Il suo territorio (187 mila kmq.), che si estende dal Mar di Levante all'alta Mesopotamia (Tigri) e dal Tauro al Gebel Druso, abbraccia un vasto settore desertico o subdesertico ad E., ed uno assai più vario e ricco di risorse ad O., dove, tra i rilievi interni (Golan, Hermon, Antilibano) e la costa, anch'essa sormontata da alte superfici, si allunga il corridoio depresso in cui corrono, con opposta pendenza, l'Oronte (Nahr el-'Aşi) ed il Leonte (Nahr el-Litānī). Salvo che in corrispondenza ai lembi più elevati ed alla zona subitanea, il paese soffre per scarsa di acque (il clima, di tipo mediterraneo, in-saprisce questo carattere nell'interno): le sue possibilità economiche sono perciò condizionate dalla possibilità di risolvere il problema irrigatorio, dato che anche la pasto-rizia non dispone di pascolo adeguato, e difettano risorse minerarie di qualche momento.
Le culture occupano appena 1/8 della superficie territoriale e provvedono in sostanza al fabbisogno interno (cereali, legumi, viti, olivo, sesamo, cotone); mentre una certa importanza hanno il tabacco e gli alberi da frutto (albicocco). Nell'allevamento prevalgono gli ovini e i capri (scarsi i bovini). Assai più notevole è la bachicoltura, il cui prodotto alimenta un cospicuo e tradizionale artigianato; valenti artigiani lavorano anche cotone, seta artificiale e pellame. Le industrie, sebbene in sviluppo, si limitano a trattare la produzione locale di materie prime; le due maggiori città sono in pari tempo i più attivi centri manufattieri del paese.
La popolazione, quasi tutta addensata nella S. occidentale, è assai eterogenea si dal punto di vista etnico (forti minorità di Arabi, Turchi, Armeni, Persiani, Européi, ecc.), come da quello religioso. Numerosi i grossi centri, molti dei quali hanno tradizioni lontane e sono anche grandi centri di cultura; solo Homs supera i 100.000 ab. La S. manca di un porto adeguato (Laodicea e Tartus sono solo centri di pesca); la maggiore parte del suo commercio marittimo ha luogo attraverso Beirut (Libano).
dalla permanenza della S. come provincia nel califfato islamico. Dall'877 al 1516 si succedono in S. varie dinastie, con dominio più o meno esteso, per la massima parte provenienti dall'Egitto ed ivi regnanti. Si apre in questo periodo la lunga parentesi delle Crociate (1097-1291). Dal 1516 al 1920 la S. è sotto l'impero ottomano. Dal 1920 in poi, attraverso il protettorato francese, si svolgono le fasi successive dell'indipendenza siriana, realizzatasi nel 1946.
La storia della S. è molto frammentaria. Non sussiste una forte unità nazionale; è piuttosto la storia di singole regioni e città. Si dovranno perciò tener presenti da un lato le voci relative alle regioni (LIBANO, ecc.) ed alle città principali (ALEPPO; DAMASCO, ecc.), dall'altro le voci ISLAM, per il periodo di permanenza sotto il califfato; EGITTO, per le più provenienti; TURCHIA, per il periodo dell'occupazione ottomana.
Si tenga presente che le indicazioni cronologiche relative alle singole dinastie concernono solo il loro periodo di permanenza in S.
1. La conquista (634-40)
Le fasi principali della conquista araba in Siria (e contemporaneamente in Palestina [v.]) sono: le vittorie di Aghadajn (634) e di Fihl (Pella, 635); la presa di Damasco (635); la battaglia del fiume Jarmuk (636), decisiva; la conquista di Gerusalemme (638) e di Cesarea (640).L'amministrazione araba, in S. come altrove (v. ISLAM, L'espansione storica), mantenne inizialmente il carattere di occupazione militare. La S. fu divisa in gund, distretti militari: Damasco, Hims, Palestina, Giordano; il califfo Jazid I aggiunse poi Qinnasrin. La popolazione soggetta fu sottoposta a tributo, fondiario (harag) e personale (gizjah). I convertiti all'islam (marakli) venivano esentati dalla gizjah ed aggregati come clienti alle tribù arabe.
