PIO IX, PAPA

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PIO IX, PAPA. - Discendente della famiglia Mastai di Cesena che ebbe per i suoi meriti il titolo comitale dal duca di Parma e aggiunse al cognome proprio quello dei Ferretti, nobile famiglia di Ancona, apparentata ad essa per via di matrimoni. Giovanni Maria Mastai Ferretti, n. a Senigallia il 13 maggio 1792 dal conte Girolamo e da Caterina Solazzi.

Studiò presso gli Scolopi di Volterra, proseguì al Collegio Romano gli studi che dovette interrompere per le vicende napoleoniche e che riprese, ricomposte le cose, in Roma. Essendo affetto di epilessia temette di non poter accedere agli Ordini sacri: ma superata questa difficoltà fu ordinato sacerdote il 19 apr. 1819. Si occupò fin da giovamento dell'Ospizio di Tata Giovanni, cui rimase sempre molto affezionato.

Segui come uditore mons. Giovanni Muzi, delegato apostolico presso le Repubbliche del Cile e del

Perù (1823-25), ed al ritorno da tale missione ebbe il canonicato di S. M. in Via Lata, la direzione dell’Ospizio di S. Michele e, il 3 giugno 1827, la consacrazione a vescovo di Spoleto. Durante i moti insurrezionali del ’31 prese in mano il governo della città, meritandosi la riconoscenza della S. Sede e di tutta la cittadinanza. Gregorio XVI lo trasferì il 17 dic. 1832 alla sede di Imola, creandolo nello stesso tempo cardinale del titolo dei SS. Pietro e Marcellino. Corre pericolo nei moti del sett. 1843 di cadere nelle mani degli insorgenti; e si rese assai benemerito della preservazione dell’ordine pubblico. Ebbe molto a soffrire a causa delle fazioni politiche che dilaverano le popolazioni di Romagna e per gli accessi di vendette e di sangue, di cui dovette essere spettatori. Non omise mezzo alcuno onde lenire i bollori delle passioni di parte, anche con intervenire presso la S. Sede, affinché si ponesse un freno al contegno provocatore dei cosiddetti «papaloni».

I. Elezione a pontefice. Primi att

i. Riforme

Nel Conclave che seguì alla morte di Gregorio XVI, dal 15 al 16 giugno 1846, uno dei più brevi che la storia ricordi, il card. Mastai veniva eletto papa e prendeva il nome di P. Le eminenti doti pastorali da lui dimostrate e la conoscenza dei bisogni dello Stato, furono le qualità che richiamarono su di lui l’attenzione degli elettori. Contrariamente ad una opinione assai diffusa, contro il Mastai non fu elevato il veto di nessuna nazione. Il card. Gaysruck, arcivescovo di Milano, che a quanto fu detto recava il veto dell’Austria, non giunse a Roma che ad elezione avvenuta. La coronazione del Papa, il 21 giugno, si svolse tra dimostrazioni di vibrante entusiasmo.

A suo principale collaboratore P. scelse subito il giovane prelato Giovanni Corboli-Bussi (v.) di Urbino, segretario del Conclave. Questi, insieme col card. Pasquale Gizzi, nominato segretario di Stato l’8 ag., venne il suo braccio destro. P. accordò, in data 17 luglio, una larga amnistia ai condannati politici e il rimpatrio degli esuli dietro una semplice dichiarazione di fedele sottomissione alle autorità pubbliche. Provvide ad addolcire la condizione degli ebrei in Roma, dove del resto godevano un trattamento assai più umano che in altri paesi, con ordinare l’abolizione della clausura del ghetto. La esperienza di vita pastorale lo aveva messo in grado di acquistare una conoscenza diretta dei veri bisogni e delle aspirazioni del popolo. Aveva stretto amicizia col conte Giuseppe Pasolini di Ravenna, appassionato cultore di scienze politiche e sociali, liberale moderato, e da lui veniva ragguagliato delle varie correnti di idee che si andavano manifestando nel ceto colto e degli scritti recenti del Balbo, del Gioberti e di altri, sui quali si andava orientando una nuova coscienza nazionale federativa e unitaria. Aveva letto il Manifesto di Rimini del 24 sett. 1845 e i Casi di Romagna di Massimo d’Azeglio. Riconosceva che il D’Azeglio, con cui aveva avuto dei contatti fin dal 1845, nel suo opuscolo diceva parecchie verità, pur frammiste ad esagerazioni e menzogne.

S’accinse subito a rimediare ai mali dello Stato ecclesiastico, e incominciò con l’istituire una speciale Congregazione di Stato per lo studio di alcuni degli affari più urgenti, cioè l’amnistia, le strade ferrate, l’ordinamento delle finanze, i tribunali e la milizia; chiamò a farne parte i card. Macchi, Lambruschini, Mattei, Amat, Gizzi e Bernetti e ne nominò segretario il Corboli-Bussi. Le adunanze venivano fatte alla presenza del Papa e in cinque importanti sessioni, alle quali prese parte anche mons. Morichini, protesoriere, furono trattati tutti gli oggetti prefissi. Si provvide perché l’amnistia, concessa con il rimpatrio o la scarcerazione di tante persone pregiudicate in linea politica, non avesse a turbare le normali funzioni dello Stato. L’amnistia, pubblicata con lo storico Proclama dettato dal Corboli-Bussi, il 17 luglio 1846, diede luogo a frenetiche dimostrazioni che pareva non dovessero aver più fine; sicché il card. Gizzi dovette intervenire con circolari ed ordinanze, richiamando le autorità e i cittadini ad una maggiore austerità, affine di venire alla normale attuazione del programma ricostruttivo e riformistico che il Papa si era proposto. Si vide subito che quelle dimostrazioni a ripetizione non erano che un artificio di occulti agitatori, per abituare il popolo a farla da sovrano. Con l’Edo del 15 marzo 1847 veniva mitigata la censura sulla stampa, lasciando non poco delusi i liberali che avrebbero voluto abolire ogni restrizione. Con motu-proprio del 18 giugno fu istituito un Consiglio di ministri. Un edito del 5 luglio istituiva la guardia civica a Roma e dava disposizioni normative per le altre città dello Stato. Il 14 ott. veniva istituita la Consulta di Stato, presieduta da un cardinale e formata dal 24 consultori eletti dal Papa su designazione dei consigli provinciali e comunali. Ne fecero parte parecchi liberali moderati, come il Pasolini, il Minghetti, il Silvani, il Gualterio.

