SPIRITUALISMO CRISTIANO. - Una delle correnti principali della filosofia italiana contemporanea. È detto « s. » perché gli è essenziale il concetto di « spirito » (v.), ATTUALISMO (v.) GENTILI (v.), dal quale provengono quasi tutti i suoi rappresentanti. Ma proprio l'assunzione dello « spirito », in tutta la sua integralità, porta dentro di sé la critica dell'attualismo e di ogni idealismo immanentista, in quanto l'attività spirituale è costituita da elementi che ne spingono il dinamismo alla trascendenza (v.) teistico-cristiana. Pertanto lo s. c. è ancora idealismo, soggettivismo (v.); idealismo trascendentista od oggettivo, d'ispirazione platonico-agostiniana.
Soprattutto vuole essere una concezione integrale della filosofia e della vita, un integrale e autentico umanesimo. Movimento costruttivo, esso si richiama alla filosofia cristiana tradizionale con decise preferenze per quel filone di essa che va da Agostino (v.) ROSMINIANI (v.). Lo s. c. rivendica pertanto la priorità originaria dello spirito sul mondo esterno, dello Spirito trascendente ed assoluto che è Dio e dello spirito finito che è ogni uomo. Non quindi, un movimento di « reazione » ma di approfondimento critico delle esigenze fondamentali del pensiero moderno e contemporaneo, di una critica spinta al massimo delle sue possibilità, pensiero (v.) disveli l'autenticità e dell'uomo il destino supremo. Dal 1936 al 1943 suo organo fu la rivista Logos; dal 1946 il Giornale di metafisica, diretto dallo Sciacca, a cui sono aggiunte la rivista Filosofia, diretta da A. Guzzo, e collezioni scientifiche.
Iniziatore dello s. c. può considerarsi Armando Carlini (n. nel 1898), già professore nell'Università di Pisa, che ne ha posto i problemi e le esigenze; ma appunto perché l'iniziatore, egli ne rappresenta il momento iniziale, ancora troppo legato Kant (v.) e al suo concetto di trascendentalità. Perciò il Carlini si trova costretto a non poter uscire dal momento soggettivo dell'esigenza e a risolvere i problemi della metafisica (esistenza di Dio e immortalità dell'anima) con un atto di fede. Le tappe della sua ricerca speculativa sono segnate dalle opere La vita dello spirito (Firenze 1921); La religiosità dell'arte e della filosofia (ivi 1934); Il mito del realismo (ivi 1936); Lineamenti di una concezione realistica dello spirito umano, (Roma 1942). Il Carlini, ponendo l'atto del Gentile come atto in se stesso,
fuori del rapporto soggetto-oggetto e del dialettismo logico in cui resta prigioniero, come problema, l'atto in sé (« ciò che ognuno di noi è per se stesso »), La religiosità dell'arte, p. 103), ritiene che la soluzione di esso esiga, oltre all'atteggiamento critico (filosofia) anche quello dogmatico (religione), oltre al « pensiero », la « fede ». E in termini kantiani: l'esigenza della trascendenza di Dio nasce dal problema del trascendentale, non più considerato in rapporto con il mondo dell'esperienza conoscitiva, e quindi volto all'esteriorità, ma « considerato in sé e per sé, nella sua vita interiore, come pura interiorità. Sorge, così, in Kant, il problema spiritualistico, ch'è un problema morale e religioso insieme » (Il mito, ecc., p. 19). Nell'atto di pura spiritualità, nell'atto cioè che è coscienza di sé, l'uomo non solo trova ragione del mondo dell'esperienza e della storia, « ma trova anche ragione di quella più profonda e originaria realtà che, sola, dà valore al mondo dell'uomo, ed è perciò trascendente pur immanendo nell'atto umano. A questa trascendenza immanente può giungere il pensiero, solo se sorretto e integrato dalla fede; e vi può giungere la fede, rispettosa del valore dell'uomo e del suo mondo, solo se guidata e integrata dal pensiero » (ibid., pp. 49-51). AUTOCOSCIENZA (v.) compie così una duplice funzione: come trascendentale, per cui rende possibile il mondo dell'esperienza storica e come problema esso stesso di pura interiorità, che può avere una soluzione in un atto di fede. Il Carlini si è impegnato in un problema che non ha speranza di soluzione: trarre dalla trascendentalità kantiano-idealistica, che è forma a priori la cui validità è limitata all'esperienza, la trascendenza testa. Perciò egli è costretto a rinunciare alla metafisica e ad « aggiungere » alla sua filosofia kantiana la fede religiosa.
