Stipendiatodai principe Sigismondo Chigi cominciò dal 1775 a dare alle stampe tutta una serie di importanti monografie illustrative di monumenti e di iscrizioni dell'antica Roma. Fondamentale: Il Museo Pio-Clementino (7 voll., Roma 1782-1807), in cui sono descritte e criticamente illustrate tutte le sculture della raccolta costi-tuita in Vaticano da Clemente XIV e da Pio VI.
Lasciatosi prendere, nonostante l'ambiente in cui era nato e vissuto, dalle teorie novatrici della Rivoluzione Francese, fece pervenire a Parigi un elenco di cittadini romani particolarmente avversi al governo pontificio. Il che spiega come egli aderisse immediatamente al regime repubblicano instaurato in Roma dall'esercito francese nel 1798 e partecipasse alle pubbliche cose (da G. B. ed E. Q. Vincenzi, Il Museo Pio Clementino, Milano 1818).

VISCONTI, ENNIO QUIRINO - Ritratto. Incisione di Locatelli.
VISCONTI, FAMIGLIA - Lo stemma dei
V. sul balcone della Loggia degli Osti, costruita nel 1316 da Matteo V
Milano.Prima come ministro dell'Interno e poi in qualità di consolore della Repubblica, nel tempo stesso in cui dirigeva la sezione di antichità dell'Istituto nazionale creato in Roma sul modello dell'Institut de France. Venne però ben presto in contrasto con i nuovi dominatori perché si oppose alle loro malversazioni, tanto che fu rimosso da tutte le sue cariche. La restaurazione del 1799 lo consigliò di rifugiarli a Parigi, dove gli venne affidata la direzione del Museo di scultura antica del Louvre, insieme con l'insegnamento dell'archeologia e della storia antica. Ed a Parigi trascorse gli ultimi vent'anni della sua vita, pubblicandovi l'opera sua maggiore, l'Economia greca, mentre lasciò in corso di stampa l'Economia romana l'una e l'altra fondamento di tutti gli studi posteriori in materia, non ostante i progressi della scienza archeologica.
Suo figlio Luigi (1791-1853) fu uno dei maggiori architetti del primo Ottocento francese: gli si debbono i progetti per l'ampliamento del Louvre ordinato da Napoleon III e la tomba di Napoleone I nella cripta degli Invalidi.
VISCONTI, FAMIGLIA - Famiglia feudale del milanese che dal 1277 sino all'estinzione nel 1447 tenne, quasi ininterrottamente, la signoria di Milano, ottenendo anzi il titolo ducale. Trascurando le leggende cortigiane del Trecento, storicamente è una di quelle famiglie di capitani dell'arcivescovo che dall'arcivescovo Landolfo (978-98) ottennero in feudo le decime delle pievi: nel 1157 essa possiede appunto un terzo delle decime di Marliano: doveva aver già ottenuto l'ufficio di visconte, di cui nel sec. XIII ri
vendicava i vantaggi fiscali, e certo dal suo vessillo (derivato dal serpe di bronzo che è in S. Ambrogio) venne il suo stemma. La famiglia si divise e indebolì, e se ne trovano rami a Cremona e a Novara: un Ottone V. muore a Roma nel 1111 per salvare l'imperatore Enrico V dai ribelli.