2. La S. sotto il califfato (640-877; 905-35). - Con l'avvento della dinastia umajade (661-750), la S. divenne il centro del califfato. La capitale fu portata a Damasco e vi rimase, benché gli ultimi califfi umajadì vi risiedessero raramente, fino a Marwan II (744-750), che la trasferì a Harrân in Mesopotamia; causa non ultima della caduta della dinastia. Il fondamento della potenza umajade fu l'esercito, costituito dalle tribù arabe esistenti in S. prima della conquista, unite ai conquistatori. Furono d'altronde le lotte interne tra queste tribù (divise in qaisiti e jamaniti) a minare la saldezza dello Stato. Il progressivo scomparire dei campi militari determinò una parallela arabizzazione etnica e linguistica; a quest'ultima contribuì l'introduzione dell'arabo nell'amministrazione del tempo di 'Abd al-Malik (685-705) e la parziale rimozione dell'elemento indigeno dalle cariche amministrative. L'islamizzazione fu scarsa, pochi relativamente i mawali: ciò prova la tolleranza goduta in genere dai sudditi non musulmani.
Gli 'Abbasidi, saliti al potere (750), trasferirono la capitale a Bagdad. La S. rimase semplice provincia. La direzione dello Stato fu tolta ai Siriani. Questi tentarono a più riprese rivolte: ma le persistenti discordanze tribali le resero sterili. La pressione fiscale fu intensificata; del pari quella religiosa, culminante nelle misure discriminatorie di al-Mutawakkil (847-61).
I Tullunidi di Egitto conquistarono la S. nell'878. Seguì una breve restaurazione 'abbaside (905-39), e poi riprese la serie delle dinastie egiziane: esse dovettero lottare con dinastie provenienti dall'est (soprattutto Selgüqidi e atabeg) e con gli Stati fondati dai Crociati.
3. Le dinastie autonome fino all'invasione selgüqida (877-905; 935-1076)
I Tullunidi resero la S. dall'877 al 905; gli Isfididi dal 939 al 969. Entrambe le dinastie
Siria - Antica diga dell'Oronte, presso Hamat.
erano turche. Agli Ibišididi il califio di Bagdad contrappose i Hamdānidi, che dalla Mesopotamia si spinsero nella S. settentrionale e la dominarono, con centro ad Aleppo, dal 944 al 1003; il massimo sovrano hamdānide fu Sajf ad-dawlha, alla cui corte visse il poeta al-Mutanabbī. Al nord, i Hamdānidi dovettero far fronte ai Bizantini, che, occupata Antiochia (608), si spinsero a 'Arqah. A sud, i Fātimidi, occupato l'Egitto nel 969, si spinsero al tempo stesso in S., soppiantando gli Ibišididi e più tardi anche i Hamdānidi. I Fātimidi, attraverso lo sfruttamento dei loro governatori, indebolirono le risorse del paese; la propaganda s'ita si sviluppò, manifestandosi nei movimenti estremisti dei drusi, nuajri, mutawāli (v. ISLĀM, Le sitte). Nel sec. XI i Fātimidi decadero: in Aleppo si stabilì la dinastia dei Mirdāsidi (1023-79); poi la occuparono gli 'Uqajlidi di Mesopotamia dal 1079 al 1085. Il dominio fàtimidi in S. può considerarsi finito con la presa di Damasco da parte dei Selġūqidi (1076).
4. I Selġūqidi e gli atābeg
I Selġūqidi (v. TURCHIA), conquistata la S., vi rimasero con un ramo della famiglia fino al 1117. La formazione di dinastie di atābeg, loro ufficiali, comune a tutte le parti dell'Impero, si verificò anche in S.: a Damasco governarono i Būridi (1103-54); ad Aleppo, e poi anche a Damasco, i Zangidi (1128-81), che con Nūr ad-din vi riportarono un'epoca di prosperità.Crociate (v.). I cristiani conquistarono Antiochia nel 1098, Gerusalemme nel 1099, Tiro nel 1124. La loro occupazione si estese in S. sulla costa e su parte dell'interno, senza però raggiungere le grandi città: Aleppo, Hamāh, Ḥims, Ba'albek, Damasco. Con Nūr ad-din cominciò la ripresa musulmana.
