MODERNA, ARTE SACRA. - Si può dire che a partire dal movimento settecentesco dell'enciclopedismo l'arte sacra non abbia più avuto quell'espressione e quel trionfo che costituirono la maggior gloria delle arti figurative, non solo del medioevo ma del Rinascimento e del barocco. E si comprende: il sottile razionalismo non poteva favorire lo slancio della fede, che fu poi sempre più combattuta, durante il sec. XIX e il nostro, dalle nuove correnti filosofiche e politiche, che si chiamano materialismo, socialismo, positivismo, modernismo, comunismo (per limitarsi alle principali), e a cui si aggiunsero negli ultimi decenni gli orrori di due guerre mondiali con i gravissimi disagi che ne sono derivati. Pure sarebbe ingiusto misconoscere che non sia stato sentito, sia nell'800 sia oggi, un problema dell'arte sacra, anche se non più dominante la mente degli artisti, e che accanto a soluzioni mediocri o infelici non ve ne siano state di notevoli e anche mirabili.
Non certo l'architettura ha saputo affermarsi nell'800, anzi di tutte le arti è stata la meno felice, dibattendosi fra continue imitazioni, ora da modelli classici ora dal romanico, dal gotico, dal Rinascimento. In Italia durante l'età neoclassica si distingue, fra gli altri, Giuseppe
Valadier (1762-1839), l'autoré de la splendida Piazza del Popolo in Roma e l'ideatore, p. es., della misurata facciata di S. Pantaleo nella stessa città e dell'imponente interno del duomo di Urbino. In Roma la maggiore fabbrica classicheggiante rimane indubbiamente la riconduzione, per opera di Luigi Poletti (1792-1869), della basilica di S. Paolo fuori le mura dopo l'incendio del 1823; ma se l'interno di questa basilica è notevole per la sua luminosa quanto severa grandiosità, l'esterno e il campanile denotano il peggiore accademismo.
A Napoli, che aveva avuto i regni di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, fu costruita, per opera di Pietro Bianchi (1787-1849) e per ordine di Ferdinando I, sul modello del Pantheon, la chiesa di S. Francesco di Paola, fra le ali di un portico dorico a pianta elettrica, che era già stato cominciato sotto il Murat su disegno di Leopoldo Laperuta.
A Milano, capitale della Repubblica Cisalpina e del Regno Italico, trionfa il neoclassicismo, che prosegue anche dopo la caduta e la morte di Napoleone. Tra le cinesi più significative di questo periodo è S. Carlo, eretta fra il 1836 e il 1847 da Carlo Amati (1776-1852), allievo dell'Albertolli e dello Zanoia. Nel Veneto, dove rimane sempre vivo il classicismo, attraverso la tradizione palladiana, si ebbe fin dal primo Settecento una chiesa già perfettamente neoclassica sul modello del Pantheon: S. Simeone Piccolo a Venezia (1718), di Giovanni Scalfarotto. Lo schema del pronao a colonne, ioniche o corinzie, e sormontato da timpano triangolare avrà sempre più fortuna non solo nel Veneto, ma nel resto d'Italia e all'estero, e basti ricordare, per limitarsi al Veneto, la facciata del duomo di Cologna Veneta, di Giannantonio Selva (1751-1819), quella del duomo di Schio, di Antonio Diedo (1772-1847), e l'altra del duomo di Treviso, ideata nel 1836. Al Selva appartengono anche le facciate, altrimenti semplici, di due piccole chiese di Venezia, S. Maurizio e S. S. M. Nome di Gesù. A Possagno, il celebre tempio ideato dallo stesso Canova e compiuto dopo la sua morte nel 1830, è composto imitando nel pronao il Partenone e nel corpo rotondo della fabbrica il Pantheon. A Trieste, uno dei centri più notevoli per l'architettura neoclassica in Italia, è da ricordare la bella chiesa di S. Antonio Nuovo (1826-49), costruita da Pietro Nobile (1774-1854) sul modello del Pantheon.
Ancora per questo periodo Torino può vantare soprattutto la chiesa della Gran Madre di Dio (1818-41), ben proporzionata e ben inquadrata nel paesaggio, opera di Ferdinando Bonsignore (1767-1843). A Genova è degno di ricordo l'elegante pronao eretto da Carlo Barabino (1767-1835) per la fronte della S. Anna Annunziata. In Toscana prevalgono gli edifici civili; pure si può rammentare la chiesa parrocchiale di Montecatini Terme (1833) e quella del SS. Pietro e Paolo a Livorno, entrambe di Luigi de Cambray-Digny (1779-1843). Tramontana l'età napoleonica, il vento del romanticismo passò anche sulla nostra penisola portando ad uno studio sempre più appassionato della storia nazionale, in special modo del medioevo e del Rinascimento, e fu tanto più favorito dalle nuove aspirazioni di libertà e di indipendenza. Tutto ciò ebbe, naturalmente, un vivo riflesso anche nell'arte, determinando nuovi indirizzi, ma purtroppo questo movimento in architettura non fu sentito; si adottarono le forme di un passato nazionale più per studio e applicazione che per esigenza impellente di gusto, per rielaborazione fantastica; così ad un'imitazione classica, del periodo dell'Impero napoleonico e immediatamente successivo, se ne sostituì un'altra con risultato assai meno felice perché le nuove imitazioni degenerarono presto in un facile eclettismo e in un miscuglio di ibride forme. A Roma, divenuta capitale d'Italia, vi fu negli ultimi decenni del secolo una grande attività edilizia anche nel campo dell'architettura sacra, e si può forse dire che qui più che in altre città italiane si spiegò a pieno quel'imitazione di forme passate e quell'eclettismo che indicano chiaramente povertà creativa, cattivo gusto, accademismo. In genere il romanico e il gotico si scelgono per le chiese, il Rinascimento e il barocco per palazzi privati, più di rado per costruzioni sacre. Uno dei primi esempi è la chiesa del S. Cuore in Via Marsala (1879-1887), di tipo rinascimentale e opera di Francesco Vespignani (1842-99). A Luca Carimini (1830-99) appartengono S. Antonio sulla Via Merulana (1886), di schema paleocristiano, e la facciata rinascimentale di S. Chiara. Paleocristiana e rinascimentale S. Gioacchino (1890-98) di Raffaele Inganni; romanica S. Anselmo (1900), costruita da Francesco Vespignani su disegni del p. Ildebrando de Hemptine; completamente gotica la chiesa del S. Cuore in Via Piave, di Aristide Leonori, e l'altra ugualmente dedicata al S. Cuore al Lungotevere Prati, di Giuseppe Gualandi (1870-1942); romaniche le due chiese di S. Teresa al Corso d'Italia e di S. Camillo, dovute a Tullio Passarelli (1869-1941), e quella di S. Giuseppe sulla Via Nomentana (1905-1906), opera di Carlo Busiri Vici (1856-1925); un compromesso fra paleocristiano e romanico la chiesa di S. Croce in Via Guido Reni (1913), del Leonori.
Così fuori di Roma: si ricordino le facciate in Firenze di S. Croce e di S. Maria del Fiore, la prima (1857-63) di tipo rinascimentale e con tre cuspidi gotiche di coronamento, di Niccolò Matas (1898 c. -1872), la seconda, imitante le forme e la policromia dei fanchi della stessa chiesa, con elementi romanico-gotici, opera di Emilio De Fabris (1808-83) e compiuta nel 1887 dal suo aiuto Luigi Del Moro. Ancora a Firenze è il campanile di S. Croce (1805), alla maniera trecentesca, di Gaetano Baccani (1782-1867). A Milano le due facciate gotiche di S. Marco (1871) e di S. Maria del Carmine (1879 ca.) di Carlo Maciacchino (1818-90). Nel Veneto il duomo di Lonigo (1877-95) di Giacomo Franco (1818-1895), derivante da modelli romanici. A Torino si vede, per opera dello stesso architetto Edoardo Arborio Mella (1806-84), il S. Cuore di Gesù gotico (1873-76) e il S. Giovanni evangelista romanico (1878-82), di Carlo Velasco la chiesa rinascimentale del SS. Pietro e Paolo (1863-65). Forse l'architetto eclettico più significativo in Torino è Carlo Ceppi (1829-1921), di cui interessante il S. Gioacchino (1876-82), di tipo paleocristiano, e il S. Cuore di Maria (1890). Ma un'opera geniale si ha a Novara con la cupola di S. Gaudenzio, agilissima e slanciata, dovuta ad Alessandro Antonelli (1798-1888) un'opera anche più organica della celebre Mole Antonelliana di Torino. A forme rinascimentali liguri e lombarde è improntata in Genova la chiesa dell'Immacolata Concezione, a croce greca e con ricca facciata (1856-73), di Domenico Cervetto, Maurizio Dufour (1837-97) e Gioacchino Zandomenegchi (1837-1902), mentre a Savona imita il tardo Rinascimento la facciata della Cattedrale (1886), di Guglielmo Calderini (1837-1916). Di nuovo romanico e gotico insieme compaiono nei S. Cuore di Gesù a Bologna (1901-12), di Edoardo Collamarini (1863-1928). Infine per la Campania si possono ricordare i rifacimenti della facciata del duomo di Napoli (1877-1905), di sclama goticheggiante, per opera di Enrico Alvino (1810-76) e Giuseppe Pisanti (1826-1913), e del duomo di Amalfi (1891) di tipo duecentesco arabo-siculo, per opera dello stesso Alvino, di L. Della Corte e Guglielmo Raimondi.
