Trasferitosi a Napoli, iniziò la sua attività con una *Apologia* degli Ordini religiosi (Napoli 1820) e con la rivista *L'enciclopedia cattolica* (5 voll., ivi 1821-23). Seguace del Lamentaia e degli ultramontanisti francesi ne divulgò in Italia le opere con le versioni dell'*Essai sur l'indifférence* (ivi 1821), *Du Pape e La législation primitive* (ivi 1823). Nel 1824 passò a Roma, dove proseguì la sua multanime attività. Nominato da Leone XII alla cattedra di diritto pubblico ecclesiastico della Sapienza, ne pubblicò le lezioni nel *De iure publ. ecc.* commentaria (Roma 1826) che con il *De methodo philosophandi* (ivi 1828) costituiscono un saggio di filosofia cristiana. Fu generale del suo Ordine (1830-33), esaminatore del clero, censore ecclesiastico, consultore dei Riti e tenne per quattro volte, tra il 1841 e il '48, il quaresimale nella Basilica Vaticana (Il Tesoro nascosto [la Passione di G. C.]), 2 voll. ivi 1841; *La scuola dei miracoli*, 3 voll., ivi 1843; *Omelie sulle parabole evangeliche*, 4 voll., ivi 1862). Nel 1839 pubblicava *Le Bellezze della fede* (3 voll., ivi 1839-1842) cui fa seguito *La Madre di Dio Madre degli uomini* (ivi 1841) che apre la moderna letteratura mariologica sulla maternità spirituale di Maria. Grande successo ebbe il suo discorso funebre per D. O'Connell (28-30 giugno
1847), ma quello per i caduti nell'assedio di Vienna (27 nov. 1848) fu messo all'Indice; la sua sottomissione fu edificante.
Ardente e generoso, il V. seguì attivamente gli avvenimenti che, in Roma, prepararono il turbinoso '48. Consigliò Pio IX a dare ai suoi Stati una costituzione; formulò un progetto di legge elettorale e di una camera dei pari ed elaborò perfino un piano per l'impianto delle ferrovie pontificie. Difese con una serie di opuscoli (La questione sicula nel 1848, ivi 1848; Memoria per riconoscimento della Sicilia come Stato sovrano; Menzogna diplomatiche, Palermo 1848, ed altri, per cui V. CULDEI, 5 [1949], p. 138) l'indipendenza della Sicilia insorta contro Napoli, e da quel governo ebbe la carica di ministro plenipotenzario in Roma. Durante l'esilio di Pio IX a Gaeta egli rimase nell'Urbe, illudendosi di poter meglio giovare alla Chiesa e al Pontefice. Sebbene si rifiutasse di prender posto nell'Assemblea costituente, vi fece pervenire un progetto di legge destinato a salvaguardare i diritti del Papa; quale commissario per la Sicilia riconobbe, come Stato di fatto, la Repubblica romana e assistente in S. Pietro, senza però parteciparvi direttamente, alla cerimonia pasquale patrocinata dal Triumvirato. Errori politici che egli esperò con un volontario esilio. Nell'immaginazione della caduta della Repubblica romana, dopo essersi invano adoperato per impedire l'attacco delle truppe francesi alla città dei papiri, riparò a Montpellier (1849), poi a Parigi (1851), dove riprese la sua attività oratoria e scientifica. Nelle sue conferenze alla Maddalena e all'Assunzione (La raison philosophique et la raison catholique, 4 voll., Parigi 1851-64) espose i dogmi della fede cattolica, mentre in quella alle Tuileries, presente Napoleone III (Le pouvoir politique chrétien, ivi 1858, seguito da Essai sur le pouvoir public, ivi 1859) l'immaginazione, con audace libertà di spirito, i rapporti tra Chiesa e Stato. Le opere: La Tradition et les idées de la philosophie (ivi 1856), Essai sur l'origine des idées (ivi 1853) e La philosophie chrétienne (3 voll. ivi 1861, trad. II. in 5 voll., Genova-Milano 1863) esprimono la piena maturità del suo pensiero filosofico.
Di vita privata irreprensibile, confortato nella sua ultima malattia dalla benedizione di Pio IX, che anche nell'esilio lo ebbe sempre in considerazione, chiudeva, con morte edificante, i suoi giorni a Versailles. La sua salma fu dai Teatini trasportata a Roma e tumultata in S. Andrea della Valle, dove gli fu eretto un monumento marmoreo.
