UNIONE DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE (U.R.S.S.)

UNIONE DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE (U.R.S.S.). - L'uso della sigla U.R.S.S. risale al 30 dic. 1926 (in russo S.S.S.R., o, in caratteri cirillici, C.C.C.P., ossia «Sojuz Sozialist-česciich Sovietskich Respublik»). Essa indica la vastissima unità politica che ha ereditato, in seguito alla Rivoluzione del febbr. 1917, l'Impero degli Zar, trasformato in Stato a struttura comunista e costituito (nominalmente) in una federazione di più unità gravitanti con diverso legame attorno al potere federale. La sigla tende a sostituire il vecchio nome Russia, che tuttavia si conserva ancora così per l'insieme dell'U.R.S.S. come per la sua parte europea, e, non di rado, per la R.S.F.S.R. (Repubblica Socialista Sovietica Federata Russa), che è l'unica sotto ogni riguardo preminente della Federazione.

Il territorio dell'U.R.S.S. è il più vasto della Terra, in quanto considerato come un tutto contiguo: prima dell'ultima guerra mondiale si estendeva su 21,2 milioni di kmq. di cui oltre 4/5 in Asia (di cui occupava il 37%) ed 1/4 in Europa (43% di questa), rappresentando così il 14,3% delle terre emerse; con le annessioni operate fra il 1939 ed il 1945 (690.000 kmq.; e di questi ben 478.000 in Europa) la sua superficie è salita a 22,8 milioni di kmq. (dei quali 5,1 in Europa), ciò che significa poco meno di 1/6 di tutti i continenti e i 2/3 della massa euroasiatica. Il territorio dell'U.R.S.S. è delimitato per ca. 2/3 del suo perimetro (45.000 km.) da mari, quasi tutti chiusi o sbarrati da ghiacci per un più o meno lungo periodo dell'anno, e perciò non sempre favorevoli alla navigazione. Le frontiere terrestri (25.000 km.) toccano propriamente 11 Stati: 4 dei 6 europei (Polonia, Ceoslovacchia, Ungheria, Romania) e 2 dei 5 asiatici (Cina e Nord Corea) concernono unità politiche concretamente funzionanti come organismi satelliti. Ad ogni modo, più ancora che per la sua posizione geografica e per le sue dimensioni (maggiori di quelle di un intero continente) l'U.R.S.S. è interessata a tutti i grandi problemi della politica mondiale per la sua decisa e tenace volontà di

UNIONE DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE

Repubbliche e Province autonome nell'U.R.S.S.

Repub. Feder. comprendenteN. degli oblastiRA-Repubbliche PA-Province aut.Superficie in kmq. (1000)Ab. in 1000Capoluogo e popolazione 1000 ab.
Russia53RA Baschiri143,53000Ufa (300)
» Buriato-Mongoli351,4600Ulan Ude (150)
» Daghestan38,1900Mahačkala (87)
» Jacuzia3061,8450Jakustk (23)
» Cabardia11,9300Nalčik (27)
» Komi404,5450Sytkyvkar (17)
» Mari23,0600Joskar Ola (9)
» Morduini26,21200Saransk (200)
» Ossezia Sett.9,1450Dzandžikau (128)
» Tatari67,62850Kazan (500)
» Ciuvasci18,41050Čeboskari (16)
» Tannu Tuva171,2150Kyzyj (10)
» Udmurti42,01200Iževsk (200)
PA Adighezia4,4300Maikop (67)
» Ebrei35,7108Birobidžan (7)
» Hakassia62,2300Abakan (13)
» Alto Altai93,0150Gorno Altajsk (12)
» Circassia4,0100Čerkessk (23)
Ukraina25
Bielorussia12
GeorgiaRA Abhasia8,5330Suhumi (36)
» Adžaristan2,8195Batumi (90)
PA Ossezia merid.3,9120Stalinir (8)
RA Nahičevan5,4160Nahičevan (12)
AzerbaigianPA Nagorno Karabath2,8130Stepanakert (5)
Kazakistan16
Kirghizistan
Uzbekistan9RA Caracalpacchi159,5435Nukus (11)
Tagikistan6PA Gorno Badahšan61,145Horog (1)
Turkmenistan6

una funzione ideologica: la diffusione del comunismo nel mondo; in Europa, poi, essa controlla, mediante una occupazione militare che si continua ormai da oltre 8 anni, una larga porzione della Germania (107.000 kmq., il 30% di tutto lo Stato, e il 25% della sua popolazione) e dell'Austria (23,5 mila kmq., il 31% dello Stato e il 34% della popolazione), non escluse le rispettive capitali. Particolarmente notevole è la posizione di predominio assunta, dopo il 1940, nel Baltico, con le annessioni dell'Estonia, Lettonia e Lituania: tutto il bacino meridionale di quel mare, tenendo conto dell'occupazione ancora in atto nella Germania orientale, è praticamente sotto il dominio sovietico.

