Iampridem

Sul cattolicesimo in Germania

Enciclica di papa Leone XIII ·

IAMPRIDEM NOBIS
LETTERA ENCICLICADI SUA SANTITÀ LEONE PP. XIII

1 Già da tempo pensavamo di parlarvi, Venerabili Fratelli, per conferire con voi circa le presenti condizioni del cattolicesimo in Germania. Desideravamo vivamente attestarvi in special modo la grande paterna carità e lo zelo con i quali abbracciamo voi e i vostri diletti figli; e nel tempo stesso congratularci con voi per la chiara apostolica sollecitudine con la quale vi vedemmo animati e infiammati, voi tutti, Venerabili Fratelli, nei confronti del vostro gregge. Specialmente intendiamo dire delle cure che sempre adoperaste affinché i cattolici affidati alla vostra fede giammai tollerassero di essere distolti dalla virtù, dalla pietà e dalla via della salvezza.

2 Massimamente Ci stava a cuore manifestarvi il conforto e il piacere da Noi provati tanto per la tenace volontà con cui tutti i cattolici di Germania sono fedeli a voi ed obbediscono alle vostre parole, come per la disciplina e la concordia che ogni giorno più vigoreggiano in mezzo ad essi. Ciò che prima non fu possibile, Ci piace fare ora con questa lettera che vi mandiamo con buona speranza che, per beneficio della Provvidenza divina, rifulga presto il giorno che arrechi alla religione ed alla Chiesa in Germania il lieto inizio di cose migliori.

3 Nessuno di voi, Venerabili Fratelli, ignora che la mutua concordia, la quale per non breve spazio d’anni aveva felicemente regnato fra quest’Apostolica Sede ed il Regno di Prussia, sia andata incontro improvvisamente a gravi turbamenti, soprattutto per le leggi per le quali i cittadini cattolici si trovarono in grave pericolo e preoccupazione.

4 Ma questa calamità, che addolorò moltissimo il Nostro Predecessore Pio IX di felice memoria e Noi stessi, porse occasione, così disponendo Iddio, per far rifulgere maggiormente la virtù dei Pastori e dei fedeli di Germania, e la loro costanza nell’avita fede. Tale virtù e costanza tanto più sono degne di maggior lode in quanto essi, mentre operavano valorosamente a tutelare la causa della Chiesa mai si allontanarono dalla fedeltà e dall’ossequio dovuti alla maestà del Principe, mai dalla carità di patria; e con ciò appunto mostravano ai loro avversari di non essere mossi da rispetto dei diritti civili, ma unicamente da zelo di quella religione che comanda di ritenere santa ed inviolabile l’opera di Dio.

5 Pertanto avvenne che lo stesso supremo autore e rimuneratore dei meriti, Iddio, sparse gli amplissimi doni della sua bontà e delle sue grazie non solo su voi, Venerabili Fratelli, ma anche su tutto il popolo delle vostre Diocesi. Infatti, col suo favore, quantunque, a cagione delle nuove leggi, diminuisse di giorno in giorno tra i fedeli di Prussia il numero dei sacerdoti, e mancasse in più chiese chi amministrasse i sacramenti ai fedeli; quantunque uomini ingannatori, assunto il nome di vecchi cattolici, seminando nuove e prave dottrine, si sforzassero di trarsi dietro proseliti fraudolentemente ingannati, nondimeno, con gran gaudio vedemmo i diletti figli cattolici della Germania mantenere integra e salda la fede dei Padri, né mai cedere alle insidie dei maestri di nequizia, ma vincere i pericoli con la magnanimità cristiana, e muoversi con tanta maggior cura a vantaggio della Chiesa, quanto più la vedevano oppressa da aspre difficoltà.

6 Per queste cose di grande virtù e di gloria sentimmo lenirci il dolore da Noi provato per dette leggi, e con devoto affetto del cuore innalzammo lodi e ringraziamenti a Dio, che quel vigore miracolosamente aveva infuso nell’animo dei suoi figli; e, offertasi l’occasione, non potemmo tralasciare di onorare con pubblico elogio ben meritato la vostra virtù e quella di codeste genti cattoliche.

7 Ma per il Nostro ministero apostolico, per il quale dobbiamo vigilare affinché lo stato della Chiesa non soffra detrimento di sorta, e la intima vita della Chiesa stessa non sia esposta a perturbazione alcuna, non era sufficiente tutto ciò se non avessimo usato tutta la Nostra autorità e il Nostro zelo per rimuovere le difficoltà dei tempi odierni.

8 Perciò non risparmiammo cura alcuna, nessun ufficio tralasciammo affinché fossero revocate quelle leggi, le quali produssero alla Chiesa tante e così lunghe angustie, e a voi tante sofferenze. Tanto fu il Nostro impegno – ed ancora Ci sta nell’animo – di restaurare sopra solidi fondamenti la concordia e la pace, che non tralasciammo di dichiarare ai supremi Moderatori della cosa pubblica che era Nostra intenzione aderire benevoli al loro volere, fino al limite concesso e dalle leggi divine e dai doveri della coscienza. Ed anzi, non esitammo a rendere manifesto questo Nostro proposito con chiari argomenti, e siamo decisi per l’avvenire a nulla omettere di quanto appaia utile per restaurare e consolidare la concordia.

