AFRICA. - Uno dei cinque massimi continenti.

# I. GEOGRAFIA.
La sua figura ricorda quella di un trapezio, saldato, lungo il 5° N. all'incirca, sopra un triangolo. Tra i due estremi N. (C. Bianco) e S. (C. delle Aguglie), che distano presa a poco lo stesso dall'Equatore, intercorrono 8300 km.; la larghezza si riduce da un massimo di 7500 km. (C. Verde-C. Guardafui) a meno di 200 (in media) nell'Africa australe. Perciò la maggior parte del continente giace nell'emisfero settentrionale.
La semplicità del contorno trova riscontro nella generale uniformità del rilievo. L'ossatura del continente è data da un immenso blocco di rocce antiche, non corrugate, costituenti ampi tavolati, distesi in altipiani che dai 400-600 m. (in media) della regione sahariana si elevano a 1000-1200 nell'A. centr. e merid. e ad oltre 3000 nell'A. orient. Gli altipiani sono spesso incisi e smembrati da lunghe fratture che hanno determinato la formazione di più serie di laghi (Rodolfo, Alberto, Edoardo, Kivu, Tanga-
nica, Niassa), o che furono invase dal mare (Mar Rosso). Figura di montagne fanno, sui margini di queste fratture e lungo le coste, gli orli rilevati degli altipiani, che scendono al mare con ripide fronti e distesi in più o meno ampie terrazze. Di veri sistemi di monti costituiti da rocce piegate non si può parlare se non per la regione dell'Atlante, o Maghreb (limitata a S. dalla linea Capo Nun-Golfo di Gabes), dove si sviluppa un plesso di rilievi che si ricongiunge a quelli perimediterranei europei (Sierra Nevada, Alpi, ecc.) di analoga origine. Le più alte cime dell'A. corrispondono in genere a masse vulcaniche: verso oriente queste si estollono fino a 6000 m. ca. (Chilimangiaro), consentendo lo sviluppo di ghiacciai fin sotto l'Equatore (Chenia e Ruvenzori).
Le coste dell'A. sono quasi dovunque di difficile
accesso, scarsamente articolate e portuose, ed anche dove vi metton foce con grandi delta (Nilo, Niger) o estuari (Congo, Gambia) i fiumi maggiori, questi non possono essere risaliti direttamente dal mare se non per tratti limitati, interrotti come sono da cascate, rapide e cateratte anche nel corso inferiore. Meno della metà del territorio africano (48 %) scola al mare; 2/5 sono privi di deflusso (Sahara, Calahari), 1/8 mette capo a bacini interni (Ciad). Il regime dei fiumi africani è sostanzialmente o esclusivamente pluviale; essi vanno perciò soggetti a piene stagionali: famose quelle del Nilo, il più lungo fiume della terra (6500 km., bacino 2,8 milioni di kmq.), utilizzate da tempo remotissimo a scopo irrigatorio (Egitto). Il Congo (4200 km. di corso), il cui bacino (3,7 milioni di kmq.) è a cavallo dell'Equatore, ha portata costante e copiosa (minima 50.000 mc.
al sec.) in ogni stagione; i suoi numerosi e lunghi affluenti (Cuanza, Cunene, Ubanghi, Cassai) formano un esteso reticolo di vie d'acqua, in una zona (foresta vergine), dove le comunicazioni sono particolarmente difficili. Bacini e corsi cospicui presentano anche il Niger (4,2 mila km., bacino 2,1 milioni di kmq.), lo Zambesi (2,7 e 1,3), l'Orange (1,9 e 1,0), il Senegal (1,7 e 0,5), ecc.
L'A. ospita, soprattutto nella zona intertropicale, un buon numero di laghi, tra i più grandi e profondi della terra. Il lago Vittoria (68,8 mila kmq.) è il terzo del mondo per estensione; caratteristicamente allungati, come si è accennato, i laghi Niassa (30,8) e Tanganica (31,9), quest'ultimo con la più profonda cripto depressione terrestre (1435 m.) dopo il Baical. Degli altri laghi, i maggiori (Ciad, Ngami) si adagiano nelle zone più depresse dei bacini chiusi, hanno scarsa profondità e grandi variazioni stagionali di livello.
b) Clima. - Quasi 4/5 del territorio africano (77 %)

