SIRIA

SIRIA. -

I. GEOGRAFIA

Regione storica e (dal 1946) stato indipendente dell'Asia anteriore, confinante con Turchia, 'Irāq, Transgiordania, Israele e Libano.

Il suo territorio (187 mila kmq.), che si estende dal Mar di Levante all'alta Mesopotamia (Tigri) e dal Tauro al Gebel Druso, abbraccia un vasto settore desertico o subdesertico ad E., ed uno assai più vario e ricco di risorse ad O., dove, tra i rilievi interni (Gōlān, Hermon, Antilibano) e la costa, anch'essa sormontata da alte superfici, si allunga il corridoio depresso in cui corrono, con opposta pendenza, l'Oronte (Nahr el-'Āṣi) ed il Leonte (Nahr el-Litānī). Salvo che in corrispondenza ai lembi più elevati ed alla zona sublitoranea, il paese soffre per scarsezza di acque (il clima, di tipo mediterraneo, inasprisce questo carattere nell'interno): le sue possibilità economiche sono perciò condizionate dalla possibilità di risolvere il problema irrigatorio, dato che anche la pastorizia non dispone di pascolo adeguato, e difettano risorse minerarie di qualche momento.

Le culture occupano appena 1/8 della superficie territoriale e provvedono in sostanza al fabbisogno interno (cereali, legumi, viti, olivo, sesamo, cotone); mentre una certa importanza hanno il tabacco e gli alberi da frutto (albicocco). Nell'allevamento prevalgono gli ovini e i caprini (scarsi i bovini). Assai più notevole è la bachicoltura, il cui prodotto alimenta un cospicuo e tradizionale artigianato; valenti artigiani lavorano anche cotone, seta artificiale e pellame. Le industrie, sebbene in sviluppo, si limitano a trattare la produzione locale di materie prime; le due maggiori città sono in pari tempo i più attivi centri manufattieri del paese.

La popolazione, quasi tutta addensata nella S. occidentale, è assai eterogenea sì dal punto di vista etnico (forti minorità di Arabi, Turchi, Armeni, Persiani, Europei, ecc.), come da quello religioso. Numerosi i grossi centri, molti dei quali hanno tradizioni lontane e sono anche grandi centri di cultura; solo Homs supera i 100.000 ab. La S. manca di un porto adeguato (Laodicea e Tartus sono solo centri di pesca); la maggiore parte del suo commercio marittimo ha luogo attraverso Beirut (Libano).

BIBL.: L. Stein, Syria, Londra 1926; R. Thoumin, Géographie humaine de la Syrie centrale, Parigi 1936. Giuseppe Caraci

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SIRIA - Antica diga dell'Oronte, presso Hamat.
(per cortesia del soc. F. Vattioni)
II. LA S. NELLA BIBBIA. - Sia in greco sia in latino, il nome venne usato talvolta a tradurre Aram (v.), in generale e con le determinazioni « di Damasco, di Soba », ecc.: Σορία Δαμασκού: II Sam. 8, 5; Σ. Σουβά: II Sam. 10, 8; Σ. Μοογά: I Par. 19, 6, ecc.; Syria: Os. 12, 12 (ebr. 13); Mesopotamia Syriae: Deut. 23, 5 (Aram Nahārajim); ecc.

In età giudaica (I-II Mac.) la S. è la parte principale e la Seleucidi (v.), con capitale Antiochia: ma in senso geografico il nome era di impiego più ristretto. Il Regno dei Seleucidi si estendeva dalla catena del Tauro e dalla regione della confluenza del fiume Ḥabūr nell'Eufrate a nord fino all'Egitto; geograficamente invece si distinguevano la Fenicia (II Mach. 10, 11) e la Palestina o Giudea, oltre ad altre regioni minori. Il senso politico del nome appare nella designazione dei Seleucidi come « re di S. », in contrapposizione ai Tolomei d'Egitto, a qualche « re di Damasco » (gli Areta), ecc.

Ai tempi del Nuovo Testamento la S. è la circoscrizione amministrativa romana della Syria provincia, che pare comprendesse in sostanza gli antichi territori dei Seleucidi, quindi anche la Palestina (non ci sono motivi fondati di dubbio); era retta da un governatore (ἡγεμίαν: Lc. 2, 2, Volg. praeses) che risiedeva ad Antiochia, ma agiva per mezzo di rappresentanti in vari centri, compresi i dinasti locali, che i Romani spesso lasciavano o insediavano con vari titoli. Così già Pompeo dopo la conquista (63 a. C.) lasciò a Gerusalemme Ircano sommo sacerdote ed etnarca (quasi « capopopolo »). In occasione di rivolte e torbidi a Gerusalemme interveniva regolarmente il governatore di Antiochia, come fece Q. Varo dopo la morte di Erode. In tal senso ampio, della regione siro-fenicia, il termine S. è usato nel Nuovo Testamento (Mt. 4, 24; Act. 15, 23, 41; 18, 18; 20, 3; 21, 3; Gal. 1, 21). Ingrandimenti successivi della provincia riflettono passaggi alla pura e semplice amministrazione romana di territori che avevano goduto di un governo locale: così nel 34 d. C. per la tetrarchia di Filippo, comprendente territori oltre Giordano, che di lì a poco furono assegnati ad Antipa, ma restando sotto la vigilanza del governatore di Siria (v. LEGATO; per la Giudea, V. PROCURA).

BIBL.: A. T. Olmstead, History of Palestine and Syria to the macedonian conquest, Nuova York 1931; D. Diringer, Contributi alla storia della S. settentrionale, in Giorn. Soc. insist. ital., 3 (1935), pp. 94-113 (per Ugarit-Rās Samrah); E. Vogt, Syria in Sacra Scriptura, in Verb. Dom., 16 (1936), pp. 149-60, 217-223, 279-87 (resoconto di un viaggio); F. M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, pp. 125-68. Giovanni Rinaldi

III. LA S. MUSULMANA. - La storia della S. musulmana s'inizia con l'invasione araba (634) e dura fino ai nostri giorni. Essa è caratterizzata, fino all'877,

dalla permanenza della S. come provincia nel califato islamico. Dall'877 al 1516 si succedono in S. varie dinastie, con dominio più o meno esteso, per la massima parte provenienti dall'Egitto ed ivi regnanti. Si apre in questo periodo la lunga parentesi delle Crociate (1097-1291). Dal 1516 al 1920 la S. è sotto l'impero ottomano. Dal 1920 in poi, attraverso il protettorato francese, si svolgono le fasi successive dell'indipendenza siriana, realizzatasi nel 1946.

La storia della S. è molto frammentaria. Non sussiste una forte unità nazionale; è piuttosto la storia di singole regioni e città. Si dovranno perciò tener presenti da un lato le voci relative alle regioni (LIBANO, ecc.) ed alle città principali (ALEPPO; DAMASCO, ecc.), dall'altro le voci ISLĀM, per il periodo di permanenza sotto il califato; EGITTO, per le dinastie di qui provenienti; TURCHIA, per il periodo dell'occupazione ottomana.

Si tenga presente che le indicazioni cronologiche relative alle singole dinastie concernono solo il loro periodo di permanenza in S.

1. La conquista (634-40). - Le fasi principali della conquista araba in Siria (e contemporaneamente in Palestina [v.]) sono: le vittorie di Aḡnāḏajn (634) e di Fihl (Pella, 635); la presa di Damasco (635); la battaglia del fiume Jarmūk (636), decisiva; la conquista di Gerusalemme (638) e di Cesarea (640).

L'amministrazione araba, in S. come altrove (v. ISLĀM, L'espansione storica), mantenne inizialmente il carattere di occupazione militare. La S. fu divisa in fund, distretti militari: Damasco, Hims, Palestina, Giordano; il califfo Jasīd I aggiunse poi Qinnasrin. La popolazione soggetta fu sottoposta a tributo, fondiario (barāḏ) e personale (ḡizjah). I convertiti all'islām (manvālī) venivano esentati dalla ḡizjah ed aggregati come clienti alle tribù arabe.

2. La S. sotto il califato (640-877; 905-35). - Con l'avvento della dinastia umajjade (661-750), la S. divenne il centro del califato. La capitale fu portata a Damasco e vi rimase, benché gli ultimi califò umajjadi vi risiedessero raramente, fino a Marwān II (744-50), che la trasferì a Ḥarrān in Mesopotamia: causa non ultima della caduta della dinastia. Il fondamento della potenza umajjade fu l'esercito, costituito dalle tribù arabe esistenti in S. prima della conquista, unite ai conquistatori. Furono d'altronde le lotte interne tra queste tribù (divise in qāṣiti e jamanti) a minare la saldezza dello Stato. Il progressivo scomparire dei campi militari determinò una parallela arabizzazione etnica e linguistica; a quest'ultima contribuì l'introduzione dell'arabo nell'amministrazione dal tempo di 'Abd al-Malik (685-705) e la parziale rimozione dell'elemento indigeno dalle cariche amministrative. L'islamizzazione fu scarsa, pochi relativamente i manvālī: ciò prova la tolleranza goduta in genere dai sudditi non musulmani.

Gli 'Abbāsidi, saliti al potere (750), trasferirono la capitale a Bagdad. La S. rimase semplice provincia. La direzione dello Stato fu tolta ai Siriani. Questi tentarono a più riprese rivolte: ma le persistenti discordie tribali le resero sterili. La pressione fiscale fu intensificata; del pari quella religiosa, culminante nelle misure discriminatorie di al-Mutawakkil (847-61).

I Tūlūnidi di Egitto conquistarono la S. nell'878. Segui una breve restaurazione 'abbāside (905-39), e poi riprese la serie delle dinastie egiziane: esse dovettero lottare con dinastie provenienti dall'est (soprattutto Sel-ḡūqidi e atābeg) e con gli Stati fondati dai Crociati.

3. Le dinastie autonome fino all'invasione sel-ḡūqida (877-905; 935-1076). - I Tūlūnidi resero la S. dall'877 al 905; gli Ḥifididi dal 939 al 969. Entrambe le dinastie

erano turche. Agli Iḥšididi il califfo di Bagdad contrappose i Ḥamdānidi, che dalla Mesopotamia si spinsero nella S. settentrionale e la dominarono, con centro ad Aleppo, dal 944 al 1003; il massimo sovrano ḥamdānide fu Ṣajf ad-dawlah, alla cui corte visse il poeta al-Mutanabbī. Al nord, i Ḥamdānidi dovettero far fronte ai Bizantini, che, occupata Antiochia (668), si spinsero a ʿArqah. A sud, i Fāṭimidi, occupato l'Egitto nel 969, si spinsero al tempo stesso in S., soppiantando gli Iḥšididi e più tardi anche i Ḥamdānidi. I Fāṭimidi, attraverso lo sfruttamento dei loro governatori, indebolirono le risorse del paese; la propaganda sīʿita si sviluppò, manifestandosi nei movimenti estremisti dei drusi, nuṣajrī, mutawālī (v. sette). Nel sec. XI i Fāṭimidi decaddero: in Aleppo si stabilì la dinastia dei Mirdāsidi (1023-79); poi la occuparono gli ʿUqajlidi di Mesopotamia dal 1079 al 1085. Il dominio fāṭimida in S. può considerarsi finito con la presa di Dāmasco da parte dei Selġūqidi (1076).

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SIRIA - Villaggio indigeno presso Aleppo.
(per cortesia del nbr. F. Vattioni)

4. I Selġūqidi e gli atābeg

I Selġūqidi (v. TURCHIA), conquistata la S., vi rimasero con un ramo della famiglia fino al 1117. La formazione di dinastie di atābeg, loro ufficiali, comune a tutte le parti dell'Impero, si verificò anche in S.: a Dāmasco governarono i Būridi (1103-54); ad Aleppo, e poi anche a Dāmasco, i Zangidi (1128-81), che con Nūr ad-dīn vi riportarono un'epoca di prosperità.

