YEMEN

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YEMEN. -

I. GEOGRAFIA

Stato dell'Arabia sudoccidentale, compreso tra la provincia s'a'udita del 'Asir ed il protettorato britannico del Hadramut. Abbraccia un breve tratto di costa sul Mar Rosso, di fronte all'Eritrea, terminando sullo stretto di Bab el-Mandeb con la zona di Sejh Sa'id (1622 kmq. e 1000 ab.).

Lo Y. è costituito da una ristretta (40-50 km.) fascia litoranea, da cui si ascende con rapidi dislivelli sull'alto-piano, che rappresenta la parte più estesa e meglio abitata del paese. L'altopiano, al pari di quello eritreo, risulta da masse di origine vulcanica, profondamente incise da valli e sormontate da rilievi sollevatissimi sino a 3760 m. nel Gebel Hadur. Verso l'interno mancano limiti ben definiti; perciò la superficie dello Y. è variamente calcolata: si può accogliere come vicina al vero l'opinione che gli assegna in complesso 80 mila kmq.

Il clima, caldissimo nella desolata cimosa costiera, si fa meno eccessivo nell'interno, con l'altitudine, ma ha carattere di forte continentalità, con accentuati contrasti termici fra il giorno e la notte. Le piogge cadono in primavera ed in estate, con una media di regola inferiore ai 500 mm. annui sull'altopiano.

Qui, dove sono possibili le colture, si raccolgono cereali (frumento, orzo, dura), ortaggi e frutta (banane, uva, albicocche, mango); maggiore notorietà deve lo Y. alla sua produzione di caffè, che alimenta una considerevole corrente esportatrice ed eccelle per qualità (Moca). Poco si conosce delle riserve del sottosuolo; accertata tuttavia l'esistenza di ferro e salgemma.

La popolazione, molto variamente valutata, si aggira con ogni probabilità sui 3,5 milioni di ab., quasi tutti sedentari e musulmani di rito zajdita. I sunniti sono poco più di mezzo milione, 70 mila gli ebrei. I centri abitati appaiono relativamente numerosi, ma piccoli: i maggiori corrispondono alla capitale San'a', che sorge sull'alto-piano a 2200 m. di altezza, ed al suo sbocco sul Mar Rosso, Hodejdah (30 mila ab.). Altri porti sono Lohajjah e Moca (al-Mahjá), quest'ultimo assai decaduto.

Lo Y. costituisce un principato resosi indipendente dalla Turchia nel 1915; il potere è concentrato tutto nelle mani dell'imam, o sovrano, che lo esercita per mezzo di ministri da lui scelti.

BIBL.: A. Grohmann, Südarabien als Wirtschaftsgebiet, Paga-Vienna 1922-23; C. Ansaldi, Il Y. nella storia e nella leggenda, Roma 1923; S. Aponte, La vita segreta dell'Arabia felice, Milano 1936; E. Bremond, Y. et Saoudia: l'Arabie actuelle, Parigi 1937; H. Scott, In the high Y., Londra 1942; A. Faronghy, Introducing Y., Nuova York 1947.

Il storia politica. - La mitezza del clima e la fertilità del suolo consentendo lo stabilirsi di una cultura sedentaria, conferiscono alla costa sud-occidentale dell'Arabia caratteri storici notevolmente autonomi rispetto al resto, prevalentemente desertico, della penisola. Già ed almeno dall'inizio del 10° millenario a. C. vi si costituiscono solidi Stati, in cui si sviluppano il commercio e l'agricoltura. Questi Stati, unificati in uno solo intorno al sec. III d. C., soccombono poi all'occupazione etiopica, persiana, ed infine, nel sec. VII, a quella islamica, che riduce lo Y. a provincia del grande Impero dei califfi. La decadenza e lo smembrarsi di questo, due secoli dopo, rinnova la vicenda autonoma della regione, sotto dinastie locali. Tra queste prevale progressivamente quella degli imam zajditi, che, superate varie fasi di temporanea

dominazione straniera (principali quella degli Ajjubidi di Egitto e le due dei Turchi ottomani), unificano nel presente secolo lo Y. sotto il loro controllo. Dal punto di vista religioso, lo Y. presenta così il fenomeno, unico nel mondo islamico, della prevalenza del ramo s'ita moderato (v. sétte); invece l'estremismo isma'ilita e caramata, pur attaccando a più riprese la regione, non è riuscito ad affermarsi.