ed è a sua volta sostituita dalla steppa, non appena l'aridità si fa prevalente. Si trapassa quindi per gradi alle steppe desertiche ed ai veri deserti, dei quali l'A. possiede il più vasto e il più tipico (Sahara) di tutta la Terra. Regimi termici e udometrici subtropicali (mediterranei, con piogge invernali) si realizzano solo nell'A. minore a N., ed a S. (per superfici più ristrette) nell'estremo lembo australe del continente.
c) Popolazione. — La popolazione dell'A. si calcola oggi a 175 milioni di ab. in cifra tonda (ma forse eccessiva). La densità, che in media non tocca i 6 ab. per kmq., oscilla fra estremi non molto lontani. Prescindendo da talune isole (Madera, Canarie, Maurizio, Zanzibar, Riunione), i massimi addensamenti si rilevano in Egitto (quasi 500 ab. per kmq.), nell'A. minore, nel Sudan occidentale, nella regione del Capo, in Etiopia, in alcune zone dell'altopiano dei laghi ecc.; in genere, tuttavia, la densità supera di poco, per spazi un po' vasti, i 15-20 ab. per kmq. Per contro, vastissime regioni sono del tutto prive, o quasi, di abitanti, e non solo nel deserto, ma (per opposte ragioni) anche nella foresta equatoriale. Un indice assai espressivo delle condizioni del popolamento del continente, e della diversità di questo dal popolamento, ad es., dell'Europa, è dato dal fatto che in tutta l'A. il numero dei centri urbani che superano i 100 mila ab. è di poco superiore alla ventina (23 nel 1940), con uno solo che giunge al milione (Cairo): vale a dire inferiore a quanto, in Europa, si verifica nella sola Italia.
Oltre i 5/7 della popolazione africana sono costituiti da Africani del gruppo negrida, con varietà ed incroci non meno numerosi che presso i bianchi ed i gialli. Abitano essi il continente a S. del Sahara, mentre l'A. settentr., a N. della linea foce del Senegal-foce del Giuba, è popolata da europidi mediterranidi, ed orientalidi (Camiti e Semiti della tradizione). Tra questi ultimi gli Arabi, dopo aver conquistato nel VII sec. il Maghreb, imposero la loro lingua e la loro civiltà a tutta l'A. del Nord. Gli Ebrei sono numerosi specialmente nei centri costieri, dove appaiono insediati di regola in quartieri speciali. Gli Europei assommano probabilmente a poco più di 4 ½ milioni, dei quali una metà nell'A. australe e poco meno nel Maghreb ed in Egitto (le zone meglio confacenti all'insediamento dei bianchi), ma in nessun luogo hanno la prevalenza numerica sugli indigeni, quando non si tenga conto di spazi ristretti o di isole urbane.
A differenza degli appartenenti alle altre razze, i Negri appaiono suddivisi in un grandissimo numero di gruppi staccati: a S. del Sahara si parlano non meno di 800 lingue diverse, molte delle quali non usate e comprese se non da poche migliaia di individui. Tutte queste popolazioni hanno, in complesso, assorbito e assimilato molto poco della nostra civiltà: l'A. è, sotto questo riguardo, il più conservativo dei continenti. L'ostilità degli aborigeni di fronte alla penetrazione europea ha tuttavia ceduto il posto quasi dovunque ad una più o meno pacifica collaborazione. Solo le popolazioni islamizzate dell'A. settentr. hanno assunto una posizione nettamente antagonistica nei confronti dei loro attuali dominatori.
d) Confessioni religiose. — Nello stesso senso operano i contrasti religiosi: anche su questo terreno è trasparente il riflesso delle differenziazioni razziali. L'Islamismo, introdotto e diffuso dagli Arabi, domina al N. l'ambiente semitocamita: i Maomettani contano in A. non meno di 55 milioni di proseliti (35 % del totale), e, sebbene l'area della loro prevalenza si arresti ca. sul 10° N., guadagnano terreno nella massa delle
popolazioni negre e negroidi, che nella loro grande maggioranza praticano culti animistici. I cristiani si aggirano sui 24 milioni di anime: di questi ca. 8 sono cattolici, 7 protestanti e 9 fra ortodossi e copti. La loro area di diffusione corrisponde ai territori marginali di penetrazione europea e all'altopiano etiopico, dove il cristianesimo ha radici lontane e poté resistere all'urto islamico. Gli Israeliti superano di poco il ½ milione (numerosi specialmente nelle città dell'A. settentr.), e intorno a 150 mila gli Induisti (A. orientale).
e) Colonizzazione. — Antichità classica e medioevo conobbero in sostanza, del continente, solo l'estremità settentr., citrasahariana, e la bassa e media valle del Nilo. Al di là di queste regioni ebbero nozioni vaghe e confuse della rimanente A., dove (Sudan) la penetrazione degli occidentali era stata saltuaria od occasionale. Nella seconda metà del sec. XV incominciò, lungo le coste atlantiche, l'espansione portoghese, cui seguirono (sec. XVI) quelle olandese, francese ed inglese. Alla fine del '500 il contorno del continente era stato interamente rilevato, ma poiché lo scopo delle spedizioni era essenzialmente il traffico con le Indie, conoscenze e colonizzazione si limitarono quasi dovunque alla zona litoranea, nella quale vennero fissate stazioni di rifornimento, porti e fattorie (sulla costa occidentale anche per il traffico degli schiavi). Sebbene coloni olandesi (Boers) si fossero stanziati già dai primi anni del sec. XVII nelle regioni più favorevoli del retroterra australe (Capo), l'esplorazione dell'interno è, in fondo, opera del sec. XIX; quindi la più recente di tutti i continenti.
La forma massiccia del territorio, la sua difficile penetrabilità, la presenza di una immensa zona desertica sul confine merid. del mondo antico, la rapida e fortunata colonizzazione del nuovo mondo, le lunghe contese per il predominio europeo danno ragione di questo ritardo. Ma la scoperta e la presa di possesso delle regioni interne dell'A. furono poi favorite dal concomitante operare del fervore religioso dei missionari cristiani, dallo zelo scientifico di esploratori e di studiosi e dagli interessi del commercio, che aprirono la via alla espansione delle potenze europee. Scomparsa l'Olanda, decadute Spagna e Portogallo, la lotta vide in campo soprattutto Francia e Inghilterra e (più tardi) Germania e Italia. La Conferenza di Berlino (1884) regolò la spartizione dell'A., riconoscendo l'indipendenza di pochi Stati, alcuni dei quali vennero poi assorbiti nella sfera di influenza inglese (Boeri) o francese (Marocco), mentre vedeva fine la sovranità nominale della Turchia nell'A. settentr. (Libia, Egitto). Oggi le potenze europee controllano quasi tutto il continente. Gran Bretagna e Francia dominano da sole sopra 2/3 del territorio (32 e 36 % rispettivamente) e delle popolazioni africane (38 e 26 %); la parte spettante agli Stati indipendenti, ridotti a tre (Egitto, Etiopia, Liberia) risulta minima (1/14 del territorio e 1/8 della popolazione). Diamo, qui di seguito, il prospetto statistico della suddivisione del continente: è da avvertire che delle colonie italiane è tuttora (1948), incerta la sorte. I territori (già mandati) del Togo, Camerun (francese e inglese), Ruanda-Urundi (belga), Tanganica (inglese), e A. di SO. (Unione sud-africana) rappresentano le vecchie colonie tedesche perdute come conseguenza della sconfitta nella prima guerra mondiale. La forma della dipendenza dei territori coloniali dalla madre patria è assai diversa: dalle regioni che ne fanno parte integrante (l'Algeria per la Francia, le Canarie per la Spagna, le quattro province libiche per l'Italia) si scende, per
gradi, ai semplici protettorati. Pertanto la carta politica esprime, talora, piuttosto condizioni di diritto che condizioni di reale possesso.
1) Quadro statistico.
| Territori | Superficie in kmq. | Popolarz. |
|---|---|---|
| Regno di Egitto | 935 300 | 19 090 000 |
| Impero di Etiopia | 1 120 000 | 10 000 000 |
| Repubblica di Liberia | 95 400 | 2 200 000 |
| A. indipendente | 2 150 700 | 31 290 000 |
| Territ. int. di Tangeri | 583 | 106 000 |
| Algeria | 2 204 863 | 7 600 000 |
| Tunisia | 125 130 | 2 730 000 |
| Marocco | 398 627 | 8 993 000 |
| A. O. F. | 4 701 575 | 15 938 000 |
| A. E. F. | 2 370 000 | 4 004 000 |
| Costa dei Somali | 21 963 | 45 000 |
| Madagascar e dipend. | 592 200 | 4 227 000 |
| Réunion | 2 511 | 240 000 |
| Camerun (mandato) | 422 000 | 2 615 000 |
| Tago (mandato) | 56 500 | 918 000 |
| A. francese | 10 895 369 | 47 310 000 |
| Libia | 1 759 540 | 930 000 |
| Eritrea | 119 472 | 640 000 |
| Somalia italiana | 506 573 | 1 030 000 |
| A. italiana | 2 385 585 | 2 600 000 |
| Madeira | 782 | 212 000 |
| Isole del C. Verde | 4 033 | 182 000 |
| Guinea portoghese | 36 125 | 350 000 |
| S. Tomé e Principe | 964 | 60 000 |
| Angola | 1 246 700 | 3 738 000 |
| Mozambico | 771 125 | 5 085 000 |
| A. portoghese | 2 059 729 | 9 627 000 |
| Canarie | 7 496 | 761 000 |
| Presidios | 213 | 120 000 |
| Marocco spagnolo | 20 427 | 800 000 |
| Sahara spagnolo e Ifni | 285 000 | 65 000 |
| Guinea spagnola | 26 649 | 200 000 |
| A. spagnola | 339 785 | 1 946 000 |
| Congo belga | 2 336 892 | 10 500 000 |
| Ruanda e Urundi (mand.) | 54 172 | 3 800 000 |
| A. belga | 2 391 064 | 14 300 000 |
| Gambia | 10 536 | 205 000 |
| Sierra Leone | 72 362 | 2 121 000 |
| Costa d'Oro | 203 704 | 3 572 000 |
| Nigeria | 876 654 | 20 900 000 |
| Unione Sudafricana | 1 223 854 | 11 258 000 |
| Basutoland | 30 344 | 580 000 |
| Ileciuniana | 600 000 | 284 000 |
| Swaziland | 17 366 | 186 000 |
| Rhodesia del S. | 389 384 | 1 777 000 |
| Rhodesia del N. | 751 908 | 1 675 000 |
| Niassa | 123 795 | 1 686 000 |
| Kenya | 582 636 | 4 045 000 |
| Uganda | 243 406 | 3 930 000 |
| Somalia britannica | 176 113 | 700 000 |
| Socotra | 3 579 | 12 000 |
| Maurizio e dipend. | 2 096 | 425 000 |
| I. Seicelle e dipend. | 404 | 33 600 |
| Zanzibar e Pemba | 2 642 | 250 000 |
| S. Elena e Ascensione | 210 | 5 000 |
| Togo (mandato) | 30 776 | 391 000 |
| Camerun (mandato) | 88 266 | 925 000 |
| A. di SO. (mandato) | 822 875 | 318 000 |
| Tanganica (mandato) | 932 400 | 5 545 000 |
| A. britannica | 7 189 000 | 60 823 000 |
| Sudan anglo-egiziano | 2 462 925 | 6 591 000 |
| TOTALE A. | 29 875 000 | 174 593 000 |
g) Condizioni economiche, prodotti, comunicazioni. — Alla recente data di colonizzazione africana ed al suo appena iniziale sviluppo corrisponde lo stadio della sua evoluzione economica: il continente è, in sostanza, ancora una riserva di materie prime, la cui utilizzazione appare fin troppo lontana dalle sue immense possibilità. Le occupazioni degli indigeni restano, in fondo, le tradizionali: cacciatori e raccoglitori nelle foreste, pastori nelle steppe, pastori-coltivatori sugli altipiani, coltivatori nelle savane. La pesca è limitata alle coste della Guinea, dell'A. di SO., di Mozambico e di Madagascar. Quando si prescinda dai paesi mediterranei ed australi, tutta l'agricoltura è ancora indigena. Tra i prodotti agricoli l'unico per il quale il mercato africano tenga la testa è il cacao (65 % del totale mondiale; proveniente quasi interamente dalle coste e dalle isole del golfo di Guinea); ma una notevole importanza hanno anche le arachidi (18,3 %; dai paesi del Sudan occident.), il cotone (9,1 %; massime dall'Egitto, Sudan e Uganda), gli oli vegetali (palma guineense, sesamo, ricino), lo zucchero di canna (6 %; dalle isole Mascarene), la vainiglia (40 %), le banane, i datteri, l'alfa, lo sparto, ecc. La foresta equatoriale fornisce caucciù, legnami preziosi (ebano, mogano, palissandro), copale, copra, ecc.; i paesi temperati uve e vini (10 % della produzione mondiale, massime dal Maghreb, Madera), olio di oliva, frutta, sughero, ecc.
Fra i prodotti animali, l'avorio, che ebbe grande importanza in passato, è oggi assai diminuito (caccia all'elefante); ma l'allevamento, assai diffuso nell'A. temperata e nel Sudan, ha largo posto nell'economia del continente, che conta 5 milioni di cammelli (83 % del totale mondiale), 160 milioni di capre e pecore (16 %), 67 milioni di buoi (9 %; nell'A. centrale l'allevamento è impedito dalla diffusione delle mosca tse-tse), ecc. La lana prodotta rappresenta il 9,4 % del totale mondiale; anche le pelli costituiscono un articolo di larga esportazione.
Per imperfetta che ne sia la nostra conoscenza, le riserve minerarie sono indubbiamente cospicue; ma lo sfruttamento è appena agli inizi. Certo l'A. ha, si può dire, il monopolio dell'estrazione dei diamanti (99 % del totale della terra) ed il primo posto in quella dell'oro (65 %; l'una e l'altra si localizzano nell'A. merid.). Anche i fosfati (38 %; A. settentr.), il cromo (33 %; Rhodesia, Unione sudafricana), il manganese (20 %; Unione sudafricana, Congo, Marocco), il rame (19 %; Congo belga, Rhodesia), e lo stagno (13 %; massime Nigeria, Congo belga) danno quantitativi notevoli. Scarsa è invece la produzione di carbon fossile (Unione sudafricana), di petrolio (Egitto) e di ferro (Algeria, Catanga, Unione sudafricana), non ultima causa, insieme col clima inadatto e l'insufficienza della mano d'opera, della mancanza, in A., della grande industria moderna.
Il dominio commerciale europeo si limita, in sostanza, alle regioni costiere, oltre le quali si spinge nell'interno solo lungo il corso dei fiumi maggiori (Nilo, Congo, Niger). La partecipazione dell'A. al totale mondiale è modesta: le importazioni sono passate dal 3,7 al 5,2 % e le esportazioni dal 2,6 al 4,7 % di questo totale tra il 1900 e il 1937. In passato il traffico più fiorente fu quello degli schiavi, la cui incetta, organizzata specialmente nel Sudan, mirava a rifornire i paesi tropicali dell'America del personale necessario per gli estenuanti lavori delle piantagioni. La tratta ebbe fine nel 1889. Il commercio interno ed estero soffrì a lungo degli ostacoli naturali che,
13. ENCICLOPEDIA CATTOLICA
I.come si è visto, rendono difficile in A. lo sviluppo delle vie di comunicazione, ma specie dopo la metà del secolo scorso i progressi furono abbastanza rapidi. Buoni porti vennero apportati in più punti della costa, anche dove questa si presentava meno adatta (Dakar, Durban); sui fiumi e sui laghi venne introdotta e diffusa la navigazione a vapore, collegando con altri mezzi (piste, canali, strade) i tratti interrotti da rapide e cascate. Le ferrovie vi ebbero inizio intorno al 1860, e mossero, come in Asia, dalla periferia verso l'interno, ma in rapporto allo sviluppo delle singole regioni, mettendo perciò capo a reti indipendenti, isolate le une dalle altre, e costruite spesso con scartamenti diversi. In complesso l'A. conta oggi 75 mila km. di ferrovie, ciò che equivale ad appena il 5,7 % della rete mondiale, ed a 0,2 km. di linea per ogni 100 kmq. di territorio, che è il valore minimo tra quelli riferibili ai singoli continenti. Dei 5 principali gruppi di linee — il magrebino, comprendente l'A. di NO.; l'egiziano-sudanese; l'occident., o delle colonie franco-inglesi, nel Sudan occident.; l'orient., o del Kenia, Uganda e Tanganica; ed il merid. o australe — il più importante è l'ultimo, che va infittendosi verso mezzodì e si spinge a N. fino al bacino del Congo. Tale rete, cui è collegata l'unica transafricana già completata (da Lobito a Beira per Elisabethville e Bulawayo), è integrata da una opportuna combinazione di mezzi meccanici (automobilistici, fluviali e lacustri), che permette di raggiungere la valle del Nilo e perciò il Mediterraneo, realizzando la grande transafricana Alessandria-Città del Capo. Negli ultimi anni, poi, ed anche in conseguenza del recente conflitto, hanno avuto grande sviluppo i servizi aerei, che sono quasi tutti in funzione di collegamenti europei (Francia-Inghilterra). La rete ferroviaria è ancora troppo rada, e troppo lontani da poter sopperire al fabbisogno tutti gli altri mezzi di trasporto, perché abbiano a scomparire i sistemi tradizionali che, in armonia con il clima e le forme del terreno, servono allo scopo da tempo immemorabile.
Una delle caratteristiche dell'A. è, sotto questo riguardo, la mancanza di veicoli, eccetto che nelle regioni merid., dove i Boeri introdussero i grandi carri tirati da buoi. L'A. settentr. e l'Etiopia impiegano per il trasporto delle merci il cavallo, il mulo e l'asino; l'Egitto, il Sahara e la Somalia il cammello; per il resto, cioè per quasi tutta l'A. equatoriale, uomini e cose vengono trasportati a dorso di uomo (dato che nessuno degli animali domestici utilizzabili resiste qui alla micidiale puntura della mosca tse-tse), con carovane di regola di 40-60 portatori, che si danno il cambio in tappe determinate. La diffusione dell'automobile e la moltiplicazione delle piste hanno ridotto alquanto, ma non eliminato, questi lentissimi e spesso precari sistemi di locomozione.
Se l'A. non potrà forse mai essere, per le sue condizioni ambientali, un territorio ovunque idoneo alla colonizzazione dei bianchi, un razionale avvaloramento delle sue larghissime risorse la condurrà certo ad una più intima inserzione nell'economia mondiale. I più prudenti calcoli sulla sua capacità di popolamento le assegnano, come possibile, un carico umano circa 10 volte superiore all'odierno; e non si è tenuto conto di quanto la sempre più progredita tecnica della produzione sarà capace di conseguire.
Teil, Berlino 1925; F. Jaeger, A. in Allgemeine Erdhunde di W. Siewers-H. Mayer, Lipsia 1928; F. Klute, A. als Erdteil, in Handbuch der Geographischen Wissenschaft hrsg. von F. Klute, Wildpark-Potsdam [1930]; A. Mori, A. in Terra e Nazioni della Casa Editr. F. Vallardi, Milano 1936; A. Dardano-R. Riccardi, Atlante d'A., Milano 1936; A. Bernard, A., in Géogr. universelle di P. Vidal de la Blache e L. Gallois, XI, Parigi 1937.
2. A. EQUATORIALE FRANCESE (A.E.F.). — Già Congo francese; acquistata dalla Francia tra il 1875 ed il 1916. È retta da un governatore, rappresentato da un comandante militare nel Tchad e da un vice-governatore nelle altre colonie:
| Tchad | 1120 mila Kmq. | 1902 mila ab. |
|---|---|---|
| Oubangui-Chari | 558 | 1062 |
| Gabon | 277 | 385 |
| Medio Congo.. | 415 | 685 |
In totale 2,4 milioni di kmq. (oltre 4 volte la metropoli) con 4 milioni di ab. (meno che a Parigi); la densità (1,7 ab. a kmq.) risulta bassissima. La colonia è distesa dall'Equatore ai Tropici, dal Sahara al Congo e perciò in condizioni assai diverse da zona a zona. Più che nelle forme del suolo, tuttavia, le differenze si fanno evidenti nel clima e nella vegetazione: dalle magre steppe del Tchad e del Tibesti si passa a poco a poco, attraverso le savane del Bacino dello Chari, alla grande e densa foresta pluviale del Gabon e del Medio Congo.
La popolazione è in prevalenza costituita da Sudanesi a N. e da Bantù nel bacino del Congo; decimata da malattie endemiche (del sonno, tifo, tubercolosi), da scarso nutrimento e da abuso di alcolici. Gli europei sono meno di 9 mila, i cattolici 88 mila.
L'economia è arretrata, scarse le comunicazioni, per lo più fluviali (512 km. di ferrovie). I prodotti più notevoli sono quelli delle foreste: legname (okumé), caucciù, oli e noci di palma; in promettente sviluppo le colture del cotone, delle arachidi, del cacao, ecc. Sono estratti dal sottosuolo rame e oro; accertata la presenza del ferro.
L'unico centro abitato notevole è la capitale Brazzaville (25 mila ab.), sul Basso Congo.
3. A. OCCIDENTALE FRANCESE (A.O.F.). — È il più grande territorio coloniale della Francia (4,7 milioni di kmq., oltre 8 volte la metropoli); costituitosi tra il 1855 ed il 1900. Risulta di 7 unità amministrativamente autonome, rette ognuna da un governatore e dipendenti da un unico governatore generale che risiede a Dakar. Abbraccia le due depressioni del Senegal e del Niger ed i gruppi montuosi del Futa Gialon e dell'Atakora, dai quali si scende al golfo di Guinea. Il clima trapassa per gradi dall'estrema aridità (Sahara) all'estrema umidità (fascia equatoriale); perciò si susseguono da N. a S., in strisce parallele, il deserto, la steppa, la savana e la foresta vergine. La popolazione (15,9 milioni di ab.), costituita da nomadi di razza bianca a N., da negri sudanesi sedentari a S., è stabilita soprattutto nelle zone prossime alle coste (4 ab. per kmq.); il resto, cioè la grande maggioranza del paese, è quasi vuoto. Gli europei sono oltre 37 mila, per 3/4 francesi; i cattolici oltre 150 mila. Le comunicazioni, dovunque difficili e scarse (40 mila km. di piste, 4 mila di ferrovie), anche per la scarsa portuosità della costa, rendono ardua l'opera di avvaloramento delle possibilità naturali, varie e cospicue. L'A. O. F. produce ed esporta soprattutto arachidi (700 mila tonn.), noci e olio di palma, legnami (okumé), cacao, caffè, banane e cotone; le risorse minerarie, pur non mancando, sono ancora modestamente sfruttate (oro in Guinea).
IBBL.: G. Hardy, Géographie de la France extérieure, Parigi 1928; C. Guy, L'Afrique occidentale française, Parigi 1929; J. Weulerse, L'Afrique noire, Parigi 1934; E. F. Gautier, L'Afrique noire occidentale, Parigi 1935.
4. A. DI SUD-OVEST (A. di SO.). - Colonia tedesca fino al 1917; poi trasferita come mandato all'Unione
Sudafricana. È un vastissimo territorio (850 mila kmq.; oltre 2 ½ volte l'Italia), tagliato a mezzo dal Tropico del Capricorno, con una costa importuosa e desolata ed un interno stepposo e quasi tutto desertico. L'uno e l'altro sono caratterizzati da clima tipicamente caldo-arido.
La popolazione supera di poco i 300 mila ab., di cui 1/10 ca. europei (e di questi 1/3 tedeschi).
Predomina nel paese l'allevamento del bestiame (in milioni di capi: 3,5 ovini; 1,1 caprini; 1,3 bovini), che ha dato impulso all'industria delle carni refrigerate e a quella dei latticini (il burro è esportato). Cospicue le risorse della pesca (crostacei e snoek, o luccio dei mari australi), e notevoli le risorse minerarie (rame, argento, zinco, piombo, oro, ferro, vanadio, tungsteno e soprattutto diamanti [½ in valore delle esportazioni]).
L'interno del paese è attraversato da una ferrovia che lo unisce alla vicina Colonia del Capo; su questa linea è Windhoek, la capitale (10 mila ab., dei quali 5 mila bianchi). Il porto principale è Walvis Bay