5. Gli Ajjābidi (1174-1206)
L'ajjābide Salāh ad-din (Saldino), sostituito in Egitto ai Fātimidi nel 1171, intraprese alla morte di Nūr ad-din la conquista della S., completandola tra il 1174 e il 1183. Si volse quindi contro i Crociati e nel 1187 li batté a Ḥāṭīn, riconquistando Gerusalemme e respingendoli sulle città fortificate della costa. Qui i Crociati ebbero qualche guadagno con la terza Crociata, che diede loro Acri ed il tratto costiero da Tiro a Giaffa. Morto Saladino (1193), al-Malik al-Kāmil cedette per trattato Gerusalemme a Federico II (1229). La città fu però ripresa definitivamente nel 1244. La dinastia ajjābide fu soppiantata in Egitto dai Mamelucchi nel 1250. Dei rami secondari in cui si era frazionata, i più importanti di S., Damasco e Aleppo, finirono nel 1260; Ḥims nel 1262; il ramo di Hamāh durò fino al 1341, ma sotto l'autorità dei Mamelucchi.6. I Mamelucchi (1260-1516)
I Mamelucchi sfruttarono in S. l'invasione mongola, con la vittoria di 'Ajn Gālūt (1260) e Marāg as-Suffar (1303). Proseguirono la lotta contro i Crociati, fino a cacciarli definitivamente (1291, presa di 'Aṭṭīf). Nel 1401 Timūr Lang (Tamerlano) invase la S., saccheggì Aleppo e Damasco, ritirandosi successivamente. Amministrativamente, i Mamelucchi divisero la regione in sei dipartimenti (nijābah), e cioè Damasco, Aleppo, Hamāh, Tripoli, Saffad, Kerak. I governatori (nā'ib), tra cui quello di Damasco predominava, venivano cambiati molto spesso, onde impedire che si rendessero autonomi. Il loro sfruttamento economico depresse la S., la cui attività commerciale aveva già subito un forte colpo dalla fine delle Crociate. Tra le agitazioni interne di questo periodo, rimarchevolle quella del Libano, legata ai movimenti estremo-sī'itī (1293-1305). Il dominio mamelucco in S. finì nel 1516, anno in cui, con la vittoria di Marāg Dābiq, Selim I annesse la regione all'Impero ottomano.7. La S. sotto l'Impero ottomano (1516-1920). — La S. fu divisa amministrativamente nei pāšāliq di Aleppo, Tripoli, Damasco, e poi Sajdā. Come i nā'ib mamelucchi, i pāšā, cambiati con grande frequenza, si diedero allo sfruttamento economico del paese, provocandone l'ulte-riore decadimento. La loro autorità non si estendeva oltre le grandi città ed i dintorni: le campagne ed i monti rimasero sotto emiri locali. In particolare, Libano (v.) era semi-autonomo: lo abitavano comunità musulmane eterodosse (drusi, nuajri, mutawāli) insieme a gruppi cristiani (melkiti, giacobiti, maroniti). L'emiro Farb ad-din (Faccardino, 1585-1635), della dinastia dei Banū Mā'n, vi si ribellò agli Ottomani, rendendosi per qualche tempo indipendente ed allacciando relazioni con alcuni Stati europei. Altro centro di ribellione fu più tardi Acri: il signore locale az-Zāhīr vi si mantenne autonomo di fronte alla Porta dal 1750 al 1775; il suo successore Gazzār (1775-1804) vi ebbe pure grande potenza, resistendo con successo all'attacco di Napoleone (1779).
L'appoggio dell'emiro libanese Bašir, della dinastia Išhāb successa ai Mā'n, favorì nel 1831 la conquista egiziana della S.: solo nel 1840, sotto la pressione delle potenze europee, le truppe di Muḥammad 'Alī dovettero ritirarsi e l'autorità ottomana fu restaurata.