1. Lo Y. presila-mico. - a) Le fonti. - La più antica storia dello Y. è nota attraverso un complesso di ca. 4000

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YEMEN - Statua di bronzo scoperta a Marib negli scavi del 1951-52.

struita una famosa diga per l'arginamento del fiume Adanat. Seguì un periodo di governo laico, al cui capo erano dei re ed una oligarchia di capi militari e di proprietari terrieri. La potenza dello Stato aumentò progressivamente: intorno al 115 la capitale fu spostata a Zafár, e i re aggiunsero al titolo di Saba quello di Dů Rajdán. Si affermava intanto la tribù dei Himjariti (Omeriti presso gli scrittori classici), il cui nome finì con il prevalere nella denominazione dello Stato. Probabilmente poco prima dell'inizio dell'era cristiana avvenne l'assorbimento del regno minore, il quale aveva in precedenza raggiunto notevole fioritura, estendendosi con colonie commerciali (Dedán, oggi al-'Ula) sulla via del nord. Poco dopo, la stessa sorte toccò al Qatābān, e verso il sec. II al Hadramūt. Nelle iscrizioni di entrambi questi Stati compaiono i mkbr, il che fa supporre uno svolgimento storico analogo a quello di Saba.

Così, ca. il sec. III d. C., lo Y. era unificato sotto una dinastia nazionale. Tale situazione, tuttavia, non durò a lungo. L'introduzione del giudaismo e del cristianesimo determinò lottie religiose interne, con il conseguente indebolimento dello Stato. Già per buona parte del sec. IV la regione aveva subito una occupazione etiopica: quando, all'inizio del sec. VI, il re Dů Nuwās prese a perseguitare i cristiani, l'Etiopia intervenne di nuovo in aiuto di questi, occupando il paese (525; V. sotto).

Dal 525 al 575 lo Y. rimase sotto l'Etiopia: e malgrado qualche velleità espansionistica dei suoi governatori (quale la famosa spedizione di Abraha verso il nord, di cui è rimasta traccia nel Corano), andò progressivamente decadendo, con il declinare della sua attività commerciale, cui non fu estranea la rottura, avvenuta nel 542, della famosa diga di Mārīb. Nel 575 la regione fu occupata dai Persiani e, a 630 passò sotto lo Stato islamico.

2. Lo Y. islamico. — a) Fino all'occupazione degli Ajjūbidi (630-1173). — Per ca. due secoli lo Y. fu retto da governatori dei califfi. Poi, agli inizi del sec. IX d. C., con un fenomeno parallelo a quello delle altre regioni periferiche dell'Impero islamico, i governatori si resero progressivamente autonomi, costituendo dinastie locali, che si divisero la regione fino alla sua riunificazione sotto gli Ajjūbidi. Si distinguono nella storia di questo periodo quattro zone. In quella di Zabīd regnano successivamente: Zijādīd (819-1018); Naqāhīd (1021-1158); Mahdīd (1159-73). In quella di San'ā': Ça'furīd (861-997), sotto i quali si affermarono carmati (v.); Šulajhīd (1037-1101), ismā'īlītī, che dal 1062 al 1080 si impadronirono anche di Zabīd; Hamdānīd (1098-1173). Nella zona di Sa'dah; imām zajdītī (detti Rasītī), la futura dinastia nazionale (18° serie: 893 - ca. 1300). Nella zona di Aden: Zuraj'īdī (1083-1173), ismā'īlītī.

b) Dall'occupazione degli Ajjūbidi alla fine di quella degli Ottomani (1173-1918). — Lo Y. fu riunificato sotto l'occupazione degli Ajjūbidi di Egipto (1173-1228; V. EGITTO). Ad essi subentrarono le dinastie nazionali dei Rasūlīdī (1229-1454) e dei Tāhirīdī (1446-1517); quindi lo Y. fu annesso all'Impero ottomano.