(Baia delle Balene; 2.500 ab.; già territorio dell'Unione Sudafricana, e dal 1922 passato all'amministrazione dell'A. di SO.), che ha soppiantato il vicino scalo di Swakopmund.
II. ETNOGRAFIA.
1. - Antropologicamente, nell'A. sono rappresentate: 1) la razza pigmea, che presenta caratteri di grande antichità: di statura piccolissima, mesocefala, colore della pelle rosso-scuro; suo habitat attuale sono le foreste equatoriali; 2) la razza Khoi-San che comprende gli Ottentotti (Khoi-Khoin) e i Boscimani (San); di statura piccola, dolicocefala; colore della pelle gialliccio-scuro; tipica la steatopigia nella donna; suo habitat è la parte occid. dell'A. merid.; 3) la razza negride, che si divide nei gruppi dei Nilotici, Bantuidi, Sudanidi; è di grande corporatura; dolicocefala; ha pelle nera; si estende dall'estremo lembo orient. dell'A. alla linea dell'Equatore, occupando tutto il tronco centrale del continente, la parte merid. dell'A. occid. e la zona dell'alto Nilo; 4) la razza etiope, cui corrisponde il termine linguistico di semito-camitica; è di grande corporatura, di colore bruno-rossiccio ed in genere di forme più nobili; il suo habitat, con infiltrazioni al disotto della linea equatoriale, copre tutta l'A. orient. a N. della stessa linea, spingendosi fino al Mediterraneo verso tutta l'A. occid.
2. - Linguisticamente, si deve pure accennare ai resti di una lingua vetero-pigmea, affine peraltro al gruppo delle lingue Khoi-San, ottentotto e boscimano. Seguono: il gruppo delle lingue bantu, che è quello più diffuso e proprio anche dei Pigmei attuali; il gruppo nilotico; il gruppo sudanese; il gruppo semito-camitico.
3. - Etnologicamente, il quadro è dei più completi. Esso comprende: 1) la cultura dei Pigmei, la cui economia è basata sulla caccia e la raccolta dei frutti di natura; 2) la cultura dei cacciatori delle steppe, la quale non è dovunque compatta, ma in moltissimi luoghi si presenta come cultura base; 3) la cultura dei pastori camiti (orientali); nella parte occid. dell'A. merid. questa cultura è rappresentata dagli Herero e dagli Ottentotti; 4) le culture propriamente nigritiche, quali la cultura matriarcale bantu e la cultura patriarcale vetero-nigritica, nelle quali è prevalente l'agricoltura; questi due tipi variamente intrecciati tra loro, rappresentano la cultura caratteristica delle popolazioni negre dell'A., e mentre il primo si mostra specialmente nel ciclo cosiddetto africano-occidentale, il secondo vige nella cultura vetero-nigritica; 5) la cultura neo-sudanese, dalle infiltrazioni tipicamente orientali, alla quale molto affine è la cultura rhodesiana; 6) la cultura vetero-mediterranea, o secondo altri sirtica e atlantica; 7) a tutte queste culture, che, più o meno, si possono far risalire nella loro attuale cristallizzazione al nostro ultimo medioevo, vanno aggiunte le infiltrazioni culturali più recenti, islamiche, neoarabiche e quelle infine dovute alla colonizzazione europea. Per la religione dei primitivi dell'A., V. PRIMITIVI, religione dei.