9 Ma, affinché quello che coi voti e con la speranza Nostra perseguiamo giunga al termine auspicato, è precipuamente da curare che tutto quanto delle leggi pubbliche è contrario alle ragioni della disciplina cattolica si muti in ciò che è più santo ed importante per la pietà dei fedeli; come pure tutto ciò che impedisce la libertà dei Vescovi nel reggere le proprie Chiese secondo le norme divinamente costituite, o nell’educare la gioventù dei sacri Seminari ai precetti delle disposizioni canoniche. Infatti, quantunque Ci stia molto a cuore la pace, tuttavia non Ci è lecito osare alcunché contro quelle cose che per virtù divina furono costituite e sancite: per esse, invero, se fosse necessario, per proteggerle non esiteremmo, sull’esempio dei Nostri Predecessori, a prendere qualunque estrema misura.

10 Quanto a voi, Venerabili Fratelli, non ignorate quale sia l’intima natura della Chiesa, e quale l’abbia costituita il suo divino fondatore, quali diritti ne scaturiscano, la cui forza a nessuno è lecito scuotere e disconoscere. In effetti, come Noi stessi con la Nostra lettera enciclica Immortale Dei testé dichiarammo, la Chiesa è una società soprannaturale e perfetta nel suo ordine. Infatti, come essa si propone di condurre i suoi figli all’eterna beatitudine, così ha ricevuto da Dio i presidii e gli strumenti con i quali farli, fin da ora, partecipi dei beni eterni, iniziando sulla terra e nelle lotte di questa vita l’edificio che avrà il suo ultimo coronamento e il suo supremo splendore in cielo. Alla sola Chiesa spetta stabilire quelle cose che riguardano la sua vita interiore, la cui ragione fu costituita da Cristo Signore, restauratore della nostra salvezza.

11 Cristo comandò che questa potestà, libera ed a nessuno soggetta, fosse presso il solo Pietro, e presso i Successori di lui, e – sotto l’autorità e il magistero di Pietro – presso i Vescovi nelle loro rispettive Chiese; la quale potestà dei Vescovi, per sua natura abbraccia principalmente la disciplina del Clero, tanto in quelle cose che si riferiscono ai sacri doveri, come in quelle che riguardano la regola della vita sacerdotale: "Infatti il sacerdozio è unito al Vescovo come le corde alla cetra".

12 Ma come l’ordine sacerdotale, erede di così sublime ministero, si rinnova nei successori, nel corso dei secoli, senza mai degenerare, è necessario che coloro che sono chiamati a questo ordine seguano il più possibile, per sincerità di dottrina e per santità di vita, le orme di coloro che Cristo elesse come primi seminatori della fede; nessuno può dubitare che altri abbiano il diritto ed il dovere di istruire ed educare i giovani se non i Vescovi che Dio, per singolare beneficio, innalza fra gli uomini affinché siano suoi ministri e dispensatori dei suoi misteri.

13 Certamente, se gli uomini debbono ricevere l’insegnamento della religione da coloro ai quali fu detto "ammaestrate tutte le genti", con quanto maggior diritto spetta ai Vescovi la cura di offrire (a quelli che per il loro ministero saranno sale della terra ed ambasciatori di Cristo presso gli uomini) quei pascoli di sana dottrina che avranno giudicata migliore, mercé l’aiuto d’insegnanti da essi approvati? Né soltanto da questo gravissimo dovere sono vincolati i Vescovi, ma da quello, oltre a ciò, di vigilare sul bene degli alunni del sacro Ordine, e di permearli dei sensi di salda pietà, senza la quale né essi sono degni dell’onore sacerdotale, né possono essere capaci di compiere rettamente i loro doveri.

14 Voi senza dubbio, Venerabili Fratelli, edotti dalla ragione e dall’esperienza, pienamente conoscete quanto sia ardua, di quanto diuturno lavoro necessiti l’impresa di foggiare ed educare tali giovani.

15 Infatti, coloro che fin dai primi anni elessero Dio quale proprio erede, sono tenuti, secondo l’insegnamento del Principe degli Apostoli, a mostrarsi agli occhi del popolo cristiano come modello vivente di virtù e di continenza. Occorre che essi imparino presto, sotto il magistero dei Vescovi e sotto la disciplina di scelti maestri, a dominare le proprie cupidigie, a disprezzare le cose terrene e a desiderare quelle celesti affinché, infiammati dalla meditazione e dall’amore delle medesime, possano più facilmente conservarsi casti e puri fra le depravazioni del mondo. Oltre a ciò, è opportuno che presto si abituino ad avere costante ed impavido animo nello spiegare ai popoli e nel difendere la verità cattolica, che il mondo disprezza e perseguita con odio implacabile.