IL LA QUESTIONE ITALIANA. — Il 24 ag. 1847 il Corboli-Bussi partiva da Roma con segrete istruzioni di proporre una lega doganale, sul tipo dello Zollverein germano, alle corti di Firenze, Torino e Modena. L’intento a cui l’iniziativa era diretta era di scuotere il sentimento patriottico ancora in molti sopito e di dare ad esso un indirizzo federativo nazionale. Per questo nelle istruzioni all’inviato papale non si parlava dell’Austria. La lega doveva aprire la via ad una più stretta unione fra le corti italiane nell’ordine civile, militare e politico. L’iniziativa trovò una accoglienza pronta e incondizionata a Firenze. A Torino, invece, venne sottoposta a tali e tante cautele, esami e restrizioni, da dimostrare che’essa giungeva ben poco gradita. Ci vollero più di due mesi per arrivare alla conclusione di alcuni preliminari che furono sottoscritti il 3 nov., il che diede all’Austria tutta l’opportunità di minare il terreno alla iniziativa pontificia, in Modena e nei ducati, e di combinare con questi trattati segreti, commerciali e militari, a condizioni assai vantaggiose, che vennero conclusi il 24 dic. Quando il Corboli-Bussi, insieme con Ricci e Martini, rispettivamente deputati da Torino e da Firenze, si presentarono ad offrire la lega ad una Francesca V., questi fece sembianza di buone disposizioni ed approfittò dell’opera dei

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(per cortesia di mare. A. P. Fratoz). Pio IX, papa - Rirratto, Studio del vero di F. Podocci per l'affresco dell'Immacolata - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 13940.
Perù (1823-25), ed al ritorno da tale missione ebbe il canonicato di S. M. in Via Lata, la direzione dell'Ospizio di S. Michele e

tre inviati per appianare gli attriti esistenti tra lui e Firenze, la quale tirava a procrastinare la cessione di Fivizzano. Ottenuto l'intento li licenzio in malo modo, recando sfregio, oltre che ai tre inviati, anche alla S. Sede che si era offerta mediatrice.

Ad onta dell'insuccesso della lega, il nome di P., cui si inneggiava ormai in tutta Italia come a vindice della nazionalità, seguitava a dare il moto propulsore alle dimostrazioni che si andavano moltiplicando al fine di spingere alla guerra nazionale. E ciò sopra tutto dal momento in cui, nell'ag. di quell'anno, con un gesto sommamente impolitico, l'Austria faceva rafforzare il presidio di Ferrara ed occupare i punti militarmente importanti della città. L'incidente veniva in breve risolto dalle parti in via diplomatica; nondimeno le dimostrazioni si moltiplicarono senza fine, e al nome di P. andò unito quello di Carlo Alberto, il quale, in una lettera, che fu fatta circolare a bello studio, si diceva pronto, «pour la cause quelque », a farla da un secondo Shamil.

L'episodio di Ferrara si sarebbe prestato molto bene ai disegni carezzati dal Piemonte di attaccare l'Austria, col pretesto di tutelare i diritti e l'indipendenza del Pontefice, atteggiandosi a vindice della nazionalità italiana. Furono esercitate su P. forti pressioni per farlo uscire dalla neutralità. Ma egli, esaminato il problema sotto ogni aspetto, ritenne suo dovere, date anche le condizioni in cui lo Stato versava, di avvalersi della sua autorità a far sì che l'unità nazionale avesse una soluzione non bellicosa ma pacifica. Egli dal principio del suo governo fino al nov. del 1848, cioè fino alla fuga di Gaeta, non perdette mai di vista l'idea di una confederazione italiana, e assecondò i progetti elaborati a tal proposito sia dal Corboli, sia dall'ab. Rosmini, sia da Pellegrino Rossi.

III. IL 1848. CRISI DELLA POLITICA ITALIANA DI P.

IX. GAETA

Imitando l'esempio degli altri principi italiani il 14 marzo 1848 P. accordò lo Statuto. Ne fu affidato lo studio ad una speciale commissione, formata dei cardinali Ostini, Orioli, Altieri, Vizzardelli, Antonelli, Boffi e dei prelati Corboli, Bernabò e Mertel, adattandolo alle condizioni che derivavano alla Stato romano dall'esercito il principe capo della Chiesa. Delimitava la competenza dei poteri pubblici nell'ambito puramente civile; il collegio dei cardinali costituiva il Senato del nuovo regime; venivano istituiti due corpi legislativi elettivi, l'alto consiglio e il consiglio dei deputati; le leggi per divenire esecutive dovevano avere la sanzione del Papa, udito il parere dei cardinali. Al Papa veniva costituita una lista civile di 600.000 scudi annui, ivi compreso l'appannaggio dei cardinali, le spese dei dicasteri ecclesiastici e della corte.