Nel 1860 il Libano fu centro di nuove agitazioni: i massacri dei maroniti ad opera dei drusi provocarono l'intervento francese: la regione fu resa amministrativamente autonoma ed ebbe un governatore cattolico, la cui nomina doveva essere approvata dalle potenze europee.
Gli anni che precedettero la prima guerra mondiale videro, di fronte all'acutezzarsi dell'oppressione dei Turchi ed alla loro indifferenza per il progresso economico del paese, un risveglio nazionalistico della S. ed un riavvicinamento tra cristiani e musulmani contro il comune nemico. La Francia contribuì con i suoi capitali alla costruzione di un forte ferroviaire ed all'apertura di scuole. Vi fu un notevole fiorire della cultura, che pose la S., insieme all'Egitto, all'avanguardia dei paesi musulmani; qui fu efficace l'opera dei Gesuiti, che fondarono nel 1875 l'Université St-Joseph a Beirut, centro del movimento culturale.
Allo scoppio della guerra mondiale (1914) i Turchi soppressero l'autonomia libanese. Attraverso la S., tentarono due volte (1915 e 1916) di invadere l'Egitto. La controffensiva alleata li sbaragliò. Gli Inglesi occuparono nel 1918 Damasco; i Francesi si stabilirono sulla costa. L'armistizio fu sottoscritto nello stesso anno. Due anni dopo, l'emiro Fajsal si proclamò re a Damasco, ma i Francesi, cui per l'accordo Sykes-Picot (1916) spettava il controllo della regione, lo costrinsero alla fuga. Il 10 ag. 1920 il Trattato di Sèvres sancì il distacco della S. dall'Impero ottomano e preannunciò il regime mandatario.
8. La S. contemporanea (dal 1920 in poi). — Il mandato fu affidato alla Francia (1922). La S. fu divisa in quattro Stati autonomi (1925): S. propriamente detta; Stato degli 'alawiti (nuova denominazione dei nuajri) o di Lādiqijjah; Ġebel druso; Gran Libano.
Malgrado la politica francese, intesa al progresso economico e culturale del paese, il movimento nazionalista ha continuato l’agitazione per l’indipendenza. Una rivolta fu sedata negli aa. 1925-26. Nel 1936 un Trattato franco-siriano sanciva l’indipendenza della S. e del Libano entro tre anni; nello stesso anno gli Stati degli ‘alaviti e del Gebel druso furono annessi alla S. La mancata ratifica del Trattato da parte della Francia suscitò vive agitazioni.
Scoppiata la seconda guerra (1939) e caduta la Francia, le truppe francesi in S. seguirono il governo di Vichy. Battute dagli Inglesi e dai degaullisti (1941), questi ultimi le sostituirono. Il generale Catroux proclamò nello stesso anno l’indipendenza della S. e del Libano, salvo le limitazioni dovute allo stato di guerra. Il permanere di queste limitazioni, acuito dalla politica repressiva francese, determinò nel 1945 una violenta rivolta. L’intervento inglese costrinse i francesi al definitivo sgombero, che avvenne nel 1946.
I primi anni della S. indipendente sono caratterizzati da grande instabilità politica. I contrasti interni dei partiti e la lotta d’influenza tra le potenze estere si sono riflessi in una serie di cambiamenti di governo e di colpi di Stato. L’ultimo di questi ha portato al potere (29 novembre 1951) il movimento militare guidato da Adib e Sissakli, sono stati imprigionati i capi del «partito del popolo» che avevano in precedenza diretto la politica siriana successivamente è stata sciolta la Camera, poi abolita tutti i partiti politici.
IV. SITUAZIONE ATTUALE DEI CATTOLICI
Il territorio della odierna S. fa parte dell’antico patriarcato di Antiochia (v.). Dal sec. V vi fiorì anche il monofisismo e GIACOBIETTI (v.).Secondo una statistica governativa del 17 luglio 1952 la popolazione siriana è così divisa: cattolici 114.086 (dei quali: Melkiti 51.493, Siri 18.127, Armeni 18.010, Caldei 5116, Maroniti 15.112, Latini 6228); dissidenti 319.289 (dei quali: Greci 156.886, Giacobiti 44.971, Gregoriani 107.251, Nestoriani 10.181); protestanti 12.671. I cristiani sono in totale 446.046, di fronte a 2.644.991 musulmani.