16 E invero, Venerabili Fratelli, cosa sarebbe da attendersi se, in tempi che richiedono più fiera battaglia per difendere la causa della Chiesa, gli uomini del sacerdozio, con l’aiuto della santa disciplina e della carità, non fossero tempestivamente preparati e uniti con fede ai propri Vescovi, così da accoglierne i dettami e da non vergognarsi di sopportare le asprezze nel nome di Gesù Cristo? Certamente la disciplina dei giovani anni, che viene impartita nei Seminari e negli altri Istituti ecclesiastici, è tale che gli alunni per il sacerdozio si formano al ministero apostolico lontano dall’attaccamento agli interessi umani, e a sostenere lietamente tutte le difficoltà della vita ed ogni genere di travagli per la salvezza delle anime. Ciò che conta è che (sotto la vigilanza e la direzione dei Vescovi e dei sacerdoti scelti da essi, onorandi per lungo esercizio di sacra disciplina) gli alunni imparino giustamente a misurare le proprie forze, e conoscano quanto esse valgano; e i Pastori, a loro volta, conosciute le attitudini e i costumi di ciascuno, possano consapevolmente giudicare quali fra essi siano degni dell’onore sacerdotale, e fare in modo che qualcuno non sia iniziato ai sacri ordini immeritatamente o malaccortamente. Come mai potranno aversi così salutari frutti se non sarà data piena facoltà ai sacri Pastori di rimuovere gli ostacoli e di giovarsi a tal fine degli opportuni aiuti? In proposito, poiché gli uomini della vostra nazione eccellono oltre che per altri titoli anche nella gloria delle armi, i vostri governanti sopporterebbero che i giovani, che ricevono negli Istituti militari i rudimenti della milizia per guidare le schiere e per esercitare i loro compiti, imparassero da altri, piuttosto che dai provetti nell’arte della guerra, la scienza delle armi, e da altri, piuttosto che dai più idonei maestri della milizia, apprendessero la disciplina degli accampamenti, l’uso delle cose e gli spiriti marziali?

17 Da ciò si comprende agevolmente perché, fin dai più antichi tempi della Chiesa, i Pontefici Romani ed i Vescovi cattolici abbiano posto ogni cura a costituire, per i candidati al sacerdozio, dei Collegi nei quali essi stessi, o per mezzo di provati maestri (che talora sceglievano fra i sacerdoti della Chiesa Cattedrale) istruissero i giovani nelle lettere, nelle più severe dottrine, e principalmente nei costumi degni della loro vocazione. Anche oggi sono ricordate le case aperte un tempo dai Vescovi e dai monaci per accogliere i chierici, e fra esse tuttora vive la chiara fama del Patriarcato Lateranense, dal quale, come da rocca di sapienza e di virtù, uscirono Pontefici Massimi e Vescovi illustri per santità di vita e di dottrina. E tanto importante e tanto necessario fu giudicato questo impegno per un’accurata e diligente preparazione dei chierici, che già fin dall’inizio del secolo VI il Sinodo di Toledo, "riferendosi a coloro che la volontà dei genitori dai primi anni destinava all’ecclesiastico ufficio", stabiliva "che, appena tonsurati od affidati al ministero dei lettori, nella casa della Chiesa, dovessero venire istruiti dal loro superiore sotto la guida del Vescovo". Da ciò emerge per quanto grave e giusta causa caldamente lavoriamo affinché i Seminari delle vostre Diocesi vengano costituiti, ordinati e composti secondo quelle norme che i Padri del Concilio Tridentino, com’è noto a tutti, tramandarono.

18 Né certo per altro motivo la Sede Apostolica, essendosi fra i Pontefici Romani ed i Capi degli Stati, secondo i diversi momenti storici, stabiliti speciali concordati, in questi volle bene chiarito ed assicurato quanto concerneva i Seminari, e volle che fosse intatto e sicuro il diritto dei Vescovi nel governarli, escluso qualunque altro potere.

19 Un significativo documento in proposito porge, fra gli altri, la Lettera Apostolica che comincia De salute animarum, la quale fu pubblicata dal Nostro Predecessore Pio VII di felice memoria il 18 luglio 1821 in occasione del concordato stipulato da lui stesso con il Re di Prussia e in cui si trattava della nuova circoscrizione delle Diocesi. Siano dunque completamente liberi il diritto e il potere dei Vescovi di svolgere l’opera loro per educare la mansueta milizia di Cristo nella palestra dei Seminari; siano liberi i Vescovi di designare, a loro giudizio, i sacerdoti per i vari uffici, e da nessun ostacolo siano impediti di compiere tranquillamente il loro ministero pastorale.

20 Dalle cose dette vedete, Venerabili Fratelli, quanto fosse conforme a verità e giustizia quello che Noi dichiarammo: cioè che per stabilire la fausta concordia fra le due potestà, invocata con tanti voti, occorre che le leggi siano sancite in modo che la libertà necessaria alla vita ed all’azione della Chiesa ne resti salva. E Noi confidiamo che i pubblici governanti opereranno con giustizia per la Nostra causa e Ci concederanno quanto, in virtù di diritti santissimi, domandiamo.