Già nella seconda metà dell'800 si sentì il bisogno di reagire contro questo confusionario eclettismo, che altro non indica se non mancanza di spirito creativo. Ma i primi tentativi di rinnovamento, che si ebbero in paesi stranieri, non debbono cercarsi nell'uso di materiali nuovi, del ferro prima, del cemento armato e del vetro poi, né nei presupposti delle teorie di funzionalismo e razionalismo, perché un'opera di architettura deve essere anzitutto un'opera d'arte, e perché i valori di un'opera d'arte non risiedono in particolari tecniche e in teorie. I primi tentativi di un rinnovamento si colgono negli scritti, più che nelle opere, di alcuni architetti stranieri, e specialmente del francese Viollet-le-Duc (1814-79). Ma le prime opere della nuova architettura apparvero in Olanda, in Svezia, in Germania, in Austria con architetti quali H. P. Berlage (1856-1935), G. F. Boberg (n. nel 1860), P. Behrens (1868-1938), O. Wagner (1841-1918), con la soppressione di ornati, la semplificazione delle forme, la messa in evidenza degli elementi costruttivi e dei materiali, pur sulla base della rielaborazione di elementi nazionali, finché il belga Van de Velde (n. nel 1863).
e l'americano Wright (n. nel 1869) dettero il via alla architettura d'oggi, che si affermerà soprattutto in Olanda, in Germania, in Austria, in Francia, basandosi non tanto su principi di funzionalità e di razionalismo né su una tradizione propria, bensì nascondendo gli elementi costruttivi dietro ampi e luminosi piani tagliati ad angolo retto e spiegando un carattere comune, internazionale. Nell'Italia, l'Italia alla tradizione, questo vasto movimento ebbe risonanza più tardi. Dopo quanto scrisse nel 1914 Antonio Sant'Elia (1888-1916), idealista e teorico, cui va il merito di aver capito che l'architettura non è una arida combinazione di praticità e di utilità, ma rimane arte, cioè sintesi, espressione e che deve rappresentare lo sforzo di armonizzare con libertà e grande audacia l'ambiente con l'uomo e si deve arrivare agli anni che precedettero e hanno seguito la seconda guerra mondiale. Ma in Italia non si hanno forme così fortemente individuali come all'estero, per quanto nelle principali città e nei nuovi centri sorti nell'Agro romano non manchino opere degne di ammirazione specialmente nel campo della edilizia civile. In minor numero le chiese veramente moderne e belle. Fra le altre si ricordano quelle di S. Antonio a Cremona (1936) di Giovanni Muzio (n. nel 1893), le chiese di S. Michele Arcangelo ad Aprilia (1936-38) di Concezio Petrucci (1902-46) e Mario Tufaroli, e di S. Marco a Latina (1932) di Oriolo Frezzotti, infine quella di Cristo Re a Roma (1927-34), di Marcello Piancetti (n. nel 1881) specialmente per la facciata aperta in tre arcate e fiancheggiata da due torri quadrate mentre l'esterno dell'abside e della cupola è povero d'aspetto e senza un logico sviluppo. Nelle chiese italiane appaiono facilmente, come si può comprendere, elementi tradizionali, fra cui sopra tutti l'arco, ma nelle migliori fabbriche il gusto per la semplificazione e per le grandi superfici e lo slancio audace e il taglio preciso nell'arco stesso portano ad un'espressione d'arte completamente nuova (cf. ad es. le facciate delle chiese di Aprilia, Latina, Cremona). In quest'ultima il Muzio ha ingegnato mente ridotto l'arco a lunetta di coronamento per dare audace sviluppo alle grandi pilastrate, che conferiscono all'insieme un aspetto grandioso e severo.
Anche negli altri generi d'arte si può seguire, naturalmente, l'evoluzione del gusto e delle forme, dal neoclassico ad oggi. Nella scultura il maggior rappresentante dell'età neoclassica fu - come a tutti è noto - Antonio Canova (v.), autentico artista, anche se più di una volta non esente da manierismo. Volto alla più rigida astrazione da un qualsiasi palpito di vita per il trionfo del più puro formalismo è il nordico Alberto Thorvaldsen (1770-1844), come può dimostrare il suo monumento a Pio VII nella Basilica Vaticana (1831). Dai modelli del Canova e del Thorvaldsen, che esercitarono in Roma una larga influenza, derivarono presto opere di un accademismo più o meno monotono. Basti ricordare qualcuna: statue dei ss. Pietro e Paolo ai lati della scalinata di S. Pietro, di Giuseppe de Fabris (1710-1860) e Adamo Tadolini (1789-1868), statua di s. Stefano, di Rinaldo Rinaldi (1793-1873) nella Basilica Ostiense, statua di s. Francesco Caracciolo di Alessandro Laboureur (1796-1861) in S. Pietro, monumento a Pio VIII di Pietro Tenerani (1789-1869) e a Gregorio XVI di Luigi Amici (1813-97) nella stessa basilica, gruppo del Bacio di Giuda di Ignazio Jacometti (1819-83) alla Scala Santa, statua dell'Immacolata Concezione di Giuseppe Obici (m. prima del 1865) sulla colonna di Piazza di Spagna. A Milano, altro centro importante di questo periodo, si osservano sculture per carattere e valore non troppo diverse da quelle romane o di altre città. Lo scultore più celebrato è Pompeo Marchesi (1789-1858) cui devesi tra l'altro una Pietà e la Comunione a S. Luigi Gonzaga nella neoclassica chiesa di S. Marco e varie statue sulla facciata del Duomo. A Genova si ha S. Agnese in gloria di Nicola Traverso (1745-1823) in S. Maria del Carmine; a Firenze la Pe- nitenza e la Fede di Innocenzo Spinazzi (m. nel 1798). A queste forme, stanche ripetizioni di modelli classici, BARTOLI, DANIELLO (v.) bandendo lo studio dell'antico per sostenere quello della natura e del '400 fiorentino, ma in pratica, specie negli ultimi anni della sua vita, non s'allontanò troppo da un gusto canoviano delle forme accarezzando con cura attentissima le sue immagini. Il suo esempio fu seguito da un altro toscano, Duprè (v.), nel quale lo studio del vero è temperato da un senso di rinascimentale compostezza. Una più libera forma di verismo si trova nell'opera di un lombardo, Vincenzo Vela (1820-91), partito anch'egli dagli insegnamenti del Bartolini. Di lui può essere ricordata l'Addolorata nella Cappella Dadda ad Arcole. Ma si deve subito notare che sempre più rare si fanno le opere di soggetto sacro di quegli scultori che rappresentano le correnti più vive dell'800. In Lombardia, dove la scultura romantica in contatto di un Cremona e di un Ranzoni e dell'impressionismo francese assunse un sempre più spiccato pittoricismo fino ad un Medardo Rosso e a un Trubetzky, dopo Giuseppe Grandi (1843-94), allievo del Vela e a sua volta caposcuola, si affermarono altri artisti, fra cui Enrico Butti (1847-1932), che nel 1894 modella un Crocifisso molto espressivo per la tomba dello scultore Vincenzo Tantardini nel cimitero monumentale di Milano. Del Rosso (1858-1928), uno dei nostri maggiori scultori dell'800, non si può citare che un Ecce Puer (1906) nella Galleria nazionale d'arte moderna di Roma. A Torino aveva saputo reagire all'accademismo Carlo Marocchetti (1805-1887), cui appartengono due Angeli adoranti nella chiesa della Maddalena a Parigi. Dalla seconda metà del secolo al principio del nostro si annoverano specialmente le opere di David Calandra (1856-1915) e di Leonardo Bistolfi (1859-1933). Entrambi romantici, almeno in giovinezza, il primo fu un appassionato della natura e padrone perfetto della tecnica (cf. Risurrezione del figlio della vedova di Naim [1914] per la tomba Molli del cimitero di Borgomanero); il secondo riuscì attraverso un sottile pittoricismo ad esprimere una poesia quasi mistica (cf. Il funerale della Vergine).