Capostipite noto dei futuri signori è Uberti V. (nel 1248) che ebbe parecchi figli: da uno di essi nacque Tebaldo, padre di Matteo I, ucciso dai Torriani nel 1276. Zio di esso era Ottone V., il futuro arcivescovo. La fortuna della casa venne da questa elezione e dalla capacità politica del suo pronipote Matteo, non dalla posizione, mediocre, della famiglia. Ottone, canonico di Desio, fu mandato dall'arcivescovo esule, Leone da Perego, a papa Innocenzo IV, e, da Urbano IV, nel 1262, fu prescelto arcivescovo di Milano in confronto a due altri candidati; ma solo nel 1277, essendosi stretti a lui i nobili espulsi e con essi avendo vinto a Desio i Milanesi e catturato Napo della Torre, signore di fatto della città, poté entrare in Milano ed esserne eletto signore, ma sostenendo per lunghi anni una ostinata guerra con gli espulsi e con le altre città lombarde. Nel 1287 si ridusse quasi al solo governo ecclesiastico col fare eleggere capitano del popolo Matteo: morì nel 1295 (8 ag.) a Chiaravalle: il suo sepolcro è nel Duomo. Si ha ora la prima fase della Signoria di Matteo (1287-1302) che nel 1294 fu legittimata con il vicariato di Lombardia e con essi gli imperatore Rodolfo, ed ebbe colore o piuttosto relazioni ghibelline: benché in fatto i due partiti italiani avessero carattere locale. Riconfermato capitano dal 1289 di 5 in 5 anni, e nel 1298 dall'imperatore Alberto, non poté resistere all'ostilità delle città lombarde e nel 1302 andò in esilio a Nogarole nel Veronese. La discesa di Enrico VII nel 1310 lo riconduce quale cittadino a Milano, ma presto la ribellione dei Guelfi dei Torriani gli fece ottenere dall'Imperatore il vicariato di Milano e malgrado la morte di Enrico, per la abilità sua e dei figli, Piacenza, Bergamo, Lodi, Como, Cremona, Alessandria, Tortona, Pavia, Vercelli, Novara, gli erano nel 1315 sottomesse. Dal 1316 gli si oppose papa Giovanni XXII, e dal 1320 organizzò una vera coalizione contro di lui il legato Bertrando del Poggetto. Scomunicato e poi condannato quale eretico, nel 1322 lasciò il governo al figlio Galeazzo: morì il 24 giugno a Crescenzago, e solo nel 1342 poté essere sepolto in terra consacrata. Dalla moglie, Bonacossa Borri aveva avuto cinque maschi (Galeazzo, Marco, Giovanni, Luchino, Stefano) e varie femmine. Galezzo I, nato nel 1277, fu capitano del popolo a Milano nel 1298, esule a Ferrara, ove sposò nel 1300 Beatrice d'Este, vicario imperiale nel 1313 per Enrico VII a Piacenza di cui divenne poi signore. Combatté con il fratello Marco, valoroso capitano, contro la coalizione guelfa, ma, successo al padre, dovette nel 1322 abbandonare Milano, ove tornò nel mese seguente e con gli aiuti ghibellini e imperiali allontanò i Crociati giunti sotto la città. Venuto a Milano nel 1327 l'imperatore Lodovico, da cui era stato creato vicario imperiale, fu da lui carcerato a Monza e liberato solo l'anno dopo a Roma: morì il 6 ag. 1328 a Pescia, rifugiato presso Castruccio signore di Lucca. Da Beatrice aveva avuto solo il figlio Azzone, che dall'Imperatore, bisognoso di denaro, ottenne il vicariato di Milano, ove, tornato, trattò con il Papa sì che fu levato l'interdetto sulla città. Assediato da Lodovico per questo, lo allontanò con denaro. Sottomessosi formalmente nel 1331 a re Giovanni di Boemia, partecipò poi alla lega contro di lui, ottenendo così Bergamo, Vercelli, Cremona, Como, Lodi, Crema, Borgo S. Donnino e Piacenza. Aderendo infine alla coalizione antiscaligera nel 1337 conquistò Brescia, ma alla fine della guerra la Compagnia di S. Giorgio, formata dai mercenari licenziati, marciò su Milano e fu a stento sbaragliata a Parabiago (19 febbr. 1339). Il 16 ag. seguente Azzone moriva senza figli. A lui si devono le mura e il Palazzo accanto al Duomo, poi reale. Gli successe anzitutto il fratello Luchino che, fino allora dedito alle armi, estese il dominio nella valle del Ticino,