21 Né invero le Nostre domande sono tali che, acconsentendo alle stesse, qualche governante sacrifichi qualche cosa della sua dignità e del suo potere, ché anzi da esse scaturiscono grandi vantaggi e duraturi per il pubblico bene. Infatti, quegli insegnamenti che da voi, Venerabili Fratelli, e dai vostri cooperatori nel ministero della parola si tramandano ai popoli in quelle cose che riguardano i loro doveri verso l’autorità civile, si riducono a questo: ogni uomo deve essere soggetto a poteri superiori: "non solo per timore di castighi, ma anche per propria coscienza" (Rm 13,5); deve con pacato animo sopportare i pubblici oneri; deve astenersi da complotti e sedizioni; deve vivere in vicendevole scambio di fraterno affetto, e assolvere fedelmente i mutui doveri nella società umana. Ché, se maggiore di quello che oggi non sia diventasse il numero dei cooperatori vostri, per questo incremento si aggiungerebbe aiuto a coloro che hanno il compito di propagare nel popolo così salutari insegnamenti; al tempo stesso si potrebbero più facilmente affidare alla cura di rispettabili sacerdoti le Chiese parrocchiali prive da tanto tempo del conforto dei loro Pastori; il che dai voti dei cattolici è chiesto ardentemente.

22 Oltre a ciò, come sapete, Venerabili Fratelli, in seno alla società umana sono molti i semi di pubbliche perturbazioni, come fiamme pronte qua e là a minacciare un terribile incendio; fra essi, precipua è la questione operaia che tiene inquieti gli animi dei governanti, i quali cercano il modo di ovviare agli imminenti pericoli e di impedire la via ai seguaci delle sette, che spiano ogni occasione per aumentare mercé le pubbliche calamità, e per tramare nuove cose con gran detrimento della società. E davvero è mirabile quanto possano anche in ciò, con l’opera loro, i ministri della Chiesa ben meritare dell’umana società: il che sappiamo essere avvenuto nelle tempeste e nelle calamità di altri tempi. Infatti i sacerdoti che, per ragione del loro ministero, quasi ogni giorno hanno contatti con uomini delle classi inferiori e con essi sogliono familiarmente e intimamente conversare, conoscono bene addentro i travagli e i dolori di quella parte del genere umano; e, traendo opportuni aiuti e ammaestramenti dalle fonti della divina religione, sono idonei ad arrecare agli animi infermi quei sollievi e quei rimedi che in sommo grado possono lenire i presenti mali, risollevare le forze affrante e frenare gli animi inclini a turbolenti disordini.

23 Né minore opera valida ed utile possono dare gli ecclesiastici, permeati di quello spirito che la Chiesa conferisce ai suoi ministri, in quelle regioni lontane e remote da ogni civiltà, nelle quali in questi tempi molti Principi d’Europa hanno fondato delle colonie. Gli stessi Governanti della Germania non solo si curano di stabilire le colonie e di ampliare i possedimenti, ma anche di aprire nuovi sbocchi alle industrie ed ai commerci. Gli stessi bene meriteranno della civiltà anche sotto questo rapporto, se si adopereranno con arti e metodi urbani a civilizzare le tribù barbare e selvagge. Ma per accattivarsi gli animi e le volontà delle genti rozze ed incolte, occorre istruire queste coi salutari precetti della religione, guidarle a conoscere la vera bellezza del giusto e dell’onesto e renderle consapevoli della dignità di figli di Dio, alla quale anch’esse, per i meriti del nostro Redentore, sono state chiamate.

24 I Romani Pontefici, avendo a cuore soprattutto tali cose, si curarono con ogni diligenza e costanza di mandare agli incolti popoli i banditori del Vangelo. Certamente l’opera della quale parliamo non è compito né di eserciti, né di magistrati civili, né di dominatori, quantunque essi ne traggano abbondantissimo frutto; ma è compito, come attesta la storia, di quegli uomini che, uscendo dagli accampamenti della Chiesa, assumono sopra di sé i travagli ed i pericoli delle sacre spedizioni, e, come nunzi ed interpreti di Dio, non paventano di peregrinare in mezzo a barbare genti, pronti a dare di buon animo, per la salvezza dei fratelli, la vita e il sangue.

25 Pensando ed esaminando tutte queste cose siamo portati a sperare che, con l’ispirazione e col favore di Dio, i Nostri voti possano approdare all’esito desiderato. Quanto a voi, Venerabili Fratelli, con continue preghiere sforzatevi d’implorare Iddio. Siccome i vostri animi non sono mossi da cupidigie o da ambizioni umane, ma unicamente dallo zelo per la divina gloria e dall’amore verso la Chiesa, non è da dubitare che, col favore della grazia divina, riporterete la degna mercede della vostra costanza.