L'« idealismo » di Augusto Guzzo (n. nel 1894), professore nell'Università di Torino, è di più diretta ispirazione platonico-agostiniana. Il pensiero è invalicabile (dunque idealismo), ma è pensiero qualificato: il pensiero di un mondo, il pensiero che contiene o attesta che un mondo è; dunque, un idealismo che è l'opposto di quello che fa « porre » il mondo dal pensiero (Perità e realtà [Torino 1925]; Giudizio e azione [Venezia 1928]). Possono così individuarsi nello s. del Guzzo tre problemi fondamentali: 1) nulla c'è fuori del pensiero, ma conoscere non significa vanificare l'oggetto, bensì realizzarlo; 2) lo spirito è essenzialmente eticità, ma è guidato da un ideale universale e obbligatorio che è libero di attuare o no; 3) questo ideale è la verità in interiore homine, la voce di Dio che suona nella nostra coscienza, che ci dà l'esistenza e a sé ci chiama. Così i tre problemi della conoscenza, della morale, della religione sono tre aspetti dell'unico problema che è la realtà spirituale nel suo determinarsi, nel suo divenire e nel suo essere (Idealismo e cristianesimo [2 voll., Napoli 1936]; Sic vos non vobis [2 voll., ivi 1939-40]; La filosofia domani [1943]; L'Io e la ragione [Brescia 1947]; Moralità [ivi 1950]). Per il Guzzo l'universale è nel particolare, ma non s'identifica con esso: il dovere è in ogni azione doverosa senza risolversi in essa; il vero « guida » la ricerca, ma non è « prodotto » dalla ricerca (la verità è mater e non filia temporis). Il vero inside nelle singole idee vere, ma nessuna di queste è il vero, bensì un vero. È questa « quell'aporìa che è il pensiero, che non è tale senza la verità ed è pensiero solo se non è esso stesso la verità » (Idealismo e cristianesimo, I, p. 269). Ora, se per idealismo s'intende quella filosofia che risolve tutta la realtà nell'atto del pensiero e identifica il bisogno dell'Assoluto con la totale immanenza di esso nell'esperienza umana, questo idealismo, che è anti-idealismo e positivismo, non si accorda con il cristianesimo. « Se l'uomo è un bisogno d'Assoluto che si esprime in una esperienza e perciò si rinnova, in questo bisogno d'Assoluto, l'uomo non è Assoluto... ma è dell'Assoluto » (ibid., II, p. 255). Tuttavia anche nelle sue ultime opere il Guzzo sembra ancora ancorato al principio della trascendentalità, e a un'esigenza morale (oltre che a un volontarismo di origine scotista-cartesiana: gli intelligibili sono creati da Dio ex decreto) che lasciano perplessi circa la possibilità di fondare criticamente una metafisica.
Anche Felice Battaglia (n. nel 1902), professore nell'Università di Bologna, è pervenuto recentemente, attraverso un'autocritica dell'idealismo, a una sua forma di s. c. (Il valore nella storia [Bologna 1948]; Il problema morale nell'esistenzialismo [2ª ed. ivi 1949]). Conchiuso l'itinerario idealistico, il logicismo dello spirito (Gentile), ripercorso a fondo, al Battaglia appare naturalismo (La mia prospettiva filosofica [Padova 1950], p. 54). Il ciclo logico dell'idealismo, come quello di ogni filosofia immanentista, è umano e solo umano, essendo per esso la filosofia solo mondanità e coscienza della mondanità.
