La sua attività poetica si può dividere in tre periodi. Il primo (1841-52 ca.), con l'eccezione della novella Edménégarda, comprende un gruppo di raccolte liriche tipicamente romantiche (Canti lirici, Canti per il popolo e Balate, 1843; Memorie e lacrime, 1844; Passeggiate solitarie,

1847; Storia e fan-tasia, 1851; Canti politici, 1852). Il secondo è contrassegnato da tentativi di poemi più vasti (Dio e l'umanità, di cui fu scritto solo l'episodio Jeleno di Siracusa, 1852; Satana e le Grazie, 1855; Rodolfo, 1853; Ariberto, 1860; Armando, 1868; i tre ultimi si impegnano nella descrizione di anime malate di scetticismo). Nel terzo
PRATI. GIOVANNI - Ritratto.
Il P. concentra l'ispirazione attorno ai suoi più originali motivi, che si esprimono in un descrittivo musicale della natura sentita nella sua totalità attraverso le piccole creature (Pisiche, 1876; Iside, 1878).
L'intervento frequente della religione nell'opera del P. è uno dei mezzi per l'innalzamento dei fatti a quell'ideale che vuol essere soggetto e non perpetuo della sua poesia. Così Dio può essere eguagliato a un nebuloso ineluttabile destino, e come tale divenire persuasore di passione e di male, mentre altre volte la religione si identifica con la morale comune e con gli affetti gentili e familiari del poeta; altrove religione e amore sono mischiati in un modo che lontanamente preannuncia il Fogazzaro; caduta e cristiana redenzione sono prediletti come elementi patetici e di effetto; la preghiera diviene motivo musicale e scenografico.
Politicamente, il P. passò da una entusiastica adesione agli atteggiamenti di un papato contemplato come liberatore e pacificatore (secondo ideologie che risentono di quelle del Gioberti e del Balbo) ad una distinzione tra l'opera dell'uomo e quella del pontefice nell'attività del Papa successiva al 48 (A Ferdinando di Borbone, in Canti politici). Essa preludeva ad un'analoga distinzione fra Stato e Chiesa, cui si attenne il P. dopo la proclamazione del Regno d'Italia. Si professò credente, come nelle altre, così nella fase finale della sua vita (Discorso al Senato del 7 giugno 1876). Difficilmente persuasivo appare invece il tentativo di ricondurre nell'ambito della religione il naturalismo panico di quella stessa fase, che è d'altronde di natura specialmente artistica.