A Genova è da ricordare soprattutto Giulio Monteverde (1837-1917), che, come tanti suoi contemporanei della fin di secolo si dibatté fra verismo ed accademismo, è improntato a questi caratteri e il gruppo di Madonna del Bambino (1889) per la tomba Balduino nel cimitero di Stagliano a Genova. A Firenze si fa sentire una forte personalità, nemica acerrima di ogni accademismo: Adriano Ceccioni (1836-86), teorico dei macchiaioli: ma nelle sue sculture invano cercheremmo un qualche interesse per il mondo sacro. Più tardi si stabilisce in questa città il palermitano Domenico Trentacoste (1859-1933), che nel Cristo Morto eseguito per la tomba De Asarta a Fraforeano (Udine) mostra non solo una sicura interpretazione della natura ma un profondo sentimento che nobilita la forma. A Roma, capitale d'Italia, spiegarono un'intensa attività artisti di diverse tendenze. Anima ardente si rivela Ernesto Biondi (1855-1917), in un S. Francesco in estasi (1898-1900), oggi nella collezione. Biondi in Roma, che può considerarsi il suo capolavoro e che mostra attraverso un vivace pittoricismo un profondo interesse per la natura. Viceversa Enrico Quattrini (1863-1950) è un sensibile modellatore e interprete sincero e fine del tema sacro in una Annunciata (1903 ca.), a Roma, di proprietà del figlio Carlo, che prosegue l'arte paterna, mentre Eugenio Maccagnani (1852-1930) imprime un forte plasticismo nella sicura prospettiva e un carattere calmo e solenne in un bassorilievo con il Trasporto del corpo di s. Cirillo (1908), ora nella collezione. Leccisi di Roma. L'eccitico Ettore Ximenes di Palermo (1855-1926; Roma, collezione. Ugo Ximenes), di forme ricercate ma nobili. Il più vivace naturalismo si trova a Napoli con Filippo Cifariello (1864-1936), abilissimo e potente modellatore, del quale rimane il gruppo monumentale bronzato del Cristo morto e la Maddalena (1895) nella Galleria dell'Accademia di Belle Arti di Ravenna, una delle maggiori opere del tempo per robustezza plastica ed effetto drammatico. Vincenzo Gemito (1852-1929), che fu un altro geniale interprete della vita. Nel nostro secolo non sono mancate le nuove generazioni che hanno proseguito nella tradizione dell'800. Basterebbe ricordare a Roma Amleto Cataldi (1882-1930), con il gruppo marmoreo di Madonna col Bambino (1921) presso la vedova in Roma. E ancora operosi Duilio Cambellotti (n. nel
1876; Buon Pastore, del 1946, con interessanti stilizzazioni), Aurelio Mistruzzi (n. nel 1880; Regina Pacis del 1948), Alfredo Biagini (n. nel 1896; bozzetto vincente per una delle porte della Basilica Vaticana, del 1949). Altri, e sono i più, hanno cercato di rinnovare dando importanza alla forma, semplificando, interessandosi a caratteri e stati d'animo. Fra questi una delle personalità che più s'impono alla nostra attenzione e che ancora aspetta una giusta valutazione è Ermenegildo Luppi (1877-1937), che ha saputo creare opere di prim'ordine (cf. Pietà, grandioso gruppo marmoreo già nella Galleria nazionale d'Arte Moderna a Roma: piccolo bronzo con i busti della Vergine e del Cristo propor. Barluzzi a Roma). Altri, pur non toccando il grado d'intensa poesia cui è giunto il Luppi, hanno creato belle opere: Giovanni Prini (n. nel 1877), p. es., con il Battesimo di Cristo (1951) in S. Eugenio a Roma, o Antonio Maraini (n. nel 1886), con la Porta di S. Paolo fuori le mura (1891), o Attilio Selva (n. nel 1888) con il gruppo bronzato della Regina Pacis (1948). Di una generazione più giovani, e quindi di carattere più moderno nel processo di semplici riflessioni della forma, sono Francesco Nagni (n. nel 1897), autore di una Dormitio Virginis (1939, presso l'arte), mirabile per senso di misura e sentimento; Alessandro Monteleone (n. nel 1897) con una severa Deposizione nel Sepolcro (1948); Venanzio Crocetti (n. nel 1913), vincitore del concorso per una delle porte di S. Pietro (1949); Pericle Fazzini (n. nel 1913), cui devesi il gruppo della S. Francesca Saverio Cabrini incoronata da un angelo (1951) in S. Eugenio a Roma. A Firenze, chi più rinnova la tradizione pur sugli esempi del '400 e del romanico è Libero Andreotti (1875-1933): si veda la Pietà (1926) in S. Croce a Firenze, l'altra bella Pietà (1928-29), per la severa stilizzazione, nella collezione, su polos a Grignano di Trieste, o il Cristo risorto e benedetto (1928) per il Monumento della Vittoria a Bolzano. Segue la stessa via Giuseppe Graziosi (1879-1942), come dimostra il Crocifisso (1942) per la chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Roma. È portato invece ad una forma grande di ossa e severa Romano Romanelli (n. nel 1882), autore della Pietà (1924) nella Casa Madre dei Mutilati a Roma, e, al contrario di lui, Antonio Berti (n. nel 1904) si compiace della più preziosa eleganza, come nella statua bronzata di S. Caterina da Siena (1938). Dove il rinnovamento è stato più deciso per le affermazioni di nuovi autentici valori d'arte, è indubbiamente a Milano, città nella quale si formò nel 1922 quel movimento che prese il nome di 'Novecento'. Già si impose a noi con una visione nuova ma personalissima Adolfo Wildt (1868-1931), che in forme ampie, stilizzate, sottili, levigate e luminosissime ha saputo esprimere gli aspetti più passionali e tragici dell'anima umana rievocando le immagini di un S. Francesco (Roma, Galleria nazionale d'Arte Moderna) e di una S. Lucia (Forlì, Museo Civico). Invece, usando forme precise, ma animate da un vibrante pittoricismo, Arturo Martini (1885-1947) dà alle proprie immagini un tono trasognato e leggendario, di un alto valore lirico (fatta riserva per alcune sculture): così nel gruppo del Figliuol prodigo (1927) nell'Ospizio Ottolenghi di Acqui. Diverso Francesco Messina (n. nel 1900), la cui statuetta bronzata di S. Sebastiano mostra un carattere sostanzialmente classico con il suo preciso anche se animato plasticismo. Di spirito più vivace, continuatore di un gusto pittorico spiccatamente lombardo, per quanto non sacrifichi la forma, come aveva fatto Medardo Rosso, si rivela in bergamasco Giacomo Manzù (n. nel 1908), vincitore anch'egli del concorso per una delle porte di S. Pietro in Vaticano (1949) ma questo bozzetto, pur notevole nel gusto per la grafia e per la forma appiattita schematizzata, non rivela le migliori qualità dell'artista, come, ad es., alcune stazioni della Via Crucis, di bronzo, in S. Eugenio a Roma (1951), mirabili per potenza drammatica.
La pittura neoclassica in Roma si può dire che abbia avuto un maestro nel francese J.-L. DAVIDE (v.), che a Roma dipinge nel 1784 il celebre Giuramento degli Orazzi, oggi nel Museo del Louvre a Parigi e considerato come la prima pittura ufficiale della nuova età.
