CATALOGNA. - Regione storica spagnola, corrispondente alle attuali province di Lérida, Tarragona, Gerona e Barcellona, comprese fra il Mediterraneo, i Pirenei e la valle inferiore dell'Ebro.
I. GEOGRAFIA
Il territorio (32.197 kmq.) alterna zone di aspetto assai diverso, che costituiscono minori unità regionali (valli del rovescio pirenaico, concas e planas del settore pedemontano, camps e costas del litorale, ecc.) e conservano spesso dei nomi storici (Pallars, Cerdaña, Ampurdan, Vallés, Panadés, Priorato, Noguera, Segarra), nonché forme di economia e di cultura abbastanza ben differenziate. In complesso la C. ha carattere mediterraneo, con inverni assai più miti ed estati meno eccessive che nella vicina meseta, e piogge sufficienti ai bisogni dell'agricoltura.Sopra appena 1/16 del territorio spagnolo la C. raccoglie, con i suoi 2.900.000 ab., più di 1/10 della popolazione dello Stato. L'indice di densità (92 a kmq.) è, tra gli spagnoli, uno dei più elevati; ma, mentre tocca nella provincia di Barcellona (251 ab. a kmq.) il massimo assoluto, si deprime fino ad appena 25 ab. a kmq. in quella di Lérida (interna e montuosa). L'originalità della regione catalana va attribuita par larga parte al carattere della sua popolazione, distinta dai finitimi castigliani, più ancora che per il tipo etnico ed il dialetto (affine al provenzale), assurto da tempo a dignità di vera e propria lingua nazionale, per un temperamento più alacre e più incline all'azione. Essa è nella quasi totalità cattolica.
L'economia catalana presenta una agricoltura fiorente (vino, olio, frutta ed in primo luogo agrumi) ed un fiorente allevamento (massime equini) che consentono già una attiva esportazione; ma il suo tratto tipico, nel complesso nazionale di cui fa parte, è lo sviluppo delle industrie, tra cui predominano le tessili (in primo luogo la cotoneria), le chimiche e le meccaniche.
I centri urbani maggiori sono per lo più d'origine moderna e concentrati in prossimità del litorale: Hospitalet (60 mila ab.), Badalona (54), Sabadell (52), Tarrasa (45), nei dintorni di Barcellona, mentre le vecchie città storiche sono rimaste pressoché stacionarie (Lérida con 41.464 ab., Tarragona con 35.648, Gerona con 29.632). Su tutte emerge Barcellona, metropoli indu-

(da M. Bessen, St Pietre et les origines de la primauté romaine, Giuceru 1929, p. 12)
(da Ars Hispaniae, Historia universal del arte hispanico, II, Madrid 1911)
II. STORIA
La C., il cui nome s'incontra solo nel sec. XII, comprende il territorio della Marca ispanica carolingia quale era stata durante i secc. IX-X; divenne da quell'età il principato di C. Discussa è l'origine di tal nome; le ipotesi più attendibili sono ch'esso derivi dalla parola castello oppure da terra dei Goti; e questa sarebbe più probabile. Quando al principio del sec. IX il territorio fu sottratto al giogo musulmano, Barcellona diventò sede di contea, e riuscì man mano a riunire intorno a sé le altre contee fra le quali si era divisa la Marca ispanica, e fu così che le contee di Gerona, Vich e Barcellona costituirono un nucleo compatto che fu la base dell'unità della C.Per l'impulso dato alla riconquista Wilfredo fu ritenuto come il primo conte di Barcellona. Dopo importanti successi Barcellona ricadde in potere dei musulmani, finché il conte Borrell II la riconquistò e da allora la Marca fu in grado di iniziare una ripresa culturale e di mettere l'Occidente europeo in relazione con una nuova corrente di civiltà. Infatti Gerberto, poi papa Silvestro II, portò dalla Marca spagnola in Francia ed in Italia quanto vi aveva appreso. Tale corrente culturale derivava in realtà dalla fusione della cultura visigota con quella musulmana maturatasi nella scuola monastica di S. Maria di Ripoll, quand'essa raggiunse il suo apice sotto l'abate Oliva nel sec. XI. A partire da questo
secolo la tendenza all'unione con le altre contee è già costante e porta nel secolo seguente all'unione con l'Aragona grazie al matrimonio di Raimondo Berengario IV ultimo conte di Barcellona con Petronilla d'Aragona, figlia del re Ramiro e erede del trono. Da questo momento i loro discendenti si chiamarono re d'Aragona e conti di Barcellona, ma non fu usata la denominazione di re di C.