Dopo i moti delle cinque giornate a Milano e l'intervento del Piemonte in Lombardia, le pressioni su P., affinché partecipasse alla guerra per la cacciata dell'Austria, si resero ancor più forti ed insistenti. I membri laici del Ministero, Minghetti e Pasolini, erano per la guerra. Già nell'editto del 22 giugno 1847, con cui si scongiurava l'evento di una guerra che mettesse in conflitto popolazioni dovute al comun paide, si dimostrava ben chiaro che in un simile evento il Papa non sarebbe entrato in campo contro l'Austria. Le medesime esitazioni perduravano ancora, e alle cause di ordine morale e religioso (in Austria e in Germania circolavano voci di scisma) se ne aggiungevano altre di ordine militare e finanziario. P., pur aderendo alla preghiera del governo sardo di inviare un corpo di truppe sul confine lombardo-veneto, onde alleggerire il peso dell'armata austriaca, non seppe mai risolversi ad assumere le responsabilità di una dichiarazione di guerra.

Tuttavia il 9 apr. 1848 inviava al quartiere generale di Carlo Alberto il Corboli-Bussi con la missione di sollecitarne la conclusione della lega nazionale, divenuta secondo lui tanto più urgente in quanto lo avrebbe liberato di quelle responsabilità che egli tanto paventava; e insieme per chiedere un prestito. Le richieste del Papa rimasero inascoltate: il Piemonte, troppo fidando sulle proprie forze e sui primi successi, non volle assumere impegni: e P. IX il 29 apr. pronunciò la celebre allocuzione con cui dichiarava solennemente di non voler dichiarare guerra. La ripercussione della parola del Papa fu enorme né si mancò di travisarne il senso nei modi più odiosi. Egli fece pubblica dichiarazione dei suoi veri sentimenti e il 3 maggio scrisse una lettera autografa all'Imperatore d'Austria, scongiurandolo di concedere all'Italia una pace fondata sul riconoscimento della nazionalità. Allo stesso fine inviò a Vienna in missione speciale mons. Morichini. Ma nulla valse a cancellare da lui l'immortalità taccia di nemico della patria. La crisi ministeriale, che seguì alla allocuzione del 29 apr., costrinse P., causa l'influenza di elementi turbolenti che dominavano nei circoli e nelle piazze, a rimettere il potere al Mamiani, di cui non ignorava la idee avanzate e con il quale si trovò in costante dissidio per tutta la durata del suo ministero (maggio-ag.). In fine il 16 sett. affidò il governo a Pellegrino Rossi, con il proposito di instaurare un regime forte, rimettendo in vigore l'autorità ormai scaduta dello Stato. Suo programma era il progresso nell'ordine e l'unità federale della nazione. L'insigne statista, che godeva la piena fiducia del Papa ed era saldo nel proposito di porre un freno all'anarchia, veniva barbaramente trucidato a piè della scalinata della Cancelleria il 15 nov. mentre si recava ad inaugurare la Camerina e a pronunciare il suo discorso-programma. Autore materiale del delitto fu ritenuto uno dei figli del capo popolo Angelo Brunetti (Ciceruacchio), ma ben vasta doveva essere la congiura che lo aveva ordinato. Scomparso col Rossi il più efficace argine della legalità che i clubs e la plebaglia aborrivano, Roma cadde in preda all'anarchia; il Quirinale fu assalito dalla canaglia che chiedeva tumultuosamente un governo demagogico. Il segretario del Papa, mons. Palma, cadde colpito dalle palle che da case vicine grandinavano nei cortili e nelle sale di Palazzo, alla porta del quale il Principe di Canino fece puntare un cannone. P. in una sì critica situazione diede esempio di un mirabile dominio di sé.

Non vedendosi più sicuro a Roma, il 24 nov., così consigliato da vari ambasciatori e dal card. Antonelli, partì occultamente e si rifugiò a Gaeta, accolto con devozione filiale dal re Ferdinando II, che mise a sua disposizione il palazzo reale e lo rifornì di quanto gli occorreva. Da Gaeta P. scrisse ai sovrani che avevano relazioni col Vaticano, mettendoli a parte dei casi avvenuti e chiedendo il loro aiuto. Dichiarò irriti e nulli gli atti che venivano emanati dal governo di Roma. Respinse gli inviti fattigli pervenire dal governo da lui sconfessato, di ritornare in sede, come pure la profetta avanzata dal Gioberti, in nome del governo sardo, di restaurare da solo il potere temporale e di riconciliare il Papa coi suoi sudditi.

IV. LA REPUBBLICA ROMANA

A Roma intanto si insegna una suprema giunta di Stato che il 20 dic. indicava la costituente, e la nuova camera che uscì dalle elezioni del 1854 dichiarava decaduto il governo del Papa e proclamava la Repubblica (8-9 febbr.). Il potere esecutivo veniva demandato ad un triumvirato che dapprima fu composto di Armellini, Montecchi e Saliceti, e poco dopo di Mazzini, Saffi e Armellini. Con ciò tra Roma e Gaeta i ponti erano rotti. Quivi i rappresentanti delle corti che avevano risposto all'appello di P., Austria, Francia, Spagna e Napoli, riuniti in conferenza sotto la presidenza del card. Antonelli, trattarono delle modalità di ricuperare il trono al Pontefice e, contro i voti e le pressioni della Francia, decisero l'abolizione dello Statuto. Un corpo d'armata austriaco, varcato il Po il 16 maggio, occupava Bologna e il 10 giugno Ancona. I Francesi sbarcati a Civitavecchia il 15 apr., dopo alcune operazioni militari che non ebbero esito felice, incaricarono il Lesseps di parlamentare con Mazzini, ma senza alcun risultato; finalmente assalirono Roma con forze adeguate e il 3 luglio, superando un'accanita resistenza, la costrinse alla resa.