L'U.R.S.S. si stende dal 35° 48' (frontiera afgana) al 77° 37' N. (C. Čeljuskin) e dal 19° 32' (Frische Nehrung) al 169° 50' E. Greenw. (C. Dejnev sullo Stretto di Bering); che è quanto dire per ca. 9700 km. da O. ad E. e per almeno 4000 da S. a N. Ne consegue, evidentemente, una grande varietà di condizioni e di attitudini naturali, e del pari di ambienti climatici. Dalle depressioni che circondano il Caspio (il cui livello è di 26 m. inferiore al comune marino) e dalle criptodepressioni del Bajkal (che con i suoi 1280 m. sotto lo stesso comune marino è la più profonda della terra) si sale al 7600 m. sul Picco Stalin nel Trans Alai (la più alta vetta della Federazione); e così dai geli delle estreme plaghe nord-orientali asiatiche — dove si localizza, ad Oimekon, sull'Indigirka, il «polo del freddo» (minimi assoluti di — 70°!) — si passa ai calori tropicali dell'Asia centrale, dove le temperature estive si avvicinano talora ai 70°. Sensibili anche le differenze nelle precipitazioni: a massimi di oltre 2 m. come nella Transcaucasia occidentale, si contrappone l'aridità di grandi deserti ad E. del Caspio (Kara e Kizil Kum), dove, per spazi ampi quanto e più dell'Italia continentale, non cade una stilla d'acqua per estati e per anni.

Con tutto ciò non manca all'immenso dominio una sua peculiare unità geografica. Nell'aspetto del paesaggio,

per la prevalenza assoluta dei tavolati, o meglio degli altopiani, e perciò di vastissime superfici pianeggianti o appena acclivi, sulle regioni corrugate, che occupano quasi tutte settori periferici; nella disposizione relativa delle diverse unità naturali, che si susseguono da N. a S. secondo una graduale e in complesso regolare differenziazione climatica; e finalmente nel clima stesso, per il carattere di continentalità che domina su tutto, si può dire, il territorio dell'U.R.S.S., anche dove questo è prossimo ai mari periferici, per la sostanziale uniformità dei regimi termici ed udometrici su vastissime superfici. Alla molto maggiore estensione di questo da O. ad E. corrisponde la disposizione nel senso della latitudine delle zone tipiche del paesaggio dell'U.R.S.S.: la tundra artica, nel settore prossimo all'Oceano Glaciale; la larga fascia boschiva (la taigá siberiana) che le tien dietro, prima (a N.) tutta di conifere, poi sempre più mescidata (a S.) di latifoglie, con larghe chiazze a landa o torbiera; le terre cerealicole (černozem) che sostituiscono l'originaria vegetazione stepposa in Ucraina e nella Siberia centro-occidentale; e finalmente le steppe aride e saline, che trapassano a poco a poco nel vero e proprio deserto (Asia centrale). Nei settori periferici, come si è detto, ma talora anche interferendo con le zone ora nominate, i rilievi, vari anch'essi, da settore a settore: l'alta e compatta muraglia caucasica, a SO.; le rinterzate chiostre montuose dall'Asia centrale (dall'Alai ai Sajani) e orientale (in parte note ancora piuttosto imperfettamente) e gli Urali, che, quantunque estesi da N. a S. per oltre 2000 km., formano in realtà solo una modesta intumescenza tra settori pianeggianti del tutto simili.

Le regioni naturali dell'U.R.S.S. assumono perciò, in genere, dimensioni cospicue; per larghi spazi le differenze locali, pur non mancando, appaiono quasi trascurabili. In complesso si possono distinguere: a) la grande pianura euroasiatica, costituita da due vasti blocchi tabulari delle due parti degli Urali: la generale planizia è appena disturbata, qua e là, da piccoli allineamenti

Le 16 Repubbliche Federate dell'U.R.S.S.

RepubblicaSuperficie in kmq. (1000)Popolazione 1950 (in milioni di ab.)Dens. kmq.Capitali (popolaz. in 1000 ab.)
Russia16.922,0116,47Mosca (4500)
Ucraina576,640,871Kiev (900)
Bielorussia207,69,345Minsk (230)
Estonia45,11,227Tallinn (196)
Lettonia64,52,133Riga (390)
Lituania65,23,046Vilna (163)
Moldavia33,82,780Kišinev (110)
Carelo-Finskaja178,50,63Petrozavodsk (70)
Armenia29,81,550Erevan (255)
Georgia76,23,647Tiflis (540)
Azerbaigian85,73,339Baku (800)
Kazakhstan2.753,86,62Alma Ata (300)
Kirghizistan196,91,58Frunze (440)
Usbekistan407,56,015Taškent (600)
Tagikistan142,61,511Stalinabad (110)
Turkmenistan484,81,22Ašhabad (120)
U.R.S.S.22.270,6201,39

