Enciclopedia Cattolica vol. VII, 1951 Sociologia e politica Questioni particolari

INTERESSE

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INTERESSE. - Dal latino interesse «essere compreso, importare», è il prezzo di un servizio: quello del prestito di capitali. Ragguagliato ad una unità convenzionale di capitale (cento lire) e all'unità di tempo (un anno), si chiama tasso o ragione. Essendo un prezzo, l'i. segue generalmente la legge della domanda e della offerta. Un tasso alto è quindi l'espressione della scarsezza di capitali, oltre che di un elevato rischio totale: e viceversa. Il rischio totale si compone di tre rischi elementari: d'investimento, d'immobilizzazione e di svalutazione. Tali rischi, e particolarmente quello di svalutazione, che è certo e permanente, giustificano da soli l'i. dei prestiti: infatti il capitale si degrada con il tempo, e non compera più, al momento della restituzione, quanto comperava al momento del prestito.

Il tasso legale considerato dalle necessità amministrative, è appunto commisurato alla somma dei premi di assicurazione relativi ai primi due rischi e alla quota media annua di svalutazione.

L'antica proibizione dei prestiti a interesse da parte di quasi tutte le religioni, compresa la cristiana (v. USURA), va intesa come relativa ai prestiti propriamente detti, che sono quelli di contingenza o di carità, tecnicamente definiti come improduttivi. È naturale, infatti, che se in conseguenza del prestito non si ha produzione di nuova ricchezza, la corresponsione di un i. che superi la somma dei premi di assicurazione contro i rischi e della quota di svalutazione è contraria non solo ai precetti morali e di carità, ma anche a quelli economici: rappresenta una spesa di carattere inflazionistico, destinata a far rialzare i prezzi, e quindi a svalutare la moneta.

Gli altri prestiti, cioè quelli produttivi, sono in realtà contratti di partecipazione agli utili (dividendi), anche se questi vengono «forfetizzati» in un tasso fisso (obbligazioni e cartelle) con il patto di non ingerenza e controllo nella gestione e amministrazione dell'azienda (v. TITOLI).

È peraltro da osservare che appartengono alla categoria dei prestiti improduttivi anche molti che appartenente non lo sarebbero: p. es., i prestiti statali in larga misura, e i finanziamenti di industrie voluntarie e parasitarie, o che alimentano la burocrazia e la guerra. Valutando l'enorme massa di tali prestiti, cui vengono corrisposti i. spesso assai elevati, si ha l'impressione che, a lato del lavoro inutile, nell'interesse dei prestiti improduttivi, e specialmente nell'accumulo degli i. composti, risieda una delle cause fondamentali e permanenti della incessante svalutazione monetaria: causa a sua volta della lotta di classe (v. PREZZO). Un capitale investito al 5 per cento raddoppia in poco più di quattordici anni, per raggiungere poi rapidamente cifre astronomiche, anche se non produce alcuna nuova ricchezza. Il naturale correttivo del paradosso è appunto l'aumento generale dei prezzi, o svalutazione monetaria (v.).

Tutto ciò è in perfetta armonia con il « Mutuum date nihil inde sperantes » (Lc. 6, 35), e conferma che i precetti religiosi e morali precedono sempre, e coincidono infine, con esigenze scientifiche e pratiche destinate a rivelarsi nel tempo. Le religioni non hanno perciò mai defettuto dalla probizione dei prestiti a i.: né costituiscono attenutazioni del principio l'art. 1543 del CIC e il riconoscimento della legittimità di « un modico i. » (Decreto S. Ufficio, 18 ag. 1830, Denz-U. 427; Decreto S. Penitenzieria, 16 sett. 1830). Il Concilio Lateranense del 1515 aveva spiegato che « è usura » dove il guadagno del mutuante non deriva da cosa fruttifera, e non esige lavoro, né spese, né rischi da parte sua » (Mansi, XXXII, 906).

Economisti e sociologhi invocano, e in vario modo perseguono, il progressivo abbassamento e infine la scomparsa del tasso d'i. anche dei prestiti produttivi: è chiaro però che la via razionale per ottenere lo scopo sia soltanto quella dell'assicurazione del risparmio, fonte a sua volta dell'abbondanza di capitali.

Per l'interessante storia delle questioni morali v. più diffusamente: USURA.

Bibliografia11 opere
BIBL.: A. Graziani, Studi sulla teoria dell'i., Torino 1898; F. X. Funk, Zur Geschichte des Wocherstreites, Tubinga 1901; G. Del Vecchio, Lineamenti generali della teoria dell'i., Roma 1915; L. Degani, I monti di pietà, Torino 1922; A. Segre, Storia del commercio, ivi 1923; passim; A. Graziadei, Le capital et l'intérêt, Parisi 1935; G. De Maria, s. v. in Enc. Ital., XIX, pp. 378-84, con bibl.; A. Fanfani, Storia delle dottrine economiche, Il naturalismo, Milano 1942, passim; S. Fiorenzani, Roma a Bretton Woods?, Roma 1943; L. Dal Pane, Storia del lavoro in Italia, Milano 1944, passim; G. Toniolo, Trattato di economia sociale. La produzione, Firenze 1944.

Mario Baronci

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Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. VII (1951), coll. 84–85.

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Baronci, Mario. “Interesse.” In Enciclopedia Cattolica, vol. VII, coll. 84–85. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1951. https://azioneromana.com/it/article/interesse.

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Baronci, Mario. “Interesse.” Enciclopedia Cattolica, vol. VII, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1951, coll. 84–85. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/interesse.

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