INTERPRETAZIONE BIBLICA. — Scienza che studia ed esprime i principi e le norme per intendere rettamente la Bibbia, e si chiama ermeneutica dal greco ἐρμηνευτικός (sottintesa τέχνη «arte» o ἐπιστήμη «scienza»).
«Ermeneutica» richiama alla mente termini più noti nella letteratura profana e biblica: Ἐρμῆς ἐλλάδιον, ἐλλάδιον, ἐλλάδιον, ἐλλάδιον, ἐλλάδιον, ἐλλάδιον. Η ἐλλάδιον, ἐλλάδιον, ἐλλάδιον, ἐλλάδιον, ἐλλάδιον.
«Ermeneutica» richiama alla mente termini più noti nella letteratura profana e biblica: Ἐρμῆς ἐ
II. FASI ERMENEUTICHE E METODO
Secondo s. Agostino, si distinguono, oltre la noematica (da vôrma, « pensiero »), che tratta dei sensi biblici, due parti corrispondenti a due funzioni dell'ermeneu- tica biblica: l'euristica (da εὐφόρνεια « trovare »), che dà le regole e norme di interpretazione, i mezzi adatti a far trovare il senso scritturistico; e la profo- ristica (da προφέρεται « proferire, proporre »), che pre- senta i diversi modi di esporre il senso scritturi- stico trovato (cf. De doctr. christ., I, 1: PL 34, 19).1. L'euristica
La prerogativa della S. Scrittura e la sua ispirazione, giustamente compresa, condu- cono a considerare nel Libro Sacro l'elemento umano e quello divino. Quindi nell'ì, b. un doppio com- pito: l'euristica comune, umana, razionale, letteraria, scientifica, e l'euristica speciale, cristiana-cattolica, « autentica ». La prima astrae, senza negarle, dall'ispir- razione divina e dalla conseguente inerranza dei Libri Sacri, che considera come qualsiasi altro libro umano, insiste sulla lettera e sulla storia, applicando le regole ermeneutiche comuni. L'altra, che considera la S. Scrittura, com'è veramente, libro divinamente ispi- rato e scevro da errore, fonte della Rivelazione di- vina, depositum fidei affidato alla Chiesa, insiste piuttosto sulla dottrina, sulle verità dogmatiche e morali.a) L'euristica letteraria ossia razionale. — Leone
XIII, nell'encicl. Providentissimus Deus, compendia
queste regole d'ì, b., distinguendo tra criteri lette-
rari piuttosto interni (indole del libro, ecc.) ed altri
esterni (circostanze della sua composizione [cf. En-
chiridion biblicum, Roma 1927, n. 92 sg.]) e Pio XII
ribadisce osservando che ci si deve riferire al testo,
al contesto, ai passi paralleli ed alle circostanze esterne
storiche della composizione (encicl. Divino afflante
Spiritu, AAS, 35 [1943], p. 338).
a) Il testo. — Cioè: « quid ipsa verba valeant » (Leone
XIII). Dato che la stessa parola in diversi tempi, am-
bienti, contesti può avere differenti significati, occorre,
oltre ad una lettura assidua di un certo libro per ambien-
tarsi, una soda conoscenza della lingua in cui esso è
scritto, delle particolarità di stile e di linguaggio, degli
idiostomi; conoscere il modo di ragionare, di parlare,
di scrivere dell'autore e dei suoi contemporanei. L'ese-
gge deve immediatamente in l'autore, « deve quasi tor-
nare con la mente a quei remoti secoli dell'Oriente »
(Pio XII, loc. cit., p. 342). Questo usus loquendi è la fonte
principale onde raggiungere il senso inteso dall'autore.