Crociate (v.). I cristiani conquistarono Antiochia nel 1098, Gerusalemme nel 1099, Tiro nel 1124. La loro occupazione si estese in S. sulla costa e su parte dell'interno, senza però raggiungere le grandi città: Aleppo, Ḥamāh, Ḥimṣ, Baʿalbck, Dāmasco. Con Nūr ad-dīn cominciò la ripresa musulmana.

5. Gli Ajjūbidi (1174-1260)

L'ajjūbide Ṣalāḥ ad-dīn (Saladino), sostituitosi in Egitto ai Fāṭimidi nel 1171, intraprese alla morte di Nūr ad-dīn la conquista della S., completandola tra il 1174 e il 1183. Si volse quindi contro i Crociati e nel 1187 li batté a Ḥattīn, riconquistando Gerusalemme e respingendoli sulle città fortificate della costa. Qui i Crociati ebbero qualche guadagno con la terza Crociata, che diede loro Acri ed il tratto costiero da Tiro a Giaffa. Morto Saladino (1193), al-Malik al-Kāmil cedette per trattato Gerusalemme a Federico II (1229). La città fu però ripresa definitivamente nel 1244. La dinastia ajjūbide fu soppiantata in Egitto dai Mamelucchi nel 1250. Dei rami secondari in cui si era frazionata, i più importanti di S., Dāmasco e Aleppo, finirono nel 1260; Ḥimṣ nel 1262; il ramo di Ḥamāh durò fino al 1341, ma sotto l'autorità dei Mamelucchi.

6. I Mamelucchi (1260-1516)

I Mamelucchi stroncarono in S. l'invasione mongola, con la vittoria di ʿAjn Ġālūt (1260) e Marġ aṣ-Ṣuffār (1303). Proseguirono la lotta contro i Crociati, fino a cacciarli definitivamente (1291, presa di ʿAṯlīf). Nel 1401 Tīmūr Lang (Tamerlano) invase la S., saccheggiò Aleppo e Dāmasco, ritirandosi successivamente. Amministrativamente, i Mamelucchi divisero la regione in sei dipartimenti (nijābah), e cioè Dāmasco, Aleppo, Ḥamāh, Tripoli, Ṣafad, Kerak. I governatori (nāʿib), tra cui quello di Dāmasco predominava, venivano cambiati molto spesso, onde impedire che si rendessero autonomi. Il loro sfruttamento economico depresse la S., la cui attività commerciale aveva già subito un forte colpo dalla fine delle Crociate. Tra le agitazioni interne di questo periodo, rimarchevole quella del Libano, legata ai movimenti estremo-sīʿiti (1293-1305). Il dominio mamelucco in S. finì nel 1516, anno in cui, con la vittoria di Marġ Dābiq, Selim I annesse la regione all'Impero ottomano.

7. La S. sotto l'Impero ottomano (1516-1920). - La S. fu divisa amministrativamente nei pāsāliq di Aleppo, Tripoli, Dāmasco, e poi Ṣajdā. Come i nāʿib mamelucchi, i pāsā, cambiati con grande frequenza, si diedero allo sfruttamento economico del paese, provocandone l'ulte-

riore decadimento. La loro autorità non si estendeva oltre le grandi città ed i dintorni: le campagne ed i monti rimasero sotto emiri locali. In particolare, Libano (v.) era semi-autonomo: lo abitavano comunità musulmane eterodosse (drusi, nuṣajrī, mutawālī) insieme a gruppi cristiani (melkiti, giacobiti, maroniti). L'emiro Fahr ad-dīn (Faccardino, 1585-1635), della dinastia dei Banū Maʿn, vi si ribellò agli Ottomani, rendendosi per qualche tempo indipendente ed allacciando relazioni con alcuni Stati europei. Altro centro di ribellione fu più tardi Acri: il signore locale az-Zāhir vi si mantenne autonomo di fronte alla Porta dal 1750 al 1775; il suo successore Gazzār (1775-1804) vi ebbe pure grande potenza, resistendo con successo all'attacco di Napoleone (1779).

L'appoggio dell'emiro libanese Bašīr, della dinastia Šihāb successa ai Maʿn, favorì nel 1831 la conquista egiziana della S.: solo nel 1840, sotto la pressione delle potenze europee, le truppe di Muḥammad ʿAlī dovettero ritirarsi e l'autorità ottomana fu restaurata.

Nel 1860 il Libano fu centro di nuove agitazioni: i massacri dei maroniti ad opera dei drusi provocarono l'intervento francese: la regione fu resa amministrativamente autonoma ed ebbe un governatore cattolico, la cui nomina doveva essere approvata dalle potenze europee.

Gli anni che precedettero la prima guerra mondiale videro, di fronte all'acutizzarsi dell'oppressione dei Turchi ed alla loro indifferenza per il progresso economico del paese, un risveglio nazionalistico della S. ed un riavvicinamento tra cristiani e musulmani contro il comune nemico. La Francia contribuì con i suoi capitali alla costruzione di linee ferroviarie ed all'apertura di scuole. Vi fu un notevole fiorire della cultura, che pose la S., insieme all'Egitto, all'avanguardia dei paesi musulmani; qui fu efficace l'opera dei Gesuiti, che fondarono nel 1875 l'Università St-Joseph a Beirut, centro del movimento culturale.

Allo scoppio della guerra mondiale (1914) i Turchi soppressero l'autonomia libanese. Attraverso la S., tentarono due volte (1915 e 1916) di invadere l'Egitto. La controffensiva alleata li sbaragliò. Gli Inglesi occuparono nel 1918 Dāmasco; i Francesi si stabilirono sulla costa. L'armistizio fu sottoscritto nello stesso anno. Due anni dopo, l'emiro Faṣṣal si proclamò re a Dāmasco, ma i Francesi, cui per l'accordo Sykes-Picot (1916) spettava il controllo della regione, lo costrinsero alla fuga. Il 10 ag. 1920 il Trattato di Sèvres sancì il distacco della S. dall'Impero ottomano e preannunciò il regime mandatario.

8. La S. contemporanea (dal 1920 in poi). - Il mandato fu affidato alla Francia (1922). La S. fu divisa in quattro Stati autonomi (1925): S. propriamente detta; Stato degli ʿalawiti (nuova denominazione dei nuṣajrī) o di Lāḍiqijjah; Ġebel druso; Gran Libano.

Malgrado la politica francese, intesa al progresso economico e culturale del paese, il movimento nazionalista ha continuato l'agitazione per l'indipendenza. Una rivolta fu seduta negli aa. 1925-26. Nel 1936 un Trattato franco-siriano sanciva l'indipendenza della S. e del Libano entro tre anni; nello stesso anno gli Stati degli 'alaviti' e del Gebel druso furono annessi alla S. La mancata ratifica del Trattato da parte della Francia suscitò vive agitazioni.

Scoppiata la seconda guerra (1939) e caduta la Francia, le truppe francesi in S. seguirono il governo di Vichy. Battute dagli Inglesi e dai degallisti (1941), questi ultimi le sostituirono. Il generale Catroux proclamò nello stesso anno l'indipendenza della S. e del Libano, salvo le limitazioni dovute allo stato di guerra. Il permanere di queste limitazioni, acuito dalla politica repressiva francese, determinò nel 1945 una violenta rivolta. L'intervento inglese costrinse i Francesi al definitivo sgombero, che avvenne nel 1946.

I primi anni della S. indipendente sono caratterizzati da grande instabilità politica. I contrasti interni dei partiti e la lotta d'influenza tra le potenze estere si sono riflessi in una serie di cambiamenti di governo e di colpi di Stato. L'ultimo di questi ha portato al potere (29 nov. 1951) il movimento militare guidato da Adib el-Sisakli; sono stati imprigionati i capi del «partito del popolo», che avevano in precedenza diretto la politica siriana; successivamente è stata sciolta la Camera, poi aboliti tutti i partiti politici.

BIBL.: a titolo introduttivo: H. Lammens, al-Sha'm, in Encyclopédie de l'Islam, IV, pp. 302-13; inoltre le voci della stessa enciclopedia sulle singole dinastie, personaggi, regioni, città (fondamentali, con bibli); cf. anche le parti relative alla S. ISLĀM (v.). In generale: H. Lammens, La Syrie: précis historique, a voll., Beirut 1941; A. H. Hourani, Syria and Lebanon. A political essay, Oxford 1946 (periodo moderno); P. K. Hitti, History of Syria, Londra 1951 (è l'opera principale). Sulla S. durante la Crociate; C. Cohen, La Syrie du nord à l'époque des Croisades, Parigi 1940. Sulla S. sotto i Mamelucchi; M. Gaudéroy-Demonnbynes, La Syrie à l'époque des Mamelouks d'après les auteurs arabes, ivi 1923. Per il Libano e le sue comunità religiose: P. Rondot, Les institutions politiques du Liban. Des communautés traditionnelles à l'Etat moderne, ivi 1947. Sugli avvenimenti più recenti: F. Gabrieli, Siria, storia, in Enc. Ital., app. II, I-Z, p. 836. Cronache, documentazioni e indicazioni bibliografiche periodiche nelle riviste: Oriente moderno (Roma), Cahiers de l'Orient contemporain (Parigi), The Middle East Journal (Washington). Cf. inoltre la bibl. di CROCIATE; EGITTO; TURCHIA e delle voci relative alle singole regioni e città.

IV. SITUAZIONE ATTUALE DEI CATTOLICI

Il territorio della odierna S. fa parte dell'antico patriarcato di Antiochia (v.). Dal sec. v vi fiorì anche il monofisismo e giacobiti (v.).

Secondo una statistica governativa del 17 luglio 1952 la popolazione siriana è così divisa: cattolici 114.086 (dei quali: Melkiti 51.493, Siri 18.127, Armeni 18.010, Caldei 5116, Maroniti 15.112, Latini 6228); dissidenti 319.289 (dei quali: Greci 156.886, Giacobiti 44.971, Gregoriani 107.251, Nestoriani 10.181); protestanti 12.671. I cristiani sono in totale 446.046, di fronte a 2.644.991 musulmani.

La gerarchia cattolica è presente in S. con le seguenti circoscrizioni ecclesiastiche: per i Melkiti: diocesi patriarcale di Damasco, sedi metropolitane di Aleppo, di Bostra e Hauran, sede arcivescovile di Homs per i Siri; sedi metropolitane di Damasco e di Homs, vicariato patriarcale dell'Alta Gezira; per gli Armeni: sede arcivescovile di Aleppo, vicariato patriarcale dell'Alta Gezira; per i Caldei: amministrazione apostolica della S. (e del Libano); per i Maroniti: sedi vescovili di Aleppo e di Damasco; per i Latini: vicariato apostolico di Aleppo. Si deve però tenere presente che, essendo stati fissati solo di recente i confini politici tra la S. ed il Libano, alcune circoscrizioni che hanno il centro in S. si estendono anche nel Libano e viceversa.

Aleppo, tra le città siriane, è quella che conta il maggior numero di cristiani: tutti i riti cattolici e dissidenti vi sono rappresentati e vi fioriscono molte opere scolastiche e di assistenza. I cristiani aleppini sono il 40-50% della popolazione: la percentuale va diminuendo per l'emigrazione di molti Armeni e l'afflusso, per ragioni economiche, verso il litorale. Damasco, invece, è la capitale morale dei cristiani siriani, perché vi risiedono i patriarchi dissidenti e quello melkito (cattolico): dal punto di vista demografico i cristiani della capitale sono appena il 50% della popolazione. Lattaqui è conta anche un preponderante cristianesimo, perché nella sua regione, già chiamata «Stato degli Alaviti», i cristiani, in maggioranza greci dissidenti, ammontano a ca. il 25% della popolazione. Homs, l'antica Emesa, è sede del patriarcato giacobita. Vi è però anche una comunità melkita molto fiorente. La regione del Hauran si presenta come un campo di missione: l'Alta Gezira ha accolto numerosi gruppi di Assiri profughi.