Nonostante l'unione con l'Aragona e pur formando, dopo la riconquista del regno di Valenza, uno dei tre stati della corona d'Aragona, la C. conservò la personalità particolare, quale artefice, in collaborazione con gli aragonesi, dell'impero mediterraneo passato poi alla Spagna; fu pure la C. ad accogliere ed assimilare nel sec. XV il grande movimento letterario e filosofico dell'Umanesimo e del Rinascimento. Quando in questo stesso secolo la corona d'Aragona si unì con quella di Castiglia grazie al matrimonio del re Ferdinando con la regina Isabella, quando si scoprì l'America e i Turchi cominciarono a dominare nel Mediterraneo, la C. si trovò ad essere spostata e lontana dal centro politico della penisola, trasferito in Castiglia, e dal movimento commerciale concentrato nell'Atlantico.
Nell'età moderna la C. s'è dimostrata una delle regioni spagnole che più s'è distinta nel campo dell'industria e della cultura: fioriscono infatti in essa grandi nuclei industriali ed ha raggiunto una densa formazione culturale che si è espressa attraverso i tempi in lingua catalana (una delle tre lingue neolatine della penisola) o in lingua castigliana (spagnola) V. BARCELLONA e le altre diocesi della C.
III. LETTERATURA
Comprende l'insieme delle opere in catalano, lingua che la filologia moderna nettamente distingue dal provenziale, dallo spagnolo e dal gallaico-portoghese, e che, formatasi nei Pirenei orientali durante la riconquista della Marca ispanica, ebbe un'area di diffusione limitata a ovest dalle contee di Pallars e Ribagorça, a sud dal corso del Segura, a est dalle Baleari. L'espansione aragonese in Italia introdusse nelle sfere politiche di Sicilia (fine del sec. XIII) e di Napoli (sec. XV) tale idioma, che in Sardegna prevalse nella scrittura dalla metà del Trecento agli inizi del Cinquecento. Dopo l'annessione degli Stati della corona aragonese (contee catalane, regno d'Aragona, regni musulmani di Majorca e Valenza sottomessi da Giacomo I) al reame di Castiglia sotto i re cattolici, il catalano continuò ad essere adoperato ufficialmente nel principato di C. e nei regni di Majorca e Valenza fino a Filippo V di Borbone (1714), ma divenne sempre più raro strumento di espressione letteraria, fino a ridursi a lingua quasi soltanto parlata.Parole in volgare catalano compaiono già in documenti latini del sec. IX e testi di una certa ampiezza nell'XI; ma ca. al 1200 risale il primo monumento letterario, le Homilies d'Organyà, con quasi tutte le caratteristiche del nuovo organismo idiomatico.