Perciò « contra ignota signa propria magnum re-
medium est linguarum cognitio » (s. Agostino, De doctr.
christ., 2, 11, 16: PL 34, 42) ed i sommi pontefici in-
culcano agli interpreti l'indefesso studio delle lingue ori-
ginali della Bibbia ed affini, della loro etimologia
e del loro sviluppo; l'indole stilistica e linguistica del-
l'ebraico (forme temporali, paratassi, linguaggio figurato,
antropomorfismi, tropi caratteristici), d'importanza non
solamente per i libri del Vecchio Testamento, ma anche
per quelli del Nuovo. E, dopo tante scoperte nel mondo
orientale, occorre oggi in generi letterari (v.) dell'antico Oriente (Pio XII, loc. cit., p. 343).
b) Il contesto. — Cioè: « quid consecutio rerum
velit » (Leone XIII). Non di rado, la filologia che esa-
mina un testo da sola non è in grado di trovare con cer-
tezza il senso genuino. Allora è indispensabile tener conto
della connessione di tutta una pericope e delle sue singole
parti, antecedenti e susseguenti, del tenore e della men-
talità del libro intero. Regola questa di somma impor-
tanza, p. es., per l'interpretazione dei brani tolti dal
Vangelo o dalle Epistole e proposti nel Messale (cf. G.
Riccotti, Bibbia e non Bibbia, 4a ed., Brescia 1946).
Si distinguono comunemente quattro specie di con-
testo: grammaticale-logico, psicologico, profetico, sto-
rico. Quello logico è di un'importanza primaria e di
un'estensione universale. Il nesso logico può essere
prossimo o remoto, in quanto esiste tra le parole delle
singole frasi (soggetto e predicato) o tra le proposizioni
e le diverse parti del libro. Nel primo caso le regole gram-
maticali prescrivono come congiungere e separare i vo-
caboli. Nel secondo sono di speciale importanza le par-
ticole, delle quali è ricca la lingua greca, povera la lingua
ebraica, povertà che si nota anche nel Nuovo Testamento.
Il contesto psicologico nasce dall'associazione di idee
le quali logicamente ed oggettivamente non hanno alcun
nesso tra di loro, ma spontaneamente si uniscono per
motivi soggettivi, ed è di particolare importanza nella
poesia. Connesso con il precedente è il contesto profetico,
ossia « visionario, ottico » (il quale però, strettamente
parlando, non può far parte delle regole razionali del-
l'ermeneutica): i profeti alle volte vedono insieme due
cose, due eventi, due persone che sono separati nel luogo
e nel tempo, o presentano cose future come già presenti,
anzi anche come già passate: le descrivono come loro
le vedevano nella loro prospettiva profetica. Di impor-
tanza questo specialmente per i vaticini messianici o,
nel Nuovo Testamento, per l'interpretazione delle parti
escatologiche. Il contesto storico, assoluto o relativo,
tien conto dello sviluppo dell'ordine storico-cronolo-
gico degli eventi. Si noti però che il concetto storio-
grafico degli antichi, degli Orientali in specie, in non
pochi punti si distanzia dal concetto odierno degli Oc-
cidentali.
c) I luoghi paralleli. — Cioè: « quid locorum simi-
litudo velit » (Leone XIII). Gli Orientali, nella loro indole
piuttosto contemplativa, amano considerare lo stesso og-
getto e soggetto dai diversi lati, sotto i diversi punti
di vista; girando intorno scoprono sempre nuovi tratti,
amano ripetere la stessa frase, con gli stessi o simili
termini, non senza aggiungere qualche elemento nuovo.
Questi elementi simili o dissimili, questi vari aspetti
devono essere raccolti ed organicamente congiunti, come
in un museo; questo compito è facilitato dalle con-
cordanze verbali e reali e dai lessici biblici reali.
Prima di tutto si tratta dei luoghi paralleli presso lo
stesso autore (p. es., s. Paolo, s. Giovanni). Se il senso di
una parola resta oscuro, se si tratta di un hapaxlegomenon
presso un autore, giova molto consultare altri libri,
specialmente dello stesso argomento. Distinguesi paral-
lelsimo verbale e reale, secondo che la rassomiglianza
consiste nelle parole o nel contenuto. Quello può essere
perfetto (le stesse parole o la stessa costruzione grammati-
ca le di diversi luoghi) o imperfetto; questo invece è o
storico, se si tratta dello stesso fatto storico (p. es., i
libri dei Re e dei Paralipomeni, la storia della Passione
nei Sintotici) o didattico, se si tratta della stessa
dottrina (p. es., s. Paolo ai Romani ed ai Galati).