Piccio (v.), autore di un Agar nel deserto, nella collez. Farina a Milano; Luigi Galli (1820-1900), operoso in Roma ma rimasto sostanzialmente lombardo, memore della pittura del Piccio, e a cui si deve la bella S. Famiglia nella Galleria nazionale d'Arte Moderna a Roma; Mosè Bianchi (1840-1904) con il Battesimo di Cristo nel Museo civico di Lugano e con la Parola di Dio nella citata galleria romana. Contemporaneamente si affermò in Lombardia il divisionismo come in Francia, e, nonostante gran parte della critica attuale, si deve riconoscere che i suoi migliori rappresentanti hanno saputo più di una volta creare capolavori per sincerità di ispirazione, per raffinata sensibilità nel trattare forme, luci e colori, per purezza di segno. E il tema sacro o il sentimento religioso ha avuto da questi maestri suggestive interpretazioni. Si guardino, p. es., senza preconcetti, l'Ave Maria a trasbordo (1887) di Giovanni Segantini (1858-99), in collezione privata a Colonia, così intensamente lirica, o l'Angelo della vita (1894) dello stesso, nella Galleria d'Arte Moderna di Milano; la Processione (1892-1895) di Pellizza da Volpedo (1868-1907), permeata da pura delicata poesia religiosa, oggi nella collez. Rossi di Milano; e di Gaetano Previati (1852-1920), fra le tante opere, l'Annunciazione, la Casa della Vergine (Lugano, collez. Thomy), o - potentemente espressive - le Marie ai piedi della croce (Roma, Galleria d'Arte Moderna) e la serie della Via Crucis (Milano, collez. Benni). A Genova l'artista che può BARABINO, CARLO (v.), di un naturalismo certo accademico, ma che ha saputo darci un'immagine nobile della Vergine nella sua umanità, per quanto convenzionale nella composizione, con la sua ben nota Madonna dell'Olivio. A Bologna un abile disegnatore e un epigone del purismo: Luigi Serra (1846-88) con S. Bonaventura e s. Francesco, nella Galleria nazionale d'Arte Moderna a Roma; ma specialmente nelle Marche, MESSINA (v.), terziario francescano, ha un posto ben notevole nel campo dell'arte sacra. A Firenze prima, e a Siena poi, s'incontra l'opera di un purista, che vuole reagire all'accademismo, pur non riuscendo a liberarsene che in parte: Luigi Mussini (1813-88), a cui appartengono fra l'altro i cartoni per i musicali della facciata del duomo di Siena con l'Incoronazione della Vergine e il Presepio. Prosegue l'arte del Mussini il suo allievo Alessandro Franchi (1838-1914), del quale è significativa la Visitazione nella chiesa omonima di Siena. A Firenze rappresentano più o meno la stessa posizione pittori come Antonio Ciseri (1821-91) con il Martirio dei Maccabei in S. Felicita, mentre altri, come Antonio Puccinelli (1822-97) preparano, specie nei bozzetti e nei ritratti, macchiaioli (v.), una delle scuole più importanti della pittura italiana dell'800, rimasta purtroppo estranea al problema, così complesso, dell'arte sacra. A Napoli si ebbe un altro centro d'arte molto vivace e ricco di aspetti. Dopo la scuola di Posillipo con Giacinto Gigante a capo, che può ben dirsi romantica, si afferma sempre più per opera di artisti spesso di origine diversa, ma divenuti tutti napoletani di scuola, una forma di verismo che ha le sue geniali interpretazioni, ligie al suo tempo, anche nel tema sacro: ad es., nella Mater Dolorosa (1870 ca.; Sulmona, collez. Sardi) di Teofilo Patini (1840-1906), nel più celebre Corpus Domini (1877; Roma, collez. Crispini), o nel Voto (1880-83; Roma, Galleria nazionale d'Arte Moderna) di Francesco Paolo Michetti (1851-1929), nel Cristo tra i fanciulli (1880; Napoli, Accademia di Belle Arti) di Gaetano Esposito (1858-1911). Ma soprattutto due maestri devono essere indicati: Gioacchino Toma (1836-91) MORELLY (v.). Il primo è stato forse il maggiore della scuola napoletana per aver saputo rivelare un mondo altissimo di fede e di dolore trasformando la realtà in autentica poesia, senza mai inutili accenni illustrativi: suo capolavoro il Viatico all'orfanella (1877) nella Galleria nazionale d'Arte Moderna di Roma. L'altro, ora romantico, ora studioso del vero, ora accademico, ha dedicato buona parte della sua attività al mondo sacro, che mostrò innegabilmente di amare e di sentire, e fra le opere più belle segnaliamo il Cristo de-posto e imbalsamato (1871) e il Cristo servito nel deserto dagli angeli (1895) della citata galleria romana. Sulla sua scia lavorano altri, fra cui Paolo Vetri (1855-1937). Nell'età nostra accanto all'attività di artisti che, pur grandi e personalissimi, si mostrano legati all'una o all'altra corrente dell'800, si affermano nuovi indirizzi e nuove tendenze in netta antitesi a quelli del secolo passato. Ma in tanto fervore, in tante battaglie, e naturalmente in rapporto con la vita sociale e politica, il problema così complesso dell'arte sacra è spesso trascurato; nell'opera di tanti artisti rimasti al di fuori da idee rinnovatrici si distinguono soprattutto Antonio Mancini (1852-1925), superbo esaltatore del colore, e Armando Spadini (1883-1925), fantasioso interprete di tinte luminose, liete; ma del primo non si ha che una S. Famiglia (1918) nella collez. Alfredo Mancini di Venezia e pochissimi altri soggetti sacri, del secondo il ben noto Ritrovamento di Mosè (1920) nella Galleria d'Arte Moderna di Milano, pretesto all'artista per la rappresentazione di un mondo festante. Molto più numerosi gli artisti legati ad una tradizione basata sul disegno e il più delle volte accademica, che in pieno secc. XX proseguono quell'iconografia sacra ottocentesca che può avere interesse solo quando riesca ad esprimere ancora un accento sincero: così Ubaldo Oppi (1889-1942; affreschi nella Cappella di S. Francesco della Basilica di S. Antonio a Padova), corrado Mezzana (n. nel 1890; S. Benedetto patrono del lavoro, del 1945, presso la Federazione nazionale dei Cavalieri del lavoro in Roma), ecc. Non senza robustezza di forme Ettore Tito (1859-1941) nel soffitto della chiesa degli Scalzi a Venezia (1929-35) e meglio nel bozzetto presso il figlio. Solo in maniera molto frammentaria possiamo seguire il tema sacro nelle espressioni delle correnti più moderne. Nulla nella pittura futurista, pressoché nulla nella pittura di quel gruppo di artisti nostri operosi a Parigi che sono Modigliani (1884-1920), De Chirico (n. nel 1888), Severini (n. nel 1883), Campigli (n. nel 1895), Tozzi (n. nel 1895), De Pisis (n. nel 1896) e altri e che tanta importanza hanno nello sviluppo dell'arte contemporanea: si potrebbero citare, p. es., gli affreschi di G. Severini nelle chiese di Semsales-en-Gruyère e di La Roche-en-Gruyère, in Svizzera, o una piccola e deliziosa Natività di Mario Tozzi presso mons. Fallani a Roma. A Torino F. Carena (n. nel 1879), dopo varie esperienze arriva ad una forma monumentale, semplice e fatta di colore, riuscendo così a rinnovare la tradizione, ed ecco le belle tele de Gli apostoli nella Galleria d'Arte Moderna di Firenze e della Pietà nella collez. Cini a Venezia. In una rara Crocifissione (1944) di F. Casorati (n. nel 1886) nella collez. Cologno a Biella più che sentire emozione si può apprezzare l'equilibrio compositivo e la giustapposizione di tinte unite, non senza un sottile gusto di primitivismo, che può riportarsi a Gaughuin. A Milano si forma nel 1922 il cosiddetto gruppo del Novecento, oggi disciolto, e di uno dei suoi maggiori componenti, Piero Marussig (n. nel 1889), si fa notare un'opera recente, davvero suggestiva, il S. Sepolcro (1949). Fra gli altri operosi a Milano ricordiamo Carlo Carrà (n. nel 1881) con una Deposizione (1948), che non rivela le alte qualità del pittore; Aldo Carpi (n. nel 1886) con una Natività (1942) semplicemente decorativa; e fra i meno noti Augusto Colombo (n. nel 1902), che nel suo Gesù e il fanciullo cieco (1947) mostra ben altro impegno ricercando un momento drammatico con la maggiore semplicità di mezzi. Anche a Firenze il tema sacro è poco trattato. Di uno dei più significativi pittori, Ottone Rosai (n. nel 1895), si ha una Crocifissione (1943) che è bella soprattutto per accordi di toni e velature. Sui modelli del '400 toscano cerca di semplificare e grandeggiare Gisberto Cercachini (n. nel 1890), come in una S. Famiglia (1946), nobile certo ma con una patina che le conferisce un falso aspetto anticheggiante. In Roma con caratteri propri ha saputo interpretare temi evangelici Ferruccio Ferrazzi (n. nel 1892): lo vediamo ne La parola di Cristo (1943-45), piena di fantasia, nella collez. Cardarelli di Milano. Interessanti per problemi formali anche le composizioni di Antonio Achilli (n. nel 1903; La Vergine che appare a un gruppo di santi, del 1949) e per la bellezza del colore e la modernità dell'impostazione
certo Crocifissioni di S. Monachesi (n. nel 1910). Napoletano è Giovanni Brancaccio (n. nel 1903), cui devesi fra l'altro un vasto bozzetto con il Trionfo della Croce (1940) per la chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Roma, con evidenti ricordi del passato in una visione nuova.
Fuori d'Italia durante il secolo scorso e nel primo cinquantennio del nostro si sono determinate nuove correnti di arte, che anche quando non hanno creato capolavori hanno avuto una importanza notevolissima per la storia del gusto, sia per l'influenza che hanno esercitato ovunque, e quindi anche in Italia, ma nel campo dell'arte sacra si potrebbe ripetere quanto si è già osservato, che non fu questa un'età trionfale, pur non mancando espressioni anche molto significative. Il movimento neoclassico, che si era formato in Roma (metà sec. XVIII) e che aveva saputo creare forme geniali nei suoi primi decenni, continuò il suo cammino al principio dell'Soo e ancora dopo l'età napoleonica, ma non più con quella stessa libertà di visione: spesso ad uno spirito creativo si sostituì uno studio applicato di modelli giungendo facilmente all'accademia. L'architettura neoclassica non dimentica la lasciato anche alla fine del '700 e nell'800 opere di innegabile nobiltà.