### III. STORIA CRISTIANA ANTICA
Per tutto il II sec. il cristianesimo d'A. non ha storia, sino al martirio degli Scillitani, uccisi per la fede a Cartagine nel luglio 180, per ordine del proconsole Vigellio Saturnino, il primo, secondo Tertulliano, che impugnasse la spada contro i cristiani. Sino allora vi era, dunque, libertà di organizzarsi, e nel 197 il polemista africano poteva parlare delle folle di cristiani che riempivano il foro, il senato, le città, i municipi, le campagne. Il primo vescovo ricordato è Agrippino di Cartagine. Alla fine del sec. II la religione cristiana diventa oggetto di misure repressive dei governatori romani aizzati dalla reazione popolare ostile al cristianesimo, e un gran numero dei suoi adepti vengono incarcerati e sottoposti alla tortura. Tertulliano li incoraggia a sostenere la lotta (Ad Martyres), mentre si rivolge ai pagani per rivendicare i diritti della coscienza (Apologeticum, Ad Nationes). Le vittime aumentano agli inizi del sec. III con gli editti di Settimio Severo. Le più illustri sono quelle di Tuburbo non lontano da Cartagine: Felicita e com-

Subentrata la calma, la Chiesa africana profittò della pace durata sino al tempo di s. Cipriano, eletto vescovo di Cartagine alla vigilia della persecuzione di Decio (249), per fare nuovi progressi. Già il Concilio di Cartagine del 225, riunito da Agrippino, annovera 70 vescovi della Proconsolare e della Numidia; un altro del tempo del vescovo Donato (236-48) ne conta 90. Il Vangelo è predicato nelle due Mauretanie, oltre che alle popolazioni romane, anche alle tribù bérbère dei Getuli e dei Mauri. Ma la persecuzione di Decio rivelò quanto fosse superficiale la fede di numerosi simpatizzanti entrati a far parte delle comunità. Posti di fronte all'alternativa di rinunciare alla fede o esporsi ai rigori della legge, molti cristiani preferirono il martirio, altri si sottrassero con la fuga, molti apostatarono (lapsi). La persecuzione finì nel 251, ma le conseguenze furono gravi per il principio dell'unità.
Cipriano, rientrato nella sua sede, esaminò la questione dei lapsi, che domandavano ora la riammissione nella Chiesa, e fu decisa una linea di condotta ispirata alla prudenza. Si urtò però nell'opposizione degli estremisti guidati dal prete Novato (v.) e dei partigiani di Novaziano (v.), i primi fautori di una

Alla rottura tra Roma e l'A., pose termine la morte di papa Stefano e la persecuzione di Valeriano, nella quale caddero martiri della fede Cipriano (258), parecchi vescovi e un numero considerevole di cristiani («Massa Candida»). L'editto di tolleranza di Gallieno (260) permise alla Chiesa di riprendere la sua marcia durante un quarantennio di relativa tranquillità, cosicché alla fine del sec. III, quando i rigori di Massimino intesi a ripristinare la disciplina militare facevano alcune vittime tra i soldati (Marcello il Centurione, Fabio il Vessillifero, Cassiano di Tangeri, Massimiliano coscritto, ecc.), il numero delle fondazioni vescovili era aumentato di un centinaio. Tracce durevoli lasciò la persecuzione di Diocleziano (303-304), perché se martiri ed apologisti resero testimonianza alla fede col sangue e la parola, numerosi furono i gruppi che la rinnegarono, compresi preti e vescovi che consegnarono i libri santi o sacrificarono. Venuto il momento di dare dei successori ai vescovi scomparsi, nel Sinodo di Cirta (305) si rivelarono le gelosie dei vescovi della Numidia e l'insubordinazione dei preti, che determinarono la lotta contro Ceciliano, vescovo di Cartagine, dando inizio allo scisma di Donato di Casac Nigrae (v. DONATISMO), durante il quale si accentuò la tendenza centrifuga di alcuni gruppi della comunità. I procedimenti rigorosi dell'imperatore Costante, che sin dal 347 impose con la forza l'unità, non apportarono i frutti desiderati, perché la politica di tolleranza di Giuliano l'Apostata (362) permise al donatismo di rivivere e consolidarsi sotto Parmeniano (v.).
Alla fine del sec. IV l'A. cattolica è suddivisa in 6 province ecclesiastiche: Numidia, Mauretania Cesariense, Mauretania Sitifense, Proconsolare (Zeugitania), Bizacena e Tripolitania, sulle quali fa sentire sempre la sua supremazia il primate di Cartagine.


L'edificio costruito da Agostino e Aurelio durante trent'anni, fu quasi distrutto dai Vandali. Condotti da Genserico, nel 429 sbarcarono in A., provenienti dalla Spagna, disseminando ovunque il terrore. Dopo 14 mesi di assedio cadeva Ippona; nel 435 Cartagine faceva la stessa fine. Negli anni successivi era la volta della Tripolitania e Mauretania. Quando Genserico morì, nel 477, i Vandali erano padroni dell'A. da Ceuta a Tripoli e poterono godere della loro conquista per quasi un secolo, sino al giorno in cui Belisario, inviato da Giustiniano (523), vi pose fine in due battaglie, riducendo i Vandali in schiavitù. In questo tempo la Chiesa era ridotta ad uno stato miserando e Vittore di Vita ha tracciato un quadro fosco della terribile persecuzione durata quasi un secolo, nella Historia persecutionis Africanae provinciae. La tradizione interrotta venne tuttavia restaurata sotto la guida del primate di Cartagine, Reparato; ma le razzie delle tribù berbere, che seguirono le vittorie di Belisario, non consentirono alcuna azione unitaria all'episcopato. La situazione fu aggravata dai tentativi di Bisanzio di asservirlo ai suoi piani, perché l'A. sinceramente ortodossa, oppose sempre una tenace resistenza alle innovazioni dogmatiche di Giustiniano. Ciò si vide bene nell'affare dei «Tre capitoli» (v.) (543-55) che segnò l'inizio delle misure vessatorie da parte dell'autorità bizantina contro i vescovi recal-

(Gab. Fot. Naz.)
La situazione cambiò con l'avvento di Giustino II, e questo stato di cose rimase immutato sotto i suoi successori. La creazione dell'esarcato sotto Maurizio (582-602) arrestò la decadenza, ma aumentò l'intromissione del potere civile negli affari ecclesiastici e i vescovi, ormai privi di forza, non ebbero altro difensore che il Papa. È il tempo dell'azione provvidenziale di s. Gregorio Magno. L'influsso bizantino in A. perdurò ancora nel sec. VII benché fosse in atto il processo di dissoluzione di quelle province dall'impero bizantino, accelerato nel 638 dalla « Ectesi » di Eraclio, che suscitò scandalo tra gli Africani attaccati alla ortodossia. L'ultima manifestazione di fede si ebbe nei sinodi provinciali d'A. del 646, nei quali l'episcopato, spinto anche dalla predicazione di s. Massimo (v.), monotelismo (v.) introdotto da gruppi di Orientali obbligati dalle invasioni musulmane a rifugiarsi in A.
Da questo momento gli avvenimenti precipitano il paese in una serie di sciagure: nel 643 gli Arabi profittano della rivolta dell'esarca Gregorio per penetrare nella Bizacena. Gli assalti si rinnovano nei decenni successivi e portano alla caduta di Cartagine (697) e di tutta l'A. (710) nelle mani degli infedeli. Durante l'ultimo mezzo secolo distruzioni e massacri iniziarono la rovina di quella Chiesa già fiorente, di cui rimasero nei secoli seguenti solo gruppi disseminati qua e là, quasi testimonianza di una fede che non volle mai morire.
BIBLI: La letteratura sul soggetto è immensa e non è qui il caso di tentarne una classifica approssimativa. Rimandiamo per questo a: A. Audollent, s. V. in DHG, I, coll. 706-861; e ad A. Fliche e V. Martin, Storia della Chiesa dalle origini ai nostri giorni, IV, trad. ital. Frutaz, Torino [1941]. Accenniamo solo: S. A. Morcelli, A. christiana, 3 voll., Brescia 1816-17; Ch. Diehl, L'A. byzantine, Parigi 1896; P. Monceaux, Histoire littéraire de l'A. chrétienne, 7 voll., Parigi 1901-23; A. J. Butler, The Arab Conquest, Oxford 1903; H. Leclercq, L'A. chrétienne, 2 voll., Parigi 1904; F. Martroye, L'occident à l'époque byzantine, Parigi 1904; id., Genséric. La conquête vandale en A. et la destruction de l'empire d'Occident, Parigi 1907; J. Mesnage, Evangelisation de l'A., Parigi 1914; id. Le christianisme en A. Origines, develop-
pements, extension, Parigi 1914; id. Le christianisme en A. Déclin et extinction, Parigi 1915; A. Harnack, Mission und Ausbreitung des Christentums, 4ª ed., Lipsia 1924 (trad. ital. di P. Marucchi, Torino 1906); L. Duchesne, L'Église au VIe siècle, Parigi 1925; E. Buonsiuti, Il Cristianesimo nell'A. Romana, Bari 1928 (da usare con cautela); C. Cecchelli, A. Cristiana, in A. Romana, a cura dell'Istit. di Studi Romani, Milano 1935, pp. 143-74; G. Marçais, Le monde oriental de 395 à 1081 (Histoire générale de l'A. Gloré), Parigi 1936. - Sulla vita cristiana e la liturgia cf. H. Leclercq, s. V. in DACL, I, coll. 591-657; V. MONACO, La cura pastorale a Milano, Cartagine, Roma nel sec. IV, in Analectia Gregoriana, XLI, Roma 1947. Mario Scaduto
IV. I CONCILI GENERALI D'A.
I due primi concili africani di cui abbiamo memoria sono quelli del 251 e del 252, tenuti da s. Cipriano a Cartagine, per regolare la questione dello scisma di Felicissimo e quella dei lapsi. Vi intervennero vescovi di molte diocesi, anche assai lontane da Cartagine.
Vivente ancora s. Cipriano, Cartagine fu sede di tre concili generali (autunno del 256, primavera del 257, sett. del 257) nei quali fu discussa la necessità del battesimo degli eretici, tesi sostenuta a viso aperto dal vescovo di Cartagine, ma che incontrò l'opposizione risoluta di papa Stefano, il quale minacciò la scomunica. Dato l'irrigidimento di s. Cipriano, le conseguenze sarebbero state gravi, per la comunione tra le due Chiese. Ma la morte del Pontefice prevenne ogni sentenza, e l'unità non fu rotta.
Dopo la soppressione del donatismo, operata con la forza dall'imperatore Costante nel 347, la Chiesa africana si diede ad un lavoro di riorganizzazione e di restaurazione, specialmente della disciplina ecclesiastica indebolita negli anni precedenti. Ogni provincia ecclesiastica, tra le quali la Bizacena che faceva capo ad Adrumeto, ebbe le sue adunanze particolari, nelle quali molte questioni di culto e disciplina furono risolte nello stesso senso. Gli atti del Sinodo di Adrumeto sono andati perduti, ma se ne fa espressa menzione nel Sinodo generale africano del 348 o 349 nel quale il can. 13, contro l'usura, fu una conferma di quello di Adrumeto (cf. P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, III, Parigi 1905, pp. 213-14).
Concilio del 349. - Sinodo generale adunato a Cartagine, sotto la presidenza del primate africano Grato, nel 349 o l'anno prima, per celebrare la fine dello scisma donatista e il ristabilimento dell'unità religiosa, ma soprattutto per confermare le decisioni dei vari sinodi provinciali che l'avevano preceduto nell'intento di restaurare la disciplina ecclesiastica, assai decaduta durante i torbidi precedenti. Di qui