Ragioni di contiguità territoriale e di rapporti politici con il mezzogiorno francese e, soprattutto, di somiglianza linguistica, indussero i poeti di C. a preferire il raffinato provenzale, iniziandosi, nella seconda metà del sec. XI, quel dualismo occitanico-catalano che durerà fino alla metà del '400. In provenzale cantarono Ot de Montcada (1050-1100), Berenguer de Palou (1150-85), Alfonso I di Barcellona (II di Aragona, 1152-96), Guillem de Cabestany (1160-1220), Guillem de Berguedà e Ramon
Vidal de Besalú (1160?-1210?) le cui Razós de trobar sono già un codice di decadenza poetica. In essi il tema religioso è assente; solo il Doctrinal di Ramon di Castellnou (1220-70?) e i Proverbis rimata di Guillem de Cervera (1165-1245) offrono qualche interesse moraleggiante. Cerveri de Girona (1250?-80?) tratta, per primo, argomenti religiosi (la Canzó de Madona Santa Maria, Lo vers de Din) e morali (Lo plant de rey En Jaume e Lo plant d'En Ramon de Cardona). Sul finire del Duecento, al tempo dei re trovatori Pietro II di C. (III di Aragona) e Federico III di Sicilia, opera Jofre di Foixà, francescano e poi benedettino, epigono, nelle Regles de trobar, di Vidal de Besalú e cultore di poesia amorosa, gourmande e, talvolta, anche mariana, come in Coral e voluntat.
Dalla fine del sec. XII accanto alla poesia, prevalentemente mondana, in provenzale, si sviluppa quella religiosa in catalano puro o permeato di provenzalismi. Vi primeggiano le poesie mariali, specialmente il Virolai alla Madonna di Monserrato « Rosa plasent, soleyl de resplandor ».
I creatori della prosa catalana furono Llull, de Vilanova, Muntaner. Numerosi monumenti letterari in prosa offre già il Duecento: vivaci, come il Libre dels feyts del regno di Giacomo I, al quale viene attribuito, benché certo di anonimo; o sobri, come la Chronica di Bernat Develot, storiografo di Pietro II; paremiali, come Lo libre de saviessa, assegnato anch'esso al re conquistatore, e i Dits de savis e de philosophes dell'ebreo Fafuda Bonsengor. Solo negli ultimi decenni del sec. XIII e nei primi del XIV si incontrano scrittori degni del nome di classici. I primi sorgono in Majorca (Llull) e a Valenza (Arnau), mentre nel principato di C. saranno coltivate, di preferenza, storia e diritto: si pensi
agli Usatges iniziati dal conte R. Berenguer I, al Libre de Consolat de Mar, all'opera giuridica di s. Ramon de Penyafort, ai giuristi catalani del Tre e Quattrocento, che in genere si valgono del latino.
Ramon Llull (v. LOCULO) innalza il catalano a perfetto strumento di speculazione filosofico-teologica e di esperienza mistica, con i suoi più che duecento scritti, assicurando alla letteratura di C. un posto considerevole nell'Europa medievale. Lo fiancheggia degnamente Arnau de Vilanova (n. verso il 1240; V. ARNALDO da VILANOVA) nei cui trattati in catalano (Confessió de Barcelona, Lió de Narbona, Rahonament d'Avinyó e un opuscolo indirizzato a re Federico III), la struttura logica si avviva d'impeto e di umoristico senso nel pittoresco. Ramón Muntaner (m. nel 1336) narrò nella sua Chronica, come teste presenziale, la spedizione catalana in Oriente, con esagerazione nazionalistica e in una lingua ormai definitivamente plasmata.
Nel Trecento si continua a verseggiare in provenzale, variato da copiosi catalanismi. Da ricordare: il citato Muntaner nel suo Sermó per lo passatge de Sardenya; Giacomo II, la cui Dansa sul triste stato della Chiesa fu commentata da Arnau; due seguaci della scuola di Tolosa creata nel 1324; Llorenç Mallol, cantore della Croce e Joan Blanch, autore di poesie mariane.
Poeta fu re Pietro III (IV d'Aragona), al quale si devono, in prosa, le Ordinacions della sua corte, che gli valsero l'appellativo di Cerimonioso. Creati nel 1395 da Giovanni I i Jochs florals di Barcellona, la scuola barcellonese tramandò fino alla metà del Quattrocento il convenzionalismo tolosano con Arnau March, Lluís de Vilarrasa, i Masdovelles, ecc.