Da Gaeta il Papa il 4 sett. si era trasferito a Portici. Per varie ragioni, parte politiche e parte finanziarie, P., dovendo ritardare il ritorno a Roma, vi destinò una commissione di reggenza, formata di tre cardinali, Della Genga, Vannicelli e Altieri, e solo il 12 apr. 1850 rientrò nell'Urbe, dove lo attendevano grandiosi e festanti accoglienze. Da Portici il 12 sett. 1849 aveva emanato un motu-proprio con cui accordava una larga amnistia e alcune riforme, fra cui l'istituzione del Consiglio di Stato con funzioni consultive, una Consulta per le finanze,

norme per l'elezione dei consigli comunali e provinciali, e preannunziava ulteriori larghezze.

V. RESTA URAZIONE. POLITICA INTERNA. - Le condizioni in cui il Papa riprese in mano il governo dello Stato erano assai gravi: tanto più ardua quindi si presentava l'opera di restaurazione che gli incombeva. L'amministrazione pubblica era ripartita in quattro dicasteri: 1) Interno, Grazia e Giustizia; 2) Finanze; 3) Agricoltura, Industria e Commercio, Belle Arti e Lavori pubblici; 4) Armi. I ministri tenevano adunanza sotto la presidenza del cardinale Segretario di Stato, Antonelli, il quale prima come Pro-Segretario, poi dal 1852 come Segretario, ritenne questa carica molti anni fino alla morte (v. ANNO 1851). La prima e più ardua impresa era la restaurazione delle finanze, lasciate dal governo repubblicano in stato fallimentare. Vuote le casse, inaridite le scarse sorgenti fiscali, inondato lo stato di ben otto milioni di carta moneta non garantita da nessun fondo aureo. Pur tuttavia, senza ricorrere a inasprimenti fiscali, il bilancio, che nel 1850 registrava più di due milioni di deficit, in meno di un decennio fu riportato al pareggio, grazie all'ocularezza dei ministri ed alla generosità e somma parsimonia del Papa. Molte grandiosi opere pubbliche furono compiute in quegli anni: bonifiche dell'agro pontino e ostiense, regolamento di corsi fluviali, opere portuali in quasi tutte le città marittime, strade ferrate (oltre ai tronchi di Francia, scarti, di Montalto e di Ceprano, fu intrapresa e condotta a buon punto la Roma-Ancona-Bologna). Può dirsi che non vi fosse città dello Stato Pontificio che non risentisse della munificenza del Papa: promosse altresì i traffici, le scienze, le arti e le opere di pubblica beneficienza; proprio alla vigilia della breccia di Porta Pia si inaugurava l'Acqua Pia (antica Marcia) condotta da Arcoli a Roma. Non può tacersi degli importanti progressi fatti, sotto il suo pontificato, dalle scienze storiche e archeologiche, mercè la protezione e gli aiuti accordati a Pietro Ercole Visconti Giovanni Battista de Rossi (v.), perposto quello agli scavi delle antichità classiche e questi delle antichità cristiane. Tale fu l'incremento urbanistico della città sotto il governo di P., da dare ad essa vero carattere di una capitale moderna.

A sfatare le voci che fosse universalmente abborrito dai sudditi, nel 1857 il Papa fece un giro in tutte le città dello Stato, soggiornò a Bologna un paio di mesi, ascoltò chiunque volesse parlargli, prolungò il viaggio fino a Modena e a Firenze, accolto dappertutto con dimostrazioni cordiali ed entusiastiche. Rientrò a Roma il 5 sett., come in trionfo.

Dopo l'infelice esito dell'esperimento costituzionale del 1848, P. fu sempre restio a concessioni democratiche. Non fu però nemico di riforme. Oltre al programma pubblico, la città fu montato in 12 sett. 1849, ulteriori concessioni furono concordate con la Francia nel 1850, per lo più della Francia si venne meno a ciò che aveva lasciato sperare in contraccambio, cioè la restituzione delle Legazioni. Nel 1863 sotto il ministero Drouyn de Lhuys, migliorate le intelligenze con Parigi, P. esibì spontaneamente e attuò un importante programma di miglioramenti e di riforme estese a quasi tutti i rami dell'amministrazione, come poste, dogane, giustizia (vennero aboliti i tribunali speciali della S. C. Lauretana, della Fabbrica di S. Pietro, della S. Visita del Vicariato, ecc.), legislazione civile e commerciale ecc. E pur respingendo la proposta della totale esclusione del clero dagli uffici civili, caldeggia da governi liberali, di fatto furono ridotti i funzionari ecclesiastici alle proporzioni del due per cento.

VI. LA QUESTIONE ROMANA

Col Piemonte sussistevano sempre le vecchie competizioni d'ordine giurisdizionale, che lo spirito anticlericale dominante nelle sfere governative inaspiravano sempre più. In seguito alle leggi dette Siccediane, che abolivano il fòro ecclesiastico, il nunzio Antonucci l'8 apr. 1850 lasciò Torino e il Papa protestò in una allocuzione concistoriale. Nuovi fatti deplorabili complicarono maggiormente la situazione, con l'abolizione delle

congrue ai curati e la soppressione di collegiate, beneficabili semplici e delle congregazioni religiose, provocando la reazione dell'episcopato e del clero e vivi brani proteste da parte di P.

In occasione del Congresso di Parigi del 1856, Cavour colse il destro di sollevare davanti ai governi ivi adunati la questione italiana, facendo ricadere principalmente sul malgoverno papale l'origine dei mali che affiggavano la nazione. Nel luglio 1858, a Plombières, tra Napoleone III e Cavour furono presi segretissimi accordi sul modo di escludere l'Austria dalla Penisola e dare a questa un nuovo assetto.