Dal 1762 al 1947 la S. Sede fu rappresentata in S. da un delegato apostolico, che era insieme anche vicario apostolico di Aleppo per i Latini. Dopo la separazione del Libano dalla S., mentre a Beirut è stato inviato un nunzio apostolico, in S. la S. Sede fu rappresentata dal 1951 da un incaricato di affari (per la delegazione apostolica) con residenza a Damasco. Recentemente sono state stabilite regolari relazioni diplomatiche: la S. Sede è rappresentata da un internunzio apostolico e la S. ha accreditato presso il Vaticano un ministro plenipotenzario (cf. L'Osservatore Romano, 22 febbr. 1953).

Oltre agli Ordini e congregazioni religiose dei vari riti orientali, molti Ordini e congregazioni di rito latino, maschili e femminili, svolgono il loro apostolato in S. con scuole e opere di assistenza, di cui beneficiano anche i dissidenti, gli Ebrei ed i musulmani.

Nel 1950, in occasione della redazione e discussione del progetto della nuova Costituzione, i capi delle comunità cristiane (cattolici e dissidenti) hanno svolto una efficace azione a tutela dei diritti ecclesiastici: così si è potuto evitare che nella Costituzione l'Islam fosse proclamata religione di Stato. La religione dell'Islam, infatti, implica una legislazione che investe le varie attività dei cittadini: perciò, se l'Islam fosse diventata religione di Stato, sarebbe stato facile conformarvi tutta la legislazione statale, arrivando perfino ad impugnare come anticostituzionale ogni legge che non fosse conforme ai principi islamici. Nel preambolo della Costituzione, approvata il 5 sett. 1950, è detto: «dato che la maggioranza del popolo professa l'Islam, lo Stato proclama il suo attaccamento all'Islam e ai suoi sublimi ideali. Noi proclamiamo che il nostro popolo è deciso a rafforzare i legami di cooperazione con i popoli del mondo arabo e musulmano, a edificare lo Stato sulle basi della sana moralità concepita dall'Islam e dalle altre religioni rivelate e a combattere l'ateismo e la dissoluzione dei costumi». Ed all'art. 3: «La religione del presidente della Repubblica è l'Islam. Il diritto musulmano è la sorgente principale della legislazione. La libertà di fede è garantita. Lo Stato rispetta tutte le religioni rivelate e garantisce la libertà di culto, eccetto gli atti contro l'ordine pubblico. Lo statuto personale delle comunità religiose è garantito e protetto».

L'art. 28 dispone circa le scuole e l'insegnamento: esso contiene elementi positivi in quanto afferma e sancisce il principio della coesistenza delle scuole private accanto a quelle statali, stabilisce l'insegnamento obbligatorio in conformità con le credenze degli alunni e dà un orientamento spiritualistico alla formazione delle nuove generazioni. Ma nel contempo esso accorda una eccessiva ingerenza ed un controllo severo e minuzioso allo Stato sulle scuole private e, indirettamente, sulla educazione stessa degli alunni. Tale controllo, infatti, non si limita soltanto alle materie del programma governativo, obbligatorio anche per le scuole secondarie, ma si estende altresì alle materie supplementari che, a norma del testo costituzionale, saranno determinate da una legge apposita. Né minore preoccupazione desta la disposizione riguardante il movimento sportivo e scoutistico, il quale, dovunque venga organizzato, rimane pur sempre sotto

l'egida dello Stato, che si riserva di «pro-teggerlo» e di «svilupparlo» con leggi e regolamenti.

I timori dei cattolici aumentarono al-lorché uscì il Decreto-Legge del 17 marzo 1952 (n. 175), che riorganizzava su basi nuove l'insegnamento non statale in S. L'in-novazione più pregiudizievole per le comu-nità cristiane era l'abolizione vera e propria, benché implicita, del concetto di scuola con-fessionale: infatti, per mezzo di un'abile distinzione tra fondatore e direttore delle scuole confessionali, il documento sot-tracva la scuola alla protezione ed efficace direzione del vescovo, considerando come unico responsabile il direttore della stessa, il quale, per entrare in funzione, ha bisogno dell'approvazione governativa; altri articoli costituivano il governo arbitro esclusivo del-l'esistenza delle singole scuole confessionali, come pure della loro attività e amministrazione. Particolarmente sensibile per la Chiesa cattolica era il colpo inferto alle scuole mis-sionarie (definite estere), essendo assoluta-mente vietata la loro fondazione in avvenire.

I capi cristiani, di comune accordo, presentarono le debite rimostranze e riuscirono ad ottenere notevoli tem-peramenti. Un altro Decreto-Legge dell'8 apr. 1952 (n. 199) veniva a ledere gli interessi cattolici: le organiz-zazioni scoutistiche dovevano essere tutte assorbite da quelle statali; gli scouts cattolici, per evitare il peggio, preferirono procedere all'autoscioglimento.

BIBL.: A. H. Hourani, S. and Lebanon, Londra 1946; G. de Vries, Cattalizismo e problemi religiosi nel prossimo Oriente, Roma 1949, p. 25 seg.; M. Nallino, Islam e minoranze religiose nella nuova Costituzione siriana del 1950, in Oriente moderno, luglio-sett. 1950, pp. 110-117; Serv. Informazioni Orient. Crist., n. 144, 15 ott. 1952. Giuseppe Mojoli

V. LINGUA SIRIACA

Una delle lingue semi-tiche (v.), propria alla Chiesa siriaca orientale, svilup-patasi dall'aramaico orientale parlato ad Edessa, ca-pitale dell'Osroene e dalla regione dominata al tempo della nascita di Gesù della dinastia degli Abgaridi. Si distingue in due dialetti, l'orientale più conserva-tore, in uso presso i nestoriani, e l'occidentale, usato dai giacobiti. Questi dialetti si distinguono più chiaramente fin dalla separazione politica e poi reli-giosa, che nel sec. IV sottopose gli occidentali a Bi-sanzio, gli orientali ai Sassanidi.

Il sistema fonetico della lingua è caratterizzato da una spiccata riduzione vocalica alla fine delle parole, effetto dell'accento che grava sulle altre sillabe. Le vocali originariamente brevi, in sillaba aperta e atona sono ridotte alternativamente in vocale brevissima indistinta (ebr. šēšā), con la quale una j precedente si unisce in i. Questa legge però è sospesa in formazioni secondarie, più tar-dive. Nella sillaba che precede l'accento, in opposizione all'ebraico, la vocale è abbreviata. Il ricco sistema con-sonantico dei Semiti è semplificato, come nell'aramaico comune. Le dentali originariamente spiranti sono dive-nute esplosive (momentanee): d > d, t > t, d > ' (non più q), v > t; invece di i si ha s; sono rimaste soltanto una ' e una h (orient. h). Le esplosive non enfatiche, che sono aspirate, si fanno spiranti nelle stesse condizioni che nell'ebraico, con l'eccezione che la w e la j dei dit-tonghi sono consonanti che chiudono la sillaba. L'assi-milazione consonantica prevale sulla dissimilazione (p. es., sir. nedda, aram. jinda). Il peso dell'accento è per lo più nella stessa sillaba dell'ebraico; non si osservano però forme pausali. In sillaba chiusa e atona la i diventa nor-malmente ē, ō si fa ō. Nel siriaco occidentale ā, ē sono divenute ō, i, si conserva però ē proveniente da a' (p. es., tēhod «prenderai»). Il siriaco orientale ha conservato un vocalismo più antico, e nel consonantismo, p. es., invece di h, spirante sorda laringale, si ha h, spirante sorda velare.

Nella morfologia verbale, riguardo alle formazioni dei temi, l'intransitivo qatula si è fatto rarissimo: qatila

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SIRIA - Porta di S. Paolo a Damasco.
(per cortesia del soc. F. Vattioni)
spesso si confonde con qatala. Mancano affatto i passivi in n, i riflessivi in n, e il conativo; il causativo si forma con ', benché vi siano tracce anche del causativo in ša e ha. Vi è pure un riflessivo proprio del tema fonda-mentale, del tema intensivo e del tema causativo. Si trova di tanto in tanto una formazione con dittongo (aw, aj) nella prima sillaba: p. es., sajbar «nutrire», gavzel «accendere». Raddoppiamento della 3ª radicale c'è, p. es., in 'abded «far servo», 'ajnen «guardare»; ripetizione della 2ª e 3ª radicale, p. es., in hēzavzel «farsi vedere ripe-tutamente», cioè «andar tronfio», eltēragrag «fantasti-care» da šērāgā, «lampada». Spesso si incontra la ripe-tizione dell'intera radice hiradicale, p. es., ramrem «ele-vare», qangen «cantare». Radici a 4 radicali non di rado nascono dalla dissimilazione della radicale raddoppiata di un qattala, p. es., 'argelda 'aggel «voltolare», pargi «ralle-grare» dalla rad. pegjā «piacere». Quanto alla flessione si osserva che nell'imperfetto non c'è più né lo iussivo né l'energico. Certe modalità si esprimono però con forme del verbo «essere» (hēwā) composte con participi o forme finite. È rimasta invece qualche traccia del fatto che, come nell'arabo, anche in siriaco ad un perfetto qatula corrispondeva un imperfetto jaqtulu, ciò che appare an-dota in forme come neqrob «sarà vicino», nehhōb «sarà magro». Come tempo addirittura nuovo appare in ara-maico il part. att. nello stato assoluto con il valore di un presente, mentre il part. pass. assoluto con un dativo di autore equivale al passato, p. es., šēmi'li «ho udito». Il fatto che nella flessione dell'imperfetto colpisce di più è che, conformemente all'aramaico orientale, il prefor-mativo della 3ª sing. masc. e delle 3ª pl. masc. e fem. è n invece di j. Residuo di una formazione triradicale antica nei verbi di media jīw è il participio sir. e arabo qā'im, la cui ' non può che ridursi ad una semivocale.

Nella morfologia del nome, una traccia dei casi an-tichi semitici forse è rimasta nell'antico locativo kaddā «a sufficienza». Forme come bēhav jīm «in quel giorno», bēhav dār «in quella generazione», sembrano testimoniare che di tanto in tanto il nome per se stesso è perfettamente deter-minato, come accade nell'arabo, ecc. L'articolo determinato ha perduto il valore determinante, ma può essere sosti-tuito da un suffisso, p. es., latre'sar talmīdaw (Sin) τούς δώδεκα μυθητάς (Mc. 6, 7); tale suffisso è usato normal-mente dinanzi a un genitivo determinato (con ), un accusativo determinato, una preposizione, p. es., 'alēh 'al mēdittā, «contro la città». Un avanzo della mimazione, cioè dell'antico articolo indeterminato, si ha, p. es., in imām «di giorno». Lo stato costruito con il suo nome retto esprime ormai un concetto unico e nuovo, p. es., huppāk mellē «risposta»; non di rado (principalmente se part. od aggettivo verbale) lo segue una preposizione, p. es., nāsbaj bappē «ipocriti», mēsām bērēlā «castigo». La desi-nenza femminile -at, antico segno per diverse classi di

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(per cortesia del sec. F. Vattioni) SIRIA - Le rovine della Cattedrale medievale di Tàrtus.
nomi (collettivi, deteriorativi, ecc.) si usava anche per la formazione dei cosiddetti nomi di unità. Di ciò rimane, p. es., zēbattā « una volta » da zabnā « tempo », nēfēltā « una respirazione » da nēfēlā « il respirare », bē'tā « uovo » ecc., i cui plurali masc. sostituiscono adesso il collettivo di forma sing. Questa desinenza -at serve pure a formare degli astratti da aggettivi verbali, p. es., zēbintā « compra » da zēbīnā « comprato », hēfiktā « rovina » da hēfikā « distrutto », « guasto ». Per la formazione di astratti si usa anche la desinenza femm. -aj. Così nascono dei nomi di verbo (maṣdar) come tu'raj « errore », tu'raj, « nascondimento ». L'arabo uḥraj « un'altra » equivale a oḥrē dell'antico aramaico, la cui ē si conserva in sir. ḥrētā.

