo di scandalo, amministrare i Sacramenti della Penitenza ed Estrema Unzione, almeno sub condicione, se lo scismatico sia privo di sensi, o se, avendo l'uso dei sensi, sembri opportuno lasciarlo nella buona fede.
IV. NEL DIRITTO CANONICO
Lo s. è messo alla pari con l'eresia (can. 1325 § 2). A norma del can. 2242 § 1, è un delitto, che esige nel soggetto la piena avvertenza e l'ostinazione in materia grave, oltre la manifestazione pubblica o almeno il carattere per sé esterno e costatabile. Quindi, se un atto che può sembrare di s. è fatto senza consapevolezza, non si ha il delitto. Se alcuno, per grave delitto, invitus, venisse separato dalla comunione dei fedeli con la comunione, sarebbe scomunicato, ma non scismatico. Per gli scismatici le pene ecclesiastiche sono quelle stesse sancite agli eretici (v. ERESIA).V. NELLA STORIA DELLA CHIESA
Si accenna qui ai principali s., rimandando per un più ampio svolgimento alle rispettive voci. Sino dal tempo degli Apostoli vi furono dissidi, che però non rivestirono il carattere di s. nel senso attuale della parola. Si trattava di dissensi interni delle comunità, come quelli ai quali accenna s. Paolo e, alla fine del sec. I, s. CLEMENTE X (v.). Nel sec. II il Pasqua (v.) minacciò uno s. tra la Chiesa di Roma e quelle dell'Asia, che poté essere evitato. Ma un partito di giudei convertiti prese a celebrare la Pasqua alla maniera giudicata ed ebionitica, conSCISMA - SCISMA D'OCCIDENTE
Schisme, in D'ThC, XIV, 1, col. 1286 sgg.; H. Lesètre, Schisme, in DB, V, 1529 sgg.; P. Hayoit, Les délits d'hérésie, d'apostasie et de schisme, in Rev. dioc. de Tournai, 5 (1930), p. 134 sgg. Per lo studio dei singoli s. e della voce CONCILIO V. BIBLICA. delle rispettive voci. Vincenzo Carbone