(Gab. Fot. Naz.)
(Gab. Fol. Nac.)
Concilio del 386. — Sembra che sia in connessione con le decisioni adottate dal Sinodo romano dello stesso anno, in cui si discusse anche la questione dello scisma donatista. I nove canoni approvati dal sinodo furono comunicati dal papa Siricio alla Chiesa africana, che li adottò, compreso il can. 8, il quale imponeva che i chierici scismatici fossero riconciliati con l'imposizione delle mani.
Concilio del 646. — Ebbe come scopo la condanna del monotelismo. Spinti da s. Massimo il Confessore, campione del duotelismo, i vescovi africani di Numidia, della Bizacena e della Mauretania si riunirono all'inizio del 646 in tre sinodi provinciali. Poco dopo anche la Proconsolare, dove il seggio di Cartagine era vacante, si associava alle decisioni prese dall'episcopato africano. Di questi sinodi restano tre lettere sinodali, la prima delle quali è un documento collettivo delle tre province ecclesiastiche indirizzato al papa Teodoro, perché intervenga a Costantinopoli e faccia desistere il patriarca Paolo dall'errore monotelita. La seconda è una lettera dei vescovi della Bizacena, indirizzata all'imperatore Costante II; la terza è la lettera sinodale al patriarca Paolo; per ultima una lettera del neometropolita di Cartagine, Vittore, al papa Teodoro, con preghiera di rimettere al patriarca Paolo la lettera sinodale precitata.
V. CRISTIANI
Le vestigia monumentali del cristianesimo formano due gruppi imponenti: edifici di culto e monumenti sepolcrali, gli uni e gli altri ricchi di iscrizioni. Ma nessuno degli edifici di culto è anteriore alla pace costantiniana.
Nulla è rimasto, ad es., a Cirta della domum in qua Christiani conveniebant, contenente un triclinium e una biblioteca, come ci rivela il processo verbale dell'anno 303 nei Gesta apud Zenophilum (CSEL, XXVI, pp. 185-97). Però i monumenti africani hanno il pregio di essere giunti a noi quali erano alla conquista araba, cioè alla fine del VII sec. d. C. Gli edifici del culto furono in gran parte del tipo consueto: «oblongam habeat quadraturam, lateribus longioribus, brevioribusque frontibus, sicut pleraeque basilicae constituuntur» (Agostino, Quaest. in Heptat., II, 177, 5). Tuttavia essi presentarono nei particolari una grande varietà.
Rare sono le chiese a una sola navata (Bir-Ben-Zir in Algeria); per lo più sono a tre navate, ma non poche a cinque (Bir-Oum-Ali, Orléansville, Cartagine, Sbiba, Thelepte); qualcuna a sette (S. Perpetua a Cartagine, una a Tipasa più tardi ingrandita) o anche a nove, come quella di Damous-el-Karita a Cartagine. In genere l'ampiezza e lo sviluppo era facilitato dal poco costo delle aree e della mano d'opera, ovvero dalla vicinanza delle materie prime. La costruzione è raramente a mattoni, più spesso a pietre di piccolo formato, talvolta a grossi blocchi di pietra locale.
In alcuni casi, costruzioni preesistenti vennero convertite in edifici di culto come a Maktar un tempio punico (basilica di Ksar-el-Amar) e il mausoleo di Q. Giulio Pisone (Bull. arch. du Comité, febbr. 1945, p. xx) o tre basiliche civili a Madauros, a Tipasa, a Dougga. Di solito le basiliche cristiane d'A. non hanno un vero atrio, ma un semplice vestibolo; vero atrio con portico si trova a Tebessa, a Ksar-el-Zit e in una delle basiliche di Thelepte. La parete di fondo
può terminare anche in forma quadrilatera, talvolta semicircolare col diametro largo quanto tutto il vano, anche nelle chiese a tre navi; un gruppo presenta l'abside con due ambienti laterali (prothesis e diaconicon) formanti parte a sé; in genere l'abside è più profonda che nelle chiese romane. Le navate non erano sempre divise da colonne; ma talora da pilastri, ovvero in parte da colonne e in parte da pilastri. L'accesso al presbiterio era dato da un'unica larga scala, come a Kherbet Guidra, Lambesi, Sidi Mabrouk, o da due scalette ai lati, come a Benian, Matifou, Morsott, Tipasa.
Nelle colonne e nei pilastri rimangono tracce di cancellate e un'iscrizione di Mascula ricorda il cancellus virginum. Cancelli circondavano pure le memoriae dei martiri venerati: «Habent honorabilem locum martyres sancti» (Agost., Serm. 273, 7). Sui sepolcri dei martiri o sulle loro reliquie venne posto l'altare nel presbiterio sopraelevato; per lo più in mezzo al coro, immediatamente avanti all'abside o nell'abside stessa («mensa Christi est illa in medio constituta»: Agost., Serm. 31: PL 38, 735). L'altare fu spesso in legno (Ottato, De schism. Donatist., II, 21; Agost., Contra Crescon., III, 47; Confer. del 411: PL 11, 1316), e tracce se ne sono trovate nella basilica di Morsott e in quella principale di Timgad.
Cripte o altre cavità sotto gli altari contenevano reliquie, ricordate dalle iscrizioni che spesso ci danno pure particolari importanti sui martiri stessi. Per es. una di Rouffach, presso Costantina: «Depositio cruoris sanctorum martyrum qui sunt passi sub preside Floro in civitate Milevitana in diebus turificationis» (CIL, VIII, 1935). Floro fu governatore di Numidia nell'a. 303. Un'iscrizione di Ammedera ricorda un gruppo di martiri «qui persecutionem Diocletiani et Maximiani divinis legibus passi sunt» (Bull. arch. du Comité, febbr. 1934, p. xi). I reliquiari sono di ogni genere; su circa un centinaio ritrovati, ve ne sono d'argento (G. B. De Rossi, Capsella argentea Africana, Roma 1889), d'alabastro, di pietra, di argilla, di vetro. Talora contengono reliquie anche di martiri non africani, specialmente romani. Nella Numidia sono frequenti le formole Reliquiae e Mensa martyrum; quest'ultima poi si è diffusa anche nella Mauritania Sitifense e nella parte occidentale della Proconsolare.
Sopra l'altare si ergeva il ciborio sostenuto da quattro colonne (Sbeitla, Dermech, Siagu). Sotto l'ab-
side talvolta è la cripta (Gemila, Dougga, Benian, Maktar). Nell'abside non si hanno prove di esistenza di finestre; mentre le absidi di Announa e di S. Salsa a Tipasa dimostrano che non vi erano. A Sicca Veneria la basilica di Dar-el-Kous, dedicata a s. Pietro, presenta nell'interno dell'abside cinque nicchie semicircolari con rispettive colonne.
Gallerie superiori nelle navate si sono trovate solo nella chiesa interna nella cittadella di Ammedera. A Oum-el-Abnab si ha una basilica a due absidi concentriche. Le pareti delle navate furono ricoperte talvolta di pitture: infatti s. Agostino ricorda la rappresentazione del martirio di s. Stefano (Serm. 316: PL 38, 3434) e del sacrificio di Abramo, che dice «tot locis pictum» (Contra Faustum, 22, 73: PL 42, 446), come pure «Petrus et Paulus cum Christo in pictis parietibus» (De consensu Evangelist., I, 10, 16: PL 34, 1049).
Singolare è la decorazione architettonica nella basilica di Tigzirt sui capitelli, sui pulvini, sulle cornici e sugli archi.
Il pavimento delle basiliche era in alcuni luoghi in semplice terra battuta, o in terra cotta, e lastricato di pietre; altrove invece si distendeva per tutta la superficie come una ricca stoffa orientale, tutta a musaico e coi più ricchi colori ottenuti mediante pietre locali, calcari e perfino frammenti di mattone, ma di mirabile effetto e freschezza, con medaglioni, palme, tralci di vite, cespi d'acanto, crateri ricolmi di fiori e di frutta, pesci, uccelli, pavoni, palmipedi, gazzelle, cervi, croci, losanghe. Tra i più notevoli sono i pavimenti delle basiliche di Gemila, Orléansville, El Mouassat, Tigzirt, Timgad, Tipasa, Rusguniae, Sidi-Abich, Fourna, Taparura. Una decorazione murale caratteristica di alcune basiliche della Tunisia era offerta da una serie di quadrati di terra cotta, di ca. m. 0,27 per lato, con scene bibliche impresse in rilievo.
Meritano particolare menzione due rappresentazioni: quella d'una basilica (ecclesia mater) in un musaico di Tabarca (m. 2,20 × m. 1), e l'altra della lampada bronzea trovata presso Orléansville nel 1850, poi passata nella collezione Basilewski.
Notevole è la serie dei battisteri rinvenuti presso le chiese, con bacini dalle forme più varie, ai quali si discendeva per mezzo di gradini, per lo più tre. Ve ne sono a croce greca, esagonali, ottagonali, a rosoni, e anche altri di forma quadrata. Di forma del tutto singolare, cioè di nave, è quello presso una se-

in pace, memoria, hic iacet; per lo più si tratta di iscrizioni del v e del vi secolo. In Numidia sono frequenti le epigrafi con memoria, hic requiescit, e reditio; memoria e mensa nella Mauritania Sitifense. In quella Cesariense (corrispondente presso a poco agli attuali dipartimenti di Algeri e di Orano) il cristianesimo si diffuse in primo luogo sulle coste, poi lungo la linea militare non molto all'interno, infine lungo la linea militare più a sud stabilita da Settimio Severo.
Proprio la parte orientale della Mauritania Cesariense ha rivelato le iscrizioni cristiane più antiche; si tratta di piccoli cippi in pietra sicciare locale. Uno di Tipasa porta la data del 238 (CIL, VIII, 20856). Uno di Tigzirt è del 299 (Bull. arch. du Comité, 1896, p. 217). Le iscrizioni più antiche scoperte nella zona occidentale sono quelle di Altava che vanno dal 302 al 320