e in Piemonte con Asti, Tortona, Alessandria, Alba, Cherasco, nonché Parma, Pavia e Pontremoli; la sua opera meno brillante di quella successiva del fratello Giovanni ne fu la necessaria preparazione verso l'esterno e di consolidamento all'interno, fra cui la costituzione di un ingente patrimonio. Lasciò un solo bambino legittimo della terza moglie Isabella Fieschi, che fu escluso dalla successione. Quando egli morì il 24 genn. 1349, le sue truppe erano sotto Genova. Il governo passò al fratello GIOVANNI che gli era associato nella Signoria. Questi, canonico di Milano, era stato creato cardinale di S. Eustachio dall'antipapa Niccolò V (19-20 genn. 1329), ma aveva rinunciato poi nelle mani di Giovanni XXII il 15 sett. successivo. Nominato vescovo di Novara il 19 agosto 1331, era passato arcivescovo a Milano il 17 luglio 1342. Egli richiamò i figli ed i nipoti del fratello Stefano (m. nel 1327) e di Valentina Doria, allontanati da Luchino, designandoli alla successione. Signore magnifico, amico del Petrarca, si pacificò con i vicini, Genova, Savoia, Monferrato, Gonzaga, Della Scala, per espandersi verso due centri vitali della politica italiana: Bologna, fattasi cedere dai Pepoli (1350) e di cui, dopo essere stato comunicato, ottenne dal Papa il vicariato; da qui tentò un'infezione invasione in Toscana finita con la Pace di Sarzana nel 1353; Genova, datasi a lui (1353), poiché battuta da Venezia e insidiata dai fuorusciti. Con questi due acquisti lo Stato visconteo divenne predominante in Italia e contro esso si formò da Venezia una Lega durante la quale il 5 ott. 1354 Giovanni moriva a 64 anni: fu sepolto nel Duomo nell'arca del predecessore e anteposto Ottone.
Successero i tre nipoti MATTEO II, GALEAZZO II, BERNARDO, che si spartirono il Ducato in tre parti, presto ridotte a due per la morte di Matteo. Milano rimase in comune: Galeazzo ebbe la parte occidentale, Bernabò l'orientale. Il primo risiedette a Pavia, vi costruì il castello di cui fu ospite il Petrarca e fondò l'Università; fu meno intrigante di Bernabò, anche se assalito dalle successive leghe antiviscontee; cercò di creare uno Stato in luogo di una serie di città ancora autonome. Malgrado si ricordi di lui la «Quaresima di Galeazzo» (una sequela crescente di torture e di mutilazioni) fu giudicato, forse per il confronto con il fratello, uomo mite; su di lui influì la moglie Bianca di Savoia, sorella del Conte Verde, di una famiglia e una corte più raffinata. Ottenne per l'unico figlio Gian Galeazzo, ancora bambino, la mano di Isabella, figlia di Giovanni II re di Francia, e un riconoscimento della nuova posizione della famiglia. Morì il 4 ag. 1378. Ben diverso fu invece il fratello Bernabò, nato nel 1323, esule lui pure al tempo dello zio Luchino, e sposato nel 1350 a Regina della Scala, figlia di Martino II, ricordata a Milano dal nome del teatro sorto al posto di una chiesa da lei fondata; donna capace e apprezzata dal marito che pure fu molto infedele (20 figli naturali). Per la bizzarra del suo carattere offrì molti spunti ai novelli di tempo; con lui lo Stato visconteo, indebolito dalla divisione, fu continuamente aggressivo e perciò occasione di molte leghe ostili (1362, '67, '69, '72) quasi sempre promosse dai papi. Invano cercò di riavere Bologna, ribellatasi, che rimase infine alla Chiesa; in compenso occupò nel 1372 Reggio. Sposò con ricchissime doti le molte sue figlie, di cui parecchie in Germania e Austria, e una Caterina anche al nipote Gian Galeazzo che, prevedendo forse una mossa dello zio, lo catturò il 6 maggio 1385 e ne occupò lo Stato: Bernabò moriva il 19 dic. 1385 a Trezzo, si crede avvelenato. Il suo sepolcro, opera di Bonino da Campione, è ora al Castello Sforzesco. Gian Galeazzo (n. a Pavia il 16 ott. 1351, m. a Melegnano il 3 sett. 1406) aveva combattuto contro lo zio Amedeo di Savoia nel 1372, e nel 1373 a Montechiari con l'Acuto; morto il padre, mostrò un'apparente inerzia, sospettoso dell'avidità dello zio Bernabò.
