CONSUMO

CONSUMO. -

I. NOZIONE GENERALE

C. (actus consummandi) è l'atto conclusivo di tutto il processo economico, fine ed oggetto di ogni produzione, che consiste nell'utilizzazione definitiva della ricchezza.

Nel linguaggio abituale consumare significa logorare con l'uso, distruggere a poco a poco, ridurre a niente, sebbene in realtà la distruzione non sia altro che cambiamento di forma e distruzione di valore, perché in seguito al cambiamento subito la cosa ha cessato di essere utile. Nel linguaggio economico invece lo scopo del c. non consiste nel distruggere il valore delle ricchezze, ma nel trar partito dalla loro utilità, nell'adibire, cioè, all'uso per il quale sono state prodotte. Il c. potrebbe meglio chiamarsi utilizzazione. La distruzione, sebbene spesso sia una condizione necessaria del c., non è essenziale ed è piuttosto spiacevole.

Facendo riscontro a questa eventuale condizione le ricchezze vengono a classificarsi diversamente. Per alcune esposte a rapido deperimento, il loro c. richiede l'annientamento del valore (ad es., latte). Altre possono conservarsi più o meno a lungo, ma nel c. soggiacciono alla stessa sorte (p. es., vino). In altre il c. è indipendente dal deperimento (ad es., stoffe, opere d'arte). Sebbene anche qui si abbia un lento logoramento, questo non ha nesso necessario con il c.

II. VARIE SPECIE DI C

Riferendosi alla distinzione giuridica tra cose consumabili e non consumabili, alcuni scrittori parlano impropriamente di c. produttivo e di c. improduttivo: il primo non è un c. che di nome, in quanto ha ragione di mezzo ai fini di una nuova produzione (p. es., il c. di uva per il vino): il secondo, di cui qui si intende parlare, ha ragione di fine, in quanto tende alla soddisfazione immediata (v. SPES) o differita dei nostri bisogni (v. RISPARMIO) con l'annullamento completo di utilità del bene consumato. Ma anche qui si ha solo in apparenza un c. improduttivo, perché per esso si dà vita a chi è l'anima di ogni produzione: l'uomo.

Il c. si distingue anche rispetto alla causa, in volontario ed involontario, e rispetto alle ricchezze del consumatore, in inferiore, pari e superiore al reddito del consumatore stesso e quindi producente effetti diversi, in relazione all'aumento, alla conservazione ed alla diminuzione del proprio corrispondente patrimonio.

Il c. si distingue infine in privato e pubblico a seconda se fatto direttamente dai singoli privati o per mezzo degli enti pubblici (Stato, regione, provincia, comune).

A questa classificazione si ricollega quella del "bisogno individuale e collettivo: il primo soddisfatto dall'attività economica individuale, il secondo dall'attività economica degli enti pubblici.

Quest'ultima distinzione giova a determinare in generale i limiti dell'economia pubblica (in cui soggetto è lo Stato) e privata (in cui soggetto è l'individuo).

L'estensione dei bisogni collettivi e quindi delle funzioni statali non è stata sempre la stessa: da una concezione individualistica, secondo cui lo Stato dovrebbe limitarsi a tutelare l'ordine pubblico, si passa ad una conce

zione sociale, per cui lo Stato dovrebbe occuparsi anche di funzioni relative allo sviluppo materiale e morale dei consociati.

Ci si occupa qui del c. non in rapporto all'economia pubblica o finanziaria (v. TRIBUTI), ma in rapporto all'economia sociale e all'etica.

III. DISTRIBUZIONE DEL REDDITO TRA I VARI C

L'economia classica sostiene che la condotta dei soggetti economici è esclusivamente determinata dal principio utilitario. Anche la distribuzione del reddito fra i vari c. è quindi il risultato di scelte che o vengono effettuate dal singolo, o dal capo di famiglia, o dell'impresa, scelte che con le altre forze economiche fungono da forze autoregolatorie dell'intento eci. Essendo perciò la distribuzione del reddito fra i vari c. il risultato di scelte, del tutto soggettive, può determinarsi approssimativamente il modo come in linea normale avviene questa distribuzione.

Nel secolo scorso taluni scrittori, come Le Ply, con le sue monografie hanno considerato le spese destinate al vitto, al vestito, alla casa, al «comfort», ai divertimenti, esaminando in quali proporzioni figuravano nei bilanci delle diverse classi della popolazione. Altri, come F. Engel, con i suoi lavori statistici, hanno cercato di trarre dalla osservazione sociologica conclusioni di carattere generale che possono venire così riassunte:

1) Quanto maggiore è il reddito di una famiglia, tanto minore è la percentuale per il vitto; 2) per il vestito l'accordo non è completo: Engel sostiene che la spesa è proporzionale al reddito; altri pretendono che cresca più che in proporzione al reddito; 3) la spesa percentuale per l'abitazione, comprendente fitto, riscaldamento ed illuminazione è quasi costante nei diversi redditi; 4) la percentuale spesa di «comfort» e di piacere ha un notevole aumento con il crescere del reddito.

Sono conclusioni relative, che hanno se mai il valore di indicarci quali beni occorre moltiplicare per un migliore benessere dell'umanità (abitazione ed alimenti), come relativo è il principio utilitaristico, applicato come criterio assoluto, e l'asserito quasi meccanico adeguato, mento della produzione al c. Non si spiegherebbero allora le quasi periodiche crisi di sovrapproduzione.

Del resto se il motivo del tornaconto personale appare generalmente nei fenomeni di massa come fenomeno prevalente, non può essere accettato come unica ed esclusiva norma della condotta dei singoli individui.

Oltre le leggi economiche e sopra di esse stanno le leggi morali.

IV. C., ECONOMIA ED ETICA. - L'uso dei beni materiali è di per sé indifferente: esso vale secondo il fine che si propone colui che se ne serve e secondo il sentimento da cui è animato, e la virtù consiste nel giusto mezzo.

Il campo dei c. è soggetto a cambiamenti ed a progresso. Né si deve cercare una misura uniforme ed invariabile dei bisogni umani, che mutano nelle diverse epoche e nei diversi ambienti.

Tra i bisogni umani non sono solo le preoccupazioni della vita materiale: vivere, vestirsi, avere una casa. Il pensiero della vita religiosa e morale è doveroso; lo sviluppo della vita intellettuale ed artistica, le relazioni sociali, il decoro possono essere ragionevoli e perfino imporsi.

Ciò premesso, il c. deve tendere all'utilizzazione razionale e giudiziose dei beni, tenendosi fuori dall'uso peccaminoso, come dalla distruzione vana e sterile.

Il c. deve quindi rivestire queste condizioni: 1) soddisfare i desideri veramente umani nel senso migliore e non nel senso deteriore della parola. Gli eccessi nella spesa (che è la forma abituale di c. improduttivo nella nostra economia monetaria) possono andare dalla dipendenza alla prodigialità, lusso (v.).