GRAVIDANZA. - È lo stato della donna che porti in sé uno o più ovuli fecondati che si sviluppano, attraverso gli stadi di embrione e di feto, fino a quella perfezione organica che ne permetta la vita separata da quella materna. In condizioni di normalità, giungendo la g. al suo termine fisiologico e risolvendosi con l'espulsione PARTI (v.), essa ha una durata (gestazione) fissa per le singole specie animali; in particolare nella donna si compie in un tempo che oscilla tra 260 e 270 giorni, cioè ca. 9 mesi; meno (180-260 giorni) se il parto è prematuro; al di sotto di 180 aborto (v.) e tale epoca fissa il termine legale sotto cui il feto è considerato incapace di vivere staccato dall'organismo materno.
La g. è, com'è chiaro, soltanto degli animali i cui figli si sviluppino nell'organismo stesso della madre, venendo all'esterno vitali (vivipari), pur se, come per l'uomo, inetti nei primi tempi a muoversi liberamente nell'ambiente esterno e a procacciarsi da soli l'alimento, necessità adempiute dall'allattamento e dall'allevamento del neonato, atti che assumono al massimo grado nella specie umana contenuto psicologico e morale, primi svolgimenti di quell'educazione della prole da cui i genitori possono esonerarsi solo per corrispondenti gravi motivi (CIC, can. 1013).
Lo stato di g. produce nella madre una serie di modificazioni che, se appaiono manifestamente chiare nel suo apparato della generazione, rivestono sempre, più o meno intensamente, a volte tanto da creare addirittura uno stato di malattia, tutta la sua entità psico-fisica, dagli apparati organici più diversi al suo equilibrio neuropsicologico e morale.
La gestazione, com'è noto, si svolge nell'utero, organo muscoloso cavo situato nella regione più bassa del bacino; esso, della grandezza circa d'una piccola pera nello stato di verginità, accolto in sé l'uovo fecondato, circa ormai alla fine della prima settimana di vita, grande quanto in granello di canapa, deve seguire lo sviluppo progressivo del nuovo essere e degli annessi ovulari che l'accompagnano (membrane, liquido amniotico, placenta), giungendo, g. a termine, a un volume tale da invadere pressoché interamente la cavità addominale, ricacciando all'indietro e in alto le anse intestinali, all'innanzi la parete anteriore dell'addome che così rivela, nei periodi più avanzati della g., lo stato particolare della donna.
Da ciò una prima serie di modificazioni di ordine meccanico, che si fanno sentire sugli organi e sulle funzioni della digestione, della respirazione, della circolazione, creando molestie e disturbi che, pur raggiungendo spesso un limite quasi intollerabile negli ultimi tempi della g., vanno considerati dell'ordine fisiologico, tali da non costituire malattia in senso stretto.
Ma, oltreché meccanicamente, la donna è gravata dalla g. per le particolari condizioni del suo ricambio organico, spostato nel suo equilibrio dalle più difficili condizioni di attività delle sue grandi funzioni organiche, come poco prima s'è detto, e ciò vale particolarmente per i grandi emunitori delle sostanze metaboliche di rifiuto (intestino, reni, fegato) e appesantito dagli scambi vitali del feto che chiudono il loro ciclo nella madre attraverso la circolazione della placenta.
A tutto ciò va aggiunto un nuovo equilibrio della costellazione endocrina (v. ENDOCRINE, GLANDOLE, GLANDOLE) proprio della donna in g.; esso sarebbe dovuto alla secrezione del corion e della decidua producendo iperfunzione della tiroide, dell'ipofisi, della corteccia surrenale; ne segue uno spostamento dell'equilibrio neurovegetativo, con pre-
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valenza del vago nei primi mesi e del simpatico negli ultimi mesi della g.; a ciò particolarmente vanno attribuiti i disturbi gravidici (nausee, vomiti), presenti in quasi tutte le donne nei primi mesi del nuovo stato.
Ma simili condizioni di anormalità, per così dire fisiologica, possono esser sorpassate, comparendo stati morbosi, anche assai gravi, legati alla g.; questi, i difetti ginecologici e le anormalità ostetriche che possono porre in pericolo la vita della madre, ABORTO (v.) terapeutico e la loro discussione morale.
Gli stati morbosi d'indole medica, legati alla g., sono rappresentati dall'aggravarsi di malattie di cui già la donna era inferma, in maniera manifesta o occulta, o dallo svilupparsi di episodi, intossicazioni gravidiche (v.), di gravità varia, che di solito scompaiono nel corso e al termine della g., a volte invece possono esser l'inizio d'uno stato morboso che rimarrà permanente. Del primo gruppo assumono particolarmente interesse pratico la tubercolosi e le malattie di cuore, che creano senza dubbio uno stato di minorazione nella donna che s'incammina alla g. e nel passato costituivano una delle più assolute indicazioni all'aborto terapeutico.
tubercolosi (v.), le progressive conquiste nel campo della terapia chirurgica (pneumotocrace, toracoplastica, ecc.) e particolarmente medica (antibiotici: streptomicina, PAS, ecc.) hanno indubbiamente trasformata la prognosi della malattia e in particolare la necessità medica dell'interruzione abortiva della g. Se la donna è ben assistita e curata durante la gestazione, il parto e il puerperio, si può assistere alla nascita anche ripetuta di figli senza apprezzabile danno per la salute della madre.
