QUANTITÀ

QUANTITÀ. – Q. (ποσότητα) è la proprietà per cui un corpo è «quanto» o esteso, capace di occupare uno spazio. È fra i concetti fondamentali del pensiero, non definibile con nozioni più semplici e più note. Aristotele, indicandone la prima proprietà, dà della q. la seguente descrizione: «Quanto è ciò che è divisibile in parti, che si sono contenute e di cui ciascuna è per natura uno e qualcosa» (Met., V, 13, 1020 a 7). La q. forma l’matematica (v.) e si divide in continua e discontinua; la prima è oggetto della geometria e vi si riferiscono continuo (v.), l’NUMERO AUREO (v.) ed è oggetto dell’aritmetica.

La q. ha avuto particolare considerazione nel pensiero filosofico antico, fin da Pitagora (dottrina dei numeri) e dagli atomisti (teorie sul pieno e sul vuoto). Platone ne mise in luce la piena intelligibilità, indicando negli elementi quantitativi, figure e numeri, il modello delle idee (Resp., VI, 510 c). Per Aristotele, la q. è la seconda delle categorie dell’ente reale (Met., V, 7, 1017 a 25-30). Secondo la dottrina aristotelico-scolastica la q. non è una rappresentazione innata, né una forma a priori del soggetto, ma è proprietà oggettiva della realtà materiale. La nozione o concetto di q. deriva da un processo astratto che prescinde non solo dall’individualità, ma anche da tutte le qualità e dalla «materia sensibile», per ritenere solo la «materia intelligibile comune» (Sum. Theol., 1, 3, 9, 85, a. 1, ad 2). qualità (v.) e alle nature specifiche, oggetto della fisica, comportano relazione immediata alla sensazione esterna e all’esperimento fisico, la q., oggetto della matematica, pur derivando anch’essa dalla sensazione esterna, fantasia (v.), mediante la quale è possibile la rappresentazione di elementi quantitativi puri: «In mathematicis enim oportet cognitionem secundum iudicium terminari ad imaginationem» (In Boet. De Triu., q. 6, a. 2). Nella filosofia moderna, MECCANICISMO (v.) Descartes (v.) ha identificato l’essenza dei corpi con la q. o estensione (Princ. philos., II, n. 8, ed. Ch. Adam-P. Tannery, VIII, p. 44). Avvalorando così l’idea dominante nella fisica moderna che lo studio dei fenomeni naturali debba ridursi alla ricerca dei soli rapporti quantitativi, oggetto di misura sperimentale. LOCKE, JOHN (v.) riduce la realtà oggettiva alla sola q. e alla sue determinazioni, da lui dette «qualità primarie» in opposizione alle «qualità secondarie» puramente soggettive (An essay concerning human understanding, II, cap. 8, 9-10). BERGER, ELIE (v.), per le esigenze stesse del suo immaterialismo, nega la realtà oggettiva della q. Leibniz (v.) considera l’spazio (v.) come un ordinamento analogo alle relazioni vigenti fra le monadi. Kant intende la q. come un modo di giudizio o la classe delle categorie a cui appartengono l’unità, la pluralità e la totalità (Critica della ragion pura, trad. II. G. Gentile e G. Lombardo-Ra- die, I, Bari 1919, p. 109 sgg.). Per Hegel la q. è il secondo momento dello sviluppo dialettico dell’idea, «la determinazione che è divenuta indifferente all’essere», «l’essere per sé che è assolutamente identico coll’essere per altro» (La scienza della logica, trad. II. A. Moni, I, Bari 1924, p. 208). I matematici moderni (Frege, Peano, Russell, Couturat) non sogliono considerare la q. come l’idea semplice e centrale della matematica, ma assumono piuttosto l’idea di numero, grandezza, ordine e simili.