collinosi (lungo il Volga, il Don, il Dnieper), che superano di poco, al massimo, i 250-300 m. di altezza, mentre solo a N., nella penisola di Kola, si raggiungono i 1000 m. Gli Urali non rappresentano affatto, salvo che al N., una barriera: le ferrovie e le strade li attraversano dovunque a ci lo aperto. Si tratta di una regione estesa ca. 4000 km. da O. ad E. ed almeno 2000 da S. a N.; in essa si raccoglie quasi l'85% della popolazione dell'U.R.S.S.; b) gli altopiani della Siberia centrale, oltre lo Jenissei; elevati da 500 a 800 m. sopra una superficie di oltre 2.000.000 di kmq. Verso mezzogiorno l'altopiano cede il posto ad una serie di rilievi alti oltre 2000 m. (Jablonovi, Stanovoj), che dominano fosse più o meno depresse, la maggiore delle quali, quella occupata dal Bajkal, è profonda più di 1600 m. È un paese aspro, dal clima rude e dalle molteplici altitudini, ma ancora in via di sviluppo; c) i territori dell'Estremo Oriente, delimitati ad O., a un dipresso, dal 125° E. Grenw. ed estesi fino al Pacifico. Grandi archi montuosi (Khirigan, Sirohota Alin, Čerskij, Verchjansk) con la concavità volta a N. si alzano fin oltre i 4000 m., sovrastando, nell'intervallo fra gli uni e gli altri, bacini interni, i più importanti dei quali, dal punto di vista economico, sono quelli più meridionali (50° N.) di Blagoveščensk e di Chabarovsk, riuniti dall'ampia valle dell'Amur. È una regione tuttora assai debolmente popolata, anche nel suo freddo e umido orlo marittimo, eccezion fatta per l'esile zona di confine prossima alla Corea; d) l'Asia centrale, cioè il lembo pianeggiante o depresso che s'apre ad oriente del Caspio; territorio arido e in parte desertico, ma che più fasci di alti o altissimi (da 4000 ad oltre 7000 m.) rilievi (Alai, Ala tau, Tien Shan, Pamiri), che lo inquadrano da S. a SE., beneficano con le loro acque. È uno dei distretti in cui è stata più decisiva la trasformazione economica operata dal regime sovietico: l'originario nomadismo e le persistenti migrazioni stagionali cedono a poco a poco al formarsi di un insediamento stabile, favorito dallo sviluppo delle industrie; e) il settore caucasico che comprende un largo complesso di cimali, estendentesi, dal Mar Nero al Caspio, per oltre un migliaio di km. ed estollentesi a più di 5500 m. nell'Elbruz. Dalle due parti della linea assiale le montagne s'aprono in dedali di valli, che han dato luogo ad un complicato musaico etnico-politico, a carattere fortemente conservativo al N. (Ciscaucasia), mentre al S. (Transcaucasia) si mantiene vivo il contrasto fra l'umida Colchide (Georgia) che guarda l'Eusino e la nuda, stibonda piana del Kura (Azerbaigian), ambedue chiuse verso l'Iran dall'altopiano armeno, selvaggio complesso di montagne, di bacini e di altopiani, non privo tuttavia di risorse.

Un tale insieme di condizioni ambientali non poteva non dare origine a differenziazioni antropiche ed economiche, anche a prescindere dalla particolare evoluzione storica che i diversi paesi hanno sperimentato: né meraviglia che l'espansione slava, mossasi fin dal sec. XVI alla conquista dell'immenso dominio, non sia ancora pervenuta a realizzare dovunque condizioni di civiltà paragonabili con quanto è stato ottenuto in altre regioni di pur non così antica colonizzazione. Un indice di questo stesso fatto è nella debole densità complessiva del popolamento, sebbene la cifra che la esprime (meno di 10 ab.) sia da mettere in rapporto anche con la larga parte (ca. 1/3) che della superficie dell'U.R.S.S. è occupata da terreni ghiacciati (tundra) e desertici (Asia centrale). D'altronde, le densità regionali variano entro limiti piuttosto ampi: mentre quasi tutto il settore asiatico a N. del 50° di lat. ha indici inferiori o vicini a 1 ab. a kmq. (ma con vastissime plaghe nelle quali, in concreto, non c'è, invero, più di 1 ab. ogni 10, ogni 50 o addirittura ogni 100 kmq.), nelle regioni prossime a Mosca od ai centri industriali dell'Ucraina si superano, sia pure per modeste aree, i 100 od i 200 ab. a kmq. Ma, per ben comprendere la nota mobilità della popolazione sovietica, si tenga conto del gran numero di nomadi e seminomadi che vivono nell'Asia centrale e settentrionale, del sempre vivo ritmo delle migrazioni interne e delle crisi di produzione (carestie) che hanno determinato, fino a ieri, esodi in massa o fenomeni di assestamento ignoti ai nostri paesi. Notevolmente diverse sono del resto, dalle nostre, le stesse città russe, almeno quelle tradizionali, in quanto sfuggite, in misura maggiore o minore, all'azione livellatrice che ha esercitato ed esercita la trasformazione sociale-economica compiuta dal classismo comunista. Tra i più potenti risultati della rivoluzione vanno posti l'accresciuto numero dei centri urbani e l'accresciuta loro importanza demografica: nel 1950 l'Unione contava oltre un centinaio di grandi città (vale a dire aventi ognuna una popolazione superiore ai 100.000 ab.), delle quali due oltrepassavano i 3.000.000 di ab. (Mosca, con oltre 5. e Leningrado), una dozzina di mezzo milione (Kiev, Baku, Charcov, Gorkij, Novosibirsk, Sverdlovsk, Taškent, Tiflis, Odessa, Dnepropetrovsk, Rostov sul Don e Stalino), e almeno 16 il quarto di milione.