d) I criteri esterni. — Cioè: « externa quoque appo-
sita eruditionis illustratio » (Leone XIII). La cono-
scenza delle circostanze in cui sorse un dato libro e che
determinarono la sua composizione giova non poco
alla retta intelligenza ed interpretazione del libro o di
un suo passo oscuro. Tali circostanze sono anzitutto tre:
1) chi sia l'autore, la sua patria, il suo mestiere, la sua
cultura, il suo tempo, ambiente, ecc; 2) chi siano i desti-
natori del libro, i loro problemi, le loro difficoltà, il loro
ambiente ecc; 3) quale sia il contatto stabilitosi nel libro
tra scrittore e destinatari, ossia quale sia stata l'occasione
ed il fine che mossero l'autore a scrivere. Queste que-
stioni si trovano esposte nell'introduzione (v.) speciale
ai singoli libri del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Grande vantaggio inoltre apportano, oltre la teologia
biblica, le scienze ausiliarie: la storia biblica e dell'Oriente
antico, l'archeologia biblica, la geografia e topografia
biblica, la cronologia biblica e la storia naturale.
e) L'euristica autentica ossia cattolica. — Ammesso
che la S. Scrittura è un libro non solamente pro-
dotto dalla umana volontà ed industria, ma anche
e principalmente di origine divina (cf. II Pt., 1, 21),
è ovvio che essa abbia le sue regole proprie ed esclu-
sive d'interpretazione. L'esegesi vera dei Libri Sacri
non è soltanto l'esplorazione filologica, critica, sto-
rica del testo; ma anche e soprattutto teologia e fedeltà alla Chiesa cattolica (cf. Enchir. biblicum, n. 63; Pio XII, encicl. Divino afflante Spiritu, loc. cit., p. 338), encicl. Humani generis, in AAS, 42 [1950], p. 569).
La Chiesa è l’interprete legittima ed autentica delle S. Scritture. Gli stessi testi evangelici (p. es., Mt. 16, 18, 39; 28, 19, 39; Io. 14, 16, 38, 25, 35; 15, 26), i quali proclamano esplicitamente il magistero della Chiesa, che insegna infallibilmente le verità rivelate, implicitamente le rivendicano il diritto di interpretare fedelmente la S. Scrittura, una delle fonti della Rivelazione. Ed i Padri della Chiesa, di fronte agli eretici che abusarono dei testi biblici interpretati a modo loro, hanno affermato tale diritto esclusivo della Chiesa. La loro dottrina riassume: «Vincenzo Lerinese: «Multum necesse est... ut prophētice et apostolicae interpretationis linea secundum ecclesiastici et catholici sensus normam dirigatur» (Com. monit. 1, 2: PL 50, 640).
Le parole «in rebus fidei et morum ad aedificationem doctrinae christianae pertinentium» (Concilii Tridentino e Vaticano) causarono controversie intorno all’estinzione del magistero eseguito della Chiesa. Questo diritto di essa è diretto e positivo «in rebus fidei et morum», indiretto e piuttosto negativo nelle altre materie. Queste la Chiesa non le giudica dal punto di vista delle scienze profane, ma nel loro nesso con una verità rivelata (p. es., i problemi dell’Examen et della storia primordiale).
Le fonti dell’interpretazione autentica dalle quali l’eseguita cattolica deve attingere, sono: 1) le spiegazioni tradizionali del magistero ordinario; 2) le definizioni solenni, dirette o indirette, positive o negative, del magistero straordinario (nonché le dichiarazioni, sebbene non infallibili né irrevocabili, della Pontificia commissione biblica); 3) l’esegesi dei Padri, testi fedeli e tenori della tradizione apostolica e della mens Ecclesiae. Il concilio di Trento ed i documenti ecclesiastici successivi ne hanno stabilito due condizioni: il consensus Patrum dev’essere unanime (non fisicamente, ma moralmente) e ciò in materia di fede e di costumi o almeno in dottrine connesse con questa. Quando il senso non è stato chiarato né dal magistero ecclesiastico né dal consenso dei Padri, l’interprete deve seguire l’analogia della fede (cf. Rom. 12, 6), cioè la conformità con la somma della dottrina che la Chiesa cattolica professa ed insegna, mutua armonia delle verità rivelate in virtù della quale esse si illustrano a vicenda, anzi l’una non può contraddire l’altra. Onde l’urgente necessità che l’esegesi «commem theologiam egregie teneat» (Enchiridion biblicum, n. 95).