Si distinguono due periodi nella dominazione ottomana. Il primo (1517-1633) fu interrotto dal risveglio degli imām zajdītī che, soppressi dai Rasūlīdī, ca. il 1300, ripresero intorno al 1591 e nel 1633 riuscirono ad espellere gli Ottomani impadronendosi di San'ā' (2° serie, detta degli imām di San'ā' che dura tuttora). Il secondo periodo va dal 1871, quando gli Ottomani riuscirono a riprendere il controllo sulla regione, fino al 1918, allorché, con la sconfitta nella prima guerra mondiale, la persero definitivamente.

c) Dalla fine dell'occupazione ottomana all'epoca presente. — Già negli ultimi anni della dominazione ottomana, l'imām zajdītī Jahjā aveva lottato aspramente per l'indipendenza dello Y. Ottenutala, instaurò una politica interna di tolleranza verso la minoranza sunnita, onde non minare l'unità del paese; perseguitò invece i resti degli ismā'īlītī, che tante agitazioni vi avevano portato. Quanto alla politica estera, si mantenne in relativo isolamento, non inviando e non accettando ambasciate dai paesi europei ed ostacolando l'ingresso nello Y. dei loro

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(da Bull. of the Am. Schools of Or. Hissotch, 101 [152], Pg. 7)
Yemen - Pienta della sala d'ingresso del tempio della Luna, scavato a Mârib nel 1951-52. Nella parte anteriore una fila di colonne, quindi una triplice porta che immette nella sala, intorno alla quale è un peristilio.

sudditi. Tuttavia strinse trattati di amicizia con vari Stati, in primo luogo con l'Italia (1926) e poi con la Russia, l'Olanda, l'Inghilterra e la Francia. Condusse azioni militari sui confini, nell'intento di aumentare il suo dominio, ma con esito negativo: nel 1928 gli Inglesi fermarono il suo attacco contro Aden; nel 1930 e 1934 Ibn Sa'd respinse le azioni contro l'Asir ed il Naqrân, annettendo egli stesso queste regioni.

Un progresso nelle relazioni internazionali dello Y. è stato, nel 1945, l'ingresso nella Lega araba, nel 1946 l'allacciamento di relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti e nel 1947 l'ingresso all'O.N.U.

Nel 1948 l'imâm Jahjâ morì assassinato; l'autore del colpo di Stato, 'Abdallâh al-Wazîr, salì al trono, ma fu poco dopo vinto e fatto impiccare dal figlio primogenito dell'imâm, Ahméd.

BIBL.: la bibli. sullo Y. è scarsa e non soddisfacente. Oltre alle opere citate nel corso della voce, cf. in generale: C. Ansaldi, Il Y. nella storia e nella leggenda, Roma 1933 (con riserve).

Y. precisiamo. Bibliografia periodica: S. Mosari, Bibliographia sémitique, in Orientalia, 16 (1947), pp. 103-29; 17 (1948), pp. 91-102; 19 (1950), pp. 446-78 (continua). Opere d'assieme: D. Nielsen, Handbuch der altaarabischen Altertumskunde, I. Die altaarabische Kultur, Copenhagen 1927; H. St. J. B. Philby, The background of islam, being a sketch of arabian history in pre-islamic times, Alexandria 1947; 'Ali Gawwâd, Ta'rih al-'Arab qabla 'l-Islam, I, Bagdad 1951.

Y. islamico: H. C. Kay, Yaman, its early medieval history, 1892; S. Lane Poole, The mohammadan dynasties, Londra 1894, pp. 87-103 (cronologia e breve schema storico); E. de Zambaur, Manuel de généalogie et de chronologie pour l'histoire de l'islam, Hannover 1927, pp. 113-24 (cronologia e bibl.); Sul periodo più recente: M. V. Seton-Williams, Britain and the arab states, Londra 1948, pp. 195-204, 322 (con bibl.); Cronache, documentazioni e rassegne bibliografiche periodiche nelle riviste: Oriente moderno, Cahiers de l'Orient contemporain, The Middle East journal, Cf. inoltre le opere citate nella parte geografica di questa voce e le parti relative allo Y. ISLĀM (v.).

II. EVANGELIZZAZIONE

Arabia (v.) e nello Y. in specie è assai vaga. Data tale oscurità e incertezza, quanto si dirà è da altri riferito con qualche variante, però non sostanziale.

Sembra che nel periodo preislamico siano esistenti nell'Arabia del sud tre principali centri dell'influenza cristiana, a Gassân, a Hîrah e nello Y. (v. sotto). Secondo una tradizione, lo Y. fu evangelizzato dall'apostolo s. Bartolomeo, quando si recò nell'India che confina con l'Etiopia.