Ma il finito e il mondano, assolutizzati dalle filosofie immanentiste, non appesgano: microcosmo (v.) che compendia e riassume il macrocosmo e del macrocosmo che svolge e dispiega il microcosmo, per cui, in definitiva, il cosmo naturale adegua lo spirito e lo spirito trova nel mondo la sua adeguazione, presenta una frattura, uno squilibrio e cioè l'inadeguazione dello spirito alla natura. Proprio per naturalismo (v.) e ci si avvia alla fondazione dello spiritualismo. Ecco allora, dentro il concetto stesso di spirito, farsi legittima l'istanza religiosa. Nel Battaglia il passaggio dall'idealismo immanentista allo spiritualismo teistico AMORE (v.), o meglio della giustificazione spiritualistica del valore che il B. recupera attraverso la critica del storia (v.). Perché il valore sfugga alla morte, bisogna che esso fugga « l'immanenza di un tutto logicizzato e razionalizzato, impersonale e trascendentale » (Il valore nella storia, cit., p. 149). La dualità è interna all'atto, che è inscindibilmente coscienza dell'essere suo e del dover essere. Proprio per il valore la storia acquista un significato che la trascende: essa non è più per sé ma per l'altro, per la coscienza personale e morale che, pur realizzandosi nella storia, si riferisce a un centro irradiante di valori, che è Dio o il Valore assoluto.
« Idealismo cristiano » e poi « s. c. » e più recentemente « metafisica della persona », con influenze idealistiche ed esistenzialistiche (oltre che giobertiane), ha definito la sua filosofia Luigi Stefanini (n. nel 1891), professore nell'Università di Padova. « L'essere è personale e tutto ciò che non è personale nell'essere rientra nella produttività della persona, come mezzo di manifestazione della persona e di comunicazione tra persone » (La mia prospettiva, ecc., p. 205). Dunque punto di partenza per ogni dimostrazione è l'esperienza che io ho di me stesso, in quanto l'io è il fatto primordiale e centrale dell'esperienza. persona (v.). Se si perde il senso della primalità dello spirito nell'intima esperienza di ogni singolo, non lo si recupera più. « Nessuna metafisica si costruisce se il suo primo capitolo non è psicologico » (ibid., p. 209). Evidentemente non si tratta di soggettivismo. Infatti la persona, che non si esaurisce nell'esperienza sensibile, si fa discorso, mediazione, ragione (v.). Ma bisogna evitare il pericolo che la ragione si faccia spettacolo a se medesima, « ragione ragionata » (procedimento logico impersonale e costante) che prende il posto della « ragione ragionante ». Ben più che « unità », la persona è « unicità »: una realtà irrepetibile, inconfondibile. Ma questa unicità non significa assolutezza: io persisto, malgrado la mia finitezza, nell'essere, ma non sono l'essere. Di questa sua metafisica della persona lo Stefanini ha fatto ampie applicazioni all'estetica (v.), al problema sociale ecc. (La metafisica dell'arte [Padova 1948]; La metafisica della persona [ivi 1949]).
Né il Battaglia, né lo Stefanini, sembra, vanno oltre il motivo esigenziale e psicologico, metafisica (v.) e a dare una risposta veramente filosofica. Perciò lo Sciacca, superata la fase esigenziale e della trascendentalità da cui dovrebbe nascere la trascendenza (Linee di uno spiritualismo critico [Roma 1936]; Problemi di filosofia [ivi 1940]), negli ultimi suoi scritti teoretici (Filosofia e metafisica [Brescia 1949]; Intériorité objective [1951]), ha tentato di recuperare, attraverso una elaborazione personale di Agostino e di Rosmini e un approfondimento dell'attualismo gentiliano dentro lo s. c., il momento ontologico (dell'essere) e quello intellettualistico, convinto che le posizioni antintellettualistiche, pu-
ramente esigenziali e fideiste, restano ai margini della vera problematica dello s. c. che lavora a costituirsi come filosofia dello spirito e metafisica della verità e dunque su basi razionali, ma di una ragione colta nella concretezza della persona e nella totalità e integralità della vita spirituale.