Nei riguardi delle malattie di cuore, va tenuto presente trattarsi di forme a decorso cronico, le quali per loro conto procedono, più o meno lentamente, verso il fatale esito dello scompenso cardiovascolare, legato all'usura che lo svolgersi dell'attività giornaliera impone al cuore con la continua richiesta di prestazioni. Si può sostenere che, nel valore delle cause di tale logorio che la vita materna, nonostante le accresciute comodità meccaniche, impone in particolare al sistema nervoso e a quello circolatorio, la g. pesa in maniera secondaria e assai ridotta; per cui la donna malata di cuore, eventualmente alleggerita dell'allattamento, non riceve, come prima si pensava, un colpo decisivo in rapporto alla maternità, mentre è dimostrato che l'interruzione della g. è per la donna un rischio maggiore che non la sua continuazione. Il ben noto cardiologo di Budapest I. Zarday in una sua comunicazione il cui riassunto testualmente si riporta (A. V. Lombardi [V. BIBLICA.], pp. 217-22), afferma: «Prima del 1900 la mortalità delle cardiopatiche gravide era, in media, del 48,4%; mentre nei primi 4 decenni di questo secolo tale cifra si è ridotta al 6,2%». Nel materiale osservato dal Lombardi e nelle casistiche di altri, la mortalità dovuta a scompenso – in corso o a termine di g. – è dello 0% (!). Egli ritiene che il rischio costituito dalla coincidenza della gestazione con le cardiopatiche possa, mediante adeguato trattamento, essere così ridotto da non rendere mai necessaria l'interruzione della g.
Il normale decorso della g. e, in fine, PARTI (v.) possono esser morbosamente modificati da anomalie congenite o acquisite dell'apparato riproduttore materno (cause ginecologiche) o da anomalie nello svolgimento della gestazione, dall'impianto dell'ovulo altrove che in sede uterina, dal presentarsi di emorragie, dalle malposizioni e dalle anomalie presentazioni del feto al momento del parto (cause ostetriche). Tali eventualità possono costituire un attentato anche assai grave per la vita della donna, dell'embrione, del feto più o meno maturo in corso di sviluppo e all'atto di abbandonare l'organismo materno che l'ospitava. Tra la medicina, che pone in primo luogo la vita della madre e tenta salvarla anche sacrificando quella del figlio, e la morale che, valutando sullo stesso piano il diritto naturale di entrambi alla vita, vieta in maniera assoluta ogni atto positivo che risulti letale per il nascituro, sorgono i più dolorosi contrasti ABORTO (v.) e degli atti
embriotomici (v. EMBRIOTOMIA). Così, p. es., per quanto riguarda il caso dell'incrizione ectopica dell'ovulo fecondato con sviluppo extrauterino della g. (nel caso più frequente, sviluppo nella tromba o g. tubarica), mentre la medicina amare, valutando unicamente il grave pericolo, anche mortale, della madre e il preponderante valore sociale di questa, consiglia e applica l'asportazione preventiva della tromba gravida, donde l'aborto, che in tal caso viene permesso purtroppo da molte leggi civili in qualità di aborto terapeutico e non criminoso, la medicina che rispetta i limiti dell'etica, al contrario, ne vieta l'esecuzione, considerando diretta uccisione e ritiene lecita l'operazione soltanto se già sono in atto le gravi complicazioni emorragiche e imminente il pericolo di morte per le donna; in tal caso l'azione è diretta primitivamente a riparare questi danni, mentre la morte del feto, se già non avvenuta, segue indirettamente non volta in sé (aborto indiretto [P. G. Payen, V. BIBLICA.]).
A parte i predetti casi morali, la g. fa nascere particolari doveri per la donna che la porta; a questa, infatti, è affidata direttamente la tutela della nuova vita che s'è accesa e del nuovo organismo che va formandosi. In primo luogo verso Dio, che l'ha associata direttamente all'opera della creazione di nuove vite, poi verso il nascituro impotente a difendere da sé la sua vita e di cui essa è in gran parte arbitra, verso il coniuge che collaborò alla nascita, verso la società di cui il figlio fa parte già prima di venire alla luce, la donna assume doveri morali e legali, di cui anche la legge degli uomini le chiede stretto conto.
Essa, pur ammesso che attraversa uno stato che nella grandissima maggioranza dei casi appartiene all'ordine fisiologico, senza dubbio mezzo di raggiungimento e progressivo perfezionarsi di una piena femminilità, è legata, però, da alcune particolari cautele che possono farle conservare o raggiungere quello stato di salute necessario per un'ottima g.; deve quindi evitare, per quanto dipende da lei, eccessivo strapazzo (sport violenti), deperimento, intossicazioni voluttuarie (assai dannoso il fumo, come dimostra anche l'elevata percentuale di aborti spontanei nelle lavoranti di tabacco), malattie, cause tutte che attraversano il danno al proprio organismo potrebbero influire, anche in maniera assai grave, sulla vita, sullo sviluppo, sulla futura salute del nuovo essere a lei affidato da Dio e dalla società. La donna in stato di g. ha il dovere di conoscerne bene i doveri del proprio stato insieme con gli eventuali rischi ad esso connessi, riuscendo così più facilmente a evitarti; in ciò non dovrà valersi dei consigli e dei giudizi di persone non tecniche, spesso ignoranti e colme di pregiudizi dal lato igienico e morale, ma far regolare la propria condotta e il proprio regime di vita da guide oneste, intelligenti, di sicura scienza, come può essere il medico cattolico.
Anche la serenità psichica, la costante applicazione della mente alla riflessione della grandezza della maternità, della gioia d'una propria creatura che si desideri fisicamente e moralmente perfetta; il suscitare, attraverso sensazioni adeguate, immagini di bellezza, di bontà, di perfezione nella propria mente; tutto ciò, in accordo alla credenza popolare, esercita un benefico influsso sullo sviluppo e in parte sulla qualità del figlio. Tale convinzione è basata sulla natura psico-fisica dell'organismo umano, su quanto insegnano la fisiologia e la PASSIONE (v.) e i loro riflessi organici, sulla base dei reperti sperimentali della medicina psicosemantica (v. MEDICINA).