Quanto ai numeri, del quale non sono rimaste se non certe forme numerali (due, venti, duecento). Come in questo caso, così anche nel plur. prevale senza restrizione la formazione a desinenza (-aj, -in, -ē; -āt, -ān, -ātā). Ciò nonostante si hanno tracce del tipo dei plur. fratti, così frequenti nel sudsemitico, p. es., qurjā « paesi » (qutal), arabo quran (però dinanzi a suff. e nello st. costr. si trova già la desinenza -aj); ḥemrā « gregge di asini » è del tipo qital. Ai tipi fratti qatal, qital, qutal è anche aggiunta la desinenza del plur., p. es., bātē « case », 'ammē « popoli », gallē « onde ». Le forme ḥenkē « palati » e gumbē « ruberie », come appare dalla muta spirante, sono qital e qutal. Non sembra che siano rimaste vestigia dei plur. delle piccole quantità (pl. paucitatis), mentre si è voluto vedere in queste forme così difficili a spiegarsi, come rā'awcātā « pastori », pl. di rā'jā (qātil di 3ʰ j/w) un antico plur. di plur., formato con -at il plur. della forma ru'āt (tipo qutalat, plur. fratto arabo dei qātil di 3ʰ j/w), cambiando però la prima vocale secondo il sing. È sicuro che in rawrēbīn « grandi » la ripetizione della base, la quale per lo più esprime un distributivo, è adoperata per l'espressione del plur. La stretta connessione delle forme astratte con il plur. (come in ebr. zēqūnim « vecchiaia », bēhūrīm « giovinezza ») appare, p. es., in hērūrē « liberazione », mēkūrē « il maritare ». Per il transito di un astratto (maṣdar, nomen verbi) al senso concreto, così diffuso in tutto il semitismo, basti l'esempio talmīdā « discepolo » (letteralmente « l'avvezzare », « l'abituare », da lēmūd « avvezzo »), cui corrisponde in ebr. limmūdh; ambedue tipi, cioè taqtīl e qittūl rispettivamente in aram. e in ebr., per esprimere un nome verbale del tema intensivo.

Nella sintassi si noti il fatto che lo stato assoluto dei participi e aggettivi verbali esprime il predicato della frase. La sintassi del periodo si allontana molto dal tipo puramente semitico. La frase nominale è rara; non esistono le frasi apparentemente indipendenti e di fatto subordinate, come le frasi hāl, le condizioni senza congiunzione, ecc.; abbondano invece le congiunzioni subor-

dinanti. La posizione delle parole è molto libera, e nessun'altra lingua semitica quanto il siriaco ha assimilato tanta copia di parole straniere: accadiche (numeriche), ebraiche, persiane, greche, perfino latine attraverso il greco. Le stesse particelle greche δē e γῶς sono state imitate, usando però radici semitiche.

La lingua siriaca è la meno semitica di tutte le lingue semitiche e la più sottoposta all'influsso ellenistico. Raimondo Köbert

VI. IL RITO SIRIACO

Denominato anche siro-antiocheno, siro-occidentale, siro-palestinese, questo rito è in uso oggi nei patriarcati siri (cattolico e dissidente) e, dopo il 1653, malankaresi (v.) dell'India; ad MARONITI (v.). Fino alla formazione di una Chiesa separata dei monofisiti in Siria, nel sec. VI, il rito siriaco non si distingueva da quello antiocheno (v.) degli ortodossi.

Dopo la separazione esso ebbe il suo sviluppo proprio, determinato dall'eliminazione della lingua greca più che degli elementi greci. Di fatto, esso si presenta come una

felice combinazione di elementi siri e greci: accanto ad antiche anafore greche usa anafore redatte in siriaco, insieme a lezioni bibliche prese dalla versione pēlīttā ne legge altre prese dalla versione eracheense; oltre gli inni siri usa quelli dell'octoechos di Severo di Antiochia, agli 'enjūnē siriaci mischia canoni greci tradotti; e insieme ai mēmrē di autori siri fa leggere omelie di Padri greci. Lo sviluppo durò oltre il sec. IX e nuove anafore furono composte fino al sec. XV. La lingua araba, che fu adoperata poco prima del sec. X, prese poi un posto sempre più importante (cf. per i cattolici Synodus Sciarfensis... anni 1888, Roma 1896, p. 34 sg.); nel sec. XIX fu ammessa in qualche regione anche la lingua turca; la scrittura rimase sempre quella siriaca. V. BATTESIMO; INNOGRAFIA, MESSA; ORDINE E ORDINAZIONE; PENITENZA; UFFICIO DIVINO.

BIBL.: E. Renaudot, Liturgiarum orientalium collectio, II, Parigi 1726; H. Denzinger, Ritus Orientalium in administrandis Sacramentis, Würzburg 1863; A. Baumstark, Das syrisch-antiochenische Ferialbrevier, in Der Katholik, 81 (1902), pp. 401-427, 838-50; 8a (1903), pp. 43-54; id., Festbrevier und Kirchenjahr der syrischen Jakobiten, Paderborn 1910; P. Hindo, Textes concernant les Sacrements (Codif. Can. Or., Fontes, 2ᵉ série, fasc. 271, Roma 1941); id., Lieux et temps sacrés, ivi, 2ᵉ série, fasc. 28, Roma 1943; A. Raes, L'étude de la liturgie syrienne: son état actuel, in Misc. liturg., L. C. Mohlberg, I, Roma 1948, pp. 337-46 (con ampia bibl.). Alfonso Raes

VII. LETTERATURA

La lingua siriaca, già in uso presso i cristiani della S. antica, dell'Osroene e della Mesopotamia, costituisce, insieme alla lingua del Talmud babilonese, l'aramico orientale. La letteratura siriaca, i cui primi scritti cominciano con il sec. III, fiorì soprattutto dal sec. IV al sec. VII, epoca in cui cominciò ad essere sostituita da quella araba. Tre sono i rami della letteratura siriaca: autori ortodossi, dagli inizi fino al sec. V; da allora fino al secondo giacobiti (v.) e nestoriani (v. NESTORIO E NESTORIANESIMO). Nel primo periodo si adopera la scrittura estrangēlā, mentre i giacobiti aggiungono piccole vocali greche (scrittura sertā) e i nestoriani (scrittura « nestoriana ») un sistema di vocalizzazione per mezzo di punti.

Ecco le principali caratteristiche della letteratura siriaca: 1) comprende quasi esclusivamente scritti ecclesiastici; 2) eccettuati i primi autori persiani, gli altri dipendono dai Greci come si vede dall'abbondanza delle versioni; 3) dimostra un profondo senso religioso e una predilezione per la poesia. Questa consiste in ciò che i versi hanno un certo numero di sillabe.

Sulle versioni siriache della S. Scrittura V. sotto. I Siri hanno conservato molti scritti greci il cui originale

è andato perduto. Le versioni siriace di filosofi greci hanno poi servito di base per le corrispondenti versioni arabe di cui durante il medioevo sono state fatte traduzioni latine.

Gli autori più cospicui del periodo ortodosso sono Afraate, s. Efrem, il più celebre fra gli autori siriaci, Cirillona e Bălaj, di cui V. le singole voci: V. anche ATTI DEI MARTINI.

I manoscritti siriaci, alcuni dei quali sono del sec. v, si conservano specialmente nel British Museum e nella Biblioteca Vaticana. Cf. W. Wright, Catalogue of the syr. mss. in the Br. Mus. acquired since the year 1838, Londra 1870-72 (2 voll.); St. E. Asseman, Bibliotheca apostolicae vol. codd. Mss. catalogus in tres partes distributus, Roma 1738-59 (2 voll.).

BIBL: le principali edizioni complessive di autori siriaci sono la Patrologia Syriaca, di cui sono apparsi 3 voll., edita da R. Graffin a Parigi; la Serie syriaca del Corpus scriptorum christianorum orientalium e la PO. I migliori trattati sono R. Duval, La littérature syr., Parigi 1907; A. Baumstark, Geschichte der syr. Literatur, Bonn 1922; J.-B. Chabod, Littér-syriaca, Parigi 1934. Per le iscrizioni V. il Corpus inscriptionum Semiticarum. Ignazio Ortiz de Urbina

VIII. VERSIONI SIRIACHE DELLA BIBBIA

Sono importanti sotto diversi aspetti: rispecchiano la vita quotidiana di quei cristiani, le scosse politiche e religiose (eresie) di quelle regioni. Furono conservate e tramandate con tenace fedeltà. Riguardo al Nuovo Testamento la versione siriaca è la più antica di tutte, e fatta in un idioma vicino a quello usato da Gesù. La loro storia mostra l'ellenizzazione sempre maggiore di una cristianità originariamente semitica. Benché finora si siano fatte molte ricerche utili, non sono ancora stati creati gli strumenti di lavoro desiderabili, specialmente edizioni critiche che incorporino anche le citazioni bibliche, ben vagliate, di tutta la letteratura siriaca. Da ciò deriva il fatto che in molte questioni non si arriva ad altro che a probabilità o ipotesi. Perdura, inoltre, per mancanza di fonti storiche (v. ARBELA, CRONACA di), l'oscurità sulle origini e vicende delle cristianità siriaca.

Viene preferita da molti l'origine giudaica anziché giudeocristiana delle parti più essenziali della Pèliță del Vecchio Testamento, canone (v.) palestinese, ad eccezione di Par., Esd.-Neh., Esth., e in cui Targum (v.), specialmente quello di 'Ongelös.

Quanto ai Vangeli, potrebbe anche per il Nuovo Testamento supponi qualche Vangelo aramaico (Matteo originale, o il Vangelo dei Nazareni o secondo gli Ebrei?), il che spiegherebbe l'influsso di qualche Vangelo apocrifo aramaico sul Diatessaron (v.) Taziano (v.), che in ogni caso fu il primo Nuovo Testamento della Chiesa siriaca, composto prima del 172, secondo autori recenti, in una lingua siriaca di grandi qualità espressive e stilistiche, e che ebbe tanto influsso nella storia delle versioni orientali e persino occidentali (C. Peters, S. Lyonnet, G. Messina, A. Vöbus). Però autori più antichi inclinano a ritenere che il testo originale fosse composto in greco. Perciò citano un frammento trovato a Dura Eóropos. Ma quello ed inoltre il Papiro Berolin. 1638 (pubblicato da O. Stegmüller) furono analizzati da A. Baumstark, i cui risultati sono accettati da studiosi recenti competentissimi (C. Peters, A. Vöbus). Taziano, uomo di grandissime doti, probabilmente sapeva scrivere altrettanto bene in greco che nella sua lingua materna. In ogni caso il « diatessaron » divenne la Bibbia amatissima della Chiesa sira per alcuni secoli. Il nome siriaco del diatessaron è Evangelión damēthaliṭē « Vangelo dai (testi) mescolati ».

Ma già ben presto, forse prima per studi teologici, a quello fu opposto un Evangelión damēthaliṭē, il « Vangelo dai (testi) separati », cioè il nostro Mt., Mc., Lc., Io. (eliminando l'apocrifo), e rifatto secondo lo stile, anche se vi sia rimasto un largo influsso del diatessaron siriaco. Esisteva, inoltre, una pluralità irriducibile di tali

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(da A. M. Ceriani, Translatio Syra etc., Milano 1833, fol. 1891) SIRIA - Explicit di Ezechiele, incipit di Osea, Cod. del sec. VII della Biblioteca Ambrosiana - Milano.
versioni, fatte da varie persone in diversi tempi e luoghi. Ebbe parecchie forme opposte tra loro, dalle quali una è conservata nel palinesto antichissimo, scoperto nel 1802 da Agnes Smith Lewis nel monastero di S. Caterina al Monte Sinai, e che per quel motivo viene chiamato il Sironiaitico; è un codice dei secc. IV o V. Già 50 anni prima H. Tattam aveva portato in Europa un altro prezioso codice proveniente dal monastero di S. Maria Madre di Dio nel Deserto nitriense d'Egitto, poi edito da W. Cureton (Londra 1858), e chiamato il Sirocuretioniano. Questi due codici dei Vangeli sono indipendenti tra loro; essi sono più o meno vicini al diatessaron; esistevano inoltre altre forme del testo siriaco dei Vangeli, p. es., Tito di Bostra (v.).

