SUSSISTENZA. — Indica in genere la consistenza e sufficienza sostanza (v.) mediante il possesso dei suoi principi essenziali e reali. La s. costituisce perciò il modo di essere della sostanza individua che è in sé completa, in opposizione all'inerenza ch'è propria degli accidenti: «il laenim subsistere dicimus, quae non in alio sed in se existunt» (Sum. Theol., 1a, q. 29, a. 2, c; cf. q. 75, a. 2 ad 1).
La s. è perciò l'attualità della sostanza come tale: «Ratio substantiae est quod per se subsistat» (s. Tommaso, In III Sent., dist. 6, q. 1, q. 1, a. 1 c), così che la s. coincide con la sostanza individua per sé esistente. In quanto attualità della sostanza, la s. si realizza nei diversi esseri a seconda della rispettiva struttura ontologica. In Dio la s. è nel possesso in semplicità e pienezza dell'essere come pura attualità (cf. Sum. Theol., 1a, q. 13, a. 11). E siccome la perfezione dell'essere è, per s. Tommaso, graduata secondo l'indipendenza che la sostanza ha rispetto alla materia, la s. appartiene principalmente alle nature spirituali che non hanno in sé materia, ma sono pure forme: tali sono gli angeli, detti perciò «forme sussistenti» (ibid., 1a, q. 3, a. 3, c). ANIMA (v.) umana, benché forma sostanziale del corpo, dev'essere riconosciuta dotata di s. in quanto esercita le operazioni dell'intendere e del volere che la manifestano di natura spirituale (ibid., q. 75, a. 2; cf. Q. de anima, a. 14).
Per precisare la terminologia, si può quindi distinguere: a) ESSENZA (v.) natura (v.), ch'è il costitutivo formale di una qualsiasi cosa; b) la «sostanza prima» cioè l'individuo reale o «ipostasi» o «supposito» che è la realtà concreta esistente nella sua sufficienza ontologica (cf. Quodl., II, q. 2, a. 2, c); c) la s. dice l'attualità di detta sostanza prima, ond'essa esiste in sé e si distingue dalle essenze astratte o «sostanze seconde» esistenti soltanto come concetti nella mente, e nella realtà mediante gli individui che le realizzano; d) persona (v.) aggiunge alla s. la dignità di natura razionale.
Lo sviluppo della nozione di s. coincide con quello di realtà: per Platone sussistono le specie e i generi universali perché costituiscono l'«in sé» del reale sottratto al divenire dell'apparenza sensibile (cf. Resp., 476 A sgg.). Nella metafisica aristotelica se in realtà la s. compete alla sostanza individua, essa tuttavia è l'effetto della «forma» ed è quindi la specie come tale che sussiste nelle vicissitudini delle contingenze fisiche, mentre i singoli individui nascono e muoiono (Met., VII, 3, 1028 b 36-1029 a 2). Nel neoplatonismo la s., indicata con il termine «ὁπόστασις» (il significato aristotelico del termine è estraneo alla metafisica: cf. H. Bonitz, s. V. in Index Aristot., Berlino 1870, 801 b 35-802 a 8), corrisponde all'esistenza indefettibile, «ἀνακλείστος ὑπόστασις», che le emanazioni ottengono nella derivazione dell'Uno (cf. Proclo, The elements of theology, ed. E. R. Dodds, Oxford 1933, prop. 8-4, 94: pp. 78, 6; 84, 24 e passim). Con s. traduce il Moerbeke il titolo dell'opuscolo di Proclo, perduto nel testo greco, sul problema del male: De malorum dubitatione, e bene, come osserva il Cousin, perché «bona habent ὑπόστασις», mala tempore «ὁπόστασις», in quanto «bonum species, malum sine specie ac velut privatio» (Procli opera..., I, Parigi 1820, p. 188). Nel suo significato greco originario quindi s. come ὑπόστασις è «fondamento» tanto in senso transittivo da ὑπόστασις come intransitivo da ὑπόστασις: nel-l'àmbito ontologico esso, se compete alla sostanza singolare rispetto agli accidenti, è proprio anche «sia per Platone come per Aristotele» dell'essenza universale rispetto ai singoli. La filosofia greca quindi sta per l'identità reale di οὐσία e ὑπόστασις, di s. o ὑπόστασις con la sostanza (prima e seconda).
Quest'identificazione si ritrova nei Padri greci ed è passata nella condanna di Ario del Concilio di Nicea (Denz-U 54), ma dopo il Concilio si chiarisce per merito di s. Atanasio il preciso significato di s. come sostanza prima, sancito dalla formula: μία οὐσία, τρεις ὑπόστασις (cf. Atanasio, De incarn. et contra arianos, 10: PG 26, 1000 B: μία γάρ θεότης καὶ εἰς θεός ἐν τρισὶν ὑπόστασις). A questo punto s'inizia nella teologia il passaggio di s. come οὐσία-ὁπόστασις a quello di «persona» πρόσωπον», ma, com'è noto, tra i Padri greci e latini non c'è stato sempre su questo punto una perfetta intesa: l'uso oscillante dei
SUSSISTENZA - SUTTER FEDELE
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sonalità, in *Drus Thomas* (Piac.), 17 (1940), pp. 27-40. Discussione critica, in M. Duquesne, *Personne et existence*, in *Rev. des sc. philos. et théolog.*, 36 (1952), p. 418 sgg. em. Cornelio Fabro