L’uso di questa regola ermeneutica il più delle volte è negativo, cioè qualunque interpretazione scritturistica che si trovi in contrasto con la dottrina della Chiesa va senz’altro ritenuta falsa e rigettata. Quando invece, come di solito, diverse interpretazioni dello stesso testo biblico corrispondono a questa analogia della fede, allora si vero senso viene determinato o dal contesto o dai passi paralleli.
Rimangono, ancor oggi, questioni gravi, portate di fresco dalle nuove scoperte della moderna indagine, che agitano non poco le menti dei cattolici. Gli interpreti cattolici devono affrontare non solo per ribattere la obiezioni degli avversari, ma anche per tentare una solida spiegazione, che lealmente s’accordi con la dottrina della Chiesa e in specie con il tradizionale sentimento della immunità della Scrittura Sacra da ogni errore, e di insieme la conveniente soddisfazione alle conclusioni ben certe delle scienze profane (Pio XII, encicl. Divino afflante Spiritu, loc. cit., pp. 344-46). L’esegesi deve quindi poggiare da una parte sulla fede che i Libri Sacri sono divinamente ispirati e scevri di errore, dall’altra sulla conoscenza delle scienze filologiche, storiche, talora naturali. Prima di parlare di contraddizione (antilogia) tra fede e scienza, tra Bibbia e scienze profane, deve ben accertarsi il senso genuino di un tale testo scritturistico, dall’altra parte, le conclusioni delle scienze profane debbono essere certe, non solo probabili. Ma anche nella Bibbia stessa si trovano dei passi, i quali pare si contraddicono, p. es., nella genealogia di Cristo, o quanto al giorno
e all’ora della morte del Salvatore (Sinistrici e Giovanni), V. INERRANZA; GENERI LETTERARI; CITAZIONI IMPLICITE.
2. La profetistica
Il senso della S. Scrittura, stabilito con le norme dell’eutistica letteraria-razionale e di quella autentica-cattolica, può esser proposto in diversi modi, a seconda il fine che l’interprete si prefigge, scientifico o pratico-pastorale.a) Le interpretazioni scientifiche. — Sono particolarmente le seguenti: 1) la versione, il metodo più generale e più semplice per proporre il senso del testo sacro. Se essa è fedele alla parola ed allo spirito dell’originale, se essa nello stesso tempo è chiara e limpida, nel suo linguaggio intelligibile ai suoi lettori contemporanei, corredata da sode annotazioni, essa è già da sé sola un prezioso commentario. 2) Il commento propriamente detto, cioè la spiegazione letterale-storica di tutto un libro sacro, con l’analisi del testo (premettendo le questioni introduttive, la critica testuale e letteraria) e la sintesi della dottrina. Alla filologia deve accompagnarsi la teologia.
Tra la semplice versione ed il perfetto commento stanno le esposizioni parziali, oggetti andate piuttosto in disuso, cioè la parafrasi (versione più libera e più ampia), gli scoli, ossia brevi note grammaticali, storiche ecc. su un passo oscuro (celebre questo metodo presso i grammatici alessandrini, adottato poi ed applicato alla Bibbia da Origene), le postille, ossia brevi spiegazioni continuate, aggiunte «post illa verba» (celebre quelle di Nicola di Lira), e finalmente le glosse, brevi annotazioni poste o sul margine laterale del testo biblico (glossa marginalis) o tra le linee del medesimo (glossa interlinearis), prese dai Padri e dagli antichi scrittori ecclesiastici, raccolte poi nelle glossae continuatae ossia «catene», tra le quali sono celebri la Glossa ordinaria attribuita a Valafrido Strabone e la Catena aurea di s. Tommaso sui Vangeli.
b) Le interpretazioni pastorali. — Sono le seguenti: 1) la lezione sacra, che spiega al popolo la S. Scrittura, libro per libro, passo per passo commentando con delle applicazioni pratiche per la vita cristiana; 2) l’omelia, ossia la spiegazione del Vangelo liturgico durante la S. Messa. Tutto questo e quanto altro uno zelo apostolico e un sincero amore della divina parola saprà trovare di acconcio allo scopo sarà sempre di efficace aiuto alle anime (cf. Pio XII, loc. cit., p. 347).