In Francia rimane quale uno dei maggiori monumenti del tempo la chiesa della Maddalena a Parigi, eretta di Barthelemy Vignon (1762-1846) sul modello della Maison carrée di Nîmes. In Inghilterra, dove l'architettura neoclassica si era affermata nel '700 in maniera veramente geniale, in specie con l'opera di Robert Adam (1728-92) e dei suoi fratelli, si hanno chiese con eleganti portici ionici di tipo greco e torri campanarie, come quella a Londra di William ed Henry William Inwood (S. Grancazio, 1819-22), di C.R. Cockerell (1788-1863; S. Giorgio 1823-25, demolita nel 1897), di Robert Smirke (1781-1867; S. Maria 1823-24), di John Soane (1753-1837; S. Maria Trinità, 1824-25), di J. Savage (S. Giacomo, 1827-1829). In Germania, altro paese in cui l'arte sacra spesso non è cattolica, uno dei maggiori architetti del tempo, Karl Friedrich Schinkel (1782-1841), ideò la chiesa di S. Nicola a Potsdam (1830-49) adottando la pianta a croce greca inscritta in un quadrato, e Friedrich Weinbrenner (1766-1826), che diede aspetto neoclassico all'interno Karlsruhe, ivi costruito la chiesa evangelica (1807-1815) e la chiesa cattolica (1814). In Danimarca, a Cope- naghen, è notevole per la purezza della forma la chiesa della Vergine (1811-29) di Christian Frederick Hansen (1756-1845), e in Russia si ricordano la cattedrale della Madonna di Kazan a Leningrado (1801-11) di Andrej Nikiforovič Voronichin (1759-1814), con un'alta cupola e un colonnato, e la cattedrale di Kronstadt (1806-11) di Adrian Dmitrievič Zacharov (1761-1811). Ma in Russia grande importanza ebbe l'opera di celebre italiani, quali Giacomo Quarenghi (1744-1817), Luigi Rusca (1758-1822), Carlo Rossi (1775-1849), e di francesi, tra i quali Augusto Ricard de Montferrand (1786-1858), autore della cattedrale di S. Isacco a Leningrado, che ricorda il Pan- theon di Parigi e S. Pietro di Roma.
Proprio in Inghilterra si determinò per prima la reazione al neoclassico. Già durante il periodo neoclassico si era costruito anche in stile gotico, e quando nel periodo romantico si ricercò il medioevo si approfondì in Inghilterra la conoscenza del gotico e sorse quell'in- teressante fenomeno che fu il gothic revival e che qui più che altrove ebbe un aspetto unitario. Sorgono per opera di Augustus Welby Northmore Pugin (1812-52) le chiese molto raffinate di S. Giorgio e di S. Egidio a Londra e quella di S. Agostino a Ramsgate. Ancor più nota l'opera di Gilberto Scott (1811-78) che, purtroppo, restaurò anche parecchi monumenti medievali falsandoli. Presto l'in- teresse per il gotico si manifestò nella terra d'origine, in Francia, che ebbe il suo maggior teorico in E. E. Viollet-le-Duc (1814-79), cui devoisti tanti infelici re- stauri di celebri cattedrali. Romanticamente parecchi architetti adottarono le forme gotiche, e si ebbero allora, fra le altre costruzioni, alcune tipiche chiese a Parigi: S. Clotilde (1846) di François Chret. Gau (1790-1853), la Trinità (1867) di Théodore Ballu (1817-85) e il S. Cuore (1875) di Paul Abadie le Jeune (1812-84). Fuori della Francia il movimento non ebbe pari importanza: si rammenta a Vienna la chiesa votiva di Heinrich von Ferstel (1828-83). Facile fu il passaggio — come già si è visto per l'Italia — all'eclettismo, cioè all'imitazione e alla ibrida mescolanza dei diversi stili del passato, con una ricerca decorativa fino alla noia. Fu questo certo il più triste periodo dell'architettura dell'800; lo dimostrano celebri edifici civili come l'Opera di Parigi di Charles Garnier (1825-98), il Museo a Dresda di Gottfried Semper (1803-1879) o quello a Monaco di Gabriel Seidl (1848-1913). Delle numerose chiese, sparse ovunque, e ancora costruite in epoca recente, si citano come semplici esempi dei più disparati «stili» Notre-Dame a Marsiglia (1855) di Léon Vaudoyer (1803-72); la cattedrale di Westminster (1895-1903) a Londra di John F. Bentley (1839-1902), pseudo bizantina; la S. Famiglia a Barcellona di Antonio Gaudi (1852-1926), vero pasticcio gotico; il S. Enrico a Bamberga (esterno) di Michael Kurz (1876-vi); e la chiesa a Boendael (Bruxelles) di Van den Nieuwenborgh (n. nel 1890), il S. Spirito a Parigi (1934) di Paul Tournon. Né l'uso di materiali nuovi (cemento armato, ferro, vetro), asserviti ai vecchi schemi e ad effetti decorativi, segnò un rinnovamento: si pensi al S. Giovanni Evangelista a Parigi (1894-1904) di Anatole de Baudot (1834-1915), la prima chiesa di cemento armato, e le altre di Auguste (n. nel 1874) e Gustave (n. nel 1876) Perret (Nostra Signora a Le Raincy, Seine-et-Oise, 1923, ecc.).
Al termine del secolo scorso si formò come reazione all'eclettismo liberty (v.) che mostra un persistente gusto per l'ornato assai più che l'interesse per una chiara e logica struttura architettonica.
Come si è già accennato da principio, lo stesso Viollet-le-Duc, il Semper e vari teorici inglesi avevano avuto il merito in pieno '800 di reagire nei loro scritti all'eclettismo e alla sovrabbondanza decorativa, pur insistendo su principi di razionalismo e di funzionalismo che di per sé non possono determinare un rinnovamento, soltanto possibile col formarsi di una coscienza nuova e col manifestarsi di una autentica sensibilità. Ed ecco che queste condizioni cominciarono a realizzarsi, come si è già detto, con le opere del Berlage in Olanda, del Boberg in Svezia, del Behrens in Germania e del Wagner in Austria. Si ricorda nel campo dell'architettura sacra la chiesa di Saltsjöboden presso Stoccolma, del Boberg, la chiesa della Pace a Linz, del Behrens, e la chiesa del Steinhof in Vienna, del Wagner. In questo periodo preparatorio di rinnovamento va ricordata la parte sostenuta dalla «secessione viennese», che fu fondata dallo stesso Wagner e da Joseph Maria Olbrich (1867-1908) e che cercò una sobrietà un po' preziosa e dette importanza all'arredamento. Ma ad essi, che ebbe il principio ammontare in Joseph Hoffmann (n. nel 1870), si oppose Adolphe Loos (1870-1933), che si scagliò contro ogni raffinatezza ed ogni genere d'ornato e seppe ideare spesso costruzioni semplici e squadrate. Tuttavia i primi che mostraron una visione del tutto nuova e aprirono definitivamente la via all'architettura moderna sono il belga Henry Van de Velde (n. nel 1863) e l'americano Frank Lloyd Wright (n. nel 1869), che nonostante i loro principi di razionalismo e funzionalismo hanno dimostrato di avere una visione assolutamente nuova, sia nelle piante sia negli alzati, ideando volumi nitidi e superfici ampie e luminose dentro e fuori, senza alcun richiamo a tradizioni nazionali. L'opera loro ha esercitato larga influenza ovunque. Gli aspetti più geniali dell'architettura d'oggi si trovano indubbiamente nei paesi nordici. Così in Olanda, dopo l'opera del Berlage vi fu l'attività della cosiddetta scuola di Amsterdam, che ha avuto il torto di attenersi troppo alla tradizione e al decorativismo. Tuttavia fra questi architetti non è mancato chi abbia cercato di semplificare, pur adottando schemi gotici, come A. J. Kropholler (n. nel 1881) con gli interni di N. Signora del Buon Consiglio a Beverwijk e di S. Antonio eremita a Rotterdam, Jan
Van Donge con l'esterno di S. Francesco a Steenwykmoer e quello dei SS. Fabiano e Sebastiano ad Apeldoorn. Ma alla scuola di Amsterdam si oppose il cosidetto Grup de Stijl di carattere più decisamente innovatore, finché ecco affermarsi la nuova scuola di Rotterdam con J. A. Brinkman (n. nel 1902), L. C. Van der Vlugt (n. nel 1894), ecc. che su un piano ormai internazionale esaltano i nitidi volumi e le ampie e luminose superfici dagli spigoli taglienti fino a giungere con masse aggettanti, larghe aperture e uso di vetrate, ad una visione quasi aerea, fantastica. Ciò soprattutto in edifici civili. Delle chiese un esempio interessante è quello di S. Agostino ad Amsterdam di K. P. Tholens per l'ardimento dello slancio e il sovrapporsi di bianche masse cubiche. Ugualmente in Germania si è giunti ad un'arte nuova dopo una fase preparatoria. Pur senza il rigoroso cubismo di un Walter Gropius (n. nel 1883) nelle costruzioni civili, hanno saputo darci chiese del tempo nostro artisti come Fritz Fuchsenberger (1876-1945) col S. Bonifazio ed Erlangen, Dominikus Boehm (n. nel 1880) col S. Engelberto a Kohn-Riehl (1930), dalla compatta facciata semivoidale e audaci volte e archi nell'interno, con la chiesa cattolica dei forestieri nell'Isola di Nordeny, di struttura anche più moderna nel suo cubismo; Martin Weber (1890-1941) con S. Croce a Francoforte sul Meno, il cui esterno aperto ha una serie di arcate slanciate e strette; Hans Herkommer (n. nel 1887) con Nostra Signora della Pace nella stessa Francoforte. In Svezia degna di ricordo è la chiesa di Hogalid, presso Stoccolma, di Ivar Tengbom (n. nel 1878), che crea masse semplici senza staccarsi da forme nazionali, come del resto tutti gli Svedesi. In Austria, una delle personalità maggiori è Clemens Holzmeister (n. nel 1886) la cui chiesa in Liniensstrasse a Berlino è notevole per la misurata contrapposizione dei volumi. Fra gli altri sono da ricordare Karl Holey (n. nel 1879) e Karl Raimond Lorenz (n. nel 1909). In Cecoslovacchia si distingue Jaroslav Cermak (n. nel 1901) per la sua visione veramente moderna: es. la chiesa di S. Giovanni Nepomuceno a Praga (1938). Per la Slovenia si ricorda il Plecnik e la sua scuola; per l'Ungheria Lajos Kozma (n. nel 1884).