Caratteristica della popolazione dell'U.R.S.S. è la sua grande eterogeneità etnica: almeno 170 gruppi distinti, appartenenti ad una diecina di stirpi diverse. Sebbene gli Indoeuropei prevalgano pur sempre in modo assoluto, i Russi (o meglio, i Grandi Russi), formano oggi meno della metà del totale degli abitanti dell'U.R.S.S. (100.000.000 di anime nel 1951), mentre ne costituivano il 53% avanti l'ultima grande guerra mondiale; seguono,

per consistenza numerica, gli Ucraini (36.000.000), i Bielorussi (10.000.000), ed altri 14 gruppi aventi ciascuno più di 1.000.000 di individui. Dopo gli Indoeuropei, i popoli di stirpe turco-tatara costituiscono il nucleo più numeroso (15% del totale) con alla testa gli Usbechi (5.000.000), i Tatari (4,3) ed i Kasaki (3,1), e sono diffusi, oltre che in Asia, anche nelle regioni europee. Almeno altri 17 gruppi constano di masse inferiori ciascuna ad 1.000.000 e superiori a 100.000 anime, ed una diecina, all'incirca, di quantitativi minori. Ne consegue una babelica confusione linguistica, che il regime sovietico ha, per suo conto, stimolato, favorendo la conservazione e lo sviluppo degli idiomi locali, in quanto peculiari alle unità politico-amministrative entro cui vivono; ma decretando in pari tempo il predominio del russo (passato con i suoi 220.000.000 di parlanti al secondo posto del mondo, subito dopo l'inglese), che è la lingua ufficiale dell'U.R.S.S.

Quanto a numero di abitanti, l'U.R.S.S. deteneva, alla vigilia della guerra mondiale, il terzo posto nel mondo, fra gli Stati sovrani; della sua popolazione spettavano al settore europeo quasi esattamente i 2/3. In tal modo, l'Unione Sovietica, mentre raccoglieva l'8% della popolazione della Terra, assorbiva da sola poco meno di 1/4 di quella del continente europeo, e superava in questo di gran lunga qualunque altro Stato. Con la conclusione della seconda guerra mondiale, questa situazione si è fatta anche più netta. Nel dominio sovietico si raccoglie ora l'8,7% (1948) della popolazione mondiale; la parte spettante al settore europeo rappresenta in Europa il 26% del totale degli abitanti, ma oltrepassando assai più decisamente la quota relativa a tutti gli altri Stati.

Nonostante il suo recente, grandioso sviluppo industriale, e la tendenza a spostare sempre più verso E. il centro di gravità della sua vita economica, per mettere a profitto in misura via via maggiore le immense risorse d'ogni genere di cui è ricco il settore asiatico, l'U.R.S.S. resta ancora un paese essenzialmente agricolo (il 57% della sua popolazione è rurale) e che trae la parte senza confronto più vistosa della sua produzione dal settore europeo. Nel campo dell'attività agraria, una tal conseguenza appar tanto più evidente, in quanto oltre i 4/5 del territorio messo a coltura si trovano ancora ad occidente degli Urali. Il nuovo regime ha però non solo dato impulso allo sviluppo di tutte quelle produzioni consentite dai peculiari ambienti naturali delle regioni extra-europee (e basti ricordare la crescente produzione della cotonicoltura e della frutticoltura nell'Asia centrale), ma spinto assai più innanzi in sfruttamento del suolo nelle stesse zone tradizionalmente agricole, e soprattutto in Ucraina, sia con il rinnovare l'organizzazione del lavoro (nelle fattorie statali, o sovietica, ed in quelle collettive, o kolchoz) sia con una sempre più larga meccanizzazione (stazioni di macchine agricole, trattori), sia regolando la distribuzione delle diverse coltivazioni secondo piani che tengono conto delle proprietà specifiche dei suoli e delle esigenze della collettività. Nella produzione cerealicola (grano, segale, avena, orzo) l'U.R.S.S. ha perciò rinforzato il suo primato mondiale, senza riuscire a riprendere la sua funzione di massimo esportatore, per l'accresciuto consumo interno e la cresciuta concorrenza degli altri produttori. Non è facile fornire cifre del tutto attendibili sulla produzione agricola — e l'avvertenza vale egualmente per quel che concerne gli altri dati statistici — dell'U.R.S.S.: con ragionevole approssimazione, si può affermare che la superficie agraria vi rappresenta il 16% di quella mondiale, e le percentuali, sempre sulla produzione mondiale, dei principali raccolti agricoli si aggirano sui seguenti valori (la prima cifra si riferisce alla superficie coltivata, la seconda al raccolto): grano 13-14,5 (450.000.000 di q.li nel 1950); segale 68,5-62,5 (162 milioni di q.li nel 1950, contro 255 nel 1935-38); avena 28-23; orzo 18-14; patate 40-36. Come si vede, la cifra relativa alla produzione è in genere inferiore a quella della superficie coltivata; ciò che sta a indicare come i rendimenti unitari siano piuttosto bassi (quella del grano, p. es., è di ca. la metà della corrispondente italiana).

