REALISMO

REALISMO. - Indirizzo filosofico che afferma la priorità dell'essere sul conoscere, nel senso che l'essere è indipendente dall'atto per cui è conosciuto. Si deve quindi qualificare come r. ogni filosofia che ammette l'esistenza e la conoscibilità di una realtà in sé (sia essa cosmica o umana o divina). In senso più proprio, per r. si suole intendere la filosofia che ammette una vera conoscenza del mondo umano e, ulteriormente, di Dio.

Il r. si presenta nel pensiero contemporaneo come reazione a tutte quelle forme di soggettivismo idealistico le quali, in base al principio della priorità del conoscere sull'essere, risolvono la realtà in determinazione di pensiero, nel senso che la realtà non è pensabile se non in funzione dell'attività pensante per cui è pensabile (G. Gentile, *Teoria generale dello spirito come atto puro*, cap. 1, n. 1). Questa integrale affermazione della «idealità del reale» (ibid.) ebbe nel pensiero occidentale la sua preparazione Guglielmo di Occam (v.). Descartes (v.), BERGER, ELIE (v.), e si è sviluppata in dipendenza della concezione trascendentalistica kantiana e della conseguente soppressione fichtiana della «cosa in sé». Come quindi l'idealismo moderno fu virtualmente preparato fin dal tempo in cui «les scholastiques de la décadence, et Descartes à leur suite, ont séparé l'objet de la chose» (J. Mairat, *Les degrés du savoir*, 3a ed., Parigi 1939, cap. 3, p. 177), così si può dire che la recente reazione antidealistica preparò, talora ancora inconsciamente, un ritorno critico alla concezione classica del conoscere come intenzionalità aperta all'essere.

Il significato moderno della parola r. è dunque soprattutto gnoseologico, cioè critico-metafisico. Va tuttavia tenuto presente che l'introduzione del termine nel linguaggio filosofico è connessa con la disputa medievale sugli universali. Mentre i «nominales» o «terministi» tendevano a ridurre l'universale a un puro nome (flatus vocis; V. ROSELLINO), i «reales» o «realista», nell'intento di salvare l'oggettività del concetto universale, affermavano l'esistenza di una natura «indifferens» nei riguardi della sua singolarità (v. GUGLIELMO DI CHAMPEAUX). Abelardo (v.) con le sue controversie iniziò la mediazione tra queste posizioni estreme, preparando così quel r. moderato che poi s. Tommaso determinò egregiamente fin dal primo opuscolo *De ente et essentia*. Oggi il r. nominalismo (v.) nelle sue varie forme, come dal r. metafisico esagerato sia platonico (che separava l'εδος o forma universale dal singolari) sia medievale (che non identificava la natura universale con la singolarità) sia più recente (che si fonda sulla intuizione trascurando l'astrazione). Questa accezione neoscolastica del termine r. non si oppone pertanto al senso gnoseologico oggi più in uso; essa indica l'approfondimento del problema, sotto l'aspetto dell'uno e dei molti (v. UNIVERSALISTI).

Poiché la concezione della conoscenza come aperta all'essere è in accordo con la persuasione comune, si può dire che oggi il r. tende ad armonizzare le esigenze fondamentali della conoscenza spontanea (r. spontaneo) con le determinazioni sempre più precise della cognizione riflessa (r. critico). Il punto di partenza è il fatto primo della coscienza umana originante e riflettente: in quanto umana, essa rivela ciò che è genuino nell'uomo (certezza naturale); in quanto riflettente, essa rivela ciò che più interessa il filosofo (certezza scientifica). Le due certezze sono complementari appunto perché fondate nella concretezza della coscienza. Rilevando l'inalterabilità di questa concretezza, il r. riconosce che il darsi della coscienza coincide con il darsi della certezza di una qualche verità, e che quindi un dubbio universale circa la verità non può essere che illusorio. Una ricerca critica che prescindesse dai suoi dati di fatto sarebbe umanamente impossibile; una ricerca critica che si fermasse ai soli dati, renderebbe impossibile lo sviluppo della filosofia. Il r. trova nella coscienza originante e riflettente l'avvio contemporaneo alla constatazione dei dati di fatto e all'approfondimento dei fatti constatati, e quindi la giustificazione iniziale del metodo fenomenologico inteso come fondamento del metodo riflessivo dialettico.

La problematica del r. è multiforme, ma è chiaro che ogni ulteriore sviluppo si fonda sul problema iniziale: la possibilità di una verità fondata nell'ente reale. Tale problema non ha soltanto una priorità logica su ogni altra ricerca, ma è anche storicamente giustificato dalle varie posizioni filosofiche. Lo scetticismo (v.) infatti professa la universale incertezza nei riguardi dell'ente reale; il relativismo fenomenistico non riconosce alcuna verità assoluta e restringe la conoscenza entro i limiti della soggettività; l'idealismo (v.) afferma la verità assoluta, ma considera l'oggetto come un prodotto in manente dell'attività conoscitiva; e il recente antinelittualismo, pur non negando all'oggetto una consistenza in sé, nella sua violenza reazione al razionalismo, hegeliano tende a valorizzare la verità logica del pensiero, insistendo nel contatto più o meno rilevativo di una intenzionalità prevalentemente alogica, emotiva, volitiva. Il r. inizia pertanto la sua problematica con l'istanza fondamentale, se la verità possibile all'uomo sia o non sia l'adeguazione del pensiero all'ente reale. Per entrare nella verità, va qui inteso l'oggetto il cui essere non è pur prodotto dell'attività attualmente conoscente, ma è realtà in sé cui il pensiero giudicante deve adeguarsi.