La diversità di testi del Nuovo Testamento e le incompleteze ed inaccuratezze del Vecchio Testamento nei secc. IV e v esigevano una revisione; sulla quale ebbe grande influsso il testo volgare greco di Antiochia, dove studiavano molti sacerdoti e futuri vescovi della Chiesa siriaca. Furono eliminare le lezioni « armonistiche » causate da Taziano, furono tolte altre interpolazioni, furono reintegrate le omissioni ed il tutto stilisticamente fu conformato al testo greco di Antiochia. Si ignora però chi fossero i revisori, i quali, date le differenze fra i singoli libri, furono molti, forse non della stessa generazione o periodo.

Alla fine quella Bibbia fu introdotta anche per leggi ecclesiastiche; CIPRO (v.) e Rabbülli di Edessa sostennero una lotta accanita per sradicare dal loro gregge l'uso del diatessaron, già venerabile e più pratico, p. es., per monaci viaggianti. Così non senza lotte e ritardi quella revisione divenne la Bibbia della Chiesa sira, praticamente fino ad oggi. Il nome di essa, che ci tramanda per primo Mōšē bar Kēfā (m. nel 1913), a Pēliță, termine che significa, preso nel contesto, piuttosto la « semplice » che non la « volgata », e si oppone alle versioni che più tardi venivano fatte in materia più scientifica secondo i testi greci, di cui l'influsso andava crescendo. Originariamente mancavano oltre i deuterocanonici del Vecchio Testamento, i libri II Pt., II-III Io., Iud.,

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SIRIA - Frontespizio della Bibbia in lingua siriana dell'edizione di Mossul, 1886 (cattolica). Esemplare dell'Istituto Biblico Roma.
(fot. Enc. Catt.)
inseriti però in manoscritti del sec. XI, e l'Apocalisse, inserita in manoscritti del sec. XIII.

Si hanno principalmente quattro recensioni della Péfilità: la nestoriana, la giacobita, la melchita e la maronita. La prima edizione di SIMONIA (v.) nel 1645 nella Poliglotta di Parigi, riprodotta poi, da Brian Walton, in quella Londinese nel 1657, che è basata però su uno dei peggiori manoscritti e fu vocalizzata e trattata liberamente dagli editori e non senza abbagli tipografici. Walton però nel vol. VI dà i risultati di una collazione di manoscritti fatta da Herbert Thorndike, anch'essa con cose meno accurate, ma non ancora si può trascurarlo dato che non esiste altro apparato critico per la Péfilità intera. L'Ottocento ci diede tre edizioni, nessuna però di valore critico. Quella di Samuel Lee (1823) è sostanzialmente una ristampa della poliglotta. L'Urmiense, edita nel 1852 in Urmia (Irán) dalla American protestant missionary society, si basa su alcuni manoscritti nestoriani e dà la puntuazione per il testo completo, però dipende molto da S. Lee. Quella curata dai Padri domenicani di Mossul nel 1887-91, perciò detta Mossuliense, è la più completa, bella e comoda; sulla sua origine informa J. M. Vosté in Misc. card. Mercati, I (Città del Vaticano 1946), pp. 59-94, ma non dice da quali manoscritti fu preso il testo biblico. Con P. Bedjan e A. Vaccari la si può ritenere «la migliore di tutte» (rist., Beirut 1951; è l'unica in commercio). Rimane urgente il problema di una edizione critica dell'intera Péfilità, oltre le esistenti edizioni critiche parziali (Pentateuco, Salmi, Isaia, Paralipomeni ed altri).

Versioni più scientifiche si fecero sempre secondo il testo greco, nei secc. VI e VII. La prima fu fatta dal corepiscopo Policarpo per mandato del suo vescovo Filosseno di Mabbag (v.) nel 508; comprendeva tutta quanta la Bibbia, anche le epistole deuterocanoniche e l'Apocalisse; per sfortuna sono rimasti solo frammenti del Nuovo Testamento e dei Salmi, così che affiorano attorno ad essa

molte discussioni, come quella recente se abbia per base un codice luciano di Antiochia (J. Schildenberger) o uno euthaniano, da Cesarea in Palestina, con un certo apparato critico (G. Zuntz); lo Zuntz potrebbe avere ragione in quanto sta in mezzo fra la libertà della Péfilità e la schiavitù alla lettera greca, della versione Harclense. Questa comprende soltanto il Nuovo Testamento e comporta oltre il testo un apparato critico; si disputa però se il testo di base sia il filosseniano, al quale Tommaso vescovo di Mabbag (Harqel) negli aa. 615-16, collazionando codici nel chiostro Ennatum presso Alessandria in Egitto, abbia aggiunto l'apparato che incorpora il risultato delle sue collazioni secondo la tecnica alessandrina, o se abbia piuttosto recensito e modificato il testo; di tale testo sono rimasti parecchi manoscritti. Per il Vecchio Testamento nel 617-18 Paolo, vescovo di Tella (presso Edessa, sotto il mandato di Atanasio, patriarca scismatico di Antiochia), fece cosa simile. Esaple (v.) di Origene e la tradusse fedelmente in siriano ritenendo i segni di critica testuale, come gli asterischi, gli obeli ecc. e le note marginali; il più celebre manoscritto dell'Ambrosiana di Milano fu pubblicato da A. M. Ceriani (Monumenta sacra et profana, Milano 1874) in una bella edizione litografica; quel manoscritto non comprende tutto il Vecchio Testamento; però, dando i segni di critica testuale di Origene, ci è di massimo aiuto per ricostruire l'Esapla e dà Daniele nella versione dei Settanta, sostituita nelle Bibbie greche da quella di Teodosione. Ma già nel 704-705 Giacomo di Edessa fece un'altra recensione del Vecchio Testamento secondo i Settanta; divise anche il testo dando brevi sommari ai singoli capitoli, aggiungendo note marginali ecc., e la «misora siriana», che prende nome dal chiostro di Karkafta, sul fiume Häbär (ma non esiste una «versione karkafana»).

Non è strettamente siriana la versione siropalestinese della Bibbia greca completa nel dialetto gallico-aramaico più recente, scritta in carattere siriano; è in uso nella liturgia dei melchiti; non devono essere sottovalutate relazioni dirette con le versioni siriane, né l'influsso dei Targum sulle due versioni; risalirebbe ai secc. IV-VI.

BIBL.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, passim; C. Peters, Das Diatessaron Tatians (Orient. christ. analecta, 123), Roma 1939, pp. 218-30; H. Höpfl-B. Gut, Introd. gener. in Sacram Scriptorum, 5ª ed., Napoli-Roma 1950, pp. 322-33; A. Vöbus, Studies in the history of the Gospel text in Syriac (Corpus script. Crist. Or., 128, Subsidia, 3), Lovanio 1951, pp. V-XXV. Testo originale del Diatessaron: A. Baumstark, Arabische Übersetzung eines altyrischen Evangelientextes, in Orientalia Christiana, 29 (1932), pp. 165-88; id., Neue orientalistische Probleme biblischer Textgeschichte, in Zeitschrift, d. Deutschen Morgenländ. Gesellschaft, 89 (1935), pp. 89-118; id., Das griechische Diatessaron-Fragment von Dura Eiropos, in Oriens Christianus, 32 (1935), pp. 244-52; id., Die syrische Übersetzung des Titus von Bostra und das Diatessaron, in Biblica, 16 (1935), pp. 257-99; id., Ein weiteres Bruchstück griechischer Diatessarontexte (P. Berolin, 1688), ibid., 36 (1939), pp. 111-15; C. Peters, op. cit., pp. 195-213; A. Vöbus, op. cit., p. 22. Quanto alla Vetus tyra: F. C. Burkitt, Evangelien du-Mepharreshe, 2 voll., Cambridge 1904; A. Smith Lewis, The Old Syrian Gospels..., ivi 1910; H. J. Vogels, Die altyrischen Evangelien in ihrem Verhältnis zu Tatians Diatessaron (Bibl. Studien, 16, v), Friburgo 1911; id., Methodisches zur Textkritik, in Bibl. Zeitschr., 11 (1911), pp. 367-96. Inoltre: C. Peters, op. cit.; A. Vöbus, op. cit.; M. Black, The Gospel Text of Jacob of Serug, in Journ. of theol. stud., 2 (1951), pp. 57-63; id., Zur Geschichte des syrischen Evangelientextes, in Theol. Literaturzeitung, 77 (1952), pp. 705-10. Sulla Péfilità: J. Schönfelder, Onhelos und Peschitto, Monaco 1869; G. H. Gwillim, The materials for the criticism of the Peshitta of the New Test., Oxford 1891; J. F. Berger, The influence of the LXX on the Peshitta Psalter, Nuova York 1895; W. E. Barnes, On the influence of the LXX upon the Peshitta, in Journal of theol. stud., 2 (1900 sg.), pp. 186-97; J. Pinkerton, The origin and early history of the Syriac Pentateuch, ibid., 15 (1913 sg.), pp. 14-41; J. Bloch, The influence of the Greek Bible on the Peshitta, in Amer. Journ. of Sem. Lang., 36 (1919 sg.), pp. 161-66; id., The Pentateuch Text of the Peshitta, ibid., 37 (1920 sg.), pp. 136-44; L. Haefeli, Die Peschitta des Alten Testaments... (Alltest. Abh., 11, 1), Münster 1927; A. Allgeier, Codex Philipps 1388 in Berlin und seine Bedeutung für die Geschichte der Peschitta, in Oriens Christianus, 29 (1932), pp. 1-15; F. Rosenthal, Die aramäische Forschung..., Leida 1939; C. Peters, op. cit.; A. Vöbus, op. cit.; M. Black, Rabbi of Edessa and the Peschitta, in Bull. of the John Rylands Libr., 33 (1951).

pp. 203-10; id., The New Test. Peshitta and its predecessors. The Stud. New Test. Societas Bulletin, 1 (1950), pp. 51-62; B. J. Roberts, The Old Test, text and versions, Cardiff 1951, pp. 214-28. Filosemiana e Harclense: oltre H. Höpfl-B. Gut, op. cit., cf. G. Zuntz, The ancestry of the Harleian New Test. (The British Academy Papers, 7), Oxford 1945; cf. Rev. bibl., 54 (1947), pp. 127-31; P. E. Kahle, The Chester Beatty M. of the Harleian Gospel, in Misc. G. Mercati, VI, Città del Vaticano 1948, pp. 208-33; G. Zuntz, Etudes harléennes, in Rev. bibl., 57 (1950), pp. 550-582. Siro-esaplare: H. Höpfl-B. Gut, op. cit., p. 325 seg. Siro-palestinese; ibid., p. 331 seg.; A. Baumstark, Das Problem des christlich-palästinensischen Evangelium-Textes, in Oriens Christianus, 32 (1935), pp. 201-24; C. Peters, op. cit., pp. 121-25. Pietro Nober