Nell'imminezza d'attaccare l'Austria, Napoleone III, con assicurazioni verbali e con lettera autografa, assicurava il Papa che, comunque volgessero le sorti della guerra, egli non aveva di che temere per il suo principato. A maggior garanzia di ciò veniva accolta dai belligerenti la dichiarazione di neutralità della Santa Sede, impegnandosi, così la Francia come l'Austria, di considerare le rispettive truppe che tuttora stanziavano nei territori della Chiesa come esenti dalle operazioni di guerra. Di fatto però l'osservanza della neutralità diede luogo a tali e tante contestazioni, che l'Austria, dopo Magenta, determinò di ritirare i suoi presidi, cagionando ad un tempo l'insurrezione dei Ducati, delle Legazioni e di Perugia, dove s'insediarono dei governi provvisori d'intesa col Piemonte. Le Legazioni furono perdute per sempre; Perugia fu potuta ricuperare grazie al pronto intervento del governo papale. L'armistizio di Vilafranca, che poneva fine alla guerra di Lombardia, lasciava a mezzo il programma concertato a Plombières: i due imperatori, di Francia e d'Austria, rimasero d'accordo sulla restaurazione dei principi depositi dalla rivoluzione.

VII. CADUTA DEL POTERE TEMPORALE

Nel Trattato di pace firmato a Zurigo il 10 nov. 1859 fu convenuto che un congresso europeo da tenersi a Parigi avrebbe provveduto alla definitiva sistemazione delle cose in Italia. P. delegò come suo rappresentante al congresso il card. Antonelli, ma uscito in luce il famoso opuscolo, ispirato da Napoleone, Le Pape et le Congrès, dove si richiedevano gravi mutilazioni allo Stato del Papa, questi ritirò l'adesione al congresso che così andò in fumo.

Ritornato al potere il Cavour il 24 genn. 1860, si assicurò l'acquisizione di Napoleone III alle annessioni della Toscana, dei Ducati e delle Legazioni, mediante i plebisciti dell'11 e 12 marzo, ma il 26 marzo da Roma veniva lanciata la scomunica maggiore contro tutti coloro i quali, in qualunque modo, avessero cooperato all'usurazione. Alla repulsa di P. alla proposta di rinunziare alle Romagne, alle Marche e all'Umbria, si rispose con l'occupazione violenta da parte delle forze regolari, col pretesto di prevenire l'occupazione di Garibaldi. Il piccolo esercito pontificio il 18 sett. CASTELFIDARDO, BATTAGLIA DI (v.) e al Papa non rimase che Roma con il circostante Patri-monio di S. Pietro. Svariai progetti vennero allora eseguiti dalle potenze interessate, e principalmente dalla Francia e dal Piemonte, per dare una qualche sistemazione alla situazione del Capo della Chiesa ROMAGNA (v.), ma senza successo. Un modus vivendi che preludeva alla Convenzione di sett. (v.) era sul punto di concludersi tra Parigi e Torino, quando avvenne la morte di Cavour, con la quale le trattative rimasero sospese.

Scomparso il Cavour, Napoleone notificò il suo riconoscimento del Regno d'Italia, ma insieme iniziò una politica più riguardosa verso la S. Sede. Nel 1864, essendo ministro il Minghetti, venne conclusa tra Parigi e Torino la Convenzione di sett. con cui il governo italiano s'impegnava a non assalire né fare assalire il residuo territorio papale, di prendere a suo carico la congrua parte del debito pubblico gravante il bilancio

pontificio, e di trasferire la capitale da Torino a Firenze. Si provvide dal gen. Kanzler alla riorganizzazione di un conveniente corpo di truppe, rafforzato dalla cosiddetta legione di Antibo, formata di volontari, con la tutela, non ufficiale, della Francia. Il presidio francese il 12 dic. 1866 lasciò definitivamente Roma.

Due missioni inviate a Roma per provvedere alle 106 diocesi d'Italia vacanti (nella persona del Vegezzi nel 1865 e del Tonello nel 1868), non valsero a migliorare le relazioni fra i due poteri. La rinata massoneria e l'anticlericalismo in forma sempre più intollerante ostacolano qualsiasi tentativo di conciliazione. Caduto gravemente malato il Re a San Rossore, nel nov. 1869, per mezzo del card. Corsi, arcivescovo di Pisa, ottenne di nuovo da P. l'assoluzione dalle censure.

Nell'autunno del 1867, contro gli elementi estremi che facevano capo a Garibaldi e funestarono Roma dei dolorosi episodi di Villa Glori, di casa Ajani e della Caserma Serristori, la Francia intervenne in favore del Papa, e Garibaldi con il grosso della spedizione, fermato a Monterotondo, Mentana (v.). Nel nov. seguente, Napoleone invitò i governi ROMAGNA (v.), al quale aderì anche la S. Sede: ma l'iniziativa fallì, per opposizione dell'Inghilterra e della Russia. Nondimeno il Parlamento francese deliberò di ripristinare la guarnigione in Civitavecchia, che vi rimase fino al 1870.

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lì, per opposizione dell'Inghilterra e della Russia. Nondimeno il Parlamento francese deliberò di ripristinare la guarnigione in Civitavecchia, che vi rimase fino al 1870.

Pio IX, papa - Fazzolesto stampato con il ritratto di P. IX e il testo dell'amnistia

La guerra franco-prussiana, scoppiata nel luglio 1870, segnò l'ultimo epilogo del potere temporale. P. scrisse ai due sovrani offrendosi mediato di pace, ma senza frutto. Ai primi rovesci della armi imperiali, si ebbe il richiamo del presidio francese, che invano P. cercò di scongiurare, ed il 20 luglio Napoleone fece partecipare al Papa che la custodia dello Stato ecclesiastico rimaneva affidata alle armi italiane.