III. STORIA
La questione circa la relazione fra il senso letterale e quello tipico può offrire un criterio opportuno nello studio della storia dell’I., perché vi si notano delle tendenze, che si oppongono recisamente o mirano a coesistere e a fondersi, in cerca di un equilibrio. I due metodi letterale e allegorico non sono un’invenzione del cristianesimo, che li eredità dal giudicato; erano noti anche a studiosi pagani. Fra gli esegui ebrei si ha il predominio dell’esegesi lette-rale o presunta tale, dato il carattere talvolta favoloso o semplicistico delle sue esposizioni presso gli autori dei trattati mistici e talmudici (v. TANNAITI), mentre si ha l'allegorismo molto spinto in Filone (v. d) di Alessandria ed in taluni rabbini palestinesi.
3. Periodo patristico
Prima ancora che si manifestasse l'influsso diretto degli studiosi ebrei (di Filone sulla scuola di Alessandria e particolarmente su Origene, dei rabbini palestinesi su vari padri che vennero in contatto con loro, particolarmente su S. Girolamo), i cristiani scorgevano già negli autori ispirati del Nuovo Testamento la tendenza ad interpretazioni libere, ed anche a merce accomodazioni (cf. Mt. 2, 15; 3, 3; 13, 14. 15; Rom. 10, 18; II Cor. 8, 15 ecc.). Tale atteggiamento fu condiviso dai Padri apostolici e dai primi scrittori cristiani. S. Clemente I, papa (v.), s. Giustino (v.), s. IRNERIO (v.), Tertulliano, dei quali nessuno lasciò veri commenti biblici, presentano di solito un'interpretazione, mentre lo Speduo Barnaba e, in maniera molto più attenuata, s. Teofilo di Antiochia inaugurano l'interpretazione.Nei secc. III-IV le due correnti sono espresse da due scuole antagonistiche. Ad Alessandria, specialmente per opera di Clemente e di Origene, l'interpretazione raggiunge il suo massimo splendore, manifestando tutti i suoi pregi e i non minori difetti. Talvolta si prende il termine 'originismo' come sinonimo di 'allegorismo biblico'; l'equivalenza è ingiustificata, almeno nei riguardi di Origene, il quale, se si mostrò amante di un'interpretazione, risale nelle sue innumerevoli Omilia su libri biblici, si rivelò pure scrupoloso studiose della lettera della Bibbia, come appare da non pochi brani di suoi Tomi e dalla sua gigantesca opera di critica testuale (v. ESAPLE). La predilezione di Origene per il senso 'pneumatico' o spirituale è dovuta al suo accettismo ed al desiderio di reagire contro l'esegesi troppo letterale di alcuni eretici, particolarmente dei millenaristi. Seguirono il metodo originario Didimo il Cieco e s. Cirillo di Alessandria, pur notandosi nei loro commenti, in modo speciale in quelli di Didimo, un maggior interesse per il senso letterale e l'abbandono dell'incerta divisione tripartita dei sensi biblici, e gli autori simpatizzanti per la scuola di Alessandria, pur senza appartenervi, come Eusebio di Cesarea ed i tre grandi cappadoci, s. Basilio, s. Gregorio di Nazianzo e s. Gregorio di Nissa. Combatterono l'allegorismo alessandrino, s. Metodio, vescovo di Olimpia, e s. Epifanio, il quale, però, nel suo opuscolo De duodecim gemmis del pettorale del sommo sacerdote, non seppe sottrarsi al suo potente influsso.