In una lingua più pura di provenzalismi si esprime la poesia narrativa popolaressa di carattere religioso: Biblia rimada di Siviglia; De la vinguda de l'Anticrist; Epistola, inviata dal cielo; Questió entre l'ànima e'l cors; Cant de la Sibilla; Passio; poemi sui ss. Nicola, Giorgio, Margherita, Caterina; Lansors de la Divinitat di Aimó de Cescars; Libre del romiatge del venturós pelegrí, al Purgatorio; Cobles de la mort.
Infiltrazioni idiomatiche della Francia settentrionale prevalgono, invece, nella poesia narrativa profana di Joan Basset, Pere March, Francesco Ferrer, Pere e Guillem Torroella, Bernat de So (Visió en somni) e degli anonimi autori di Frare de Joy e Sor de Plaser e della Storia del amat Frondino e de Brianna.
Interesse religioso presentano, fra i poemi narrativi, l'anonima Dispensació de la senyora de Moxent (Gregorio XI, nel 1371, permette il matrimonio di due cugini); un fabliau diavolesco d'argomento ecclesiastico; le satire sociali e religiose Planys del cavaller En Materó (anonimo); il Libre de fra Bernat di Francesco de la Via; il Testament d'En Bernat Serradell de Vich e il Sermó del bisbetó; i poemi moraleggianti Libre dels set savis de Roma (anonimo) e il Debat entre Honor e Delit di Jaume March.
L'opera storica più rilevante del Trecento catalano è la Crònica de Pere III di Bernat Descoll (m. nel 1391). A rifacimenti dal francese si riduce quasi tutta la prosa d'arte (come le novelle La filla del rey d'Hongrie, la contessa fidei, ecc.) e la religiosa (versioni della Legenda aurea e di quella del Graal, Viatge al purgatori di Ramon Perellós, Libre de Gamaliel, Història de Llàtzer, Destrucció de Jerusalem), esclusi gli scritti di Francese Eximenis e di s. Vincenç Ferrer.
Il primo, n. a Girona verso il 1340, francescano, poi vescovo di Elna e patriarca di Gerusalemme, compose la vasta enciclopedia Lo crestià (1381-86), di cui rimangono i II, I, II, III e XII, quest'ultimo un vero trattato politico (Regiment de princeps e de comunitats), il quale, con il Regiment de la cosa pública, riflette l'ideale democratico catalano. Come autore religioso scrisse una Vida de Jesuchrist, la Doctrina compendiosa, il Libre dels àngels. Scrittore meno fecondo, ma di più elevata fisionomia spirituale, fu Vicenç Ferrer, domenicano di Valenza

(1350-1419), di cui restano in volgare la Contemplació molt devota e due serie di Sermons. Suo fratello Bonifacio, certosino, tradusse egregiamente la Bibbia.
La C., per motivi geografici, politici e commerciali, fu la prima regione ispanica raggiunta dagli influenze dell'Umanesimo italiano, penetratovi ai tempi di Giovanni I e Martino I e affermatosi, fra l'altro, per la convivenza di catalani e italiani in Napoli durante il regno di Alfonso il Magnanimo. Si moltiplicarono le versioni di Cicerone, Sallustio, Livio, Ovidio, Quinto Curzio, Seneca, Boezio. Ampia diffusione ebbero pure le Històries Troyanes tradotte da Jaume Conesa fra il 1367 e '74.
Cronologicamente il primo grande umanista di C. fu Bernat Metge (1350-1413?), segretario di Giovanni I, ma da Martino I gettato in carcere, dove scrisse Lo somni (1398), la prima opera umanistica in catalano. In essa l'autore conversa con lo spirito di re Giovanni sullo scisma della Chiesa e sulla spiritualità dell'anima, con l'iresia sulle qualità buone e cattive delle donne. Rivela familiarità con i classici latini, con il Petrarca e con il Boccaccio (di cui tradusse la novella di Griselda) e un fondo di scetticismo e sensualità, rilevabile anche nel suo Sermó poetico, umoristica collana di cattivi pensieri e consigli. Nel suo Libre de Fortuna e Prudència correnti italiane si incrociano con quelle francesi nazionali.