Importante il posto che occupa la Svizzera, dove l'architettura d'oggi è stata perfettamente intesa e felicemente risolta. Si può indicare come prima chiesa davvero moderna il S. Antonio a Basilea (1927) di Karl Moser (1860-1936), squadrato, dalle ampie vetrate e con una porta immensa e profonda a cinque risaliti rettangolari. Meno impegnative ma notevoli il S. Carlo a Lucerna (1933-34) di Fritz Metzger (n. nel 1898), semplice, leggera e luminosa; la chiesa di campagna a Döttingen (1944) di Hermann Baur (n. nel 1894). Si devono ancora ricordare Otto Dreyer, Joseph Schütz (n. nel 1898), e altri. Nel Belgio si hanno in genere solo tentativi di rinnovamento in schemi tradizionali e con tendenze decorative, come dimostrano le chiese di Albert Van Hulten (S. Cuore a Bruxelles, 1921), di Henry Vaes (abbazie di Nostra Signora a Clairfontaine e a Orwal), di Henry Lacoste (chiese a Beringen e a Bléharies), di Joseph Diongre (S. Giovanni Battista a Molenbeek presso Bruxelles), e di tanti altri. Di un certo interesse la chiesa di Nostra Signora dei Sette Dolori a Dienghem-Loo (Bruxelles) di H. Julien de Ridder (n. nel 1891) e la cappella del Collegio dell'Immacolata Concezione a Héverlé (Lovanio) di Florent Van Reeth, luminosa e di forme nitide e squadrate. In Francia è soprattutto importante l'opera di Le Corbusier (n. nel 1887), svizzero di nascita e operoso nel campo dell'edilizia civile dove ha portato una visione nuovissima, del tutto personale, di tendenza astratta con le sue architetture lievissime e come sospese, dal taglio nitido, dalle pareti bianche e sottili, limitatrici di spazio. Nel complesso, eccettuate le sue creazioni, l'apporto della Francia, con altri architetti minori non è certo paragonabile a quello dei paesi europei del nord. Tanto più nel campo dell'architettura sacra, dove spesso persiste l'eclitismo, sia pure con tendenza alla modernità e dove in genere manca una visione chiara e organica. P. es., l'interno di S. Giovanna d'Arco a Nizza, di Jacques Droz, è notevole per lo slancio delle volte e degli archi e per la sua nudità, ma l'esterno ha uno strano sistema di cupole e semicupole ovoidali, non senza reminiscenze orientali e di cattivo gusto. Abbastanza interessanti le chiese di S. Giacomo a Neuilly e di S. Maria dei Fiori a St-Maur-des-Fossés (Seine) di Henri Vidal (n. nel 1896). Di tendenza più moderna è Nostra Signora della Trinità a Blois, di Paul Rouvière e Michel-Ives Froidevaux, con grandi vetrate, e la chiesa ad Assy di Pierre Navarina, che ha tenuto conto del paesaggio montano circostante.
Un cenno meriterebbe l'architettura delle due Ame-riche, per quanto riflesso in genere di quella europea sia nell'eclettismo, sia nella modernità. Come semplici esempi si citano per il Canada la chiesa di St-Bruno (Montréal) di Tourville e quella a Matane (Québec) di Paul Rousseau, che sono le due prime moderne (1933) del paese, dove hanno esercitato larga influenza, e il battistero (1946) a St-Charles-de-Limoilou (Québec) di A. Henry Tremblay (n. nel 1901); per gli Stati Uniti la chiesa di Cristo Re a Seattle (Washington) di Paul Tirry (n. nel 1904), una delle più originali nella sua pianta centrale e nelle sue forme leggere, semplici e luminose. Di schemi particolarmente audaci la cattedrale di Chillán (Cile) di Hernán Larrain Errazuriz e il progetto vincitore per la basilica di S. Maria delle Grazie a Higuéy (San Domingo) dei francesi André Dunoyer de Segonzac (n. nel 1915) e Pierre Dupré (n. nel 1913).
La scultura dell'800 europeo, da prima neoclassicocacademica sotto la forte influenza del Canova, può vivacemente romantica in specie in Francia con François Rude (1784-1855), Pierre-Jean David d'Angers (1788-1856), Antoine Barye (1795-1875), più tardi spesso retorica nel suo eclettismo e facile naturalismo, infine volta a ricerche di forma e di pittoristico al tempo stesso con un Jean-Baptiste Carpeaux (1827-75) e un Auguste Rodin (1840-1917), o di illustrativismo ideologico con il belga Costantin Meunier (1831-1905), o di un astratto formalismo con il tedesco Adolph von Hildebrandt (1847-1921), per ricordare solo gli aspetti più salienti, è rimasta sostanzialmente estranea al tema sacro. E nemmeno in questo secolo i maggiori maestri, quali i francesi Aristide Maillol (1861-1944) e Charles Despiau (1874-1946), che ridonarono alla scultura una bellezza nuova con una forma piena e precisa, finemente resa e piegata a ritmi pacati, o certi tedeschi, espressionisti fino al parossismo, hanno sentito il soggetto religioso. Tuttavia questo non manca nella scultura dalla fine dell'800 ad oggi, e anche senza indicarne via via i caratteri si ricorda qualche opera significativa, di accento moderno, per le varie regioni europee.
In Francia soprattutto notevole per la sua forza espressiva la monumentalità Vergine dell'Offerta (1920-23) a Nieberdrik (Alsazia) di Emile-Antoine Bourdelle (1861-1929); numerose le opere convenzionali nel loro carattere e eclettico o banalmente naturalistico o falsamente moderno; fra le più recenti è invece di un certo interesse per la sobria stilizzazione della forma e per la severa espressione una Pietà a bassorilievo (1943) di Raymond Delamarre (n. nel 1890), e gustosi alcuni bronzetti di Jean Lambert Rucki (n. nel 1888), di origine polacca. Fra gli artisti belgi si distinguono George Minne (1866-1941; Pietà, 1938); Oscar Sinia (Pietà, nel Museo di Gand); Oscar de Clerck (n. nel 1892; fonte battesimale, 1937); Camille Colruyt (n. nel 1908; candelabro per il cero pasquale, 1948), ecc. In Olanda emergono Charles Vos (n. nel 1888; Deposizione nel sepolcro, di gres, nel Museo comunale de L'Aja), Herman Van Remmen (n. nel 1889; Pietà in S. Francesco a Groningen), Albert Termote, belga di nascita (n. nel 1887; Pietà del 1948 in S. Adriano a Naaldwijk), Wim Harzing (n. nel 1898; Crocifissione ed altri rilievi in S. Lorenzo a Voorschoten), P. Renald Rats (n. nel 1900; varie Pietà di ceramica), Wim Nijs (n. nel 1902; fonte battesimale, di gres, con l'atorilievi, 1949). Per la Germania Peter Ferkatz (Madonna col Bambino, gruppo di bronzo), Heinrich Baenner (Crocifissione ligne,
fortemente espressivo), Karl Baur (Pentecoste, rilievo marrone nel S. Antonio d’Augsburg), Emil Sutor (Cristo caduto sotto la Croce), C. Dell’Antonio (scultore in legno, Pietà, ecc.), Berthold Müller (n. nel 1893; gruppo delle Marie al sepolcro). In Danimarca si sono fatti notare Chresten Skikklid (1927) e Aksel Theilmann, Eigil Vedel Schmidt, viventi; in Svezia, Nils Sjögren. In Austria è caratteristica la scultura lignea di tipo tradizionale: Madonna col Bambino in S. Othmar a Vienna di Franz Barwig senior (1868-1931), Natività (1949) in S. Stefano a Vienna di Josef Troyer (n. nel 1908), Cristo Re di Josef Staud (1949), Ultima Cena (1950) di Sepp Kals (n. nel 1911). In Svizzera si notano invece per demoniità l’Assunta nella chiesa di Echarles (Vaud) e i rilievi della porta di Nostra Signora a Berna di François Baud, L’Amunicazione, gruppo di terracotta di Hans von Matt, di una grazia ingenua quasi popolaresca, il Resurrect (1949) di Albert Schilling (n. nel 1904), ecc. Vanto della scultura croata è il celebre Ivan Mestrovic (n. nel 1883), creatore di forme particolarmente energiche ed espressive (Stimmate di s. Francesco nella chiesa della Curia Generalizia dei Frati Minori in Roma). Tra i cecoslovacchi Ignac Weirich (1856-1916) con la sua vera Pietà (1914) nel Palazzo di Propaganda Fide a Roma. Finalmente interessanti interpreti di temi sacri nella cattolica Polonia sono Pius Welonski (Via Crucis attorno alle fortificazioni del Santuario di Czestochowa), Konstanty Laszczka, Jan Szczepkowski, Jadwiga Bohdanowicz (1887-1943; Christo in infirmis), Zygmunt Wolf (n. nel 1912; Le Marie al Sepolcro), Tadeusz Adam Zielinski (n. nel 1907; Pietà, bassorilievo ligneo del 1950, pieno di carattere nella più moderna stilizzazione), Maciej Pio-Trowski (deliziosa Amunicazione a bassorilievo di legno), e diversi altri. Altro sviluppo ha avuto nella pittura del XIX e XX sec. il tema sacro, sebbene fortemente contrastato dall’interesse per l’uomo e per la natura. Fra il Settore e l’Ottocento giganteggia in Spagna uno dei più grandi maestri del colore, e quindi della pittura moderna, estraneo al movimento neoclassico, Francisco José Goya y Lucientes (v. 1746-1828), che nel Crocifisso del Museo del Prado a Madrid si rivela superbo interprete del tema. La pittura neoclassica, invece, del periodo paleologico, rimane lontana da ogni emozione, preoccupata soprattutto di ricostruire l’antico, e le scene sacre come le profane si risolvono generalmente in vaste e fredde composizioni: esempio tipico la Risurrezione del figlio della vedova di Naim (1816) nel Museo di Lille di Jean-Baptiste-Joseph Wicar (1762-1834). In Francia cominciò a delinearsi una reazione INGRES, JEAN-AUGUSTE-DOMINIQUE (v.) che in un secondo tempo, perseguendo una ricerca intellettualistica della forma e della linea sotto l’influenza di Raffaello, divenne il sostituto di un neoclassico misto a ritmo DELACROIX, EUGÈNE (v.), l’ardente banditore del verbo romantico con le sue robuste deformazioni e la sua ricca pasta di colori.