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(da D. Gribaudi, L'Asia anteriore, in Geografia universale, IV, Torino 1936, p. 279)

YEMEN - Veduta di el-Hazari.

(Socrate, Hist., I, 10; PG 67, 125; cf. anche Rufino, Hist. ecc., I, 9; PL 21, 478). Tra gli altri missionari vi avrebbe predicato anche il catechista alessandrino Panterio, il quale evangelizzò le comunità ebraiche dello Y. Al suo ritorno (secondo quanto riferisce s. Girolamo sull'autorità di Rufino) avrebbe portato con sé il Vangelo ebraico di s. Matteo, lasciato nello Y. da s. Bartolomeo (PL 33, 651).

Durante i secc. IV-VI il cristianesimo contava molti adepti. Teofilo l'Indiano nel secc. IV vi avrebbe predicato l'eresia ariana. L'espansione del cristianesimo urò le suscettibilità delle ricche e influenti comunità ebraiche veneziane. Verso il 530 l'ebreo Dù Nuwâs, governatore (secondo altri re) di Himjar (Y.), sottomesso al re d'Absinia (secondo altri indipendenti), rivoltato si impadronì a tradimento della città o villaggio di Naqrân, piazzaforte dei cristiani al nord dello Y. e dove nel 563 sarà costruita una chiesa dedicata a s. Elia. Dù Nuwâs vi fece massacrare i cristiani che non volevano passare al giudaismo. Le ossa del vescovo Paolo furono dissorterate e bruciate; AREA (v.), con altri notabili della città, fu imprigionato e decapitato; il numero dei massacrati si aggirerebbe dai 4400 ai 20.000. Benché sia difficile determinare anche solo un numero verosimile, pure il fatto della persecuzione è indubitabile: è ricordato da cronisti arabi nestoriani e giacobiti; secondo qualche esegue ne rimarrebbe traccia anche nel Corano. La notizia del massacro si sparsa subito nel mondo romano e orientale. Ella Asbeha, re d'Abbasinia, approfittò per invadere lo Y. e vendicare i suoi correligionari con l'uccisione di migliaia di ebrei e dello stesso Dù Nuwâs e ristabilì il clero. Alcuni anni più tardi un cristiano abissino di nome Abraha (che altri mettono al posto di Ella Asbeha) si impadronì del potere e fu riconosciuto dal re d'Abbasinia. Sotto di lui il cristianesimo poté svilupparsi pacificamente. A San'a, divenuta sede di vicerè, fu costruita una magnifica cattedrale (547), la quale, attirando a sé gran numero di pellegrini, diminuì l'importanza e le entrate del santuario pagano della ka'bah alla Mecca.

I meccani, mal tollerando tale concorrenza, fecero profanare la Cattedrale. Abraha volle punire i meccani e progettò la distruzione della ka'bah. La spedizione fallì ed è ricordata nella sürah 105 del Corano. Durante il governo dei figli di Abraha la potenza dei cristiani abissini nel Y. andava gradatamente diminuendo fino a che nel 568 (?) una spedizione militare dei Persiani l'annientò. Le difficoltà tra Bisanzio e la Persia, poi la comparsa dell'islam assorbirono il cristianesimo. Tra

il 629 e il 630 Bâdân, viceré di San'â', si convertì all'islam.

BIBL.: R. Aigran, Arabie, in DHG, III, coll. 1158-1329; R. H. Kiernan, L'Exploration de l'Arabie, Parigi 1938; C. A. Nallino, Vita di Maometto, Roma 1946; cf. inoltre le voci recenti relative alla regione e alle singole città in Encyclop. de l'Islam, IV, Leyde-Parigi 1934.

III. ANTICHITÀ CRISTIANE

La prima notizia sicura di diffusione del cristianesimo nello Y. è data dello storico ariano Filostorgio (m. nel 430) e si riferisce ad una ambasciata inviata dall'imperatore Costanzo II (337-61) agli Omeriti, guidata da un Teofilo detto l'Indiano: questo avrebbe ottenuto di fabbricare tre chiese, la prima nella capitale del Regno Tâqâqov (Zafâr), la seconda in 'Aâââvov (Aden) e la terza nel «famoso emporio persico» (Hormuz?). La missione è databile del 341-46.