Il domenicano di Valenza Antoni Canals (m. nel 1419) oscilla tra lo spirito medievale delle sue opere dottrinali – Expositions devotes, Recull d'eximplis, Tractat de confessió, versione di un'apocrifa Carta de s. Bernat a s. Germana – e l'umanesimo delle sue traduzioni da Valerio Massimo e Seneca (De providentia) e del poema Scipió e Annibal, rimaneggiamento del petrarchesco De Africa.
La scuola poetica barcellonese fu presto sorpassata da quella italiana, che si ispirò a Dante e specialmente al Petrarca, e ricercò una lingua sempre più scevra da esotismi. Andreu Febrer tradusse la Divina Commedia; Leonard de Los moraleggiò in versi; Joan Fogassat saggiò argomenti religiosi e politici; Jordi de Sant Jordi, uno degli ultimi a verseggiare in provenzale, superò il medievalismo dei suoi Ennuigs nella «compianta» Desert d'amichs, de béns e de senyor, documento di profonda umanità scritto in prigionia dopo la disfatta di Sardegna (1423) ai tempi del Magnanimo. Degni di menzione sono pure Huch Bernat de Rocaberti, Antoni Vallimanya, Romeu Llull; ma su tutti MARCHE (v.), massimo scrittore di C. dopo il Llull e il più illustre seguace della nuova scuola. Il suo Cant espiritual segna uno dei più alti vertici della letteratura religiosa catalana.
Nella seconda metà del secolo il primato letterario viene assunto da Valenza, nella cui scuola poetica si alternano argomenti satirici, spesso di spregiudicata oscenità, con temi religiosi, ugualmente sentiti e vissuti. Si ricordino: Bernat de Fenollar, Jaume Gaçull, Narcís de Vinyoles, Joan Escrivà (poeta anche in castigliano, autore della celebre «letrilla» Ven muerte tan escondida...), Joan Roig de Corella (Lahors de la Vierge Marie), Jayme Roig (Spill o Libre de les dones).
L'indirizzo umanistico è evidente anche nella prosa, soprattutto nelle storie universali, come il Compendi historial di Antoni Genebreda (m. nel 1395) vescovo di Atene e di G. Jaume Domènech, e nelle cronache nazionali di Gabriel Turell, Pere Tomich e dell'anonimo autore di
Le fidel compte d'Urgell. Modernità di visione informa, invece, le Chròniques d'Espanya di Pere Miquel Carbonell, del tempo dei re cattolici. La narrativa vanta, accanto a versioni dall'italiano, due notevoli romanzi cavallereschi: il Curial e Guelfa, fine amplificazione dal Novellino, e il Tirant lo Blanch dei valenzani Joanot Martorell e Martí Joan de Gualba, innesto di un argomento bretone sulla tradizione letteraria di C. La prosa religiosa passa dal Memorial del pecador remut, opera di transizione di Felip de Malla (m. nel 1431), alle gonflezze barocche dei valenzani Roig de Corella, e Miquel Pérec. Spontanea è, invece, la Vita Christi di sor Isabel de Villena (m. nel 1490), un capolavoro della prosa catalana.