Di fronte al predominio quasi assoluto dei cereali

sulle altre colture caratteristiche del periodo zarista, è chiara oggi la tendenza allo sviluppo delle colture specializzate, tra le quali predominano le olefiere (girasole, ricino, lino, canapa), la cotoniera (dall'Ucraina alla Transcaucasia; tenendo conto delle altre regioni in cui è diffusa la stessa coltura, si ha che l'U.R.S.S. partecipa alla produzione mondiale con appena il 6%) e la barbabietola da zucchero. Nel quadro dell'agricoltura sovietica non va dimenticata la cura con cui si è posto mano al problema dell'irrigazione artificiale, che ha consentito, e più consentirà in avvenire, di guadagnare nuova terra al lavoro umano (si calcola, p. es., di poter portare da 400.000 ad 1,3 milioni di ha la superficie conquistata al deserto). Per contro la produzione di energia idroelettrica (due terzi della potenza disponibile sono collocati in Europa) è ancora lontana dalle sue possibilità, ad onta delle grandi centrali costituite (Dneproghes, un tempo la più grande del mondo) od in costruzione. Ingente il patrimonio sootecnico: ovini (100.000.000 di capi) e bovini (60.000.000) sono ai primi posti, specialmente le regioni dell'Asia centrale e della Siberia meridionale si prestano al loro allevamento. Ed ingenti del pari i prodotti della pesca: per quelli dell'acqua dolce, assai attiva nei numerosi fiumi, l'U.R.S.S. non ha rivali (produzione di caviale). Né meno grandiose sono le risorse forestali (il 23% delle aree produttive del mondo, il 21,5% di quelle accessibili; le quali a loro volta sono la metà dell'area forestale dell'U.R.S.S.) almeno 1,5 della superficie territoriale è considerato oggi accessibile e sfruttabile, e pone l'U.R.S.S., nell'esportazione dei relativi prodotti, ad uno dei primi posti nel mondo.

Di non diverso ordine di grandezza è l'abbondanza di risorse minerarie. Per accertarne la localizzazione e la consistenza, il nuovo regime ha dato opera ad un'intensa e metodica esplorazione di tutto il territorio dell'U.R.S.S., le cui riserve crescono di anno in anno con il perfezionarsi del rilevamento geologico delle molte regioni ancora ignote o poco note. I risultati finora conseguiti provano che l'immenso dominio possiede quantitativi cospicui di quasi tutti i minerali, base necessaria ad una grande potenza economica. L'Unione Sovietica dispone di riserve di ferro in proporzione di oltre 1/5 almeno del totale mondiale; di petrolio per poco meno, di carbon fossile per il 10-15%, e per quote diverse, ma sempre cospicue, di rame, zinco, piombo, manganese, oro, platino, nichello, amianto, cromo, potassio, bauxite, mercurio, magnesite (oltre 1/3), ecc.: se anche calcolate con qualche ottimismo, queste risorse sono ad ogni modo tali, da assicurare all'Unione Sovietica sotto questo riguardo una sostanziale autarchia, ma anche una espansione industriale, che non trova i suoi limiti certo nella deficienza o scarsità delle materie prime necessarie ad alimentarla. Si capisce quindi che proprio il campo dell'industria estrattiva sia stato quello sul quale con maggior impegno si è esercitato, dal 1917 ad oggi, lo sforzo di trasformazione economica voluto dal regime comunista; fino alla prima guerra mondiale, l'industria russa, per quanto potesse disporre di una simile base, era rimasta di troppo inferiore all'espansione richiesta, più che dalla sua politica, dalle stesse esigenze della sua crescente popolazione.

Il già avvertito difetto di tali statistiche recenti sull'industria sovietica estrattiva non toglie che si avvertano i progressi realizzati e le medie propositi; la produzione del ferro greggio è decuplicata nell'ultimo ventennio (da 2,1 a 21 milioni di tonn. fra il 1928 e il 1950), quella dell'acciaio sestuplicata (da 4,3 a 27,6 milioni di tonn.), quella del carbone cresciuta di 8,9 volte fra il 1913 e il 1950 (da 29 a 250 milioni di tonn.); quella del petrolio passata da 1,5 a 37,6 milioni di tonn. nello stesso periodo. Si rifletta tuttavia che l'aumento della produzione spettante alla quota sovietica sul totale mondiale non si identifica senz'altro con le cifre sopra indicate (anche le altre nazioni hanno progredito); così, p. es., la proporzione spettante al ferro è passata dal 3 al 12,5% fra il 1927 ed il 1939; quella dell'acciaio dal 3,5 al 13%, quella del manganese dal 17 al 45%, quella della cromite dal 4,5 al 15%, e via dicendo. Ad ogni caso più ancora che il volume della produzione oggi raggiunta, che pone la

U.R.S.S., in quasi ogni ramo di industrie, ma soprattutto nelle metallurgiche, siderurgiche, meccaniche, chimiche e tessili, al secondo posto nel mondo, subito dopo ed in evidente concorrenza con gli U.S.A., importa rilevare il gigantesco sforzo di così vaste proporzioni, in un paese in cui quasi tutte le premesse per un tal compito mancavano od erano affatto inadeguate (maestranze, riferimenti, vie di comunicazioni, commercio estero, ecc.).