Rapporto tra sostanza corporea e q. – L’identità tra sostanza corporea e q., difesa dal cartesianesimo e anche da alcuni neoscolastici (Tongiorgi e Palmieri), è esclusa da Aristotele (Met., VII, 3, 1029 a 15) e con lui, in generale, dalla scolastica. Le ragioni per la distinzione tra q. e sostanza corporea sono derivate innanzitutto dalla distinzione e irriducibilità dei concetti. Inoltre la q. è specificamente uguale in tutti i corpi, mentre la sostanza è specificamente diversa; la q. è principio passivo di divisibilità, la sostanza o natura è principio di attività; la q. è direttamente e per se stessa oggetto dei sensi, la sostanza è intelligibile; la q. può realmente variare, rimanendo invariata la sostanza sia specifica che individua, come nei viventi, ammessa la loro unità sostanziale (Aristotele, De gen. et corrupt., I, 5, 321 a 34; S. Tommaso, in hunc loc., lect. 11). L’argomento tratto dalla condensa- zione e rarefazione dei corpi (Aristotele, Phys., IV, 9, 216 sgg.; S. Tommaso, in hunc loc., lect. 14), non conserverebbe validità nella chimica moderna, spiegandosi la condensa- zione e rarefazione dei corpi macroscopici non con la variazione intrinseca della q., ma con il maggiore o minore avvicinamento delle molecole; ma la meccanica ondulatoria su questo punto sembra riaccostarsi alla concezione antica, almeno nell’interpretazione che attribuisce un significato fisico reale all’onda connessa ai corpuscoli elementari.

La distinzione reale tra sostanza corporea e q. è comunemente accolta dai teologi nella spiegazione della Transustanziazione eucaristica (v. EUCARISTIA); tuttavia il dogma eucaristico non va assunto come argomento di prova, non solo per una doverosa distinzione dei due ordini di conoscenza, ma anche perché non sembra esclusa una interpretazione della presenza reale che prescinda dalla distinzione fra q. e sostanza corporea.

Il mistero eucaristico ha contribuito, nel pensiero

scolastico, a una più profonda ricerca sull'essenza della q., per il fatto dogmatico che il Corpo di Gesù Cristo, presente nell'Eucaristia con la sua q., non occupa tuttavia lo spazio ad essa corrispondente. Non pochi scolastici ritengono pertanto che l'essenza della q. debba riportarsi nella divisibilità (Scoto, Capreolo) o nell'impenetrabilità (Arriaga, Oviedo) o nella misurabilità (Simplicio, s. Alberto Magno), mentre l'estensione e le dimensioni in atto sono ritenute effettivamente secondario, di cui il Corpo di Cristo nell'Eucaristia sarebbe miracolosamente privo.

Questa spiegazione però, che ammette una compenetrazione e condensazione delle parti, si da ridurre la q. a un punto, non sembra soddisfacente sia dal punto di vista filosofico che teologico; per cui molti ritornano alla sentenza di s. Tommaso (Sum. Theol., 3a, q. 76, aa. 4 e 5), secondo la quale il Corpo di Gesù Cristo nell'Eucaristia ha la sua intera estensione, essenza della q., ma non occupa lo spazio corrispondente perché la ragione di presenza nell'Ostia (la Transustanziazione) differisce dalla Ragione di presenza per cui i corpi sono naturalmente in un luogo e occupano lo spazio.

Bibl.: F. Suárez, Disput. metap. distt. 40 e 41, ed. Vivès, XXVI, Parigi 1861, pp. 529-604; F. Schmid, Die Kategorie der Quantität, in Zeitschr. f. k. Theol., 13 (1889), pp. 506-529 e 631-660; A. Farges, L'idée de continu, Parigi 1908; Joh. a S. Thoma, Cursus philosophiae, I, Torino 1930, pp. 540-733; J. Stanghetta, Cosmologia, Roma 1930, pp. 94-124; S. Vanni-Rovighi, La filosofia della natura, Milano 1948, pp. 13-25; J. G. Moran, Cosmologia, Messico 1951, pp. 27-118.