Appartengono alla corrente di Ingres, seppur con caratteri propri, il suo allievo Hippolyte Flandrin (1809-1864) con numerose opere di soggetto sacro (in St-Séverin, St-Germain-des-Près e St-Vincent-de-Paul a Parigi); Ary Scheffer (1795-1858), olandese di origine, col celebre quadro di S. Agostino e s. Monica nel Museo del Louvre a Parigi, romantico pur nell’accademismo formale; Pierre Puvis de Chavanne (1924-98), ammiratore del Rinascimento italiano ed ideatore di composizioni «alme, pure, sentimentali, come le Storie di s. Genoveffa nel Pantheon a Parigi. Invece di un romanticismo altrimenti libero e franco, che derivava da Delacroix, sono le opere di Alexandre-Gabriel Decamps (1803-60), caratterizzate da forti contrasti di macchie e di colori (Storie di Sansone nel Museo delle Arti decorative a Parigi; Eleazaro e Rebecca, 1850-51). La più elevata poesia raggiungono le pitture di uno dei maggiori romantici francesi, J.-B. Caillet (1908) nella chiesa di Lieto, Pekka Halonen (1865-1933) con l’Adorazione dei Magi (1900) nella chiesa di Katka, Verner Thomé (n. nel 1878) col quadro di Cristo che guarisce un cibo (1907), di robusto realismo. In Austria eccelle nella stessa corrente Albin Egger-Lienz (1868-1926): profondamente religioso il suo Panem no-
strum quotidiani, nel Ferdinandeum di Innsbruck. Il movimento dell'impressionismo, che seguì a quello del realismo e rinnovò così profondamente la pittura francese per arrivare più tardi in altri paesi, come in Germania con Max Liebermann (1847-1935), non poté sentire il problema dell'arte sacra, tutto preso a rendere i momenti più fuggevoli del giorno nella vibrazione continua della luce. Ma nello stesso tempo la Francia, e assai più felicemente della Germania con la scuola dei Benedettini del monastero di Beuron, di carattere così decorativo e accademico, sapeva aprire la via al rinnovamento dell'arte sacra con l'istituzione della Société St-Jean (Parigi, 1872).
È quando più tardi, al tempo della nuova esperienza neoimpressionista con Georges-Pierre Seurat (1859-91), si formò il simbolismo, fra il 1886 e il 1890, uno dei suoi più notevoli rappresentanti, Maurice Denis (v.), accettando l'influenza di Puvis de Chavanne, additando i primitivi, portò in onore la pittura sacra attraverso una forma stilizzata, contorni netti e tinte piatte e giustapposte. Di temperamento ben diverso ma formatosi nello stesso ambiente è un altro importante maestro di pittura sacra, Georges Desvallières (n. nel 1861), fortemente espressivo attraverso una forma robusta e tormentata: si ricordi il suo tragico Sacro Cuore. A questi due artisti, operosi fino ai giorni nostri, devesi la fondazione degli Ateliers d'art sacré (1920), tuttora esistenti.
Invano si cercherebbero temi sacri nelle opere dei tre grandi maestri che per vie molto diverse, ma tutti e tre cercando la sintesi e il colore intenso, rinnovarono una volta di più la pittura, esercitando notevolissima influenza su quella del nostro secolo: Paul Cézanne (1839-1906), Paul Gauguin (1848-1903), il maggiore dei simbolisti, e Vincent Van Gogh (1853-1900). E lo stesso può dirsi per altri, come Pierre Bonnard (1867-1947) ed Edouard Vuillard (1868-1940), che partiti dal simbolismo arrivarono a una nuova felicissima forma di impressionismo. Anche per la pittura del sec. XX il gran centro è la Francia, e precisamente Parigi, ma i movimenti che dominano tutta la pittura internazionale, primi il fauvisme con Henri Matisse (n. nel 1869) e il cubismo con Pablo Picasso (n. nel 1881), sorti come dal bisogno di ricominciare da capo per arrivare a una pittura in sé e per sé, e poi gli altri quali il surrealismo (con Mark Sagal [n. nel 1887], Salvador Dali [n. nel 1904], ecc.) e l'astrattismo, non dettero né avrebbero potuto dar nulla, date le loro premesse e le loro limitazioni, nel campo così elevato dell'arte sacra. E in genere anche i pittori, francesi e stranieri, delle più diverse tendenze, che costituiscono la cosiddetta scuola di Parigi, ne sono rimasti estranei. Tuttavia qualcuno si è affermato con manifestazioni, anche molto importanti di pittura sacra. S'impone innanzi tutto l'opera di Georges Rouault (n. nel 1871), artista che più d'ogni altro ha saputo dare un'interpretazione veramente moderna e suggestiva del mondo evangelico attraverso le forme essenziali e robuste e colori profondi e splendidi come smalti: esempio, il Cristo coronato di spine. Molto belle anche le sue vetrate e le incisioni. Si ricorda inoltre il Cristo deriso di Marcel Gromaire (n. nel 1892), un impressionista; la Crocifissione di Edouard Goerg (n. nel 1893), cui devesi anche una bella serie di litografie illustranti l'Apocalisse; e varie scene del celebre giapponese Foujita, non senza influenza di primitivi italiani (Annunziazione, Madonna col Bambino, Crocifisso, ecc.). Infine è interessante rilevare che oggi, più che ottantenne, Henri Matisse, uno dei maestri maggiori della pittura contemporanea, abbia voluto affrontare il tema sacro lavorando per la cappella delle Domenicane a Vence (Alpes-Maritimes). A questi grandi nomi ne seguono molti minori, come quelli di Albert Gleizes (Deposizione), di Hébert-Stevens (Pietà), di Pauline Peugniz (n. nel 1890); la Chiesa primitiva in S. Spirito a Parigi; Natale fra le macerie (1950); di André Osterlind (n. nel 1887); Deposizione (1944), e di tanti e tanti altri, le cui opere sono molto spesso discutibili. Vediamo ora rapidamente le rappresentazioni più significative della pittura sacra del nostro secolo negli altri paesi europei. Nel Belgio, dopo Jacob Smits (1855-1928; Amatevi gli uni con gli altri) e Auguste Donnay (1862-1921; la Fuga in Egitto, nel Museo di Liegi), ancora tradizionali, seppero fare una pittura sacra veramente moderna soprattutto Gustave Van de Woestijne e Albert Servaes (n. nel 1883), del quale ultimo si ricorda la Via Crucis nel Museo d'arte religiosa moderna a Utrecht, di colori cupi, di pennellate rapide e di effetto così tragico. Anche Armand Jamar (1870-1946) rivela una natura drammatica nell'interessante Deposizione (1938) della collezione De Winter a Bruges.