Prescindendo anche dal rapporto che passa fra questo sforzo ed i sacrifici ch'esso ha imposto ed impone alla massa della popolazione, è evidente che la produzione sovietica è ancora lontana dall'avere raggiunto l'optimum delle sue possibilità: una chiara ed equilibrata visione di questa economia è poi resa difficile, senza la considerazione degli obiettivi, immediati o lontani, da una politica che mira ad affermarsi, oltre le più ampie frontiere di questo dominio, come espressione di valori universali. A questo stesso ordine di idee va riferita la complicata struttura politica ed amministrativa dell'U.R.S.S., nella quale le autonomie federali, sebbene di recente potenziate, soggiacciono ad una sulla unità statale e ideologica che praticamente le annulla. Limitandosi alle linee esterne di questa struttura, basterà rilevare qui che l'U.R.S.S. risulta di 16 Repubbliche Federate, entro le quali con decrescente grado di autonomia, trovano posto Repubbliche autonome, Province autonome, Distretti nazionali, e oblasti (questi ultimi indicatori divisioni di mero carattere amministrativo) secondo le tabelle annesse.

Per la storia, la letteratura, il rito e l'arte, nel territorio sovietico europeo, chiamato impropriamente Russia, V. RUTENI; RUSSIA; SLAVI; SLAVORITIA; UCRAINA. Si V. ARMENIA; BIEGRASSIA; ESTONIA; GEORGIA; LETTONIA; LITUANIA.

BIBL.: R. Beazley-N. Forbes-G. A. Birkett, Russia from the Varying to the Bolsheviks. Oxford 1918; I. Kulischer, Russische Wirtschaftsgesch. Jena 1925; A. W. Tschajanoff, Die Landwirtschaft des Sovietbundes, Berlino 1926; A. Palmieri, La geografía política della Russia sovietica, Roma 1927; A. R. Willmann, The Russian lands, Londra 1929; E. Burns, Russia's productive system, ivi 1930; V. Victoroff-Topogroff, Russie et Sovietica. Bibliographie des ouvrages parus en français de 1917 à 1920 inclus, relatifs à la Russie et à l'U.R.S.S., Saint-Cloud 1931; L. Lanton, An economic history of Soviet Russia, Londra 1932; P. Andre, L'U.R.S.S.: la Fédération soviét. et ses républ., Parigi 1934; M. Hoffmann, Die afgarnische Bevölkerung Russlands, Lipsia 1932; E. Thiel, Verkehrsgeographie von Russisch Asien, Königsberg-Berlino 1932; J. Davis, The New Russia, Nuova York 1933; E. M. Friedman, Russia in transition, Londra 1933; M. Friederichsen, Das europäische Russland, H. Omger, Sibirien, A. Schultz, Russisch Turkestan, B. Plaetsche, Die Kaukasischen Länder, in Handbuch der geogr. Wissenschaften, Potsdam 1934; G. Pullé, L'Unione Sovietica Russa, in Geografia universale, Torino 1935; N. M. Khalilov, Nouvelle géographie de l'URSS, Parigi 1936; M. Slonin, Les onze Républiques soviétiques, ivi 1937; P. Camena d'Almeida, Etats de la Baltique-Russie, in Géographie universelle, ivi 1937; T. A. Tarsconzio, Soviet in the Artic, Nuova York 1941; C. B. Cressey, The Basis of Soviet Strength, ivi 1945; I. S. Gregory, D. W. Shave, The U.S.S.R.: geographical Survey, Londra 1946; G. Jorre, L'U.R.S.S.: la terre et les hommes, Parigi 1946; F. Lorimer, The population of the Soviet Union: History and Prospect, Ginevra 1946; W. M. Mandel, A guide to the Soviet Union, Nuova York 1946; J. E. Simmon, U.S.S.R.: a concise handbook, Ithaca 1947; S. Stronniline, La planification en U.R.S.S., Parigi 1947; P. George, U.R.S.S., ivi 1947; N. A. Voznesenaky, The Economy of the U.R.S.S., during World War II, Washington 1948; M. Dobb, Soviet economic development since 1917, Londra 1948; S. P. Turin, The U.S.S.R.: an economic and social survey, ivi 1948; L. S. Berg, The Natural Regions of the U.S.S.R., Washington 1949; N. Yasny, The Socialized agriculture of the U.S.S.R. Plans and Performance, Stanford 1949; A. Atakelian, Industrial Management in the U.S.S.R., Washington 1949; Th. Shabad, Geography of the U.S.S.R.: a regional survey, Nuova York 1951; N. T. Mirov, Geography of Russia, Nuova York-Londra 1951.