26 E poiché in tutte le imprese, per ottenerne un felice esito, fu sempre fondamentale la forza dell’unione degli animi e della mutua carità, niente vi sia più caro che tutelare con ogni cura il santo vincolo della carità fra voi. A questo proposito, Venerabili Fratelli, vogliamo che ponderiate che le perturbazioni alle quali siete esposti, non riguardano soltanto le singole Diocesi quanto le comuni ragioni della Chiesa universale; la tutela di esse, come sapete, fu affidata a questa Sede Apostolica, nella quale furono costituiti la suprema potestà di reggere la Chiesa, il suo supremo magistero e il centro dell’unità cattolica. Pertanto, a questa Cattedra Apostolica siano sempre rivolti i vostri occhi, e siate persuasi che nulla è più importante che prestare ogni cura ed ogni opera affinché alle controversie , che esistono in codesta regione, sia posto finalmente un termine, proprio come voi e i vostri fedeli desiderate.

27 Infine, invocando dall’intimo del cuore il Padre delle misericordie affinché guardi i travagli e i dolori vostri, e accondiscenda propizio ai comuni voti, come attestato della Nostra somma dilezione, ed auspice dell’aiuto e del conforto celeste, a voi, Venerabili Fratelli, a tutto il Clero e ai fedeli affidati alla fede di ciascuno di voi, amantissimamente nel Signore impartiamo l’Apostolica Benedizione.

28 Dato a Roma, presso San Pietro, il 6 gennaio 1886, anno ottavo del Nostro Pontificato.

29 LEONE XIII

Fonte: www.vatican.va.

Testo inglese

IAMPRIDEMENCYCLICAL OF POPE LEO XIII ONCATHOLICISM IN GERMANY
To the Archbishops and Bishops of Prussia.

1 It has long been Our desire, venerable brothers, to speak to you about the situation of Catholicism in Germany. We wanted to show you in a special way how much paternal love and zeal We feel for you and your sons. At the same time We wanted to congratulate you, venerable brothers, for your truly enthusiastic apostolic care toward your flock. We understand particularly your efforts to prevent the Catholics in your care from straying from virtue, piety, and the way of salvation. We also wanted to express the consolation and joy We perceive in the good will which makes all the Catholics of Germany cling to you and renders them attentive to you. The discipline and the harmony which increase daily among them confirm this.

2 With this letter We want to do what We could not accomplish until now. We hope that with the help of Divine Providence, the day may soon dawn which will bring the joyous beginning of better times for religion and for the Church in Germany.

God's Presence in Trouble

3 You are aware, venerable brothers, of how the mutual understanding which reigned so long between the Apostolic See and the kingdom of Prussia was thrown into sudden disorder by these laws, placing Catholic citizens in such great danger and distress. But this disaster which caused so much sorrow to Our predecessor Pius IX and to Us has offered God an opportunity. Thus the virtue of the pastors and faithful of Germany and their adherence to the faith of their fathers shine forth all the more. This virtue, this loyalty is so much more worthy of praise when strenuous efforts to protect the interests of the Church have preserved the respect and submission due to the Prince and the proper love of country. Catholics have thus shown their adversaries that they acted not for political considerations but solely from religious duty, which commands the preservation of the sacred and inviolate work of God. Thus, God, the supreme author and rewarder of all merit, has bestowed the fullest treasures of His goodness and grace on you, venerable brothers, and on all the people of your dioceses. His helping hand was ever present, while the new laws diminished daily the number of priests among the Prussian faithful and left many parish churches without pastors. Those treacherous men who call themselves "old Catholics" spread new and perverse teachings and strove to attract to themselves unfortunate disciples deceived by fraud. Nevertheless, We have seen with joy Our dear sons, the Catholics of Germany, hold firmly and fully to the faith of their fathers. The snares of the masters of deceit have never prevailed against them, for with Christian courage they have triumphed over danger. They attached themselves to the Church with a love so much the greater as they saw it the object of harsher trials.

The Role of the Papacy in Prussia

4 Due to these events of great virtue and glory, the sorrow caused by these laws has been lifted from Us. From the bottom of Our heart, We have given praise and thanks to God, who has put such wonderful strength in the souls of His children. And, given the occasion, We have publicly honoured your strength and that of your people with well-deserved praises. But Our apostolic ministry requires Us to preserve intact the state of the Church and to dispel anything which might disturb the inner life of its people. We must then use all Our authority and fervour to remove the difficulties of the present time. That is why We have spared no effort and overlooked no duty to abolish these laws which have caused the Church such long anguish and you so many labours. The desire which We have had to re-establish harmony and peace on a solid foundation is still great. We have thus informed the rulers that We are ready to comply with their desires insofar as the divine laws and the duty of conscience permit. Moreover, We have not hesitated to give clear proof of this intention. It is Our firm purpose to do everything which may contribute to re-establishing and strengthening harmony.

5 However, in order to realize Our hope, We must take special care to purge public law of all that is contrary to Catholic teaching in whatever pertains closely to the piety of the faithful. Likewise, whatever hampers the proper freedom of bishops in governing their churches by the divinely established norms and in training seminarians according to the prescriptions of canon law must be repealed. Though We are animated by a sincere desire for peace, We still may not dare do anything contrary to what has been divinely established and ordained. We are, if necessary, ready to endure the greatest hardships according to the example of Our predecessors, to defend these things.