In Olanda domina pur sempre nella pittura sacra la tradizione, anche quando si è voluto rinnovare. Fra l'Orto, l'Orto e il Novecento, sotto l'influenza dei quattrocentisti italiani, dei preraffaellisti inglesi e del francese Puvis de Chavanne, si forma il gusto per la linea e la forma stilizzata, e in quel tempo opera fra gli altri un artista veramente personale, Jan Theodor Toorop (1838-1928): notevoli per l'energia dell'impostazione e della linea gli studi a carboncino per figure di Apostoli (1910) nel Museo comunale di Amsterdam. Si reagì a questo modo di vedere con una maniera baroccheggiante, impostata su linee sinuose e mosse, ed ecco la pittura di un Henri Jonas (1878-1944), che cerca delicate sinfonie di colori (Magnificat, del 1938, nella chiesa di Genhout-Beek), o quella di un Joep Nicolas (n. nel 1897), che usa invece forme magre e linee spezzate e intense (Crocifissione, monoromo a fuoco su opalina, del 1932, nel Museo d'arte religiosa moderna a Utrecht). Anche altri pittori sono sostanzialmente tradizionalisti, come Joseph Ten Horn (n. nel 1894); affreschi nel S. Bartolomeo di Nevenbergen, se non addirittura accademici come Joan Collette (n. nel 1889); affreschi nelle chiese di Reymersstock e Bois-le-Duc, 1926 e 1930. Lo stesso può dirsi per i pittori delle generazioni seguenti, quali Max Weis (n. nel 1910), p. es., così suoi colori e le sue forme più che mai barocche, seppure espressive (Deposizione, a fuoco su opalina), o Gérard H. C. A. Hérman (n. nel 1914), che si rifà addirittura alla pittura del Rinascimento olandese (Ritorno dall'Egitto, del 1930). Per dare sviluppo all'arte sacra è stata istituita di recente a Maastricht un'Accademia cattolica di Belle Arti. In Germania IMPRESSIONISMO (v.) fu quello del suo contrario, tipicamente nordico, ESPRESSOINISMO (v.), che portò la violenza della forma fino all'esasperazione e l'espressione torbida dell'individuo fino all'allusione. Si fondò a Dresda il gruppo detto «Il Ponte», che indubbiamente segnò il rinnovamento dell'arte sacra, e più tardi, dopo il 1918, alcuni dei suoi maggiori rappresentanti affrontarono il tema sacro: Emil Nolde (n. nel 1867) in grandi pale d'altare, Ernest Barlach (1870-1938) con scene del Vecchio Testamento. Di tendenza diversa e di spirito più misurato, ma raggiungendo inessentisi di espressioni con macchie di colori e di luci, è Karl Caspar (n. nel 1879), autore di un trittico della Passione (1916-17) e degli affreschi nell'abside del coro occidentale del duomo di Bamberg. Altri danno alle loro scene sacre un aspetto di naturalismo calmo, sebbene alquanto facile, attraverso una composizione semplice e forme robuste (Ernst Bahn con un Riposo durante la fuga in Egitto; M. Ludwig Hotter con affreschi nelle chiese di Bad-Vueser e di Hallgarten), ma non mancano accademici o nella tradizione o nella ripetizione di forme moderne. In Danimarca un pittore di gusto nella sua modernità è Joakine Skovgaard (1856-1933; museali nell'abbide e pitture al soffitto della cattedrale di Lund). Noti anche Jaïs Nielsen (affreschi nell'Ospedale di S. Elisabeth a Copenaghen) e Brigitte West (n. nel 1901; affreschi nel S. Cuore di Randers). In Norvegia il maggior pittore è Henrik Ingvar Sörensen (n. nel 1882) per la forza del carattere delle figure (pitture nella chiesa protestante di Linköping). La Finlandia conta Alvar Cawén (1886-1935), autore di una pala d'altare, la Preghiera (1933) nella chiesa di Simpele, nella quale è ancora un'eco del realismo e del misticismo alla Millet; Tyko Konstantin Sallinen (n. nel 1879), espressionista, con una Crocifissione (1939) e una Adorazione dei Magi (1941); Lennart Segerstare (n. nel 1892), invece, tradizionalista. Pochi i pittori austriaci che si distinguono per qualita personali, p. es., Anton Faistauer, Karl Pehatschek (n. nel 1910; Ultimo Giudizio). Invece qualche artista
interessante si trova in Svizzera: oltre un Pietro Chiesa (n. nel 1876) di un naturalismo calmo, tradizionale (Quid ploras?), e un Paul Monnier, che nel S. Carlo Borromeo durante la peste di Milano, nella chiesa di Avusy (Ginevra), si rifà addirittura al Seicento pur dandoci una scena vivace per il chiaroscuro. Sono da ricordare pure Alekander Cingria (n. nel 1879) per un senso particolare di fantasiosa decorazione (trittico di Nostra Signora della Misericordia nella chiesa di Finhaut nel Vallese), Emilio Maria Beretta (n. nel 1907) con ricordi spagnoli e non senza influenza del Cingria ma di pennellata sciolta (Pietà, nel famelico del cimitero di Muralto; affreschi decorativi vari), Hans Stocker (n. nel 1896), il più moderno nelle sue schematiche decorazioni (Giudizio universale, 1934-1938). Nel 1924 si è fondata la Società S. Luce per dare incremento all'arte sacra.
L'Ungheria, che alla fine dell'Ottocento aveva dato artisti famosi come Mihály Lieb detto Munkácsy (1844-1909), autore della vasta scena di Cristo davanti a Pilato (1881), oggi a Philadelphia, di un verso illustrativo, ha oggi artisti come Paul Molnar (n. nel 1894) e il finissimo Gyula Rudnay (n. nel 1878), dal tocco lieve e luminoso (Salutatio angelica, del 1924 ca., nella Galleria internazionale d'arte moderna a Venezia).
In Polonia, che nella seconda metà del secolo scorso aveva avuto artisti di innegabili qualità, sebbene troppo preoccupati della storia o seguaci del naturalismo, come Jan Matejko (1838-1933; affreschi nella chiesa di S. Maria a Cracovia), il suo allievo Stanislaw Wyspianski (1869-1907; affreschi e vetrate nella chiesa dei Francescani a Cracovia, 1897-1902), Henryk Siemiradzki (1843-1902; Cristo in casa di Marta e Maddalena nell'Accademia di Belle Arti a Leningrado), Jan Styka (1859-1925; numero rappresentazioni del Quo Vadis), al principio del nostro cinquantennio fra i più notevoli pittori si annoverano Karol Frycz (n. nel 1876), Fryderyk Pautsch (n. nel 1877), Kazimierz Sichulski (n. nel 1879), ed oggi si fa apprezzare per la sua semplicità moderna Adam Bunsch (n. nel 1896), autore non solo di pitture (nella chiesa di S. Maria a Katowice) ma, anche di bei cartoni per vetrate (per la chiesa nazionale dei Polacchi a Londra).
Anche la Russia ha dato qualche pittore interprete del mondo sacro: nel secolo passato soprattutto Aleksandr Andreevich Ivanov (1806-1885; Predica di s. Giovanni Battista nel deserto nel Museo Rumjanec di Mosca; Apparizione di Cristo al popolo, ecc., con reminiscenza di una opera romana, raccontata da Ivan Ivanov nel 1911), Vladimir Komarowski (La Vergine e gli Angeli, ecc., nella stessa Esposizione), Ilja Efimovič Repin (1844-1930; temi sacri in giovinezza), Alexei Issupoff (soggetti sacri diversi nel periodo giovanile, figure della Vergine e di Cristo in seguito).
Per brevità si tralascia di parlare di altri paesi europei dove non mancano certo artisti degni di nota ma in genere di forme prevalentemente tradizionali, che non hanno aggiunto molto all'arte sacra moderna. Lo stesso disegno per le due Americhe, che spesso dipendono dall'Europa, pur riuscendo talvolta a creare espressioni originali, come è il caso della pittura messicana. Particolare interesse avrebbe un discorso sulle cosiddette arti minori, e invece ci si deve limitare a segnalare l'interessante rinnovamento operato in Francia, ma anche nel Belgio, in Germania e altrove, negli oggetti per il culto (pianete, calici, ecc.); l'importanza che hanno assunto oggi le vetrate, di carattere assolutamente moderno, in Francia (Desvallières, Rouault, Le Chevalier, Hébert-Stevens), Germania (Luckener, Klein, Gitzinger, Baumhauer, Meistermann, ecc.), Olanda (Joans, Trautwein, Nicolas, Stokhof de Jong, Slijpen, ecc.), Svizzera (Cingria, Wanner, Staiger, Stocker, ecc.), Polonia (dopo Wyspianski e Mehoff, il Bunsch, Mazur, e altri); e la bellezza delle incisioni dei francesi, di nascita o di for-mazione (Rouault, Chagall, Goerg, Hervieu), dei belgici (Jean Donnay), dei polacchi (Skoczylas, Krasnodebska, Mrozewski, Bartłomiejczyk, Kulisiewicz, Prohaska, Wroblewska), del lituano V. K. Jonynas ecc. Né si devono dimenticare gli arazzi (in Francia con Lurçat e la fabbrica d' Aubusson), le ceramiche (in Francia, Polonia, ecc.), i ri-cami (in Germania, Olanda, ecc.), i tessuti dipinti (con l'unghierese Hajnal), e ancora altri generi delle arti minori, che hanno assunto altamente non nostro espressioni veramente elevate a scriggio e a gloria della Chiesa. - Vedi tav. LXXIX-LXXXII.