II. CONDIZIONE GIURIDICA DELLA CHIESA

L'Impero Russo (v. Chiesa) regolò i suoi rapporti con la Chiesa cattolica secondo la legge per le confessioni straniere (Svod Zakonov, vol. XI, 1: Codice degli Affari Ecclesiastici delle confessioni straniere). L'unione sovietica pure non è priva d'una legislazione ecclesiastico-statale; però questa si distingue dalle legi-

slazioni di tutti gli altri Stati, anche di quelli che proclamano la separazione della Chiesa dallo Stato.

I documenti fondamentali, ancor oggi in vigore, sono: 1) il decreto del 23 gen. 1918 « Sulla separazione della Chiesa dallo Stato » (13 articoli) in base al quale la Costituzione R.S.F.S.R. del 1918 nell'art. 13 (dal 1925 art. 4) garantisce: « Ai cittadini è consentita indistintamente la propaganda religiosa ed antireligiosa ». 2) Il decreto del 18 apr. 1929: « Sulle associazioni religiose » (68 articoli), in base al quale l'art. 4 della Costituzione vien cambiata in: « La libertà di professione religiosa e la libertà antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini ». 3) L'art. 124 della Costituzione Staliniana (1936). Il suddetto art., finora in vigore, basato su decreti precedenti, restringe ancor più la libertà di coscienza; « La libertà di praticare i culti religiosi e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini ». L'art. 124 rappresenta una fase, benché a lunga scadenza, sulla via della liquidazione della Chiesa. Il punto di partenza ne è l'ideologia materialistica. Perciò davanti al diritto sovietico la Chiesa cattolica esiste, ma solamente « de facto », non « de iure ».

1) Il Romano Pontefice, come capo della Chiesa cattolica, non vien considerato quale persona sovrana, e neanche giuridica; espressioni come S. Sede, vescovi, diaconi, etc. non ricorrono. La Chiesa conta come una comunità e associazione religiosa, ma non ha diritti, neanche sulle organizzazioni professionali e culturali.

2) La Chiesa, anche in quanto collettività, è privata dei beni ecclesiastici ed è incapace di possedere beni mobili ed immobili: edifici di culto (chiese e cappelle), canoniche, seminari, utensili etc. Tutto è « patrimonio del popolo ». Fatta la registrazione, la comunità dei credenti può concludere un accordo con il potere civile e ricevere il permesso d'usare l'edificio di culto, ma deve pagare le tasse e le riparazioni; le tasse in questione, oggi meglio regolate, sono così alte che la chiusura delle chiese è inevitabile. Inoltre in seguito alla registrazione si ha una maggiore vigilanza e dipendenza dal potere civile.

3) La legge segna l'arresto alla diffusione della fede e prevede la progressiva liquidazione di essa: la religione è bandita da tutte le scuole, nessuna attività religiosa è ammessa per la gioventù; la Chiesa vive, ma senza stampa, senza radio, senza film, senza tipografie, senza carta, senza biblioteche ecc. Le spese del culto si coprono con offerte dei fedeli.

4) L'attuazione della legislazione ecclesiastica-statale non si compie mediante la via giudiziaria, ma quella amministrativa, cioè attraverso gli organi del Ministero dell'Interno e attraverso la polizia: processi con esito prestabilito, condanne senza processi, arresti senza indicazione dei motivi, deportazione e lavori forzati.

5) La vita cattolica si svolge in un ambiente ostile, ateo, antireligioso, i cui esponenti dispongono di tutti i mezzi di diffusione: stampa, radio, film, scuola, sussidi, ecc.

Dopo il 1945 la Chiesa russa dissidente patriarcale è quasi sul punto di diventare una persona giuridica per ragione dei compiti in favore dello Stato sovietico, ai quali dovrebbero adempiere. La Chiesa cattolica non avrà invece mai speranza di simili favori e privilegi; priva di diritti, la sua organizzazione gerarchica nell'U.R.S.S. è ormai liquidata; il numero dei fedeli molto ridotto: però il suo potenziale (numero, qualità, eroismo) negli anni del comunismo è rimasto più o meno come prima.