Powers of the Bishops

6 As for you, venerable brothers, you are aware of the true nature of the Church, of the constitution which its divine founder gave it, and of the rights and duties associated with it. Nobody can subtract from or destroy these rights and duties. Certainly, the Church is a supernatural society and perfect in its order, as we have recently declared in Our encyclical Immortale Dei. As its purpose is to bring its children to eternal happiness, it has received from God the means and aids to bring them into possession of the heavenly goods. It begins on earth and in the struggles of this life to construct an edifice which will have its final crowning and supreme splendour only in heaven. It is solely the Church's duty to make rules concerning its inner life, whose nature was determined by our Lord Jesus Christ, the restorer of our salvation. Christ ordered that this free and independent power belong to Peter and to his successors, and, under the authority of Peter, to the bishops in their respective churches. This episcopal power includes by its very nature clerical discipline regarding the sacred ministry and the conduct of the priests, for the priests are attached to the bishop like the strings of a lyre.(Ignat. M., epistle to the Ephesians, chap. 15)

7 The priestly order, heir of such a sublime ministry, renews itself from age to age without changing. Those who are called to this order must thus follow by their sincerity of doctrine and innocence of life, in the footsteps of the first Bowers of the faith, whom Christ Himself chose. The right and duty to teach young people whom God calls to become His ministers and the dispensers of His mysteries falls to the bishops alone. The people are to take their religious training from those to whom it was said, "teach all nations." If this is so, how much greater is the obligation imposed on bishops to give the nourishment of sound doctrine as they see fit to these ministers, who will be the salt of the earth and will take the place of Jesus Christ among men? This duty is not the only one incumbent on the bishops; in addition, they must look after the welfare of the seminarians. They should initiate them quickly into the practices of a firm piety, a piety whose absence would leave them unworthy of the priesthood and incapable of fulfilling its duties.

Supervision of Seminaries

8 You know very well from theory and practice the difficulties and prolonged labours which this instruction of seminarians requires. Those who have chosen God as their inheritance should show themselves to the Christian people as living models of virtue and self restraint, according to the teaching of the Prince of the Apostles. Under the authority of the bishops and the instruction of appointed teachers, they should learn to dominate their passions, to despise the things of this world, and to seek heavenly goods. Fortified by heavenly thoughts and inflamed by heavenly love, they will remain chaste and pure amidst the corruption of this world. They must also become quickly accustomed to constantly and fearlessly explaining and defending Catholic truth, which the world despises and pursues with an implacable hatred. The times demand a vigorous struggle to preserve the cause of the Church. What could we expect, then, if our ministers were not prepared long in advance by religious training and love to faithfully support their bishops, to listen to their words, and to endure boldly the harshest difficulties for the name of Jesus Christ? Seminaries and other institutions of sacred learning give the seminarians, far from the bustle of daily concerns, the qualities required to fulfill the apostolic ministry properly. Their education also teaches them to endure joyously all the inconveniences of life and all those types of work necessary to save souls. Under the vigilance and protection of the bishops and the priests delegated by them by virtue of their long experience in sacred studies, the students will learn to equitably measure their strengths and to recognize what they are capable of. The pastors can test the abilities and character of each one, in order to judge wisely who is worthy of the honor of the priesthood and to dissuade those who are unworthy. But what salutary fruits can be obtained if the pastors do not have full liberty to remove obstacles and to use the means appropriate to that end? On this subject, since your nation counts among its distinctions the glory of the military, We can draw an analogy. Would the heads of government permit young men placed in military institutions to have any other teachers than those who excel in this art? Do we not choose appropriate military men to teach army discipline, the use of arms, and the military spirit?

9 The Church's concern for its seminaries is therefore easy to understand. From the earliest years of the Church, the popes and the Catholic bishops took special care to establish centers for candidates to the priesthood. Here, either by themselves or with the help of suitable teachers (sometimes taken from the priests of the cathedral church), they taught the humanities, theology, and above all the conduct suitable to their vocation. The houses which the bishops and monks opened to receive clerics are celebrated up to this day. Among them shines the memory of the Lateran Patriarchate; from here, as from a fortress of wisdom and virtue, illustrious popes and bishops appeared, men remarkable for their holiness and for their teaching. The careful and diligent teaching of clerics seemed very important and necessary even from the beginning of the sixth century. The Council of Toledo, speaking about "those whom their parents forced to enter the clerical state as children," commands "that after having received tonsure or being ordained lector, they must be educated in the Church under the vigilance of the bishop." Thus we see why we must strive to organize and govern the seminaries of your dioceses according to the rules established by the fathers of the Council of Trent. That is also why in the previous agreements between the popes and the secular authorities from different periods, the Apostolic See - especially watched over the preservation of seminaries and reserved to the bishops the right to govern them, to the exclusion of all other powers. Among other documents, we have a clear example in the apostolic letter beginning De salute animarum. Pius VII published this encyclical on July 18, 1821, after reaching an agreement with the king of Prussia concerning a new delimitation of dioceses.