La gerarchia cattolica è presente in S. con le seguenti circoscrizioni ecclesiastiche: per i Melkiti: diocesi patriarcale di Damasco, sedi metropolitane di Aleppo, di Bostra e Hauran, sede arcivescovile di Homs per i Siri; sedi metropolitane di Damasco e di Homs, vicariato patriarcale dell’Alta Gezira; per gli Armeni: sede arcivescovile di Aleppo, vicariato patriarcale dell’Alta Gezira; per i Caldei: amministrazione apostolica della S. (e del Libano); per i Maroniti: sedi vescolari di Aleppo e di Damasco; per i Latini: vicariato apostolico di Aleppo. Si deve però tenere presente che essendo stati fissati solo di recente i confini politici tra la S. ed il Libano, alcune circoscrizioni che hanno il centro in S. si estendono anche nel Libano e viceversa.
Aleppo, tra le città siriane, è quella che conta il maggior numero di cristiani: tutti i riti cattolici e dissidenti vi sono rappresentati e vi fioriscono molte opere scolastiche e di assistenza. I cristiani alppini sono il 40-50% della popolazione; la percentuale va diminuendo per l’emigrazione di molti Armeni e l’afflusso, per ragioni economiche, verso il litorale. Damasco, invece, è la capitale morale dei cristiani siriani, perché vi risiedono i patriarchi dissidenti e quello melkita (cattolico): dal punto di vista demografico i cristiani della capitale sono appena il 10% della popolazione. L’attualità conta anche un preponderante cristianesimo, perché nella sua regione, già chiamata «Stato degli Alauiti», i cristiani, in maggioranza greci dissidenti, ammontano a ca. il 25% della popolazione. Homs, l’antica Emesa, è sede del patriarcato giacobita. Vi è però anche una comunità melkita molto fiorente. La regione del Hauran si presenta come un campo di missione: l’Alta Gezira ha accolto numerosi gruppi di Assiri profughi.
Dal 1762 al 1947 la S. Sede fu rappresentata in S. da un delegato apostolico, che era insieme anche vicario apostolico di Aleppo per i Latini. Dopo la separazione del Libano dalla S., mentre a Beirut è stato inviato un nunzio apostolico, in S. la S. Sede fu rappresentata dal 1951 da un incaricato di affari (per la delegazione apostolica) con residenza a Damasco. Recentemente sono state stabilite regolari relazioni diplomatiche: la S. Sede è rappresentata da un internunzio apostolico e la S. ha accreditato presso il Vaticano un ministro plenipotenzario (cf. L’Osservatore Romano, 22 febbr. 1953).
Oltre agli Ordini e congregazioni religiose dei vari riti orientali, molti Ordini e congregazioni di rito latino, maschili e femminili, svolgono il loro apostolato in S. con scuole e opere di assistenza, di cui beneficiano anche i dissidenti, gli Ebrei ed i musulmani.
Nel 1950, in occasione della redazione e discussione del progetto della nuova Costituzione, i capi delle comunità cristiane (cattolici e dissidenti) hanno svolto una efficace azione a tutela dei diritti ecclesiastici: così si è potuto evitare che nella Costituzione l’islam fosse proclamata religione di Stato. La religione dell’islam, infatti, implica una legislazione che investe le varie attività dei cittadini: perciò, se l’islam fosse diventata religione di Stato, sarebbe stato facile conformarsi tutta la legislazione statale, arrivando perfino ad impugnare come anticostituzionale ogni legge che non fosse conforme ai principi islamici. Nel preambolo della Costituzione, approvata il 5 sett. 1950, è detto: «dato che la maggioranza del popolo professa l’islam, lo Stato proclama il suo attaccamento all’islam e ai suoi sublimi ideali. Noi proclamiamo che il nostro popolo è deciso a rafforzare i legami di cooperazione con i popoli del mondo arabo e musulmano, a edificare lo Stato sulle basi della sana moralità concepita dall’islam e dalle altre religioni rivelate a combattere l’ateismo e la dissoluzione dei costumi». Ed all’art. 3: «La religione del presidente della Repubblica è l’islam. Il diritto musulmano è la sorgente principale della legislazione. La libertà di fede è garantita. Lo Stato rispetta tutte le religioni rivelate e garantisce la libertà di culto, eccetto gli atti contro l’ordine pubblico. Lo statuto personale delle comunità religiose è garantito e protetto».