Sul principio del conflitto il governo italiano per mezzo del ministro Lanza assicurava che avrebbe osservato la Convenzione di sett., ma non appena le fortune di Napoleone presero a vacillare, fu cinto di truppe il territorio pontificio, dopo Sedan l'anello si strinse e il 20 sett. per la breccia di Porta Pia le armi regie entravano in Roma. Il 10 sett. il Re mandò una lettera al Papa per mezzo del conte Gustavo Ponza di San Marino offrendosi a garantire l'ordine e ad assicurare l'inviolabilità del Pontefice. P. declinò l'offerta, ma diede ordine al gen. Kanzler, comandante in capo delle sue truppe, di limitare la difesa a quanto fosse indispensabile per dimostrare che si cedeva alla forza. In un primo momento il Vaticano con la Città Leonina rimasero esenti dall'occupazione; ma per l'importunione della plebiscitazione, che minacciò perfino di forzare il portone di bronzo, il card. Antonelli dovette far chiedere al Cadorna di provvedere al mantenimento dell'ordine, e l'occupazione si estese alle soglie del Vaticano.

Il 13 maggio 1871 uscì sulla Gassetta ufficiale del Regno la legge delle Guarantie (v.). P. condannò con l'enciclo. Ubi nos del 15 maggio 1871 la legge, respinse la dotazione annua assegnatagli e si chiuse in Vaticano in segno di protesta, come ebbe a dichiarare in una lettera al card. Antonelli l'8 giugno 1872.

VIII. AZIONE CATTOLICA E DIRETTIVE POLITICHE

Il modo settario ed anche apertamente irregoloso con cui fu attuata l'unità italiana apri un insanabile dissidio tra il Papa e l'Italia ufficiale e portò la divisione in mezzo ai cattolici stessi.

In tutti i paesi dove la religione si trovò a lottare contro l'invadenza del laicismo settario, in Francia, in Germania, in Svizzera e altrove, si formarono associazioni per la difesa degli interessi cattolici, ispirandosi alle direttive di Roma, spesso con intenti di rinnovamento sociale. Anche l'episcopato sardonei 1849 provvide all'istituzione di una associazione cattolica italiana in difesa della Chiesa, a somiglianza del Katholischer Verein di Germania, benedetta e incoraggiata da P., la quale però, a quanto si sa, non pervenne a grandi attuazioni.

licata l'azione della S. Sede anche nel campo religioso, ancora profondamente venato da sopravvivenze ginecosteniche e gallicane, l'influenza esercitata da P. fu veramente larga e profonda. In questioni assai scottanti, quali la legge sulla libertà di insegnamento, l'esclusione dei classici pagani dalle scuole cattoliche nel 1850, l'adozione della liturgia romana, ed altre simili, la saggezza e la moderazione di P. seppero trionfare di difficoltà non lievi, grazie anche all'universale simpatia che il suo nome e le sue sventure suscitarono in tutta la grande nazione.

L'Austria, dopo la restaurazione del 1849, assendò con maggior impegno l'azione religiosa di P., e nel 1855 concluse con lui nuovi concordati, che eliminavano lo spirito giuseppinista di quelli vigenti fin'allora; ma in segno di protesta per la proclamazione dell'Infallibilità pontificia, i nuovi concordati vennero aboliti in tutto l'Impero. Ma nonostante certi atteggiamenti della politica religiosa ufficiale, la vera rinascita spirituale e l'unione con Roma, animata da uomini della tempra di un Windthorst in Germania, di un Vogelsang, di un Lueger, di un Rauscher in Austria, fu grande, come in tutti gli altri paesi: come in Svizzera mercé l'opera di un Mermillod e di un Lachat; come nella Spagna del Balmes e di s. Antonio Claret, per quanto asseriva al liberalismo settario e dilaniata da fazioni politiche; come nei paesi protestanti, in Olanda (1853) e in Inghilterra (1850), dove fu dato di ricostituire la gerarchia, e negli Stati Uniti, dove la vita cattolica poté in pochi anni prendere uno sviluppo di avanguardia, che fu di ammirazione a tutti i paesi del mondo.

Delle premure di P. per l'America latina fanno testimonianza le relazioni diplomatiche da lui riallacciate con quelle Repubbliche, i concordati conclusi con gran parte di esse, e in particolar modo la fondazione in Roma del Seminario Pio Latino-Americano, in favore di tutte le Repubbliche sudamericane.

Un periodo di eccezionale importanza fu il pontificato di P. per la ripresa della vita cattolica in Germania. I primi anni furono pieni di liete promesse. Ma la supremazia politica raggiunta dalla Prussia, fino allora roccaforte del protestantesimo, sugli altri principati tedeschi, e il regime ferreo istaurato da Bismarck, scatenarono quella lotta accanita e violenta contro i cattolici, nota con il nome di Kulturkampf (v.). Se ne sentì il contraccolpo, oltre che in Prussia, in altri principati con i quali erano stati conclusi dei buoni concordati, come il Württemberg (1857), il Baden (1859), Nassau (1861). A P. non fu dato di vedere l'epilogo glorioso della titanica lotta, ma gustò la soddisfazione di vedere il clero e il laicato cattolico tedesco stringersi sempre più compatto e devoto attorno al pontificato. La tragedia della cattolica Polonia, come fu argomento di preoccupazioni e di lacrime a Gregorio XVI, lo fu altresì a P., il quale non omise le premure più vive presso Nicola I e Alessandro II, per un modus vivendi che assicurasse la libertà religiosa e civile di quella infelice nazione. Ma dovette subire l'amara delusione di vedere denunziati nel 1866 gli accordi che egli stesso aveva conclusi nel 1847 a prezzo di tanti laboriosi negoziati; e assistere all'apostasia della Chiesa unitate di Chelm (1875), fomentata e voluta dal governo czarista.