10 Therefore, may the bishops have the full and entire right to train in the seminaries the peaceful army of Jesus Christ. May they be free to choose officials according to their own judgment for the clerical hierarchy, and may they place priests in various posts to fulfill their pastoral duties without obstacles.

Relationship with Civil Authorities

11 From what We have just said, venerable brothers, you see the truth and justice in Our demands for ecclesiastical freedom. The Church lives and acts by this freedom, in order to arrive at the happy and lasting agreement so long and ardently desired by both powers. We are confident that the secular authorities will be fair to Us and grant what We ask, based on holy laws.

12 Our demands are not the kind which will diminish the dignity or power of the secular authorities. Rather there may result some substantial and solid advantages for the public welfare. In effect, venerable brothers, what you and your assistants teach concerning civil responsibility comes down to this: every person should be subject to higher powers "not only for fear of punishment, but also because of his conscience."(Rom 13.5) We should bear public duties happily, abstaining from plots and conspiracies. We should show fraternal love to each other and fulfill faithfully our duties to society. If the number of your assistants were to increase, at the same time the number of those who propagate these useful teachings would increase. It would simultaneously become easier to furnish good 'priests to parishes so long deprived of their pastors. Catholics ask this with all their hearts.

13 As you know, venerable brothers, there are many seeds of public disorder in the midst of human society. They are like fires scattered here and there, fires which threaten a terrible conflagration. First among them is the worker question, which preoccupies civil authorities. They search for ways to face the imminent dangers, to block the way for sectarians who seek at every occasion to profit from public disorder. They also try to block reforms which work for the great detriment of the state. It is amazing how human society can profit from the work of the Church's ministers in these cases. We have been able to observe this in the conflagrations and catastrophes which have afflicted past times. In effect, the priests have almost daily contact with the lower classes by virtue of their ministry. They are accustomed to conversing familiarly and intimately with them and know thoroughly the labours and the sorrows of the people from this class. They see clearly their wounded hearts; drawing suitable aids and arguments from religious sources, they are able to give consolation and remedies to the weak in spirit. They thus lessen the present evils, revive broken strength, and restrain minds hurtling toward seditious plots.

Missions

14 No less serious or useful is the work which Catholic missionaries, animated by the spirit which the Church inspires in them, bring to distant, uncivilized countries. Several European rulers have in our time begun to establish colonies there. The German government also seeks to establish colonies, increase its possessions, and open new avenues to commerce and industry. What will make its reputation among the nations is its effort to civilize the savage tribes. But to conciliate the minds and to win the confidence of these uncivilized nations, they should teach them the salutary precepts of religion right from the beginning. They should bring them to understand the true notion of what is just and honest. Finally they should explain what it means to be children of God, for they too have been called to this, thanks to the merits of Our Saviour. This is what the popes had in mind when they sent so many missionaries to barbarian nations. This is certainly not the affair of armies, nor of civil magistrates, nor of conquerors, although they may certainly reap abundant fruit for it. Rather, as history attests, it is the task of those men who go forth from the camp of the Church, embracing the labours and dangers of missionary expeditions. These men do not fear to travel among barbarian nations as messengers and interpreters of God, ready to pour out their blood and their lives for the salvation of their brothers.

15 Thinking about all these things, We hope that Our wishes will soon be realized through the grace and favour of God. As for you, venerable brothers, continue to ask God for this in ceaseless prayer. Since your minds are far from human ambitions and thoughts, but are fired solely by zeal for God's glory and love of the Church, you will with the grace of God obtain the reward which your constancy merits.

Exhortation to Labor

16 Union of mind and heart has always been a great impetus to the success of every enterprise. Maintain at all costs the holy bond of love among yourselves. We also want to remind you, venerable brothers, that the troubles which you endure are not peculiar to each diocese. Rather, they are matters for the whole Church. As you know, these concerns were transferred to this Apostolic See, for the supreme power to govern the Church and the center of Catholic unity have been established here. Always turn your eyes toward Rome. Be assured that We want to use all Our efforts to end the struggles which flourish in your country, according to your wishes and those of your faithful.

17 Finally, We beseech the father of mercies to consider your labors and sorrows and to grant all your wishes. With the deepest Christian love. We give to you, venerable brothers, to all your clergy, and to the faithful entrusted to your care, Our apostolic blessing, as a witness of Our special love for you and as a pledge of heavenly help and consolation.

17a Given in Rome, at St. Peter's, on the sixth day of January, 1886, in the eighth year of Our pontificate.

17b LEO XIII

Official English text, the Holy See (vatican.va); original Latin. Fonte: vatican.va.