L’art. 28 dispone circa le scuole e l’insegnamento: esso contiene elementi positivi in quanto afferma e sancisce il principio della coesistenza delle scuole private accanto a quelle statali, stabilisce l’insegnamento obbligatorio in conformità con le credenze degli alunni e da un orientamento spiritualistico alla formazione delle nuove generazioni. Ma nel contempo esso accorda una eccessiva ingerenza ed un controllo severo e minuzioso allo Stato sulle scuole private e, indirettamente, sulla educazione stessa degli alunni. Tale controllo, infatti, non si limita soltanto alle materie del programma governativo, obbligatorio anche per le scuole secondarie, ma si estende altresì alle materie supplementari che, a norma del testo costituzionale, saranno determinate da una legge apposta. Né minore preoccupazione della disciplina di riguardante il movimento sportivo e scoutistico, il quale, dovunque venga organizzato, rimane pur sempre sotto
l'egida dello Stato, che si riserva di "proteggere" e di "sviluppare" con leggi e regolamenti.
I timori dei cattolici aumentarono all'orchestra dei Decreto-Legge del 17 marzo 1952 (n. 175), che riorganizzava su basi nuove l'insegnamento non statale in S. L'innovazione più pregiudizievole per le comunità cristiane era l'abolizione vera e propria, benché implicita, del concetto di scuola confessionale: infatti, per mezzo di un'abile distinzione tra fondatore e direttore delle scuole confessionali, il documento sottraeva la scuola alla protezione ed efficace direzione del vescovo, considerando come unico responsabile il direttore della stessa, il quale, per entrare in funzione, ha bisogno dell'approvazione governativa; altri articoli costituivano il governo arbitro esclusivo dell'esistenza delle singole scuole confessionali, come pure della loro attività e amministrazione. Particolarmente sensibile per la Chiesa cattolica era il colpo infero alle scuole missionarie (definite estere), essendo assolutamente vietata la loro fondazione in avvenire.
I capi cristiani, di comune accordo, presentarono le debite rimostranze e riuscirono ad ottenere notevoli temperamenti. Un altro Decreto-Legge dell'8 apr. 1952 (n. 199) veniva a ledere gli interessi cattolici: le organizzazioni scettiche dovevano essere tutte assorbite da quelle statali; gli scouts cattolici, per evitare il peggio, preferirono procedere all'autoscioglimento.
V. LINGUA SIRIACA
SEMITICHE, LINGUE (v.), propria alla Chiesa siriaca orientale, sviluppata dall'armazionari orientale parlato ad Edessa, capitale dell'Ossore e dalla regione dominata al tempo della nascita di Gesù della dinastia degli Abgaridi. Si distingue in due dialetti, l'orientale più conservato, in uso presso i nestoriani, e l'occidentale, usato dai giacobiti. Questi dialetti si distinguono più chiaramente fra dalla separazione politica e poi religiosa, che nel sec. IV sottopose gli occidentali a Bisanzio, gli orientali ai Sassanidi.Il sistema fonetico della lingua è caratterizzato da una spiccata riduzione vocalica alla fine delle parole, effetto dell'accento che grava sulle altre sillabe. Le vocali originariamente brevi, in sillaba aperta e atona sono ridotte alternativamente in vocale brevissima indistinta (ebr. šēwā'), con la quale una j precedente si unisce in l. Questa legge però è sospesa in formazioni secondarie, più tardive. Nella sillaba che precede l'accento, in opposizione all'ebraico, la vocale è abbreviata. Il ricco sistema consonantico dei Semiti è semplificato, come nell'armazionari comune. Le dentali originariamente spiran sotto diverse esplosive (momentane): d > d, t > t, d > ' (non più q), s > t; invece di s si ha s; sono rimaste soltanto una ' e una h (orient. h). Le esplosive non enfatiche, che sono aspirate, si fanno spiranii nelle stesse condizioni che nell'ebraico, con l'eccezione che la w e la j dei dittonghi sono consonanti che chiudono la sillaba. L'assimilazione consonantica prevale sulla dissimilazione (p. es., sir. nedda', aram. jinda'). Il peso dell'accento è per lo più nella stessa sillaba dell'ebraico; non si osservano però forme pausali. In sillaba chiusa e atona la i diventa normalmente e, a si fa d. Nel siriaco occidentale a, e sono divenute d, i, si conserva però e proveniente da a' (p. es., tēhod = prenderai). Il siriaco orientale ha conservato un vocalismo più antico, e nel consonantismo, p. es., invece di h, spirare sorda laringale, si ha h, spirare sorda velare.