IX. ARTE CRISTIANA

Dal punto di vista della storia dell'arte la S. durante l'epoca cristiana può essere considerata distinta in tre grandi parti a caratteristiche proprie. La prima è la vasta zona costiera lungo il Mediterraneo da Gaza sino ad Antiochia, di maggiore o minor profondità secondo i punti, occupante nella sua parte settentrionale tutta la valle dell'Oronte con le città di Apamea, Epiphania ed Emesa, sino ad Heliopolis; poi l'oasi di Damasco e all'estremità meridionale l'intera Palestina e la parte della provincia d'Arabia a sud di Gerasa. È nel suo assieme una terra profondamente ellenizzata, comprendente le più grandi città sedi di antica e sviluppatissima cultura, ricchissime per industrie e per traffici, aperte sul mare verso tutto il mondo mediterraneo e specialmente verso la sede imperiale, Bisanzio. La seconda parte a caratteristiche sue proprie è costituita dalla regione del Haurân, grande altipiano vulcanico ricco di rocce basaltiche, abitato sino dall'epoca ellenistica da una popolazione a carattere arabo, contenente molti centri antichi ma forse solo una grande città culturalmente importante, Bostra (Bosrâ). La terza parte è quella delle colline calcaree della Siria interna ad oriente della valle dell'Oronte, partente dal Gebel al-'Alâ all'altezza di Hamâ a sud per giungere a nord sino a comprendere tutto il Gebel Sim'ân, ed arrivando, ad oriente, sino al Gebel al-Hass: è un territorio più nettamente aramaico. È nella prima parte che si è svolta la maggiore produzione artistica e dove non solo sono state create le più grandi opere dell'arte cristiana siriana, ma dove ha avuto luogo la produzione di tutte le forme della decorazione e del lusso, pitture e musaici parietali, ricchi musaici pavimentali, codici miniati, oggetti di oreficeria, avori intagliati e così via. Ma disgraziatamente le sue grandi costruzioni architettoniche sono quasi totalmente scomparse e non si conoscono se non attraverso antiche descrizioni. Le due altre parti hanno invece conservato una quantità, quasi una esuberanza di monumenti architettonici, in grande numero abbastanza bene conservati nelle parti ancor oggi fuori terra, in modo che si possono giudicare pienamente dal punto di vista artistico, mentre gli scavi potranno solo precisarne i dettagli liturgici o quelli interessanti la storia civile. Per di più la massima parte di questi monumenti è stata pubblicata in comodi repertori (M. de Vogüé, H. C. Butler) sì che il loro studio ne è facile: e ancora maggior ricchezza di dati si avrà quando saranno stampate le accurate e minuziose ricerche dell'architetto russo Čalenko. Questa facilità di studi dei monumenti della Siria interna ha fatto sì che nei libri sull'arte cristiana siriana, e specialmente sull'architettura, solo quasi di questi si parla: mentre essi non sono se non la produzione della parte di minor cultura e meno creatrice del paese. Il che ha generato un non piccolo squi-

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(da DACL, XV, col. 1969) SIRIA - Pianta del santuario dei SS. Sergio, Bacco e Leonzio a Bostra (512), disegnata da J. Crowfoot.
librio nel giudizio artistico, che, qui, per mancanza di spazio, non si può se non correggere in modo necessariamente sommario.

La prima parte del territorio siriano sopra delimitata è zona eminentemente ellenistica, greca di cultura e di lingua e che non solo ha ereditato tutta la tradizione antecedente, ma che ha continui contatti con i grandi centri del Mediterraneo orientale, Alessandria, Efeso, Bisanzio; e che nello stesso tempo attira, per ragioni commerciali, quegli elementi orientali e specialmente iranici che apportano modelli o idee orientali. Non per nulla, già nel sec. III, musaici pavimentali di Antiochia mostrano motivi decorativi iranici. Per di più è regione estremamente ricca e la potenza finanziaria della clientela genera sempre più grandi ordinazioni e la possibilità negli artisti delle più vaste ed ambiziose concezioni e realizzazioni. Infine è quella che ha visto sorgere entro i suoi confini le grandi fondazioni imperiali e non solo sui Luoghi Santi. Tutto ciò importa scambio di idee, possibilità di ottenere qualsiasi materiale, dovizia di mezzi che attira i migliori elementi anche da lontani paesi. Quindi l'architettura, che è l'arte fondamentale intorno alla quale le altre si organizzano, vi ha realizzato i più diversi programmi. Questo già si verifica fino dalle costruzioni costantiniane che introducono in S. la basilica ellenistica a colonne provvista di atrio adattata alla liturgia cristiana e la sua differenziazione dall'edificio a planimetria centrale, usata come martyrion o per altri usi distinti. Al S. Sepolcro di Gerusalemme i due tipi appaiono uniti in un solo complesso architettonico per mezzo di un atrio: ivi l'Anastasis è una rotonda a deambulatorio. Alla basilica della Natività di Betlemme la struttura basilicale è invece direttamente saldata all'edificio a piano centrale che in questo caso è un ottagono. L'ottagono a deambulatorio appare, sempre a Gerusalemme, nella chiesa dell'Ascensione e nella tomba della Vergine, per riprodursi più tardi, con maggiore complessità di locali periferici, nel Santuario del Monte Garizim: la rotonda ritorna anch'essa in seguito a Beisân (Scythopolis). Un tipo più complesso è quello dell'otta-

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(da DACE, XV, coll. 1529-30) SIRIA - Pianta della basilica di S. Sergio a Ruṣāfah-Sergiopolis (sec. VI), disegnata da Spanner e Guyer.
gono con ogni lato aperto da nicchie, alternativamente semicircolari e rettangolari, che si delineano anche allo esterno: esso è certamente ellenistico, vista la sua riproduzione nella Piazza d'Oro della villa di Adriano a Tivoli, ove l'Imperatore fece copiare gli edifici che più lo avevano colpito in Oriente. La sua adozione da parte del cristianesimo è provata dalle lettere di Gregorio da Nyssa ad Amphilochios di Iconio, dove è descritto un martyrion fatto costruire in tale forma: il tipo deve esser stato assai diffuso, data la sua importazione nella valle del Po, ove è adottato in parecchi battisteri. Deve esser stato conosciuto anche in S., dove però non ci è documentata la sua forma semplice, ove, come a Nyssa, le nicchie rettangolari sono tanto allungate da rappresentare una croce: ma si conosce una sua estensione monumentale e veramente grandiosa nel santuario sorto intorno alla colonna dello stilita Simeone a Qal'at Sim'ān, ove i quattro bracci della croce si ingigantiscono in strutture basilicali a tre navate. Questa derivazione, fino ad ora non osservata, è la sola che spieghi la genesi di quel magnifico santuario. Una forma più semplice fu realizzata in seguito al santuario di un altro s. Simeone sul Monte Ammirabile non lungi da Antiochia. L'idea di collegare i quattro bracci della croce ad un martyrion centrale, dando ad ognuno una struttura basilicale, può derivare dal santuario pre-giustiniano di S. Giovanni ad Efeso: ma qui l'edificio centrale è quadrato. Nel martyrion di S. Babila, elevato presso Antiochia fra il 381 ed il 387, si ha una semplice forma a croce con i bracci partenti da un quadrato centrale a mura più spesse, forse perché sopraelevato a forma di torre: analogo è il santuario al pozzo di Giacobbe a Sichem (Napiusa) descritto e disegnato dal pellegrino Arculfo. Anche il tipo di santuario a croce iscritta, cioè tracciata nell'interno di un quadrato, è di origine ellenistica, dovendosi risalire come fonte prima a quei tipi di edifici di cui un esempio ci è conservato nel Tychaiion di al-Mismiyah (Phaenea) sul bordo settentrionale del Leṣāh (Tracho-

nite): una sua realizzazione incompleta si vede al martyrion di S. Elia ad Ezra' (Zoroa) al margine occidentale del Ḥaurān e nella S. media ad al-Anderīn, ma il suo più monumentale sviluppo fu realizzato alla chiesa dei Profeti, Apostoli e Martiri di Gerasa sorta nel 404-05. Sembra che sia stata in forma di croce, ma non si sa di che tipo, più che non una basilica a transetto, la chiesa elevata a Gaza del vescovo Porfirio sulle rovine del distrutto Marneion, costruita da un architetto di Antiochia su un piano inviato da Bisanzio dall'Imperatrice: il fatto che questa mandò anche molte colonne di marmo del Carystos potrebbe far pensare a qualcosa di simile alla chiesa di Gerasa. Un tipo di edificio ellenistico, assai largamente usato dai Romani nell'architettura termale, è quello di un ottagono con quattro nicchie semicircolari su quattro lati opposti due a due, il tutto iscritto in un quadrato esterno: lo si trova adottato dai cristiani al battistero di Qal'at Sim'ān e, con un deambulatorio interno formato da un ottagono di otto colonne, al S. Giorgio di Ezra' elevato nel 515 su «un soggiorno dei demoni... ove si sacrificava agli idoli», come dice l'iscrizione di fondazione. Probabilmente è sorto sulle sottostrutture del distrutto tempio pagano. Ma è ad Antiochia che è sorto l'edificio più celebre a planimetria centrale della S. cristiana, la «Chiesa d'Oro» costruita da Costantino: fu iniziata nel 327, ma terminata e consacrata solo nel 341. Per quanto edificio tanto rinomato il poco che ci è noto sulla sua struttura (contenuto in due passi di Eusebio) non permette una ricostruzione nemmeno approssimativa: si sa che era di forma ottagonale, provvisto di una cupola e di esedre. Questo ultimo accenno fa dubitare che la sua planimetria avesse qualche rapporto con quella di un edificio da non molto scoperto al porto di Antiochia: Seleucia di Pieria. Nel mezzo di questa costruzione sta un quadrato formato da quattro pilastri ad L. angolari, collegati per mezzo di quattro esedre a colonne; il tutto è circondato da un deambulatorio di cui il perimetro esterno segue parallelamente quello interno del quadrato ad esedre. Ad oriente si apre un'abside preceduta da una travata rettangolare. Un secondo edificio quasi identico fu scoperto ad Apamea, ma è ancora inedito. Il tipo ha avuto una grandissima diffusione. A Boṣrā il quadrato ad esedre sorge nel centro di un edificio circolare iscritto in un quadrato, con quattro grandi nicchie che occupano gli angoli del quadrato, di un tipo ben noto nell'architettura ellenistica di epoca romana e che si vede anche nella chiesa di S. Giovanni Battista a Gerasa: passa poi in Mesopotamia al santuario della Vergine di Amida ed al martyrion di Ruṣāfah-Sergiopolis (dove in luogo del quadrato centrale c'è un rettangolo), e di lì in Armenia, a Zwarthnota (a. 641-61) e a S. Gregorio di Ani (a. 1001). Verso Occidente si trova nell'edificio al centro della stoa di Adriano ad Atene, nei Balcani nella Chiesa Rossa di Perustica, per arrivare sino nell'Italia settentrionale ove a Milano si ripete nella chiesa di S. Lorenzo. Questa grandissima distribuzione delle derivazioni presuppone come modello di partenza un edificio celebre: il che potrebbe suffragare l'ipotesi accennata sulla struttura della chiesa costantiniana di Antiochia che Eusebio dice «unica nel suo genere», μονογενές τι χρῆμα ἐκκλησίας. Un ultimo tipo di edificio religioso a piano centrale, realizzato in questa parte della S., è quello a cella trichora del martyrion di S. Giovanni Battista a Gerusalemme, della chiesa sul Monte Nebo e del convento di S. Teodoro presso Gerusalemme.

La realizzazione in alzato di tutti questi programmi planimetrici presuppone come condizione fondamentale la soluzione del problema della cupola. Sotto questo aspetto ci si trova davanti ad un fenomeno caratteristico: in tutta la S., come nella copertura delle navate i costruttori sono rimasti fedeli all'uso dei tetti in legname (e nel Ḥaurān a lastre di basalto) e non hanno mai affrontato il problema delle volte, così per gli edifici che richiedevano una cupola o in mattoni od in pietra non hanno mai tentato di realizzarla. Non hanno nemmeno affrontato quindi il problema dei raccordi fra una cupola ed una planimetria d'impostazione quadrata, per quanto

dovessero conoscerne la soluzione perfetta realizzata dagli architetti ellenistici (terme di epoca romana a Gerasa, tomba di Samaria ecc.) del raccordo a pennacchio e malgrado che il loro paese sia stato attraversato da quelle correnti che portarono in Occidente la soluzione iranica delle cupole su trombe. I costruttori siriaci durante l'epoca cristiana per quanto abbiano costruito piccole cupole negli edifici sepolcrali e negli edifici termali (ma quasi sempre con infantili soluzioni di raccordi), appena si sono trovati davanti a più ampie dimensioni non hanno eseguito mai se non tetti piramidali o cupole in legname. Il procedimento era tanto insito nel loro pensamento costruttivo che ancora dopo la conquista musulmana quei costruttori siriaci che furono impiegati a costruire la Cupola della Roccia (falsamente detta Moschea di Omar) a Gerusalemme, ne coprirono la rotonda centrale con una cupola in legname. Quando, durante l'epoca cristiana, si trova nella S. qualche rara cupola reale, questa fu costruita dagli occupanti bizantini, con procedimenti costruttivi bizantini: così a Qasr ibn Wardân. Se la S. porta preziosi contributi alla soluzione del problema di creare una chiesa di cui l'elemento fondamentale intorno al quale tutto si armonizza è la cupola, la sua realizzazione costruttiva non fu data se non da Bisanzio.