(da Atti del II Congresso internazionale di Archeologia cristiana)
In questi cimiteri vengono adoperati sarcofagi di marmo, di pietra locale, e di terra cotta. Alcuni scolpiti provengono da Cherchell, Lambesi, Tipasa, Dellys, Cartagine, Philippeville, Tebessa; altre tombe sono in muratura, altre in tegole disposte a cappuccina; altre costituite da semplici anfore. Molti sepolcri vengono incrostati di musaico che contiene iscrizioni, ritratti dei defunti, scene bibliche, monogrammi di Cristo e simboli, fiori, uccelli, ecc. I più notevoli esempi si hanno a Tabarca, a Uppena, a Thibari; ad Adrumeto se ne trovano pure nei cimiteri sotterranei.
L'epigrafia sepolcrale cristiana è imponente per il numero, se non per l'antichità delle iscrizioni. Nell'A. Proconsolare, specialmente a Cartagine, le formole adoperate sono fidelis, fidelis in pace, praecessit
(CIL, VIII, 9862, 9885, 21734, 9892, 9855, 9890). Poi viene la celebre iscrizione di Renault, dell'anno 329 (CIL, VIII, 21517) che ricorda un gruppo di quattro martiri locali, tra i quali due che figurano sotto lo stesso giorno nel Martirologio geronimiano.
Alla conferenza di Cartagine del 411 furono presenti molti vescovi di questa regione, cattolici e donatisti. Sorella di uno di loro era Robba, «caede traditorum vexata» il 25 marzo 434 ad Ala Miliaria (Benian). Sul suo sepolcro i donatisti eressero una basilica con cripta.
Alla fine del v sec., nel 495, a Mouzaiaville fu deposto un vescovo che dopo essere stato più volte in esilio fu ucciso «in bello Maurorum» (CIL, VIII, 9286), ribellatisi alla dominazione vandalica, e nel 508 un tale Masuna si qualifica «rex gentium Maurorum et Romanorum» (CIL, VIII, 9835).
Anche dopo la conquista araba avvenuta nel 683, il cristianesimo in A. lascia le sue tracce monumentali; comunità cristiane a piccoli gruppi si ritirano nell'interno sia della Mauritania Cesariense sia della Bizacena; vi è memoria di un vescovo a Gafsa ancora nel sec. IX; e secondo Edrisi del dialetto latino nel sec. XII. A Kairouan, nel centro della Tunisia, si è trovato un epitaffio d'un lettore morto nel 1030, contemporaneo forse ad un frammento già noto che era stato attribuito al periodo bizantino (CIL, VIII, 23128; Bull. arch. du Comité, 1928, p. 370 sg.).
Per Cartagine. Cherchell, Gemila, Lambesi, Madauros, Orleansville, Sbeitla, Sicca Veneria, Tebessa, Tigzirt, Timgad vedi le singole voci.
R. Cagnat - P. Gauckler, Monuments historiques de la Tunisie, Parigi 1898; S. Gsell, Monuments antiques de l'Algérie, 2 voll., Parigi 1901; J. Mesnage, L'A. Chrétienne, Parigi 1912; P. Gauckler, Basiliques chrétiennes de la Tunisie, Parigi 1913; S. Gsell, Inscriptions latines de l'Algérie, I, Parigi 1922; J. Sauer, Der Kirchenbau Nordafrikas in den Tagen des hl. Augustinus, in M. Grabmann-J. Mausbach, Augustinus Festschrift, Colonia 1930, pp. 243-300; Atti del III e IV Congresso Int. di Arch. crist., Città del Vaticano 1934, pp. 387-427; 1940, pp. 145-244; A. Berthier, Les vestiges du Christianisme antique dans la Numidie, Algeri 1943; A. Merlin, Inscriptions latines de la Tunisie, Parigi 1944.
Enrico Josi
#### VI. STORIA CRISTIANA MEDIEVALE E MODERNA.
La prima A. cristiana, cioè la Chiesa romano-africana, la Chiesa di Tertulliano, di Cipriano, di Agostino, andò sommersa irrimediabilmente sotto le ondate travolgenti, prima dei Vandali (sec. v), poi
il Congo ad occidente, indi il Capo di Buona Speranza, infine, ad oriente, il Mozambico e il Madagascar. Nella Guinea lavorarono i Gesuiti, poi i Carmelitani e i Cappuccini, con risultati dapprima assai modesti e poi man mano più discreti. La missione del Congo conobbe periodi di un certo splendore, sotto il re indigeno convertito Alfonso, al cui figlio, Enrico, il papa Leone X concesse una dignità ecclesiastica (forse di protonotario apostolico; altri vuole sia stato eletto vescovo); ma, nonostante tutto, la missione implicata essa stessa nel commercio degli schiavi, si trascinò con poco personale, e decadde già prima ancora della morte del suo « Costantino » (1546). Ripresa nel corso del secolo successivo dai Gesuiti, non ebbe troppa fortuna; fu ravvivata dai Cappuccini nel sec. XVII, con alterne vicende. Sulla costa orientale, da sud a nord, si crearono quattro missioni, in quattro regioni o « imperi » indigeni: ad Inhambane, dove in tre settimane tutto il paese, col suo re, venne convertito e battezzato (1560), ma dove dopo due anni si tornò allo stato primitivo; a Monomotapa (il « regno

AFRICA - Ammaedera. Basilica sita all'estremità occidentale.
(de Atti del II Congresso internazionale di Archeologia cristiana)
È all'epoca delle scoperte geografiche per parte del Portogallo, che si può dire comincino le missioni africane, pur senza oltrepassare di molto le regioni costiere né più né meno della colonizzazione; disgraziatamente i Portoghesi, una volta trovata la via alle Indie, a questa volsero le cupide mire commerciali, ragione prima del fallimento di quell'apostolato, troppo superficiale e non sufficientemente sostenuto da Lisbona. Ad ogni modo i missionari toccarono tutti i punti raggiunti dai commercianti portoghesi: la Guinea e
dell'oro, cui il capitano portoghese pagava un tributo), dove si ebbe la medesima rapida conversione e un'altrettanto rapida fine, giacché dopo un solo anno (1561) l'islamismo ebbe il sopravvento sul re, il missionario fu ucciso, e il cristianesimo scomparve. Nel secolo successivo entrambe queste missioni vennero riprese, e tutta la regione del Mozambico (1612) fu eretta in « vicaria perpetua » e staccata dalla giurisdizione di Goa. A Mombasa - terza missione - gli Agostiniani convertirono il re ed il paese, ma nel 1630 l'uno e l'altro ricaddero nell'islamismo, i missionari vennero massacrati e il Portogallo perdé la colonia. L'ultima missione, cominciata all'epoca delle scoperte, il Madagascar, ebbe peripezie più o meno consimili, ma una maggiore continuità di apostolato dal 1540 al 1667; poi però anche nel Madagascar avvenne la catastrofe.
La missione dell'Etiopia, unica missione in paese non pagano, ma cristiano-monofisita, ebbe due periodi distinti, il primo (1557-77) diretto dal vescovo Oviedo, e concluso con la relegazione dei missionari (Gesuiti) nella loro residenza; l'altro più felice, diretto dal 1604 al 1622, anno della sua morte, dal p. Paez, personalità di valore, che condusse la missione al trionfo; nel 1626 il re Susenios fece la professione di fede cattolica con molta parte della nobiltà e del popolo. Nel 1629 i cattolici si calcolavano a 130.000. Ma il re Fasiladas, succeduto nel 1632 a Susenios,