Ad Antiochia invece si formò una vera scuola con indirizzo proprio, spesso in antagonismo con quello alessandrino, sebbene talvolta si siano esagerati i contrasti ideologici fra i due centri di studio. Nella scuola antico-chena, famosa per il suo letteralismo e per l'applicazione della 'teoria' in opposizione all'allegoria alessandrina, si distinsero Apollinare di Laodicea, Eustazio di Antiochia, Teodoro di Eraclea, Eusebio di Emea e Policronio di Apamea, i quali, però, quasi scomparire di fronte ai tre esponenti maggiori: Diodoro di Tarso, Teodoro di Mopsuestia e s. Giovanni Crisostomo, che è considerato con ragione il più grande esegge della Chiesa orientale per il suo attaccamento al senso letterale e per la sua mirabile capacità di adattare i testi biblici alla vita pratica. Teodoro è un esegge conosciuto e penetrante. Si possono considerare emanazioni della scuola di Antiochia, per la quasi identità dei principi ermeneutici, gli scrittori siriaci s. Afraate, s. Efrem e numerosi altri autori posteriori delle scuole di Edessa e di Nisibi.
In Occidente i primi eseggi, come s. Ippolito, s. Ilario di Poitiers, s. Ambrogio, preferirono l'interpretazione, ma mostrando la grande praticità dello spirito latino. Buon esegge letterale si rivela l'Ambrosiaster. Parimenti allegorico nei suoi Sermones e, con maggior moderazione, nelle Explanations in Psalmos e nei Tractatus sul IV Vangelo si manifesta s. Agostino, il quale però ha lasciato ottime osservazioni letterali sull'Epitaeo, particolarmente sul Genesi, e nell'opera De consensu Evangelistarum. S. Girolamo è piuttosto eclettico; nei suoi commenti sui profeti, sull'Epitaeo e sulle lettere paoline (Efesini, Galati, Tito, Filemone), ad acutè osservazioni di critica testuale e di storia, unisce spiegazioni allegoriche molto libere, le quali prevalgono in molte lettere ascetiche ed esegetiche; un senso di grande praticità rivela nei Tractatus sui Salmi, mentre nelle Quaestiones Hebraicae in Genesi riporta non poche spiegazioni rabbiniche.
Il periodo patristico si chiude con eseggi minori, che spesso ripetono quanto avevano detto gli autori dell'età aurea (secc. IV-V). Pubblicarono commenti alquanto più personali Olimpiodoro di Alessandria, Ecumenio di Tricca, Andrea ed Areta di Cappadocia, Teofilato di Acredia ed Eutimio Zigabeno. Fra i Latini, meritano almeno un ricordo s. Gregorio Magno, s. Isidoro di Siviglia, s. Beda il Venerabile, Alcuino, Rabano Mauro e Valafrido Strabone, cui fu attribuita la Glossa ordinaria, che ebbe un'ampia diffusione.
4. Periodo medievale
Si fa coincidere, nella storia dell'esegge, scolastica (v.). Pur non difettando opere pregevoli, in genere si notano una dipendenza accentuata dai grandi eseggi, quali s. Girolamo e s. Agostino, ed un esagerato amore all'analisi minuziosa secondo il metodo proprio dei filosofi scolastici. Molti applicano alla Bibbia quattro sensi, letterale, allegorico, tropologico ed analogico, espressi nel noto distico di Agostino di Dacia.Fra gli eseggi più antichi basta menzionare s. Bruno d'Asti e Ruberto di Deutz. Nella scuola di S. Vittore, a Parigi, Ugo è piuttosto eclettico, mentre Andrea preferisce l'esegge letterale. S. Bernardo è quasi sempre felice nelle sue applicazioni ascetico-mistiche, mentre Ugo da S. Caro è ricordato con onore specialmente per la sua iniziativa di una concordanza biblica. S. Tommaso, distaccandosi dal suo maestro s. Alberto, troppo allegorico, si rivelò un esegge profondo e sicuro, particolarmente nell'ottimo commento su s. Paolo. Con Raimondo Martini e con Nicola Lirano la filologia e l'esegge rabbinica vengono di nuovo utilizzate, talvolta in modo magistrale. Lorenzo Valla, insieme con altri umanisti, apportò all'II. b. il contributo della conoscenza del greco. Il periodo si può considerare chiuso con due autori di tendenza allegorica, Alfonso Tostado e Dionigi Cerlato.