X. ESPANSIONE DELLE MISSIONI

L'attività missionaria aveva subito un colpo mortale negli ultimi decenni del sec. XVIII, e l'opera di ricostruzione dopo la restaurazione del 1815, progredì, ma a passo lento; ad un primo impulso vigoroso dato da Gregorio XVI, che era stato Prefetto della S. Congr. de Propaganda Fide, segui quello assai maggiore dato da P. IX. Un'azione assai intensa fu diretta a richiamare all'unità le Chiese scismatiche; il 14 dic. 1847, P. rivolse loro un caldo appello, inviò un visitatore apostolico e suscitò movimenti verso l'unione nei paesi balcanici e del prossimo Oriente, Moldavia, Valacchia, Serbia, Romania, Grecia, Armenia, Palestina. Liete promesse dava specialmente la Chiesa in Bulgaria, frustrate per la reazione della Russia. P. ricostituì il patriarcato latino di Gerusalemme, una archidiocesi ad Atene ecc. e con la cost. Romani Pontifices del 16 genn. 1862 eresse in seno alla S. Congr. de Propaganda Fide una Congregazione speciale per le Chiese orientali. Danimarca, Norvegia, Scozia, già preclusi all'influenza cattolica, nel 1868 ebbero ciascuno una prefettura apostolica.

Quanto all'evangelizzazione degli infedeli, basti accennare il nome di Massimiliano Ryllo apostolo del Nilo bianco, Lavigerie (v.) nelle regioni dei Grandi Laghi, del Comboni (v.) nell'Africa centrale, Massaja (v.) fra i Galla, GIACOBBI (v.) e Ghebra-Michael in Abissinia, CALÒ, PIETRO (v.) in Patagonia e nella Terra del Fuoco. Sorsero in questo tempo il Seminario dei SS. Pietro e Paolo in Roma per le Missioni estere (1867), il Seminario per le Missioni estere di Milano (1850), il Pont. Collegio Albanese (1858), il Collegio Brignole-Sale in Genova (1855), il Seminario di Mill-Hill presso Londra (1866); ed ebbero vita la Congregazione missionaria di Scheut (1863), dei Padri Bianchi, della Nigrizia (1867), di Steyl (1875).

XI. MAGISTERO DOTTRINALE

P. IX fu instancabile nel promuovere tutto ciò che aveva attinenza con gli studi e le scienze sacre, reprimendo, secondo l'opportunità e il bisogno, deviazioni od errori che potevano mettere in pericolo la purezza della dottrina e della disciplina ecclesiastica. L'azione svolta da P. in questo campo fan di lui il degno precursore di Leone XIII.

Da rammentare l'encycl. Qui pluribus (9 nov. 1846) sul razionalismo biblico, le allocuzioni concistoriali Ubi primum (17 dic. 1847) sull'indifferentismo religioso, Quibus quantisque (20 apr. 1849) sulle società segrete, In Concistoriali (1° nov. 1850) circa l'immunità ecclesiastica, Singulari quadam (9 dic. 1854) sulle intrusioni delle autorità civili in materie pertinenti alla Chiesa, Inundatum (18 marzo 1861) contro il separatismo di Chiese nazionali; nonché le lettere apostoliche con le quali venivano banditi gli errori del Nyutz (22 apr. 1851), del Gunther (1° 15 giugno 1857), del Baltzer (1° 30 apr. 1860), del Froschammer (11 dic. 1862) ecc. La lotta del radicalismo massonico contro la Chiesa in molti paesi gli porse l'occasione di chiarire in vari documenti la dottrina della Chiesa sulle relazioni fra i due poteri. La tenera devozione verso la s.m. Vergine lo ispirò a promuoverne il culto e illustrare le singolari prerogative. Nel 1848, suo primo pensiero appena giunto a Gaeta fu di onorare la Madre di Dio; con una enciclica in data 2 febbr. 1849 volle interpellare l'esposito intorno alla definibilità del di lei Immacolato concepimento; e l'8 dic. 1854, con la bolla dogmatica Ineffabilis, lo proclamò articolo di fede.

In occasione della solenne canonizzazione dei Martiri Giapponesi il 9 giugno 1862, presenti oltre 300 vescovi di tutte le parti del mondo, pronunciò l'allocuzione Maxima quidem, che racchiude in sintesi la condanna dei principali errori del tempo. Essa prelude alla celebre enciclo. Quanta cura dell'8 dic. 1864 e al Syllabus unito ad essa dove, richiamandosi a suoi antecedenti documenti, elencò in 80 proposizioni i falsi principi di ordine speculativo, morale, politico e sociale della decadenza civiltà moderna, sistematicamente classificati. Nei vari paesi retti a regime liberale e dominati dalla Massoneria, si scatenò una vera sollevazione contro il Syllabus e fu considerato come una sfida alla civiltà e al progresso. In Francia il ministro Baroche proibì con una circolare al clero di darne comunicazione ai fedeli.

L'avvenimento religioso più memorando del pontificato di P. IX è il Concilio Vaticano che, preannunziato nel 1867 in occasione del giubileo dei ss. Apostoli Pietro e Paolo, e accuratamente predisposto da apposite commissioni, fu indetto con la bolla Aeterni Patris del 29 giugno 1868, inaugurato l'8 dic. 1869; proseguì i suoi lavori fino al luglio 1870, cioè allo scoppio della guerra franco-prussiana. L'invito venne esteso anche alle Chiese separate e un appello fu indirizzato ai protestanti. Non furono invitati i sovrani cattolici, che da troppo tempo avevano abbandonata la loro missione di defensores fidei. L'opera del Concilio va distinta in due fasi, la prima dedicata a materie dogmatiche, che si concluse con la cost. De fide catholica, la seconda ch'ebbe per epilogo la proclamazione della infallibilità del Papa come articolo di fede (v. CONCILIO).

