SIMPATIA

SIMPATIA. - Indica, in senso generale, quel fenomeno, per cui una determinata modificazione in qualsiasi essere viene a riprodursi in un altro essere, per una legge fisica di induzione o psicofisiologica di imitazione. Più propriamente in psicologia è la tendenza spontanea a rivivere in se stesso gli stati affettivi di un'altra persona, e a stabilire con essa varie forme di comunicazione.

Nella filosofia greca già Empedocle riferiva l'attrazione fra cose simili e la repulsione fra cose dissimili, quindi il mutamento cosmico, a sentimenti di amore e di odio immanenti nelle singole cose. Aristotele riprese la teoria naturalistica di Empedocle riferendola all'amicizia (Eth. ad Nic., VIII, 1, 1155 b). Ma il termine ha in Aristotele il particolare significato di stato affettivo e cosciente, cioè il sentire e amare se stessi e insieme sentire e amare gli altri, secondo il grado di somiglianza con se stessi (ibid., IX, 4, 1166 a). Con gli stoici (Marco Aurelio, Ad se ips., IX, 9) e soprattutto con i neoplatonici (Platino, Enn., IV, 3, 8) e, venne a significare l'intima ragione dell'unità armonica di tutte le cose materiali: «odia amicitiaeque rerum surdarum ac sensu carentium... quod Graeci sympathiam appellaver» (Plinio, Nat. hist., XX, 1). In senso analogo la riassunzione più tardi, nel rinnovamento rinascimentale del neoplatonismo e del naturalismo, Picci della Mirandola: «Universi consensum, quem significantius Graeci συμπάθειαν διεστήση» (De hominis dignitate, 1377). Firenze 1942, p. 152). Hume (v.) e A. SMITH, ADAM (v.) riprendono il termine nel senso psicologico di Aristotele e tendono a fare della s. il fondamento stesso della morale. Per Hume la s. è la capacità naturale di sentire il bene e il male altrui come proprio (Treatise, II, 1, 11). Da essi derivano direttamente le virtù naturali della carità e della beneficenza. La giustizia invece è una virtù artificiale, sorta per un calcolo razionale di utilità e determinante il vivere sociale in vista di un benessere collettivo; essa produce una spersonalizzazione del soggetto per un fenomeno insorgente di s. riflessa, per cui la singola persona viene a vivere in sé il bene o il male di tutta la collettività, e a prenderlo come motivo valutativo delle sue operazioni al di sopra di ogni suo interesse particolare (ibid., III, 3, 1). A. Smith supera la posizione di Hume, in quanto considera l'essenza della s. non solo nel consentire con lo stato affettivo altrui, ma anche nel far propri gli stessi motivi che determinano gli altri all'azione. Il giudizio individuale dell'azione diventa con la s. un riflesso del giudizio stesso che l'individuo sente negli altri e trasmette agli altri; da qui il principio morale: «agiscit sempre in modo che un osservatore imparziale possa simpatizzare con te» (Theory of moral sentiment, III, 1-3).

La morale della s., negando l'esistenza di un ordine morale oggettivo, resta su un piano soggettivistico e relativistico, e non riesce a sfuggire alla fondamentale valutazione egoistica e utilitaristica. Alcune contemporanee correnti sociologiche (v. SOCIOLOGIA) prendono la s. in un senso vitalistico e psicologico per spiegare la radicale delle forme spontanee e affettive delle associazioni la più importante è quella SCHELER, MAX (v.).

BIBL.: Th. Ribot, Psychol. des sentiments, Parigi 1896; A. Sutherland, Origin and growth of the moral instinct, Londra 1898; L. Limentani, La morale della s. di A. Smith nella stor. del penniero inglese, Genova 1914; E. Kramer, Das Phänomen des Mitgefühl in der modernen Philos., Colonia 1922; M. Scheler, Wesen und Formen der Sympathie, 2a ed., Bonn. 1923; E. Garin, L'illuminismo inglese: I moralisti, Milano 1941, p. 211 sgg.; E. De Greef, Les instincts de défense et de sympathie, Parigi 1947; C. Konczewski, La sympathie comme fonction de progrès et de connaissance, ivi 1951. Tullio Pacentini