5. Periodo recente
Il Concilio di Trento (1545-1563) costituisce una pietra miliare. Con esso si inizia in Europa il triste dissidio fra gli eseggi protestanti ed i cattolici, ma anche una rinascita meravigliosa nello studio del Libro Sacro. Si possono considerare iniziatori di tale movimento G. Lefèvre d'Etaples (Faber Stapulensis), Erasmo di Rotterdam, G. Gagnée (Gagnaeus), S. Pagnini, celebre per la sua versione interlineare, F. Wattebled (Vatablus), A. Steuco, il card. T. De Vio, detto il Gaetano. I primi protestanti, invece, si rivelarono eseggi mediocri, compreso Lutero, che pure pubblicò la notissima traduzione tedesca della Bibbia.L'età aurea, preparata dal sorgere di discipline sussidiarie, come l'introduzione (v.) biblica con Sisto Senese, la critica testuale, la geografia e l'archeologia della Bibbia, oltre allo studio del greco e dell'ebraico, s'inizia verso la fine del sec. XVI.
Fra gli eseggi più noti di questo periodo aureo vanno ricordati: F. de Ribera, A. Agelli, C. a Lapide, C. Jansen (Jansenius) di Gand, G. Maldonato, E. Sa, B. Pereyra (Pererius), G. Hessel van Est (Estius), G. Sanchez, G. Lorino, G. Tirino, s. R. Bellarmino ecc.
Il protestantesimo solo nel sec. XVII cominciò a produrre eseggi notevoli, i quali però o gettarono il seme del razionalismo biblico o mostrarono un culto esagerato per il senso letterale a scapito di quello tipico; né mancarono i casi di un puro allegorismo o 'figurismo', p. es.,
Cocceius. Ammirevoli furono alcuni studiosi di filologia ebraica, come i due Buxtorf, o di scienze sussidiane alla Bibbia, come S. Bochart e L. Cappell.
Alquanto più tardi anche il cattolicesimo diede ottimi ebraisti, come F. Houbigant e G. B. De Rossi, e cultori di discipline sussidiarie, quali R. Simon, B. Lamy, G. Bartolocci, C. Imbonati, G. Lelong, B. Ugolini. Fra gli esegesi propriamente detti si distinsero A. Calmet, Bernardino da Picquigny (Piconius) e G. B. Bossuet.
Fra i protestanti meritano un ricordo il «figurista» Campeggio Vitringa, G. Le Clerc, G. E. Michaels, G. Gottlob Carpzov per l'introduzione biblica, A. Reland, G. Lightfoot, C. Schottgen per alcune discipline ausiliarie. G. Wetstein e G. Bengel si segnalarono come filologi e critici.
Nel sec. XVIII, prima con Baruch Spinoza e A. Collins, poi con J. S. Semler, sorge nel campo protestante il sistematico razionalismo biblico, in opposizione al supranaturalismus. Non ci si occupa del senso spirituale o tipico del Libro Sacro; anzi, rinnegata l'ispirazione e ogni fede nel soprannaturale, si propone di spiegare il sorgere e il senso puramente umano dei Libri Sacri. La Bibbia, abbassata al livello di un libro ordinario, è sottoposta ad un'analisi minuziosa per delucidare con le varie teorie storico-filosofiche il formarsi della fede e dei racconti di fatti miracolosi. È giusto riconoscere, però, che l'esegesi letterale spesso si arricchì di elementi preziosi a causa del grande progresso degli studi filologici, storici, archeologici ed orientalistici.
I principali esegesi razionalisti furono, dal principio del sec. XIX a oggi, F. Hitzig, H. Ewald (v.), J. WELLHAUSEN, JULIUS (v.), K. Marti, W. Nowack, E. RENNES (v.), A. Lods, H. Winckler, A. Jeremias, F. DELITZSCH, FRIEDRICH (v.). H. Gunkel, ecc. Costoro, insieme a moltissimi altri, si occuparono prevalentemente del Vecchio Testamento, respingendo l'autenticità mosaica del Pentateuco.