Riunito lo Stato, rivelò la sua ambiziosa attività nell'approfittare di ogni debolezza degli Stati vicini e lontani, e assicurandosi i migliori condottieri italiani. Con abilità spregiudicata si servì di Padova per occupare nel 1387 Verona e Vicenza, e di Venezia per avere Padova nel 1388. Resiste nel 1390-92 alla lega promossa da Fi
renze e Bologna, perdendo solo Padova nella Pace di Genova, dopo aver battuto (1391) ad Alessandria i mercenari francesi del d'Armagnac chiamati da Firenze. La pace era una tregua, durante la quale Firenze e i suoi alleati lavorarono a mettergli contro il re di Francia (marito di una nipote di Bernabò) per guadagnarsi il quale Gian Galeazzo aveva data nel 1387 la figlia Valentina al fratello del Re, Luigi, poi duca d'Orléans; si impedì così al V. di ottenere Genova passata in mano della Francia (1396), mentre Gian Galeazzo cercava un compenso con l'imperatore Venceslao che lo creava l'11 maggio 1395 duca di Milano e nel 1397 gli dava il nuovo titolo di duca di Lombardia. Dal 1397 al 1399 invano cercò di occupare Mantova, difesa dalla Lega e infine anche da Venezia. Nel 1399-1400 egli diviene signore di Pisa, Siena e Perugia.
Nel 1401 la Lega fa scendere in Italia il nuovo imperatore Roberto, sconfitto a Brescia (ott.); l'anno dopo, il 23 giugno 1402, a Casalecchio presso Bologna era vinta la Lega e Bologna diveniva viscontea: Firenze era minacciata da vicino ma Gian Galeazzo moriva appena due mesi dopo, lasciando uno Stato più esteso che forte, dopo i terribili sacrifici impostigli, e dopo aver atteso quasi da solo a organizzarlo finanziariamente. Nel suo testamento divise lo Stato tra i figli avuti da Caterina figlia di Bernabò, GIOVANNI MARIA (n. nel 1388) duca di Milano e FILIPPO MARIA (n. nel 1392) conte di Pavia. Lo ricordano la ricostruzione del duomo di Milano, e la certosa di Pavia ove è sepolto. Il nuovo duca, prima sotto la tutela della madre, poi dei vari condottieri, ultimo il crudele Facino Cane, venne ucciso il 16 maggio 1412, e non lasciò eredi. Gli successe il fratello FILIPPO MARIA che in una prima fase ricostituì lo Stato paterno in Lombardia, Piemonte ed Emilia ed acquistò nel 1421 anche Genova. Nella seconda fase si ingeri in Romagna; gli si oppose Firenze, che, spesso battuta, indusse nel 1426 a intervenire Venezia nel timore che Filippo pensasse a riprendere Verona e Vicenza. Ne seguì una lotta costante anche se interrotta da paci (1433 e 1441) per cui Filippo perdette Brescia e Bergamo cedute a Venezia. Natura sospettosa, si alienò il condottiero migliore delle sue prime fortune, il conte di Carmagnola, passato a Venezia, e alternò paci e rancori con il genero Francesco Sforza, marito dell'unica figlia naturale, Bianca Maria. Morì, senza indicare un vero successore, il 13 ag. 1447, finché lo Sforza fu riconosciuto duca di Milano (1450). Finiva così la linea diretta; restando i diritti degli eredi di Valentina, cioè degli Orléans di Francia. Bianca Maria morì il 23 ott. 1468 a Melegnano: donna colta e intelligente, aveva aiutato il marito a consolidare la sua autorità nel Ducato.
"Di altri rami antichi, quello di Oleggio (Novara) si estinse nel 1366 con GIOVANNI da OLEGGIO, signore di Bologna (1355-60), ribellatasi a Matteo II, poi di Fermo. Continua ancora in Milano quello dei duchi di Uberto, fratello di Matteo I; questo ramo ebbe nel 1700 il marchesato di Modrone, creato ducato da Napoleone I.
