ABIEZIONE

ABIEZIONE. - In ascetica, secondo l'etimologia del termine (abicere), significa la generosa rinuncia alla propria personalità o dignità, non solo procurandosi o accettando umiliazioni, ma ricercando uno stato abituale di vita tenuto in dispregio dagli uomini. Così intesa l'a. è pertanto un atteggiamento di umiltà eccellente, anzi eroica. Ne è stimolo l'esempio di Cristo (Phil. 2, 6-7), quindi la si incontra spesso nella vita dei santi e viene proposta dalla dottrina di perfezione (imit. di Cristo, I, 2, 9; II, 2; III, 13, 20, ecc.).

A formare lo stato d'a. concorre di frequente Dio, specie per le anime da lui chiamate all'unione mistica. Queste vengono sottoposte a prove particolarmente penose e indipendenti dalla loro libera elezione: prove esterne (malattie ripugnanti per cure assai incomode e disgustose al prossimo, persecuzioni degli uomini, calunnie, privazione dei beni temporali o della libertà, ecc.) e prove interne (tentazioni veementi, oscurità di coscienza, vivo sentimento dei propri peccati o difetti, desolazione e tristezza, ripugnanza al bene, dubbi d'illusione circa i doni divini, timore della propria dannazione, ecc.). «Sono stati nei quali l'anima sembra soccombere, decomporsi, andare in rovina o svanire. Le sue potenze divengono inerti, tutte le molle della sua vita sono afflosciate: è come una paralisi spirituale. L'anima ha solo il sentimento di un annullamento totale» (C. Gay). Cfr. purificazioni passive, notti dei sensi e dello spirito, nella dottrina di s. Giovanni della Croce. In tale stato però l'anima dev'essere ben lungi dall'inerzia volontaria: deve anzi più che mai lottare corrispondendo alla grazia attuale e rimaner con Gesù nelle tribolazioni (cf. Lc. 22, 28). Come nell'a. essa muore ed è sepolta con Cristo, così con lui risorgerà libera dai molti impedimenti all'unione con Dio, specialmente dalla vanità e dall'orgoglio.

A questo proposito non sono mancati in passato gravi e funestissimi errori: così Lutero, per la sua concezione pessimista della natura decaduta e per aver confuso il peccato originale con la concupiscenza, affermò che tutti i movimenti di questa son già peccati: e siccome tali movimenti sono inevitabili, sarebbe pure inevitabile il peccato. Così i quietisti, il cui MOLINISMO (v.), facendo consistere la vita perfetta in uno stato di totale annientamento delle potenze dell'anima e di volontaria inattività («voler agire è offender Dio, mentre Egli vuol da solo agire in noi»; chi è giunto alla morte mistica «non ha più volontà e Dio gliel'ha tolta») sono giunti alla irresponsabilità morale, traendone apertamente la conseguenza che è lecito abbandonarsi alla tentazione e compiere azioni nefande, giovando questo alla umiliazione (Propp. 1-4, 41-52, 55-57, 61, ecc., condannate da Innocenzo XI). Tali enormità non hanno nulla a che fare con lo stato di a. nella concezione della dottrina cattolica: perciò la Chiesa ha condannato il quietismo sotto le diverse forme in cui s'è presentato, specialmente quella di passività nelle tentazioni.

Nel sec. XVII il p. Giov. Crisostomo di Saint-Lô, del Terz'ordine francescano, fondò in Francia la Società della santa a.

Bibl.: G. B. Scaramelli, Direttorio mistico, Venezia 1754, trattato V; P. Dudon, Le quietiste espagnol Michel Molinos, Parigi 1921; id. in Recherches de science religieuse (maggio-giugno 1914); P. Guerrini, I Pelagini di Lombardia, in Scuola Cattolica, 50 (1922), pp. 267-86; 358-81; A. Poulain, Delle grazie d'orazione, trad. ital., Torino 1926, cap. 24; J. de Guibert, Docu-

ABIGAIL - A. chiesta in sposa da David. Arazzo del sec. XVI. - Firenze, Pal. Pitti.

menta ecclesiastica christianae perfectionis. Roma 1931, pp. 269-310; C. Gay, Vita e virtù cristiane considerate nello stato religioso, trad. it., I. Padova 1937, pp. 452-56. Ambrogio M. Fiocchi