GIULIO ROMANO, GIULIO DI PIERO PIPPI DE' GIANNUZZI, detto. - Pittore e architetto, n. a Roma nel 1499, m. a Mantova il 10 nov. 1546. Giovanissimo, fu alla scuola di Raffaello, di cui divenne il discepolo prediletto e il più attivo, collaborando, men che ventenne, nelle Stanze vaticane, nella Sala di Psiche alla Farnesina, e soprattutto nelle Logge.
Già in questi e negli altri dipinti compiuti a Roma (Flagellazione in S. Prassede; pala in S. Maria dell'Anima; Lapidazione di s. Stefano in S. Stefano di Genova, ecc.) egli si allontana dall'equilibrio e dal ritmo raffaellesco, rafforzando l'effetto plastico con il caricare le superfici di ombre fumose, e già rivelando quel gusto scenografico che in seguito si accentua. Morto Raffaello, eredita insieme al Penni il compimento delle opere lasciate interrotte (La Trasfigurazione), le commissioni (pala di Monteluce), e la direzione della decorazione della Sala di Costantino e della Villa Madama a Monte Mario. Si inizia intanto la sua attività di architetto (Villa Lante al Gianicolo; Palazzo Alberini; Palazzo Cicciaporci). Nel 1524 va a Mantova, chiamato da Federico Gonzaga, che lo incarica prima della costruzione del Palazzo del Tè, poi di soprintendere a tutte le fabbriche della città. Ivi dirige i lavori del Palazzo Ducale, poi il rinnovamento del vicino monastero di S. Benedetto di Polirone (1539) e quello del Duomo (1544). Come pittore in questo periodo lavora soprattutto ad affresco nelle vastissime decorazioni del Palazzo del Tè, ma sono numerosi anche i quadri di cavalletto (Natività per S. Andrea di Mantova, ora al Louvre, ecc.). Nel 1543 a Bologna dà un disegno per la facciata di S. Petronio, dove gli è anche attribuita, con fondamento, un'opera di scultura, cioè il gruppo in terracotta dalla Madonna con il Bambino sulla tomba di Ottaviano Castelli. Muore in Mantova mentre si prepara a tornare a Roma, chiamato da Paolo III alla direzione della Fabbrica di S. Pietro.
Più ancora che per la sua opera di pittore, che pure occupa un posto notevole all'inizio del movimento manieristico, G. R. ha importanza come architetto. Meglio che nelle opere romane, in cui non si stacca ancora dagli schemi rinascimentali, è nel Palazzo del Tè che si manifesta compiutamente il suo genio di apparatore sontuoso e il suo carattere di scenografo classicheggiante, che influirà sull'architettura veneta di terraferma.

BIBL. Venturi, IX, II, p. 338 sgg. e XI, I, p. 267 sgg.; F. Filippini, Opera di G. R. in Bologna, in Boll. d'arte, 9 (1929-30), p. 198 sgg.; F. Hartt, Raphael and G. R., in The art bulletin, 26 (1942), p. 67 sgg.; J. Hess, On Raphael and G. R., in Gaz. des beaux-arts, 32 (1947), p. 73 sgg.
Emma Zocca