Nel Nuovo Testamento H. S. Reimarus si preoccupò di spiegare l'enigma del Cristo, quale risulta dai Vangeli una volta negato il soprannaturale. Seguirono il suo esempi, con metodi alquanto diversi, D. F. STRAUSS, D (v.), C. F. Baur con i moltissimi autori della cosiddetta «scuola bérale», gli escatologisti W. Wrede, A. Schweitzer, A. Loisy, E. Buonaiuti, A. Omodeo, gli storici delle religioni comparate R. Reitzenstein, W. Bousset ed i taurodi del «metodo delle forme» M. Dibelius, R. Bultmann, G. Bertram. Mentre questi autori si occuparono piuttosto di problemi fondamentali o generali, altri, come i due Rosenmüller, H. Olshausen, E. W. Hengstenberg, compararono i metodi notevoli per dottrina e per tendenza conservatrice. Dopo il 1850, poi, incominciarono le grandi collezioni di commenti, di dizionari e di enciclopedie bibliche, il cui elenco richiederebbe da solo alcune forme. In tali opere si possono notare di solito ricca informazione scientifica, specialmente su questioni di archeologia e di filologia, ma manca ogni elemento che ricordi il carattere soprannaturalistico della Bibbia. Tuttavia, vicino a razionalisti estremisti, si notano studiosi moderati oppure conservatori, che mantengono l'ispirazione con concetti piuttosto incerti.
Fra i cattolici lo studio della Bibbia segnò quasi una stasi dopo il magnifico rifiorire nel periodo successivo al Concilio di Trento. Tuttavia non mancarono mai eseguiti accurati ed apologeti coraggiosi della Scrittura, neppure durante il trionfo più clamoroso del razionalismo. Nei tempi recenti, poi, si manifesta un risveglio di studi biblici. Si coltivano, oltre all'esegesi vera e propria, anche le discipline sussidiarie, delle quali tanto abusavano i razionalisti. Pure i cattolici pubblicarono in collaborazione importanti commenti biblici. Basta ricordare il Sacrae Scripturae cursus completus del Migne (28 voll.), il Cursus Scripturae Sacrae, condotto da vari autori (R. Cornely, J. Knabenbauer [v.], Fr. Hummelauer), La Ste Bible di L. Cl. Fillion, Etudes bibliques dovuti a studiosi insigni raggruppatisi intorno al grande esegesi M.-J. Lagrange, il Kurzgefasster wissenschaftlicher Commentar zum Alten Testament di B. Schäfer e l'Exegetisches Handbuch zum Alten Testament diretto da J. Nikel, la Die heilige Schrift di Bonn (iniziatasi nel 1914), il Regensburger Kommentarwerk zum Neuen Testament. In Francia rivestono carattere divulgativo, ma con ottima informazione, La Ste Bible di L. Pirot (v.) - A. Clamer ed il Verbum Salutis. In Italia si hanno La S. Bibbia commentata di M. Sales e G. Girotti (Torino 1911 sgg., incompleta), La S. Bibbia diretta da mons. S. Garofalo (Torino 1947 sgg.), mentre a cura del Pontificio Istituto Biblico si pubblica un'ottima traduzione dei testi originali con brevi note (Firenze 1943 sgg.). Numerosissimi in tutte le lingue, specie in tedesco, i commenti a singoli libri della Bibbia.
Riguardo alla tendenza di questi esegesi moderni, è lecito rilevare come taluni, per opporre un argine alla critica demolitrice del razionalismo, trascurino quasi ogni indagine sul senso spirituale o tipico per combattere gli avversari con metodo simile al loro. Altri, invece, con l'intento di presentare un'esposizione più ascetico-mistica, spesso lasciando desiderare per l'esattezza dell'esegesi letterale e per la convenienza delle loro applicazioni. Quest'ultima tendenza, che vorrebbe essere un giusto richiamo al carattere soprannaturale della Bibbia, è condivisa anche da diversi autori protestanti esponenti della scuola od esegesi «pneumatica». Fra i cattolici, specialmente in Francia, si insiste, e spesso si esagera da taluni, sulla necessità e sui pregi del senso spirituale. Ma una sana armonia fra l'esegesi letterale e quella tipica è l'ideale inculcato dalle ultime encicliche sugli studi biblici, in modo particolare dalle Providentissimus Deus (1893), Spiritus Paraclitus (1920) e Divino afflante Spiritu (1943).