Non esiste una statistica religiosa dell'U.R.S.S. Il Governo nel censimento del 1937 pose la questione della religione. Fu tale il numero dei cittadini dichiarati credenti che il risultato non fu pubblicato. È certo che le generazioni cresciute sotto il bolscevismo sono in gran parte atee. È impossibile dare anche approssimativamente il numero dei battezzati nell'U.R.S.S. Il Governo nella sua Enciclopedia (vol. sull'Unione Sovietica, Mosca 1948), coll. 1788-90, elenca le religioni esistenti nel l'U.R.S.S. senza però darne le statistiche. Secondo queste notizie il gruppo religioso più grande è quello della « Chiesa russa ortodossa », i cui fedeli forse oscillano fra i 20 e 30 milioni. Essi erano, nel 1918, 98 milioni (inclusi i vecchi-credenti). Sulla Chiesa cattolica viene detto: « La

Chiesa romano-cattolica è sparsa principalmente nell'ovest dell'U.R.S.S. mentre nell'est ha soltanto poche comunità. La sua gerarchia consta del metropolita Antonio Springovics, un arcivescovo, due vescovi e un gran numero di prelati e canonici. Entro i confini dell'U.R.S.S. quali erano nel 1939, prima della guerra, viveva ca. mezzo milione di cattolici. Per essi non esiste di fatto nessuna organizzazione ecclesiastica - quella istituita nel 1926 è annientata - e a quanto si sa una sola chiesa rimane aperta al culto, quella di S. Luigi a Mosca, dell'ambasciata francese. A Mosca sola vi sono 15-20.000 cattolici. La nuova politica religiosa del Governo sovietico riapri varie chiese per i dissidenti, ma nessuna per i cattolici.

Dopo la guerra, nel 1945, furono incorporate all'U.R.S.S. vaste regioni con numerosi cattolici: la parte orientale e sudorientale (Galizia) della Polonia, la Lituania, la cosiddetta Podcarpazia, la Lettonia e l'Estonia (con pochi cattolici). Così il numero dei cattolici salì a ca. 8 milioni. La provincia ecclesiastica greco-cattolica di Leopoli fu nel 1946 ufficialmente soppressa. Lo stesso si fece nel 1949 con la diocesi di Mulečovo in Podcarpazia (già Cecoslovacchia). Dalla Polonia orientale i cattolici polacchi furono in grandissima parte deportati. In Lituania e Lettonia la lotta contro la Chiesa cattolica è in atto. In Lituania rimane un solo vescovo in libertà, quello di Panevezys, in Lettonia l'arcivescovo di Riga, Antonio Springovics. L'amministratore apostolico di Estonia, mons. Edoardo Profitlich S.I., fu deportato già nel 1940.

L'Enciclopedia Sovietica ricorda le seguenti confessioni cristiane esistenti nell'U.R.S.S.: la Chiesa dei vecchi-credenti divisa in tre rami, la Chiesa georgiana «ortodossa» con un proprio patriarca-catholicos residente a Tiflis e la Chiesa armata con il suo patriarca-catholicos residente a Echmadzin, capo di tutti gli armati dissidenti. Figurano ancora le sette protestanti dei battisti e dei luterani e altre ancora. Il numero dei protestanti viene stimato fra 2 e 3 milioni. Numerosi sono anche nell'U.R.S.S. gli ebrei e i musulmani.

Anche nel periodo della «Nuova Politica religiosa» (dal 1943) rimane in vigore la legislazione antireligiosa; ogni religione deve morire, è da liquidare. Nei paesi limitrofi (cattolici) di recente annessi infuria ancora una violenta persecuzione, mentre nell'interno dell'U.R.S.S. prevale la lotta ideologica. La letteratura con idee antireligiose si diffonde in milioni di esemplari; però le masse la leggono poco e preferiscono i classici, perché sentono il vuoto dell'ideologia materialista. Come pegno che la vita religiosa in genere e la vita ecclesiastica in specie nell'U.R.S.S. non è ancora spenta serve il fatto che nella Chiesa dissidente russa si arriva ancora a 3 milioni di comunioni pasquali. Il numero dei credenti, è vero, fu molto decimato ed è qualche volta mascherato, ma vien ricompensato dall'eroismo. Quindi il potenziale della vita religiosa dell'U.R.S.S. non è molto inferiore a quello di prima della rivoluzione.

V. BOLSCEVISMO; COMUNISMO; MOSCA, patriarcato di

Vedi tavv. LXXIX-LXXX.

BIBL.: G. Schmieder, La posiz. delle associaz. relig. nel dir. soviet., Reggio 1948; G. M. Schweigl, L'Art. 124 della Costituzione. soviet. sulla libertà dei culti, Roma 1948; id., Il nuovo Statuto della Chiesa russa e l'Art. 124 della Costituzione. soviet., ivi 1948; Bolízia Sovetskaja Enciclopedija, Sojca S. S. R., Mosca 1948, coll. 1775-90, trad. ted., vol. II, Berlino 1950, coll. 1857-72; G. Schweigl, Vita cattol. nell'U., in Civ. Catt., 1948, 1, pp. 337-344; id., Metodi sovietici di persecuzione religiosa, ibid., 1949, 1, pp. 356-63; id., L'Unione soviet. nell'Anno Santo, ibid., 1950, 1, pp. 495-500; G. de Vries, L'Oriente crist. dietro il sipario di ferro oggi, in Unitas, 5 (1950), pp. 3-16; A. Brunello, La Chiesa del silenzio, Roma 1953. Giuseppe M. Schweigl
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“UNIONE DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE (U.R.S.S.).” Enciclopedia Cattolica, vol. XII (1954), p. 507. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/unione-delle-repubbliche-socialiste-sovietiche-u-r-s-s.