La decadenza generale delle missioni, verificatasi dalla metà ca. del sec. XVII alla fine del secolo seguente, sotto l'influsso di vari fattori (v. MISSIONI CATTOLICHE) si determinò anche nelle missioni africane. Si aggiunsero anche cause locali. Sotto Gregorio XIII i Gesuiti (1382-95) e più tardi i Cappuccini francesi sotto Urbano VIII avevano tentato la conversione dei copti dell'Egitto - 1630, al Cairo - seguiti sulla fine di quel secolo da altri, che giunsero fino alle foci del Nilo; mentre i Minori, dalla Custodia della Terra Santa, avevano inviato cappellani ai porti di Alessandria e del Cairo, donde passarono pure ad occuparsi dei condannati alle galere di Suez e Alessandria. Anche i Gesuiti - fine sec. XVII - si trovavano al Cairo. Nonostante sporadici risultati (nel 1713, professione di fede cattolica del patriarca greco Samuele Capassull), tanto che Benedetto XIV eresse in Gerusalemme un vescovato per i convertiti, tuttavia i copti rimasero generalmente avversi agli occidentali. Dall'Egitto, incoraggiati dalla Congregazione di Propaganda, i Cappuccini e i Minori tentarono la ripresa della missione di Etiopia; ma tale impresa fallì; dei primi i padri Agatangelo e Cassiano furono impiccati a Gondar non appena messo piede nell'impero proibito (1638), e i Minori, cui la missione, eretta in prefettura apostolica, venne affidata, non ottennero risultati più incoraggianti nei loro rinnovati tentativi di entrata e soggiorno nel paese; la difficoltà di accesso, prima, poi la instabilità dei re (dei quali solo qualcuno parve mostrarsi favorevole) e specialmente l'opposizione dei monaci resero sterili quegli eroici tentativi di ripresa fino a tutto il sec. XVIII. In questo medesimo tempo in Algeria e nel Marocco non mancarono sacerdoti e religiosi (oltre i Francescani anche i Trinitari e i Mercedari), ma la loro attività rimase limitata esclusivamente alla cura dei mercanti europei e alla redenzione degli schiavi, alla quale opera, in Tunisia, si dedicò anche la nuova congregazione dei Lazzaristi di s. Vincenzo de' Paoli.
Al Marocco si tentarono varie spedizioni con intento particolarmente missionario (specialmente da parte dei Cappuccini), ma tutte fallirono allo scopo. La Propaganda tentò la ripresa delle missioni della Guinea, del Congo e dell'Angola, agonizzanti nella metà del sec. XVII, valendosi soprattutto dello zelo dei Cappuccini; ma per l'ostilità del Portogallo, l'insalubrità del clima e la persecuzione degli Olandesi, verso la fine del sec. XVIII tutte quelle missioni presentano una decadenza che pare insanabile. Meno infelici le sorti della missione del Madagascar, prima coi Carmelitani, poi coi Lazzaristi, ma poi anche questa venne meno a motivo della discontinuità dei missionari e delle lotte intestine; la Rivoluzione francese finì per troncare ogni possibilità di apostolato oltremare. Verso la fine dunque del sec. XVIII la Chiesa africana, nonostante i tentativi fatti, era in progressivo decadimento e assai prossima all'estinzione; oltre le cause già accennate, ambientali e metodiche, l'islamismo, che il Portogallo si era illuso di aver debellato aggirandolo, ricompariva e di nuovo si manifestava sempre più prepotente.
La Chiesa d'A. inizia la sua vera rinascita solo con la prima metà del sec. XIX. Parecchi i fattori di questa rinascita: la riscoperta (è il caso di chiamarla così) dell'A., per iniziativa degli esploratori; il suo frazionamento coloniale tra le diverse nazioni europee; il risveglio generale dello spirito missionario (v. MISSIONOLOGIA, storia: sec. XIX), che per l'A. ebbe un particolare impulso con la propaganda antischiavista; la fioritura di nuovi istituti missionari, specializzati per l'A. (Società dello Spirito Santo, Società dei Padri Bianchi, Missioni Africane di Lione in Francia, Missioni Africane di Verona e Consolata in Italia). Scienza, politica, fede parvero dar ad un tempo l'assalto all'A., e la Conferenza di Berlino del 1885 sanzionò in certo modo questa presa di possesso, aprendo ufficialmente il continente africano alle missioni, cattoliche o protestanti che fossero. Per tal modo l'evangelizzazione dell'A. cominciò davvero, estendendosi a tutte le plaghe e inoltrandosi nelle regioni più interne, fra tutte le popolazioni, studiandole, elevandole, evangelizzandole.
L'A. settentrionale, colonizzata dalla Francia (Algeri fu la prima porta verso l'interno), dalla Spagna e dall'Italia, veniva così aperta all'immigrazione europea, che determinava la scomparsa della tratta degli schiavi e otteneva diritto di cittadinanza al cristianesimo, che, se non eliminava la superiorità numerica dell'islamismo, ne fiaccava la prepotenza. L'inclemenza del clima, è vero, sbarrava la via all'interno, ma l'apostolato non cedette e finalmente invase la parte occiduo-equatoriale (1841), creando la missione delle Due Guinee, che si estendeva dal Senegal al Capo. Vi lavorarono, in ondate successive, distribuiti man mano in nuove minori suddivisioni territoriali - Sierra Leone, Dahomey, Nigeria, Costa d'Oro, Costa d'Avorio, Gabon, Ubanghi, ecc. - i Missionari dello Spirito Santo e quelli di Lione, i quali vi fecero nascere le prime cristianità indigene. Il Togo e il Camerun, passati alla Germania, vennero evangelizzati dai Pallottini e dai Padri del Verbo Divino, e il Congo, divenuto belga, dai missionari della metropoli, appartenenti alle diverse società e congregazioni religiose, favoriti da una saggia legislazione coloniale.
Quasi un medesimo processo si svolse nell'A. centro-orientale, con punto di partenza a Zanzibar (1868), l'emporio schiavista, che ancora pochi anni prima aveva un movimento annuo di 65.000 schiavi. Apostoli di questa plaga difficile sono i Padri dello Spirito Santo, che crearono successivi centri (Bagamoyo, Kilimanjaro, ecc.), tra cui il Kenya, che sarà poi quasi tutto retaggio dei Missionari della Consolata. I Padri Bianchi del Lavigerie occuparono invece - e occupano tuttora - la regione dei Grandi Laghi: Nyanza, Tanganyica, Nyassa, da cui presero nome le prime missioni (1878); apostolato faticoso, tragico anche (1886: martiri di Uganda, v.), ma oltremodo fecondo, soprattutto nella stessa Uganda, e, dopo la guerra 1914-1918, nei finissimi mandati dell'Urundi e Ruanda, che costituiscono oggi, col Camerun e il Madagascar, le missioni più prosperose del mondo.
Nell'A. nord-orientale, col sec. XIX le missioni riprendono le fila di un passato quasi sepolto, come in Egitto e in Etiopia, e tentano i primi difficili passi nello sterile Sudan anglo-egiziano. In Egitto l'apostolato prende sempre più la fisionomia europea, in conformità alla fisionomia etnica del paese, mentre gli indigeni maomettani restano quasi inaccessibili e solo alquanto avvicinabili i copti. L'Etiopia, in seguito all'occupazione italiana (1936) e alla riorganizzazione della sua rete missionaria, poté sembrare avviata ad una evangelizzazione più intensa e coordinata; ma poi tutto tornò nello stato di prima, ed anzi peggio. Il Sudan - l'antica missione dell'A. Centrale - campo di fatica del Comboni, sterile tuttora nella sua parte musulmana al nord, ha però dato origine a nuove e più recenti filiazioni al sud, ove i Padri di Verona raccolgono discreti frutti.
Più arretrate sono invece le missioni dell'A. australe, sia per la priorità di cura d'anime postulata dall'imponente elemento europeo immigrato, sia per la preponderanza del protestantesimo, già prima padrone del campo, sia ancora per la non infrequente ostilità legislativa contro la Chiesa cattolica e per l'acutezza della questione sociale, data la forte opposizione di razza. L'ostracismo contro il cattolicesimo non ebbe fine che nel 1868. Tuttavia per il lavoro pertinace dei missionari, soprattutto degli Oblati di Maria e dei Padri di Mariannhill, si raccolsero buoni risultati, e, ciò che conta assai, il cattolicesimo ottenne di farsi stimare e rispettare.
L'A. insulare, nonostante le gravi difficoltà iniziali, le lotte e persecuzioni dei protestanti e più tardi quelle delle sette imperanti nel governo, rappresenta oggi uno dei campi più fortunati.
VII. STATO ATTUALE DELLE MISSIONI.
Attualmente la statistica della missione africana segnala 10 milioni di cattolici, sui quali oltre 7 milioni e mezzo rappresentano l'apporto strettamente missionario di quest'ultimo secolo di evangelizzazione, tra i veri figli dell'A.; il resto va a carico delle regioni a gerarchia ordinaria e non dipendenti dalla Congregazione di Propaganda (Algeri e suffraganee, Cartagine e le unità territoriali orientali). Più precisamente nel 1939 - ultima statistica generale che si abbia - le missioni di Propaganda avevano 7.608.580 cattolici, totale che in questi ultimi anni deve certamente essere aumentato; i catecumeni, sempre nel '39, erano 2.291.606; i missionari 5330, i fratelli coadiutori

2698, e le suore 10.672; gli ausiliari indigeni inferiori o catechisti 58.583.
(propr. E. Josi)

