AFFRE, DENIS-AUGUSTE. - Arcivescovo di Parigi, n. a Saint-Romme-de-Tarn il 28 sett. 1793, m. a Parigi il 26 giugno 1848. Ordinato sacerdote il 16 maggio 1818, entrò fra i Sulpiziani e nel 1819 fu incaricato dell'insegnamento della teologia nel seminario di Parigi. Elemosinere della maternità (1810), fondò nel 1821 la rivista La France chrétienne, dove iniziò quella campagna sui diritti e gli interessi del clero e sulle necessità di una riforma della disciplina ecclesia-stica che doveva tracciare le linee della sua costante azione nell'episcopato: prima come vicario delle diocesi di Luçon (1822), Amiens (1822) e Parigi (1834), poi come coadiutore del vescovo di Strasbourg (1839), infine come arcivescovo di Parigi (consacrazione il 6 ag. 1840). In un momento così difficile della vita politica della Francia, A. seppe mantenere un tono di assoluta indipendenza dallo Stato. Ma la sua azione a favore della diocesi fu stroncata dalla morte incontra tragiicamente, mentre svolgeva azione di pace fra le opposte schiere durante i moti del giugno 1848.
Fra i suoi scritti: Traité de l'administration temporelle des paroisses (Amiens 1826); Essai historique et critique sur la suprématie temporelle des Papes (ivi 1829), contro Lamennais; Introduction philosophique à l'étude du christianisme (Parigi 1844); De l'appel comme d'abus, son origine, ses progrès et son état présent (Parigi 1845).
AFFRESCO. - Si chiama così qualsiasi pittura murale eseguita con colori disciolti in acqua su uno strato sottile di intonaco ancora «fresco» sovrapposto in genere ad altro assai più spesso e rugoso detto arricciato. Nel processo di trasformazione dell'idrato di calcio in carbonato il colore si incorpora con l'intonaco e pertanto la pittura acquista una durevolezza.

che non si può conseguire con altre tecniche. L'a, quindi, è massimamente adatto per la grande decorazione monumentale. Dovendosi eseguire mentre l'intonaco è ancora umido, richiede da parte del pittore una sicura intuizione dei rapporti spaziali, immediatezza di tocco e rapidità senza pentimenti. Fino al Trecento si usava calcolare con abili e complesse divisioni lo spazio da decorare; più tardi si disegnò su un cartone la composizione per poi riportarla sull'intonaco ricalcandone i contorni. Secondo le età e gli intendimenti di ciascun artista, la tecnica, pur rimanendo la stessa nelle sue caratteristiche fondamentali, subì variazioni notevoli.
Gli a. delle catacombe risultano eseguiti con impasto di colore denso, rapidi accostamenti di tinte e senza contorni, secondo una maniera che gli antichi chiamavano compendiaria, molto simile al nostro impressionismo. Successivamente i contorni si accentuano, determinando zone che vengono riempite con colore piatto. Finché prevalse l'influsso bizantino, e cioè fino al sec. XIII, si usò dare sull'intonaco la tinta più scura e rilevare in chiaro o in bianco le mezzetinte e le luci quando lo strato era ancora umido. Le lumeggiature a secco sono molto rare; comunque le ultime velature sono assai stabili poiché date con colore molto denso. Attraverso il Cennini conosciamo la tecnica dei frescanti del Trecento, i quali usavano preparare in verdeterra e ricercare prima la modellazione tratteggiando le ombre e i chiari e rifinire poi con l'incarnato e con le profilature nere. Questa maniera che permette di raggiungere la luminosa trasparenza di tante opere trecentesche o le sottili sfumature cromatiche del gotico internazionale fu assai semplificata dai maestri maggiori. Giotto usò direttamente densi impasti di colore e Simone Martin l'arghe stesura appena variate. Pure immediata e rapida fu la tecnica usata da Masaccio, mentre P. Uccello tornò alla tradizionale preparazione in terretta verde ed il Baldovinetti finiva in gran parte a tempera. La Cena di Leonardo più che un vero a. è in realtà una pittura eseguita con colori a tempera su stucco ceroso; di qui le sue inguaghini malattie. Di sorprendente vigoria la tecnica di Michelangelo che usa direttamente impasti molto complessi e vela poi irregolarmente. Mirabile quella di Raffaello, che raccorda la corposità del colore con tinte liquidissime alle quali è affidata la trasparenza dei toni. Il Correggio invece abbozza a corpo e poi accosta velature diverse in modo da ottenere vibrazioni atmosferiche. Il Veronese rifinisce con pennellate brillanti e trae luminosità dall'accostamento coi neri. Nel Seicento l'uso già prima invalso di rifinire a tempera, biasimato dal Vasari, si diffonde nell'intento di trovare, attraverso una corposità densa ed impenetrabile, e per conseguenza opaca, del colore, effetti simili al luminismo della pittura ad olio; valgono gli esempi napoletani di Battistello o quelli romani del Cortona, del Pozzo o
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**AFFRESCO - Giulio II. Particolare dell'a. del Miracolo di Bolo-sena (1512) nelle Stanze di Raffaello - Vaticano.**
**AFFRESCO - Gioia di San Lorenzo.**
**AFFRESCO - Gioia di San Lorenzo.**
**AFFRESCO - Gioia di San Lorenzo.**
**Affresco - Gioia di San Lorenzo.**
**AFFRESCO - Gioia di San Lorenzo.**
**AFFRESCO - Gioìa di San Lorenzo.**
**AFFRESCO - Gioìa di San Lorenzo.**
**AFFRESCO - Gioìa di Sant'Antonio.**
**AFFRESCO - Gioìa di Sant'Antonio.**
**AFFRESCO - Gioìa di Sant’Antonio.**
**AFFRESCO - Gioìa di Sant’Antonio.**
**AFFRESCO - Gioìa dì Sant’Antonio.**
**AFFRESCO - Gioìa dì Sant’Antonio.**
**AFFRESCO - Gìoìa dì Sant’Antonio.**
**AFFRESCO - Gìoìa dì Sant’Antonio.**