Il pensiero. — Il V. tradizionalismo (v.); sistema che egli continuò a difendere anche dopo la disfatta di Lamentana. C'è, però, nel suo pensiero una certa evoluzione. Dapprima parve aderire alla forma rigida di De Bonald (v.) ma, già nel 1829, egli rilevava l'insostenibilità di alcuni principi del sistema e tentava rassodare le basi ricongiungendole alla metafisica scolastica (Osservazioni sulle opinioni filosofiche dei sigg. De Bonald, De Maistre, De La Mennais... Roma 1829; Schiarienti sul fondamento della certezza, ivi 1829). Egli ripiegava, quindi, sulle posizioni di un mitigato tradizionalismo che limita l'incapacità della ragione umana alla scoperta delle verità soprannaturali e naturali d'ordine religioso e morale, mentre afferma la capacità della ragione a dimostrare, difendere e sviluppare dette verità, una volta acquisite per mezzo della Rivelazione o dell'insegnamento sociale (La raison philos., cit., II, pref. p. xlviii; La Tradition, cit., pp. 24-29, 117 sg.). V. non fu mai invitato come i suoi contemporanei Gautain e Bonnetty (Denz U, 1622-27, 1649-52) a sottoscrivere in proposito alcuna proposizione. Anzi, con la sua distinzione tra fede naturale e fede teologica, reagì decisamente agli avversari che gli opponevano le recenti precisazioni del magistero ecclesiastico, che, cioè, la ragione precede la fede; come pure respinse l'accusa di fideismo e abbandonò, specie solo la Mirari vos di Gregorio XVI (1832) senso comune (v.). Tutta via il Concilio Vaticano — sempre dopo la morte del teatino — proscrivere, come è noto, non solo il tradizionalismo rigido, ma anche quello mitigato del V. (cf. H. Pinard, Création, in D'ThC, III, col. 2192). Ciò che, comunque, resta dell'attività filosofica del V. è soprattutto il merito d'aver caldeggiato e previsto la restaurazione della filosofia scolastica.
Il pensiero politico del V. che, peraltro, riflette il suo tradizionalismo, s'ispira ai suoi grandi ideali: Chiesa, popolo, libertà. Da giovane, egli era stato favorevole alla monarchia e al legittimismo, e aveva combattuto la rivoluzione in politica come il razionalismo in filosofia. Rousseau (v.) aveva difeso l'origine storico-naturale del potere, con tendenza verso una forma di teocrazia medievale; ma in seguito alle mutate condizioni dei popoli, egli abbandonò l'intransigenza autoritaria per aderire alla democrazia, e questa mutanza selvaggia (D. O'Connell, Roma 1847, p. 104) che egli sperava di rigenerare con la fede cristiana. Accolse, quindi, la teoria cara a non pochi scolastici: il potere da Dio al popolo e da questo al principe. Si dichiarò per una partecipazione diretta, ma imparziale, del clero alla vita politica (L'attitude politienne du clergé, lett. a mons. Sibour, ivi 1847). Gioberti (v.) ROSMINIANI (v.) e sebbene avverso alle tendenze neoguerre del primo e alle mire unitarie del Piemonte, pure aderì col reverento a una confederazione degli Stati italiani sotto Pio IX; patrocinò, per la Sicilia, l'indipendenza e il regime repubblicano. Con un regime liberitario che, garantendo il potere, consentì una più larga autonomia ai diversi organismi dipendenti dallo Stato, con la Camera dei pari che reintegra il collegio cardinalizio nel suo tradizionale compito di sorvegliare l'amministrazione politica e con una Camera dei deputati scelti in base a una legge elettorale fondata non sul censo ma sul diritto naturale della paternità, egli invocò da Pio IX una costituzione tipo a cui s'ispirassero gli altri Stati. Patrocinatore sincero delle giuste rivendicazioni dei popoli, dimostrò nel forte discorso funebre per D. O'Connell che non ci può essere opposizione tra religione e libertà; ma un anno dopo, trascinato dalla sua generosa indulgenza, fece un passo innanzi: tentò l'alleganza tra Chiesa e democrazia, e in un momento d'infezione esaltazione lirica inneggiò ai caduti di Vienna.
Si è voluto da taluni scorgere una opposizione tra la politica del V. e la sua filosofia tradizionalista. L'opposizione non è che apparente. Il V. vide nella democrazia l'attuazione concreta di principi naturali, patrimonio di tutte le genti e garantiti dal Vangelo. Nelle riforme invocate per gli Stati pontifici egli mirò alla restaurazione delle libertà comunali che resero un tempo fiorenti le Repubbliche quelle del medioevo. La rivoluzione stessa gli parve talora «lo sforzo cieco e disperato di una nazione cristiana per far rientrare il potere nei limiti che il cristianesimo gli aveva posto» (Disc. pei morti di Vienna, Roma 1848, p. 11). La politica del V. si presenta così come l'applicazione della sua filosofia alle storiche contingenze del potere e della società. Senza giustificare gli errori dell'uomo e del pensatore, non è stato, sembra, lungi dal vero chi ha definito il V. «l'uomo d'una sola idea: l'idea cristiana; e l'uomo d'un sol libro: la Bibbia» (Rastoul [V. BIBLICA.], p. 181).