Nella morfologia verbale, riguardo alle formazioni dei temi, l'intransitivo qatula si è fatto rarissimo: qatula spe

Siria - Porta di S. Paolo a Damasco.
sso si confonde con qatala. Mancano affatto i passivi in n, i riflessivi in n, e il conativo; il causativo si forma con ' , benché vi siano tracce anche del causativo in sa e ha. Vi è pure un riflessivo proprio del tema fondamentale, del tema intensivo e del tema causativo. Si trova di tanto in tanto una formazione con dittongo (aw, aj) nella prima sillaba: p. es., sajbar = nutrire, gawzel = accendere. Raddoppiamento della 3a radicale c'è, p. es., 'abded = far servo', 'ajnen = guardare'; ripetizione della 2a e 3a radicale, p. es., in hēsawzī = farsi vedere ripetutamente; cioè = andar tronfo =, estérragar = fantastica = dà šērāgā, = lampada. Spesso si incontra la ripetizione dell'intera radice biradicale, p. es., ramrem = elevare, qangen = cantare. Radici a 4 radicali non di rado nascono dalla dissimilazione della radicale raddoppiata di un qatala, p. es., 'argelda' = aggel = voltolare, pargi = rallengrare = dalla rad. pegjā = piacere. Quanto alla flessione si osserva che nell'imperfetto non c'è più né lo iussivo né l'energico. Certe modalità si esprimono però con forme del verbo = essere (hēcā) composte con participio o forme finite. È rimasta invece qualche traccia del fatto che, come nell'arabo, anche in siriaco ad un perfetto qatula corrispondeva un imperfetto jagtulu, ciò che appare ancora in forme come neqrob = sarà vicino, nehōb = sarà magro. Come tempo addirittura nuovo appare in armatura, mentre il part. assoluto con un valore di un autore, è stato assoluto con un valore di un autore, è stato assoluto con un valore di un autore, è stato assoluto con un autore, è stato assoluto con un autore, è stato assoluto con un autore, è stato assoluto con un autore. Nella morfologia del nome, una traccia dei casi antichi semitici forse è rimasta nell'antico locativo kaddā = a sufficienza. Forme come bēhāwējōm = in quel giorno, bēhāwēdār = in quella generazione, sembrano testimoniare che di tanto in tanto il nome per se stesso è perfettamente determinato, come accade nell'arabo, ecc. L'articolo determinato ha perduto il valore determinante, ma può essere sostituito da un suffisso, p. es., latre'sar talmidaw (Sin) toùs šōdēxā wādhītā (Mc. 6, 7); tale suffisso è usato normalmente dinanzi a un genitivo determinato (con dē), un accusativo determinato, una preposizione, p. es., 'alēh' = medittā, = contro la città. Un avanzo della mimazione, cioè dell'antico articolo indeterminato, si ha, p. es., in imām = di giorno. Lo stato costrutto con il suo nome retto esprime ormai un concetto unico e nuovo, p. es., huppāk = 'risposta'; non di rado (principalmente se part. od aggettivo verbale) lo segue una preposizione, p. es., nāšaj bappē = ipocriti, mēsām bērēsā = castigo. La desinenza femminile -at, antico segno per diverse classi di