Anche nel problema di tutte le possibili forme che assume la chiesa a planimetria basilicale, la prima zona della S. ha conservato tracce di aver tentato varie soluzioni. A Ruhaibah nel Nôgeb e nella già citata chiesa del Monte Nebo si trova la basilica a tre navate unita con un santuario a cella trichora: povere derivazioni provinciali di qualche grande edificio di cui è perduta ogni traccia. In modo analogo si deve considerare il Santuario della moltiplicazione dei pani ad al-Tâbâ che presenta il tipo della basilica a transetto, che alcuni ritengono fosse anche realizzata nella chiesa elevata dal vescovo Porfirio a Gaza, su un piano inviata da Bisanzio, e costruita da un architetto di Antiochia. È pure di tipo nettamente bizantino la chiesa di S. Sergio a Gaza nota attraverso la dettagliata descrizione fattane da Chorikius: se si guarda l'accurata ricostruzione dello Hamilton si vede che essa era assolutamente identica alla chiesa di Qasr ibn Wardân, monumento elevato da bizantini, con procedimenti costruttivi assolutamente bizantini ed impiegando esclusivamente mattoni, cosa che è contraria alla tradizione siriaca, ma propria della capitale. Ora S. Sergio di Gaza e Qasr ibn Wardân nella S. settentrionale, sono state costruite quasi nel medesimo tempo. La sola differenza è che la cupola di Qasr ibn Wardân è su raccordi a pennacchi, mentre quella di Gaza è su trombe a nicchie portate da colonne del tipo che si trova a Koğa Kalessi ed a Ruşâlah-Sergiopolis. Essa era preceduta da un atrio al quale si accedeva attraverso propilei, struttura di tradizione nettamente ellenistica. Una seconda chiesa di Gaza, quella di S. Stefano, anch'essa del principio del sec. VI, è invece una basilica a tre navate, divise da due file di colonne reggenti architravi, provvista di matronei e con un soffitto a cassettoni decorati (xaxbâxosc) che nascondono il tetto: era anch'essa preceduta da un atrio dove l'ingresso era fiancheggiato da due torri e vi si arrivava per una grande scalinata. Complesso invero monumentale.

I citati testi di Chorikius offrono anche molti dettagli sulla decorazione delle due chiese di Gaza, che completano felicemente le indicazioni ben più sommarie che altri scrittori dânno su diversi monumenti di questa parte della S. Si sa così del largo uso dei rivestimenti delle pareti con marmi colorati, delle pitture e dei musaici figurati che decoravano la parte principale dell'edificio. A S. Sergio erano rappresentati interi cieli evangelici, principalmente la Natività e la Fanciullezza, molti miracoli, scene della Passione sino all'Ascensione. Nella cupola stavano i profeti. Ma non mancavano anche figurazioni puramente decorative, giardini con alberi carichi di frutta e pieni di uccelli. A S. Stefano erano rappresentate scene egizianeggianti così diffuse nel basso periodo ellenistico, con la riproduzione del Nilo e delle sue rive e degli animali che vi si bagnano.

All'esterno della basilica della Natività era un musaico con la nascita del Redentore e l'adorazione dei Magi. Tutti questi musaici parietali sono completamente scomparsi: ma dell'abilità dei musaicisti siriani rimane una ampissima documentazione nei numerosi musaici pavimentali giunti sino a noi. Che abilissime maestranze si fossero formate sino dall'epoca romana lo provano i molti musaici di Antiochia recentemente scoperti: con l'epoca cristiana si hanno moltissimi musaici datati da iscrizioni che si susseguono con intervalli non troppo grandi, sì che il loro studio storico ne è molto facilitato. E questi arrivano sin quasi al periodo della conquista musulmana. Ora è evidente che queste maestranze non sono scomparse completamente di colpo, e devonsi quindi a loro attribuire alcune opere eseguite per i nuovi dominatori arabi. L'identità stilistica dei musaici del palazzo di Hîrbet al-Mefğer e di molta parte di quelli della Cupola della Roccia, con altri di non molto anteriori specialmente eseguiti nella parte meridionale della provincia d'Arabia, dimostra che anche per l'arte musiva il periodo arabo degli Omayyadi non è se non l'ultima fase conclusiva dell'arte della S. ellenistica. Il motivo iranico della palmetta, più volte riprodotto nei musaici della Cupola della Roccia, era già stato assimilato dagli artefici cristiani, come mostrano le parti più antiche dei musaici di Betlemme con le rappresentazioni dei Concili. I musaici della moschea di Damasco (che conservano figurazioni risalenti alla pittura di Ercolano e di Pompei) provengono invece da modelli conservati a Bisanzio o sono opere di quelle maestranze bizantine che, secondo alcuni testi arabi, sarebbero state mandate dall'Imperatore.

Per una precisa conoscenza delle caratteristiche di stile della pittura figurata siriaca non è possibile disgraziatamente avvalersi del sussidio delle miniature in rotoli o codici, perché nessun manoscritto miniato anteriore al sec. VIII può dirsi di provenienza siriana. Come tali generalmente se ne considerano parecchi, quali il celebre miniato dal monaco Rabûla nel 386 conservato alla Laurenziana di Firenze o i due della Bibl. nazionale di Parigi sir. 33 e 341; ma solo per l'assurda ragione che contengono testi in lingua siriaca. Ma il Laurenziano fu eseguito al monastero di Zagba in Mesopotamia e la provenienza dei due parigini è certamente da cercarsi nella stessa regione. La Mesopotamia e l'Oroene, dove si parlava siriaco, hanno uno sviluppo artistico ben distinto da quello della S. Doveva esistere invero una miniatura assai importante, specialmente per l'illustrazione dei Vangeli, minuziosamente analizzata dal Millet e che egli chiamò appunto la «redazione di Antiochia», ma oggi non è nota se non attraverso copie abbastanza recenti (Bibl. naz. di Parigi, greci 72 e 923). Il che, se è di grande importanza per lo studio iconografico, non rende alcun servizio per la conoscenza stilistica. Doveva pur provenire dalla S. (ma ad ogni modo non dalla S. ellenizzata) il prototipo del Pentateuco Ashburnham, da studiarsi in rapporto con le pitture di Dura, specialmente quelle della sinagoga: ma bisogna anche tener presente un'ipotesi dalla bassa Mesopotamia. Tale studio non è stato finora nemmeno tentato.

Un sussidio assai forte per lo studio dello stile nelle rappresentazioni figurate siriache dânno invece i piatti d'argento lavorati a sbalzo, specialmente quelli trovati a Kerynia nell'isola di Cipro, probabilmente trasportativi da qualche abitante di Antiochia fuggente davanti l'invasione musulmana. Essi rappresentano scene della vita di Davide. I più piccoli sono più nella direzione dello stile pittoresco ellenistico, con qualche richiamo alle miniature del rotolo di Giosuè della Vaticana e nello stesso tempo con procedimenti di stilizzazione che sembrano provenire dalle analoghe argenterie sâshidi: i più grandi hanno invece rapporti con lo stile monumentale ed una composizione architettonica della scena, più caratteristicamente orientale. Pochi i monumenti della scultura decorativa che siano sopravvissuti: i più notevoli sono le colonne che oggi reggono il ciborio di S. Marco a Venezia ed alcuni bassorilievi utilizzati nel portale settentrionale della stessa Basilica, opere importantissime

iconograficamente ma non eccellenti nello stile. Il capolavoro della scultura siriaca che si sia conservato è in avorio, cioè la parte frontale della cattedra così detta di Massimiano che si trova a Ravenna. Le figure di s. Giovanni Battista e dei quattro Evangelisti rappresentate entro nicchie, di uno stile severo, sono veramente di primissimo ordine: le due fasce decorative con animali entro volute di vigna rappresentano con ricchezza e gusto l'arte decorativa siriaca del sec. VI. Le altre sculture della stessa cattedra, di diverso stile, sono d'altra mano, quasi certamente egiziana. Più ampiamente è documentata la scultura decorativa, tanto nella S. ellenistica quanto nella S. interna settentrionale dove si svolge con la medesima evoluzione. Già in epoca pagana i monumenti da Ba'albek a Palmyra offrono esempi della tendenza di aumentare l'importanza dell'elemento decorativo su quello semplicemente formale dell'architettura: questa tendenza si esagera nell'epoca cristiana a tutto detrimento di una sua distribuzione logica. È sotto l'influsso dello spirito orientale che aumenta questo orrore del vuoto e la decorazione tende ad essere un rivestimento di tutte le pareti, quasi un tappeto teso su di esse. La tecnica stessa si trasforma: l'elemento decorativo, non più armonizzato con la struttura, perde ogni carattere plastico, si appiattisce in un semplice gioco di piani ove quello che rappresenta il motivo ornamentale campeggia sul fondo oscuro (tiefendunkel). Nuovi motivi venuti dall'Oriente si infiltrano su quanto ancora rimaneva di tradizioni ellenistiche, e poco a poco prendono il sopravvento. I due pilastri di S. Giovanni d'Acri, trasportati sulla piazzetta di S. Marco a Venezia, mostrano come il procedimento abbia ben presto conquistato la stessa Antiochia. La stessa esecuzione mostra l'intervento sicuro di maestranze orientali, mesopotamiche ed iràniche. Si arriva così, in epoca araba, al trionfo completo di questa evoluzione, con la facciata del palazzo di Mâattâ. Una evoluzione parallela nella penetrazione di elementi e motivi iranici si osserva nell'arte della tessitura, industria fiorentissima della S. Già in alcuni pezzi (oggi al tesoro del Sancta Sanctorum in Vaticano) con le scene della Annunciazione e della Natività, ove la parte figurativa è ancora nella tradizione antica, la decorazione riproduce la palmetta persiana, per arrivare infine a tutta una serie di magnifici tessuti ove anche i soggetti sono tolti dalla saga Irànica, lotte di animali, arcieri galoppanti che saettano, disposti simmetricamente ai due fianchi di un albero centrale, l'hom sacro, quali quelli celebri del Museo diocesano di Colonia. Orientali tanto che molti li classificano come sâsânidi. È dunque la decorazione più che non la struttura degli edifici che documenta la continua e sicura penetrazione dello spirito orientale in S., sino al suo completo trionfo nel sec. VIII.
I monumenti della seconda delle tre zone della S., l'Haurân, si contraddistinguono per un loro particolarissimo procedimento costruttivo. È questa una regione di rocce eruttive, specialmente basalti, che si possono tagliare in lastre fino a m. 3,50 di larghezza. Nello stesso tempo manca completamente di legname. Sino da tempi antichissimi era invalso l'uso di coprire gli edifici con tali lastre: ciò aveva la conseguenza che i locali, di qualsiasi lunghezza, non potevano avere una larghezza superiore alla misura indicata, sufficiente nelle abitazioni, ma insufficiente per le grandi sale di riunione. Si escogitò quindi il procedimento di gettare fra due muri paralleli arcate funzionanti da elementi portanti e su due arcate successive si poggiarono le lastre: la larghezza dell'edificio era allora in funzione dell'ampiezza dell'arcata che si poteva costruire. Per raggiungere poi larghezze ancora più grandi invece di una sola arcata fra muro e muro se ne costruirono tre sulla stessa linea: si arrivò così a sale a tre navate, come nella basilica pagana di Saqqâ e poi nella chiesa di Tafbâ e in quella di Nimreh. Gli archi poterono raggiungere persino una ampiezza di 10 metri. Con tale procedimento si costruirono le chiese più antiche del Haurân: le arcate laterali più strette della centrale e quindi più basse, permisero la posa di una serie di lastre e la costruzione di un'altra arcata superiore sino a raggiungere l'al-