Notizie posteriori parlano dell'introduzione del cristianesimo a Nağrân per opera di missionari nestoriani o giacobiti provenienti dalla Siria o da al-Hirah nella seconda metà del sec. V: si trovano in testi arabi scritti in rapporto al passo del Corano 85, 4-8. La fertile valle di Nağrân è sulla strada carovaniera che da San'â' porta nel Nadgâr e di lâ ad al-Hirah, e ciò spiega i costanti rapporti del cristianesimo del Nağrân con questa città: questo gruppo di cristiani aveva chiese e vescovi, dei quali alcuni nomi sono stati tramandati dai testi relativi alla persecuzione che ebbero a subire nel 523 dal sovrano locale di religione giudaica, specialmente dal «Libro degli Himyariti» pubblicato da Axel Moberg, dalla lettera del vescovo (monofisita) Simone di Beth Aršâm a Simone abate di Gabbula e dal Martyrium Arethae che si ha in un testo greco, ma di cui la prima parte è probabilmente tra traduzione di uno scritto siriaco. Altri dati su questo gruppo cristiano ed altri nomi di vescovi si hanno nella storia ecclesiastica di Teodoro il Lettore (dopo il 575) e in Giovanni Diacrinomenos. Il maggior sviluppo del cristianesimo nello Y. avviene dopo la seconda invasione abissina del 525 che pone fine al Regno himyarita, per opera di una spedizione inviata dal re di Aksûm e guidata da Abrahah che diviene viceré della regione. È ad Abrahah che si deve un'importantissima iscrizione datata del 543, relativi ai restauri della famosa diga di Mârib, che è anche l'atto della consacrazione della chiesa di Mârib, alla quale fu dato un sacerdote il quale doveva rimanere al servizio di essa: più avanti vi si enumerano le spese sostenute per la consacrazione della chiesa. Questa è indicata col nome arabo di bi'ah, mentre ai sacerdoti si dà quello siriaco di qâfî. Al tempo della dominazione abissina dovette sorgere un altro santuario rimasto celebre nella storia sud-arabica, la chiesa di San'â': di essa gli scrittori arabi hanno lasciato diffuse descrizioni. Essa era chiamata al-Qullays, corruzione di èxâlqâlâ; era costruita con pietre di diversi colori, con ornamenti d'oro e porte di bronzo, decorata da marmi, pitture e musai che, secondo lo storico arabo Ibn Hišâm, sarebbero stati mandati dall'Imperatore bizantino. La chiesa è durata a lungo anche dopo il trionfo dell'islamismo e la conversione della regione: non sarebbe stata distrutta se non sotto il califfo as-Saffâh (751-53) secondo Yâqût o sotto il suo successore al-Manqûr, secondo al-Azraqî. Un altro santuario cristiano celebre fu il deyr Nağrân, detto anche Ka'bât Nağrân. La sua fondazione è attribuita ai capi della tribù dominante a Nağrân ed era essa pure adorna d'oro e di musai. Essa funzionava come luogo di asilo, reso celebre, come ben interpreta il Nâlino, dai versi di al-A'â' (m. nel 629 ca.) i quali forse alludono a solennità della chiesa stessa. Dopo la fine del sec. IX non si hanno più tracce di cristianesimo nello Y.

BIBL.: in generale: C. A. Nallino, Raccolta di scritti editi inediti, III, Roma 1941, pp. 122-29 e tutte le fonti ivi citate; aggiungere Philostorgius, Kirchengeschichte, ed. J. Bidez, Lipsia 1913, capp. 32, 10-34, 23; per il martirio di Aretha, Acta SS. Octo-bris, X, Parigi 1869, pp. 721-59; per il «Libro degli Himyariti», A. Moberg, The Book of the Himyarites, Lund 1924; per l'iscrizione di Abrahah, Corpus inscriptionum semicarum, IV, 11, Inscr. himyariticas et sabaeas continens, Parigi 1911, n. 541, 11. 65-67, pp. 116-17; per tracce di cristianesimo negli anni

§35 e §87: W. Budge, The Book of Governors, I, Londra 1893, pp. 238, 18; 11, ivi 1893, p. 448 e C. Arendonk, De ophomst van het Zeiditische Imamat, Leida 1919, pp. 128 e 309. Ugo Monneret de Villard