(Inghilterra e Francia), sia, in molte regioni, per il protezionismo esclusivista (zone d'influenza a favore dell'islamismo o del protestantesimo) nelle colonie inglesi.
Tutto questo aiuta a valutare i progressi realizzati in questi ultimi decenni e a spiegare parecchi lati delle diverse provvidenze attuate dalla S. Sede per il consolidamento di quelle missioni. Fra queste provvidenze e questi più recenti progressi i più significativi sono: la perfezionata struttura organizzatrice delle missioni stesse; la creazione delle prime circoscrizioni indigene e l'arricchimento dell'efficacia apostolica con la prima valorizzazione degli elementi dell'arte indigena. Le missioni sono raggruppate oggi in 3 grandi unità ecclesiastiche (delegazioni), dirigenti ciascuna un gruppo di missioni aventi una certa omogeneità: esse sono quella dell'A. meridionale (1922), dell'A. orientale e occidentale britannica (1930), del Congo Belga e Ruanda Urundi (1930), dipendenti dalla S. Congregazione di Propaganda Fide. Queste delegazioni rappresentano un elemento coordinatore direttivo e propulsore, e, sebbene non abbiano carattere diplomatico, pure servono utilmente, in date circostanze, come tramite fra le missioni e i governi coloniali, per interessi comuni, come ad es., quello della scuola. La nomina dei primi due vescovi-vicari apostolici e del primo prefetto apostolico indigeni (per i vicariati apostolici di Masaka e Miarinarivo e la prefettura apostolica di Ziguinchor), avvenuta nel 1939, è stata salutata con soddisfazione dai cattolici dell'A.; in Eritrea, nel 1930, era già stato nominato un vescovo indigeno per i cattolici di rito orientale copto. Un felice accordo tra governo e S. Sede riordinò le missioni nelle colonie africane del Portogallo. Il 4 settembre 1940 furono erette l'arcidiocesi di Lorenzo Marquez con la suffraganea Nampula, e quella di Loanda con le suffraganee Nuova Lisbona e Silva Porto. Dal S. P. Pio XII l'arcivescovo di Lorenzo Marquez fu creato cardinale nel concistoro del 18 febbr. 1946. La delegazione apostolica dell'Egitto fu eretta a Internunziatura nel 1947.
Per le singole missioni vedi le voci relative.
Diamo qui di seguito un prospetto delle missioni attualmente (1 maggio 1948) esistenti, indicando per ciascuna di esse il grado ecclesiastico (vicariato apostolico [V. A.], prefettura apostolica [P. A.] o missione [M.]), abbazia nullius [A. N.] e la località.
| ABIDJAN (v. A) | Costa d'Avorio |
|---|---|
| ACCRA (v. A) | Costa d'Oro |
| ADDIS ABEBA (v. A) | Etiopia |
| ALIWAL (v. A) | Sud-A. |
| AMBANJA (P. A.) | Madagascar |
| ANTSIRABE (v. A) | Madagascar |
| ASABA-BENIN (v. A) | Nigeria |
| BAGAMOYO (v. A) | Tanganyika |
| BAHR EL GEBEL (P. A.) | Sudan Anglo-Egiziano |
| BAHR EL GHAZAL (v. A) | Sudan Anglo-Egiziano |
| BAMAKO (v. A) | Sudan Francese |
| BANGUEOLO (v. A) | Rhodesia |
| BANGUI (v. A) | A. Eq. Francese |
| BASANKUSU (v. A) | Congo Belga |
| BASUTOLAND (v. A) | A. Meridionale |
| BAUDOINVILLE (v. A) | Congo Belga |
| BENGASI (v. A) | Libia |
| BENI (v. A) | Congo Belga |
| BÉNUE (P. A.) | Nigeria |
| BERBÉRATI (P. A.) | A. Eq. Francese |
| BETHLEHEM (v. A) | Sud-A. |
| BIKORO (P. A.) | Congo Belga |
| BOBO-DIOULASSO (v. A) | Costa d'Avorio |
| BOMA (v. A) | Congo Belga |
| BONDO (v. A) | Congo Belga |
| BRAZZAVILLE (v. A) | A. Eq. Francese |
| BUEA (v. A) | Camerun |
| BUKORA (v. A) | Tanganyika |
| BULAWAYO (v. A) | Rhodesia |
| BUTA (v. A) | Congo Belga |
| CALABAR (v. A) | Nigeria |
| CANALE DI SUEZ (v. A) | Egitto |
| CAPETOWN (v. A) | Sud-A. |
| CONGO PORTOGHESE (P. A.) | Angola |
| COQUILHATVILLE (v. A) | Congo Belga |
| COSTA D'ORO (v. A) | Costa d'Oro |
| DAHOMEY (v. A) | A. Occ. Francese |
| DAKAR (v. A) | Senegal |
| DAR-ES-SALAAM (v. A) | Tanganyika |
| DELTA DEL NILO (v. A) | Egitto |
| DERNA (v. A) | Libia |
| DESSIÉ (P. A.) | Etiopia |
| DIEGO SUAREZ (v. A) | Madagascar |
| DODOMA (P. A.) | Tanganyika |
| DOUALA (v. A) | Camerun |
| EGITTO (v. A) | Egitto |
| ENDEBER (P. A.) | Etiopia |
| ERITREA (v. A) | Eritrea |
| ESHOWE (v. A) | Sud-A. |
| FERNANDO POO (v. A) | Guinea Spagnola |
| FIANARANTSOA (v. A) | Madagascar |
| FORT DAUPHIN (v. A) | Madagascar |
| FORT JAMESON (P. A.) | Rhodesia |
| FORT LAMY (P. A.) | A. Eq. Francese |
| FORT VICTORIA (P. A.) | Rhodesia |
| FOUMBAN (v. A) | Camerun |
| GAMBIA (M.) | Gambia |
| GAO (P. A.) | Sudan Francese |
| GAROUA (P. A.) | Camerun francese |
| GHARDAIA NEL SAHARA (P. A.) | Algeria |
| GIBUTI (P. A.) | Somalia Francese |
| GIMMA (v. A) | Etiopia |
| GONDAR (P. A.) | Etiopia |
| GRAN NAMAQUALAND (v. A) | Sud-A. |
| GUINEA FRANCESE (v. A) | A. Occ. Francese |
| GUINEA PORTOGHESE (M.) | Guinea Portoghese |
| HARAR (v. A) | Etiopia |
| HOSANNA (P. A.) | Etiopia |
| IPAMU (P. A.) | Congo Belga |
| NEGHELLI (P. A.) | Etiopia |
|---|---|
| NIAMEY (P. A.) | A. Occ. Francese |
| NIANGARA (v. A) | Congo Belga |
| NILO EQUATORIALE (v. A) | Uganda |
| NILO SUPERIORE (v. A) | Uganda |
| NOUNE (P. A.) | A. Occ. Francese |
| NYASSA (v. A) | Nyassa |
| NYASSA SETT. (P. A.) | Nyassa |
| NYERI (v. A) | Kenya |
| NZÉRÉKORÉ (P. A.) | Guinea Francese |
| OGOJA (P. A.) | Nigeria |
| ONDO ILORIN (v. A) | Nigeria |
| ONITSHA (v. A) | Nigeria |
| OWERRI (v. A) | Nigeria |
| OUAGADOUGOU (v. A) | Costa d'Avorio |
| OUAHIGOUYA (P. A.) | Costa d'Av. (Sudan Francese) |
| OUDTSHOORN (P. A.) | Sud-A. |
| PERAMIHO (A. N.) | Tanganyika |
| PIETERSBURG (A. N.) | Sud-A. |
| PORT ELIZABETH (v. A) | Sud-A. |
| PORTO LUIGI (D.) | Isole Maurizio |
| PORT VICTORIA (D.) | Isole Seychelles |
| PRETORIA (v. A) | Sud-A. |
| QUEENSTOWN (P. A.) | Sud-A. |
| RABAT (v. A) | Marocco Francese |
| RUANDA (v. A) | Mandato Belga |
| RUWENZORI (v. A) | Uganda |
| SAKANIA (v. A) | Congo Belga |
| SALISBURY (v. A) | Rhodesia |
| S. LUIGI DEL SENEGAL (P. A.) | A. Occ. Francese |
| SASSANDRA (v. A) | Costa d'Avorio |
| SHIRÉ (v. A) | Nyassa |
| SIERRA LEONE (v. A) | Sierra Leone |
| SIKASSO (P. A.) | Sudan Francese |
| SOKODÉ (P. A.) | Togo |
| STANLEY FALLS (v. A) | Congo Belga |
| SWAZILAND (v. A) | Sud-A. |
| TABORA (v. A) | Tanganyika |
| TAMATAVE (v. A) | Madagascar |
| TANANARIVE (v. A) | Madagascar |
| TANGANYIKA (v. A) | Tanganyika |
| TIGRAI (P. A.) | Eritrea |
| TRIPOLI (v. A) | Libia |
| TSHUMBÉ (v. A) | Congo Belga |
| TUKUYU (P. A.) | Tanganyika |
| UBANGHI BELGA (v. A) | Mandato Belga |
| UGANDA (v. A) | Uganda |
| UMTATA (v. A) | Sud-A. |
| URUNDI (v. A) | Mandato Belga |
| VICTORIA FALLS (P. A.) | Rhodesia |
| VOLTA INFERIORE (v. A) | Costa d'Oro |
| WINDHOEK (v. A) | Sud-A. |
| YAOUNDÉ (v. A) | Camerun |
| ZANZIBAR (v. A) | Kenya |
| ZIGUINCHOR (P. A.) | Senegal |
Giovanni B. Tragella
### VIII. LE MISSIONI PROTESTANTI.
Le missioni protestanti africane non risalgono oltre il sec. XVIII. I primi missionari appartennero ai Fratelli Moravi (v. MISSIONI PROTESTANTI), i quali tentarono la prova nel Sud-A., prima nel 1737, poi, più felicemente, nel 1792. Li seguirono, sempre nel Sud-A. (1789) quelli della L. M. S. (London Missionary Society) coi wesleiani (1815), che molto lavorarono per l'elevazione degli Ottentotti oppressi (1834, abolizione della schiavitù nel Sud-A.). Rimaneva invece ancora chiusa ad essi l'A. occidentale e quella
equatoriale. L'epoca della vera presa di possesso del territorio africano, da parte delle diverse società protestanti, fu il cinquantennio che corre dal 1835 al 1885, accelerato, dopo questa data, oltreché dai successi arrisi alle missioni anteriori, dalla libertà accordata a qualsiasi attività filantropica e religiosa nella Conferenza di Berlino. Tutte le società e tutte le confessioni entrarono in lizza: la C. M. S. (Church Missionary Society), rappresentante della Chiesa Bassa, in Uganda, Egitto, Isola Maurizio, ecc.; la già nominata L.M.S., di tendenza indipendente, al Madagascar e nella regione dei Grandi Laghi; la S.P.F. (Society for the Promotion of Faith), rappresentante dell'Alta Chiesa, nel sud e sud-est africano e nella Guinea; la società di Basilea (Basler Missionsgesellschaft) nella Liberia, Guinea, Costa d'Oro, ecc.; quella di Berlino (Berliner Missionsgesellschaft) specialmente nel sud africano (Natal, Transvaal, Orange), e quella renana (Rheinische Missionsgesellschaft) nel sud-ovest; quella di Parigi (Missions Évangéliques de Paris) nel Gabon, al Senegal, allo Zambesi, a Madagascar, e via di seguito, sì che al 1891 le missioni protestanti africane erano distribuite fra 55 società, di cui 22 inglesi, 14 americane, 10 tedesche, le altre di diverse nazionalità. E non fu poco né trascurabile — prescindendo ora da ogni valutazione dogmatica — il loro apporto all'incivilimento dell'A., realizzato con la diffusione dell'istruzione, l'incremento dell'agricoltura, la lotta contro l'alcoolismo, lo schiavismo e lo sfruttamento dell'indigeno.
Le missioni protestanti erano in pieno sviluppo, quando, per la guerra mondiale del 1914-18, l'attività delle società tedesche, fervida specialmente nelle colonie del Reich, fu quasi totalmente interrotta per l'espulsione dei pastori germanici: solo nel 1924-25 essi poterono tornare sul campo. Fu allora che prese maggiore sviluppo l'indigenismo nelle Chiese africane, con tendenza all'autonomia. Nel 1925 il World Atlas registrava un totale di 1.015.683 cristiani comunicanti, diretti da 6.289 missionari esteri (fra uomini e donne) e 43.181 indigeni, comprendendo nella qualifica di «missionario» tutto il personale, cioè evangelizzatore, sanitario, insegnante, ecc.
Al 1938, data dell'ultima statistica generale, lavoravano in A. ben 300 società missionarie, di cui 253 europee e 47 indigene o locali, con un effettivo personale europeo di 8.447 e indigeno di 81.625; di questi ultimi 42.455 erano impegnati nella predicazione cristiana, 38.843 nelle opere d'istruzione e 327 nelle opere d'assistenza sanitaria. Il totale dei cristiani comunicanti, nel 1938, era di 2.163.301; coi battezzati non comunicanti, che salirono a 1.430.291, si otteneva il totale generale di 3.593.592 battezzati.
Il lavoro missionario delle diverse società protestanti segna progressi quasi dappertutto; in modo particolare va segnalata l'attività scolastica, che ha registrato importanti iniziative nel settore dell'insegnamento medio e superiore, a base finanziaria collettiva di diverse società (Fourah Bay College nella Sierra Leone, Achimota College alla Costa d'Oro). Ma questi risultati della «cooperazione» hanno la contropartita nella esagerata moltiplicazione delle società o Chiese, rappresentanti tendenze sempre più centrifughe, per cui si è poi obbligati a venire a delle fusioni; così, nel 1931, dopo vent'anni di trattative, si son fuse in un'unica «Chiesa metodista del Sud-A.» la «Chiesa metodista wesleiana del Sud-A.», la «Chiesa metodista inglese» del distretto del Transvaal e Swaziland, e la «Missione primitiva metodista dell'Unione
del Sud-A.»; nel Madagascar ultimamente si sono fuse nell'unica « Chiesa malgassia protestante » ben sei Chiese di diverse confessioni e nazionalità europee. Un'altra caratteristica delle missioni protestanti africane è data dai frequenti e talvolta anche vasti movimenti separati a base religioso-politica, come quello famoso del « kibangismo », la cui influenza deleteria non si è ancora arrestata. Comunque, il protestantesimo rappresenta, oggi, in A. una forza religiosa tutt'altro che disprezzabile. - Vedi Tavo. XXVII-XXX.