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SIRIA - Base di candeliere siriaco del sec. xiv cesellato e damaschinato - Firenze, Museo nazionale, collez. Carrand.
(fot. Alinari)
tezza dell'arcata centrale, costituendo una chiesa a matronei. Le arcate poggiavano su pilastri quadrati o rettangolari: per influsso della S. settentrionale si introdussero poi le colonne (chiesa di Claudiano ad Umm el-Gimâl). Qualche volta la navata centrale fu coperta con un tetto in legname a due spioventi, come alla chiesa di Umm al-Quîten. Per il santuario si osserva che molte chiese del Haurân hanno un'abside sporgente semicircolare; ma generalmente il santuario è a triplo locale, un'abside rettangolare o semicircolare fra due camere quadrate o rettangolari, secondo il tipo comune alla S. settentrionale. Questa ultima struttura si applica anche a chiese ad una navata (chiesa di Masecho ad Umm el-Gimâl). La facciata della chiesa è molte volte provvista di un porticato su colonne architravate (rari gli archi, come ad Umm al-Quîten): alcune volte (Lubben anno 417; Suwedâ, al-Kâris, chiesa ovest di Umm al-Gimâl) si ha un ingresso del tipo hilam, cioè uno spazio centrale aperto all'esterno con una grande arcata, corrispondente alla navata centrale, fiancheggiato da due locali quadrati chiusi all'esterno ma aperti verso le navatelle e sormontati da torri. Chiese del tipo della sala larga, cioè con il solo ingresso laterale, su uno dei lati lunghi delle navate, si vedono a Şammeh, Wakm e Deyr al-Guwâmî. L'eccezionale edificio di Qanawat con la nave centrale circondata su quattro lati da colonnati, preceduta da un atrio a colonne e da un porticato frontale, è probabilmente un edificio pagano utilizzato come chiesa malgrado la sua orientazione a sud. La decorazione scultoria nel Haurân è scarsa e di nessun valore artistico.

L'arte e in particolar modo l'architettura della S. interna settentrionale è assai ben conosciuta dato il grande numero di monumenti pubblicati e la loro generalmente buona conservazione fuori terra: gli scavi, fino ad ora scarsi, potranno portare nuove luci, ma prevalentemente sulle questioni liturgiche più che sulle artistiche. Il programma dell'edificio del culto è relativamente uniforme in tutto il territorio e si presenta formato in tutte le sue parti essenziali già nei monumenti che datano dall'inizio dell'epoca cristiana, il che fa pensare che è

stato importato e non localmente elaborato. Lasciando da parte le piccole e poco significative chiese o cappelle ad una navata, generalmente si hanno basiliche a tre navate divise da due file di colonne che reggono arcate o, raramente, architravi. L'arcata su colonne, artisticamente realizzata per la prima volta al Palazzo dioleziano di Spalato, deve provenire da Antiochia. Il πρεσβυτερίον della chiesa è composto da un'abside semicircolare o rettangolare corrispondente alla navata centrale, fiancheggiata da due camere quasi quadrate: questa struttura deriva da prototipi pagani, come il Tychaion di is-Sanamēn, quello di Musmieh e in generale i templi nabatei (Slēm, Qanavāt, ecc.). Le due camere fiancheggianti l'abside centrale si differenziano per il fatto che una (generalmente quella a nord) è accessibile dalla navatella solo per mezzo di una porta e funziona da diaconicon; l'altra (generalmente quella di sud) è molte volte aperta largamente verso la navatella per mezzo di una arcata e funziona da cappella per il culto dei martiri, come ha dimostrato il Lassus. Questo uso si è diffuso alla metà del v sec. L'abside semicircolare sporgente che mostra la sua curva anche all'esterno è generalmente riservata alle piccole cappelle; rarissima nelle grandi chiese. La chiesa di Qal'at Sim'ān ha eccezionalmente tre absidi semicircolari sporgenti. Molte volte il tracciato delle arcate, o in planimetria delle absidi, è a semicircolo oltrepassato (ferro di cavallo) : al convento di S. Simeone alcune arcate sono a tracciato leggermente ovoide. Tutto ciò per importazione della Mesopotamia. Volte o cupole non se ne trovano se non al catino delle absidi o in monumenti non religiosi (bagni, sepolcri) : la S. interna non porta alcun contributo a quello che sarà il problema capitale dell'architettura medievale, cioè quello di coprire le navate con volte portate da arcate. Generalmente la facciata occidentale della chiesa è un semplice muro ove si può aprire la porta di ingresso : ma in alcuni edifici più elaborati (Termānin, Qalb Lauzeh, ecc.) tale fronte è formata da due camere laterali corrispondenti alle navatelle ed aperte solo verso queste (salvo alla cattedrale di Kerrātīn dal 504-505 ed alla chiesa degli Apostoli di I'gāz datata fra il 383 ed il 395 dove sono aperte anche all'esterno e costituenti quasi un exonarthex), sormontate da due torri, racchiudenti nel mezzo un ingresso largamente aperto verso l'esterno per mezzo di un'arcata : è il tipo detto a bilana proveniente dall'Anatolia dove ben presto fu adottato nelle chiese e che già la S. conosceva nei templi di epoca ellenistica. La chiesa di Ruwāhā e il braccio basilicale verso sud della chiesa di S. Simeone, sono precedute da un vero portico. Un nartese interno ed un atrio antistante alla chiesa non sono finora attestati nella S. interna settentrionale, salvo nella già citata chiesa di I'gāz e nella cattedrale di al-Anderīn dove si accenna la struttura di un exonarthex : si dice però che il Calenko abbia scoperto monumenti di tale tipo, come altri provvisti di matronei, ma essendo ancora completamente inediti (1950) non si possano prendere in considerazione : dimostrerebbero ad ogni modo un apporto di forme antiochene. Qualche volta si trovano anche torri sull'una o sull'altra od anche su entrambe le camere che fiancheggiano l'abside. I più antichi monumenti che abbiano torri sulle due camere fiancheggianti l'abside sono del v sec. Forse le due cattedrali di Kerrātīn (datata all'a. 504-505) e quella di al-Anderīn (vt sec.) avevano quattro torri, due in facciata e due sulle camere laterali all'abside : un tipo che sarà poi ripreso dall'architettura del medioevo occidentale. Dal v sec. si osserva nella S. interna una tendenza ad aumentare l'intercolumnio fra le colonne delle navate : e per dare a queste arcate divenute sempre più ampie un miglior appoggio, a sostituire pilastri delle colonne, e diminuire l'altezza dei pilastri per non rendere eccessiva l'altezza delle navatelle. Il termine dell'evoluzione sembra essere rappresentato dalle chiese di Qalb Lauzeh, uno dei più bei monumenti della S. interna.

La posizione delle porte di accesso è assai significativa. Un grandissimo numero di chiese hanno la grande porta d'accesso nel mezzo della facciata occidentale, quindi sull'asse della navata centrale, e solo porticine tutto affatto secondarie sugli altri lati : è il tipo normale della

basilica ellenistica. Ma altre chiese hanno invece due grandi porte sul fianco sud e nessuna sulla facciata o quella che si considera come tale. È questa la concezione antichissima del tempio a sala larga caratteristica dell'Oriente sin dalle prime epoche della sua civiltà. Un tardo testo liturgico attribuito al vescovo Giorgio di Arbela indica che di queste due porte quella verso oriente, che è generalmente la più grande e la meglio decorata, serviva all'ingresso degli uomini : l'altra era per le donne. La chiesa era divisa in due parti : l'anteriore più verso l'abside era occupata dagli uomini, la retrostante dalle donne. Nelle basiliche a struttura ellenistica, cioè a porta mediana e unica sulla facciata occidentale, la divisione dei sessi avveniva probabilmente in altro modo, essendo attribuita agli uomini la navatella a sud, alle donne quella a nord. La navata centrale era nella quasi totalità riservata ai sacerdoti. Nel mezzo di tale navata esiste in moltissimi casi una piattaforma sopraelevata di uno o due scalini sul pavimento della chiesa, di forma rettangolare e terminata verso occidente a semicircolo. Lungo la periferia correva un banco per i sacerdoti interrotto molte volte nel mezzo da un seggio più importante (cattedra vescovile?) : nel mezzo della piattaforma era un leggio che poteva essere protetto da un ciborio. Tutta questa struttura funziona da coro, mancando di regola nelle chiese siriache il synthonon, cioè la serie di banchi per il coro disposti a semicircolo lungo la curva dell'abside : essa si trova tanto nelle chiese nestoriane quanto nelle giacobite, e non solo in S., ma anche nella Mesopotamia sāsānide (al-Hīrah) quanto nella bizantina (Rujāfah-Sergiopolis) che presenta l'esempio più grandioso. Curioso notare che tale è la posizione del coro nelle ben più tarde chiese medievali d'Occidente nella Spagna e nell'Inghilterra. Le porte delle chiese siriane sono protette da protiri a frontone triangolare e tetto a doppio pendente, portato da colonne, altro motivo passato nell'architettura romanica d'Occidente. Molte volte però tutta la fronte sud della chiesa è protetta da un porticato su colonne quando gli ingressi sono su quel lato. Qualche edificio presenta una struttura più complessa ed evidentemente studiata nel suo rapporto di masse : così Deyr es-Soleib (fra Hama e Masyaf) dove una basilica a tre navate con una sola abside libera ha le due sagrestie non in proseguimento delle navatelle ma sporgenti sul fianco esterno di queste. La fronte è costituita da un ingresso a portico centrale fra due camere (basi di torri) continuate da due altri locali sporgenti (di cui uno è bastistiero). Fra questi e le due sagrestie corrono due porticati che rivestono i fianchi della chiesa. Tale planimetria sarà ripresa dagli architetti armeni (Ereruk, Odzun, e forse Tekor). Il tutto è preceduto da un atrio a porticati di origine ellenistica.

Le chiese della S. interna settentrionale portano, generalmente sugli architravi, iscrizioni che moltissime volte fanno conoscere il titolo dell'edificio, la data della costruzione o dei successivi lavori ed anche il nome dell'architetto. Questo è raramente designato con il titolo di ἀρχιτέκτων, più sovente di τεχνίτζις o di οἰκοβόμας. Una volta forse egli è un prete (Markianos Kyriis a Babisqa), una volta è certamente un diacono (Petros figlio di Antoninos a Fidre).

La decorazione scultorea è ricca e variata ma concentrata quasi esclusivamente nei capitelli e negli architravi. I capitelli procedono da tipi antichi del corinzio classico a due file di foglie di acanto con tendenza a procedere verso forme secche e dure. Le varianti sono numerosissime. Qualche capitello ha anche figure : così al convento di S. Simeone il giovane. Una caratteristica delle costruzioni siriache è il quasi sistematico uso di cornici o modanature che girano tutto attorno alle aperture, stipiti ed archivolti, e continuano ininterrotte anche se le aperture sono numerose, cominciando e terminando a volute. La scultura a figure è scarsa e priva di ogni valore d'arte : verso la regione orientale si trovano sugli architravi delle porte figure della Vergine, di Angeli volanti e di santi stiliti. Tutta questa decorazione di regola è solamente sui paramenti esterni degli edifici : solo a Qalb Lauzeh si hanno modanature agli archivolti ed alle aperture anche all'interno della chiesa. Questo

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(fot. Pont. comm. arch. sacra)

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“SIRIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. XI (1953), p. 443. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/siria.