SCHIAVITÙ. - Dall'antico tedesco slav, vocabolo applicato dai Tedeschi alle genti slave da essi tratte in prigionia e può definirsi lo stato di una persona che appartiene ad un'altra come cosa e dipende in tutto dalla volontà altrui.
La prigionia di guerra è il più antico e universale modo di cadere in s. in quanto il prigioniero diventa proprietà di chi lo ha catturato. Questa è la servitus che il diritto romano ammette in virtù del diritto delle genti. Accanto alla prigionia di guerra (guerra esterna, però, non civile o brigantesca) v'è una s. che proviene o dalla condizione di natura: così il figlio di schiava è schiavo; o da circostanze speciali in cui l'individuo si sia venuto a porre: così in Roma diviene schiavo il debitore insolvente, venduto dal creditore trans Tiberim (e cioè fuori del territorio romano); chi si sottrae al servizio militare o all'iscrizione nelle liste del censo (e che, d'ordine dei consoli, è ugualmente venduto trans Tiberim); la donna libera che ha rapporti con uno schiavo, contro la volontà del padrone di questo; nell'epoca imperiale il condannato ad bestias o ad metallia (servitus poenae).
I. La S. nel mondo antico. - L'importanza e l'estensione della s. nel mondo antico è fondata sul fatto che tutta l'economia era basata sul lavoro manuale, il quale, nei paesi a reggimento accentrato, come gli Imperi di Oriente, che considerano i sudditi come proprietà del sovrano, dei suoi grandi feudatari e dei templi amministratori di grandi proprietà, è eseguito dagli abitatori del paese; invece nei paesi a regime politico libero (città-Stato), nei quali i cittadini sono assorbiti dalle cure dello Stato, il lavoro è eseguito da mano d'opera servile.
Aristotele stesso nella Politica basa la necessità della s. nella impossibilità per il cittadino di attendere a lavori che non sono conciliabili con la sua condizione di uomo libero, giustifica il diritto di guerra, che n'è il principale alimentatore, in quanto chi vince manifesta una superiorità esterna che dimostra le sue buone qualità interne. Questo punto di vista era già stato espresso da Eraclito, il quale afferma che la guerra, mettendo le forze a contrasto, fa la cernita tra i potenti e i deboli e con ciò fonda e organizza la società.
Anche Platone nella Repubblica non tiene alcun conto della massa servile in quanto essa non ha né il tempo né il modo di acquistare la cultura dello spirito che sola dà il diritto di governare lo Stato.
Gli schiavi nell'Atene dei secc. v e iv si calcolano a più di 100.000, o al servizio della famiglia dove erano nati (οἰκογενεῖς) o dello Stato (δημοσίου) che li adopera in servizio di polizia armata (τοξότοι) o in altre mansioni pubbliche. Potevano essere manomessi, cioè riacquistare la libertà (ἀπελεύθεροι) in vari modi o consacrandoli a una divinità, o proclamandoli tali per mezzo di un banditore, o in virtù di un testamento.
In Roma nei tempi più antichi gli schiavi non furono numerosi, i nomi Marcipor, Gaipor, cioè schiavo di Marco o di Gaio, stavano a indicare che ci si contentava di un solo schiavo. Poi crebbero di molto. Augusto ne fissò il numero a 20, ma nella campagna (familia rustica sotto la direzione di un vilicus, schiavo anche lui) il numero era illimitato e certo superava quello degli uomini

Schiaparelli, Luigi - Ritratto, dipinto da Guglielmo Ghini (1933).