Il Cinquecento segna il generale declino della vita catalana; solo Valenza persiste nelle sue tradizioni culturali, inviando umanisti a Parigi (Joan Lluís Vives e Pere Joan Perpinyà) e a Barcellona (Pere Joan Nunyes) e sviluppando, tra il Cinque e Seicento, una scuola drammatica e novellistica in spagnolo: è l'epoca di Guillem de Castro, di Timoneda, dei Notturni. La C. e Majorca, invece, o si limitano a coltivare, per scopi pratici, la letteratura religiosa – manuali di pietà, goigs, drammi popolari ricalcati sui misteri medievali con qualche inquadramento rinascimentale – o si chiudono nella nostalgia del passato: tale il senso delle opere storiche di Cristòfor Despuig, Pere Gil, Jeroni Pujades, Andreu Bosch e dei due grandi falsi del Seicento: i Feysts d'armes de Catalunya dal minimo Joan Gaspar Roig i Jalpi attribuiti a Bernat Bodes, e le Trobes araldiche da un nobile valenzano diffuse sotto il nome del supposto verseggiatore quattrocentsista Jaume Febrer. Poeta di vigorosa ispirazione religiosa, malgrado la lingua corrotta e gli abusi satirici che lo resero popolare, fu Vicenç Francesc Garcia, più noto come lo Rector de Vallfogona (m. nel 1623), il cui Cant d'agonia supera la lirica d'imitazione ausiasmarchiana coltivata a Barcellona nel secolo precedente (ad es., Pere Serafí, 1565).
Due fatti prepararono la rinascita della letteratura catalana: la formazione, nel Settecento, di centri umanistici e di alta cultura per opera di Josep Finestres, del Marchese di Llió e di Antoni de Capmany in C., di Gregori Mayans e Francesc Pérez Bayer in Valenza, di Bonaventura Serra in Majorca; l'indirizzo tradizionale e storico assunto in C. dal Romanticismo, per influsso principalmente del Manzoni e dello Scott.
Nel 1833 Bonaventura Carles Aribau pubblicava l'Oda a la Pàtria, che trovò pronta eco in C. (Joaquim Rubió i Ors), in Valenza (Vicents Bois) e a Majorca (Marian Aguiló). Questi e Manuel Milà i Fontanals assicurarono, con le loro ricerche storiche, il senso tradizionale e medievalista della nuova cultura catalana, che molto si avvalse della poesia popolare premurosamente studiata e valorizzata.
Il convenzionalismo dei Jochs florals, restaurati a Barcellona nel 1859, fu subito superato da Jacinto Verdaguer (1845-1902; v.). Il passaggio però dal post-romanticismo alla poesia moderna fu dovuto principalmente ai poeti Joan Maragall, catalano (1860-1911), cantore delle solitudini pirenaiche, Goigs a la Verge de Núria, e della presenza di Dio nello spirito e nel mondo, Cant espiritual, LIBERIA (v.), majorchino (1854-1922). Meritano di essere rilevati, come poeti religiosi, Joan Alcover (Poemes bíblics), J. M. López-Picó (il Paul Claudel della Spagna, è stato definito dal Valbuena), Miquel Ferrà, Josep Carner (Nabi, poema di Giona) e i sacerdoti Llorenç Riber, Antoni Navarro, Bartomeu Guasp, Pere Ribot, Camil Geis, Miquel Melendres.
Nella prosa erudita si segnalano: Antoni Rubió i Lluch (1856-1937), che con i suoi studi sulla Grecia catalana e sulla cultura medievale ha dato alla C. indirizzi pari a quelli del suo grande amico Menéndez y Pelayo a tutta la Spagna; Iordi Rubió i Balaguer, J. Puig i Cadafalch, J. Massó i Torrents, p. Anselm M. Albareda, Manuel de Montoliu, F. Valls i Taberner, F. Soldevila, Joan Estelrich, ecc.
Nella letteratura dottrinale religiosa spiccano: Josep Torras i Bages, vescovo di Vich, il cappuccino Miquel d'Esplugues, il gesuita Ignasi Casanovas, il canonico Carles Cardo.
Ora, superata la crisi del decennio 1936-45, è lecito sperare che la letteratura catalana si assicuri il posto che per la sua storia le compete nel quadro culturale della Spagna.