Data la priorità dell'analisi fenomenologica su ogni ulteriore riflessione, la risposta al fenomenologia (v.). Le fenomenologie moderne sono diverse. Husserl preteose la «riduzione», cioè la precisione dall'essere reale dei dati oggettivi e soggettivi (cf. Ideen, 3a ed., Halle 1928, pp. 94-95). Heidegger invece insiste sulla rivelazione dell'essere fondante (cf. Sein und Zeit, Halle 1927, pp. 35-36 e 38, n. 1), ma suppone che questo essere non possa esser quello della metafisica classica (cf. Holzwege, Francoforte s. M., pp. 247 e 336). I realisti tribuiscano alla fenomenologia il compito di descrivere ciò che è dato, nel senso specifico con cui è dato. Perciò, movendo dal fatto primo della coscienza concreta, l'indirizzo realista mette in evidenza: a) che la coscienza, quale essa in concreto è data, è contemporaneamente coscienza dell'esistenza soggettiva e di una realtà oggettiva; b) che l'esistenza, pur essendo sempre autoconoscenza dei propri atti di se stesso, manifesta nei suoi molteplici atteggiamenti il suo diretto riferimento intenzionale all'oggetto in sé, contenendo una conoscenza inesauribilmente progressiva; c) che questa intenzionalità non è puramente razionale, come vuole l'idealismo, ma anche volitiva e pratica; in modo però d) che la violazione e l'azione si rapportano sempre all'oggetto quale esso è presentato dal pensiero. La nostra inalienabile coscienza non è pertanto chiusa nel puro pensiero, ma rivelatrice della nostra reale esistenza, la quale a sua volta è in relazione e si inserisce nella molteplicità mondana e umana; poiché non solo nella nostra esperienza interiore tutto è concreto e individuale, e nulla è idealisticamente trascendentale; ma soprattutto l'oggetto, che l'idealismo pretende esser pura determinazione di pensiero, si presenta come pre-costituito in sé, e come tale si impone al pensiero e alla volontà, all'azione e alla vita. Se, come s'è indicato, per entrare reale si deve intendere quel termine dell'esperienza che ha un essere suo proprio e indipendente dalla coscienza che lo rivela e lo giudica, non si può negare la verità umana e insostituibile della filosofia realistica.

Se la verità umana non può essere che la verità realistica, sarà sempre possibile confermare i risultati della fenomenologia realistica mostrando l'impossibilità di fatto delle teorie non realistiche. Come il dubbio universale dello scettico e il fenomenismo universale del relativismo sono di fatto posizioni illusorie, che si superano nel momento stesso che si pongono, così analogamente il soggettivismo idealistico può porsi come filosofia soltanto perché soggiunge il pensiero realista. L'idealismo si ammette infatti che la riflessione filosofica è preceduta dal momento primo della conoscenza spontanea per cui è data la realtà empirica, e attribuisce alla riflessione filosofica il compito di rilevare l'aspetto genuino e profondo. Il passaggio, nell'idealismo, è una coscienza trascendente e un'attività trascendentale che ha conosciuto, per mezzo della riflessione filosofica, diversa coscienza, suppone a sua volta che la filosofia è rivelatrice del reale esistente, e che quindi la verità del filosofo altro non può essere se non l'adeguazione del pensiero all'essere. Analoghe osservazioni valgono nei riguardi delle posizioni antinelittualistiche. Il corretto e moderato intellettualismo procede per concetti essenziali ricavati dall'esperienza, rileva i principi in cui si chiarificano e giustificano i nostri giudizi; ne trae conclusioni e le coordina in sistema: e questo, in fondo, è il processo di ogni filosofia.

Il r. si determina ulteriormente nei problemi particolari della conoscenza umana (v. CONOSCENZA; INTENZIONALITÀ; VERITÀ E FALSITÀ). Nei problemi che si riferiscono alla realtà sensibile (v. PERCEZIONISMO; SENSAZIONE; SPAZIO; TEMPO), il r. può essere inteso in senso mediato o immediato. Per il mediatismo, nella conoscenza è data immediatamente la rappresentazione interna e solo per ragionamento è inferita l'esistenza del reale in sé; per l'immediato, il termine del conoscere è lo stesso reale in sé, in quanto la cosiddetta rappresentazione non è oggetto ma «forma» (medium quo, in quo) in cui si apprende l'oggetto. Nel pensiero neoscolastico si ammette per lo più che il r. soggettivismo (v.) e non perviene con sicura certezza al determinato essere in sé. Nonostante il valore di alcune gnoseologiche mediatiste, il r. moderno neorealismo (v.), orientandosi prevalentemente verso l'immediatezza del rapporto intenzionale.

Vanno infine notate accezioni parallele del termine. In estetica (v.) r. ARTE (v.) non come pura intuizione spirituale, ma insieme come espressione delle forme e valori della realtà naturale. Nella prassi artistica il termine assume talora senso peggiorativo, come tendenza a riprodurre nell'arte, con immediata e fedeltà assoluta, gli aspetti anche più deteriori del reale. Come tendenza psicologica, r. indica l'abitudine alla valutazione oggettiva dei fatti e delle cose, e l'aderenza della condotta alle esigenze della realtà, dell'ambiente e, in genere, delle condizioni concrete della prassi.

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