Epilogo. - P. mori il 7 febbr. 1878 e la sua salma fu deposta in una tomba provvisoria in Vaticano, finché fu trasferita, come egli aveva disposto, nella basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, da lui restaurata ed abbellita. La traslazione avvenne nel 1881, di notte, tra obbrobriose scene di livore settario. Riposa nella cripta artisticamente decorata da Lodovico Seitz, per iniziativa della Gioventù Cattolica Italiana, col concorso dei cattolici di tutto il mondo.

Per quanto il pontificato di P., il più lungo che la storia ricordi, siasi svolto tra incessanti turbolenze politiche e religiose, l'opera di rigenerazione e di espansione da lui promossa fu intensa e profonda in tutti i campi. «Bien des choses ont changé dans le monde et dans l'Eglise entre 1846 et 1878 ", conclude l'Aubert (op. cit. in bibl., p. 502); "Aucune peut-être n'a changé davantage que la qualité de la vie catholique moyenne».

Infatti quel fervore di entusiasmo che si suscitò al principio del suo pontificato non venne mai meno, anche quando la fase storica era mutata. Lo dimostrano le folle accorrenti ai suoi piedi sempre più numerose, le generose sovvenzioni che affluirono d'ogni parte a sollevare la sua augusta indigenza, la venerazione e la stima che gli stessi avversari politici nutrivano per lui. Ancor vivente la sua figura apparve ai contemporanei circonfusa di una inconfondibile aureola di santità, per cui nel 1897 Leone XIII ne autorizzò il regolare processo di beatificazione.

BibL.: la letteratura relativa a P. è quasi sconfinata; fra molti scritti d'intonazione apologetica e viziata da livore e pregiudizi politici, non mancano studi seri e monografie pregevoli. Essa sarà fondamentalmente rinnovata quando gli studiosi potranno usufruire degli Archivi Vaticani i quali per il pontificato di P. ancora non sono, se non eccezionalmente, accessibili. Cf. i due preziosi saggi di bibl. sistematica di P. Dalla Torre, uno sulla attivita amministrativa nello Stato romano, in appendice allo studio L'opera riformatrice ecc. (v. autol. l'altro sugli armamenti, in Rassegna stor. del Risorg., dic. 1937. Per un orientamento critico si veda l'opera dell'Aubert citata appresso. Fonti: Acta Pii Papae IX, 7 voll., Roma 1824 sgg; Acta S. Sedis, 33 voll., ivi 1869 sgg; Cullac. Laceatis: Acta et decreta SS. Concil. recentium, II-VII, Friburgo 1876-90; Sci Pontif. S. C. de Prop. Fide, II, VI, VII, Roma 1894-1909; Mansi, XI.-LIII; A. Mercati, Rese, di concordati su materie ecclesias. tra la S. Sede e le autoritd civili, Roma 1919; P. Gasparri, CIC, Pontes, 9 voll., ivi 1023-39, V. indici; Civ. Catt., 1830 sgg; D. Charmard e A. Chautrel, Annales redivisat., 2 voll., Parigi 1893 e 1899. Biografic: Moroni, L.III, pp. 188-233; M. Marocco, Della vita, del pontif. e del regno di P., 7 voll., Torino 1863 sgg; M. De St-Mihin, Hist. de P. et de son pontificat, Parigi 1870; id., Le captivité de P. Hist. des huit dernières années de son pontif., ParigiBruxelle 1878; P. Balon, Continuaz. alla Storia universale dell'ab. Rohrbacher, 3 voll., Torino 1879-86; id., Storia d'Italia, vol. IX, Modena 1879; B. Castaldi, P. e i suoi tempi, Roma 1882; G. S. Pelcour, P. e il suo pontif., trad. it., 3 voll., Torino 1909-11; E. Clerici, P. Vita e pontif., Milano 1928; A. Monti, P. nel Risorgim. ital., Bari 1928; J. Schmidlin, Popsigeschichte der neuesten Zeit, II, P. und Leo XIII., 1246-1901, Monaco 1931; G. Mollat, s. V. in DThC, XII, coll. 1686-1716; J. Hayward, P. et son temps, Parigi 1948; R. Aubert, Le pontificat de P. (12401270), ivi 1952 (Hist. de l'Eglise di Fliche-Jarry, 21), con ricca e sggiornata bibl. Monografie e studi: G. Spada, St. della rivalez. di Roma e della restaurazione 1246-49, 3 voll., Firenze 1869-70; G. Margotti, P. e il suo episcopato di Spoleto ed Imola, Torino 1877; Mem. stor. della vita episcop. in Spoleto di P., Roma 1877; R. Ballerini, Le prime pagine del pontif. di P., ivi 1909; id., La quest. ital. nel 1870, in Civ. Catt., 1829, 1, pp. 600636; id., P., Vittorio Emanuele II e Napoleone III, ibid., 1889, III, pp. 227-69, 402-17; id., La causa nazionale negli anni 1247, 1846, 1849, ibid., 1898, iv, pp. 129-43, 273-86, 627-77; A. Cuni, Prode romain pour la cause de béatifie, et de canonizat. de P., Parigi 1910; G. Pontrandolfi, P. e Valterra, Volterra 1928; F. Mourret, Hist. g/edr. de l'Eglise, VIII, Parigi 1928; E. Vercesi, P., Milano 1930; F. Zanetti, Nella Città del Vaticano: cinque Papi attraverso gli aneddoti, Roma 1929; D. Massè, P. e il gran tradimento del ' $e^{2}$, Alba 1938; A. M. Ghisalberti, Nuove ricerche sugli inizi del pontifc. di P. e sulla Consulta di Stato, Roma 1939; F. Crispolti, P., Leone XIII, Pio X, Benedetto XV, Pio XI.