Testo latino

LITTERAE SS. D. N. PAPAE LEONIS XIII AD ARCHIEPISCOPOS ET EPISCOPOS BORUSSIAE*
DE CONDITIONE REI CATHOLICAE IN GERMANIA

1 Iampridem Nobis in votis erat, Venerabiles Fratres, vos alloqui, ut de praesentibus rei catholicae in Germania conditionibus vobiscum ageremus. — Illud valde optabamus, singulari quadam ratione, testari magnitudinem paternae caritatis ac studii, quo vos et dilectos vestros filios complectimur : simulque vobis gratulari de sollicitudine illa plane apostolica, qua vos omnes, Venerabiles Fratres, in gregem vestrum animatos infiammatosque conspicimus. Intelligimus praesertim curas, quas constanter adhibuistis, ut catholici homines, fidei vestrae concrediti, nunquam se a virtute, a pietate, a salutis via abduci paterentur. — Maxime etiam cordi erat, vobis patefacere animi solatium atque oblectationem quam percipimus tum ex summa voluntate, qua universi catholici homines Germaniae vobis adhaerescunt, vobisque dicto audientes sunt, tum ex disciplina et concordia, quae inter ipsos magis magisque invalescit.

2 Quod antea non licuit, placet praestare modo per hanc epistolam, quam ultro ad vos damus, spem bonam animo foventes fore ut, divinae Providentiae beneficio, cito dies affulgeat, qui religioni et Ecclesiae in Germania laeta meliorum rerum initia afferat.

3 Neminem vestrum latet, Venerabiles Fratres, mutuam concordiam, quae haud brevi annorum spatio inter hanc Apostolicam Sedem et Borussiae Regnum fauste feliciter intercesserat, magnis ex improviso perturbationibus fuisse obnoxiam, ob eas praesertim latas leges, quibus catholici cives in grave discrimen et angorem adducti sunt. — At haec calamitas, quae Decessorem Nostrum fel. rec. Pium IX ac Nos etiam magno dolore affecit, occasionem praebuit, moderante Deo, quamobrem tum Pastorum tum Fidelium Germaniae virtus et in avita fide constantia maiorem in modum eluceret. Quae quidem virtus et constantia eo maiori commendatione digna est, quod cum illi strenuam caussae Ecclesiae tuendae operam darent, nunquam a fide et obsequio maiestati Principis debito, numquam a patriae caritate descesserint; et obtrectatoribus suis re ipsa ostenderint, non civilium rationum respectu, sed religione officii, quae opus Dei sanctum et inviolatum haberi iubet, sese unice moveri.— Hinc factum est, ut summus ipse meritorum auctor ac remunerator Deus non modo in vos, Venerabiles Fratres, sed etiam in universum Dioecesium vestrarum populum amplissima bonitatis et gratiarum suarum munera effuderit. Eo enim opem suam largiente, licet, novarum legum caussa , imminueretur in dies inter Borussiae fideles sacerdotum numerus, et in pluribus curialibus Ecclesiis deessent qui sacra fidelibus administrarent; licet viri fallaces, veterum catholicorum sibi nomine imposito t novas pravasque doctrinas serentes, discipulos post se abducere fraude deceptus conarentur, vidimus tamen cum gaudio dilectos filios catholicos e Germania fidem patrum suorum integre firmiterque tenere; nusquam se insidiis magistrorum nequitiae pervios praebere; sed christiani, animi magnitudine pericula vincere, et tanto maiore in Ecclesiam studio moveri quanto asperioribus molestiis eam exerceri conspiciebant.

4 Quibus ex rebus magnae virtutis et gloriae, dolorem a Nobis susceptum ob memoratas leges levari sensimus; ac pio cordis affectu Deo laudes gratiasque egimus, qui filiorum suorum animis robur illud mirabiliter indiderat; et oblata occasione facere non potuimus, quin vestram istarumque catholicarum gentium virtutem merita commendatione palam ornaremus. — Sed Apostolico ministerio Nostro, quo vigilare cogimur ne Ecclesiae status ullum detrimentum capiat, neu interior vita eiusdem Ecclesiae ullis perturbationibus obnoxia sit, ea omnia haud satis erant, nisi pariter quantum in Nobis auctoritatis et studii est, id omne ad removendas praesentium temporum difficultates contulissemus. Quapropter nulli pepercimus curae, nullum praetermisimus officium, ut eae leges re vocarentur; quae diuturnas Ecclesiae angustias, vobisque magnam laborum segetem pepererunt. Ac tantum Nobis studium fuit et inest adhuc animo restituendi solidis innixam fundamentis concordiam ac pacem, ut declarare supremis rerum Moderatoribus non omiserimus, propositum esse Nobis usque eo Nos morigeros eorum voluntati praebere, quo per divinas leges et conscientiae officium liceret. Quin immo hoc ipsum propositum Nos manifestis patefacere argumentis non dubitavimus; destinatumque animo habemus, nihil etiam in posterum praetermittere, quod restituendae firmandaeque concordiae conferre videatur.

5 At vero, ut hoc quod votis et spe Nostra prosequimur auspicato contingat, praecipue curandum est, ut a publicis legibus exulent quae contraria sunt rationibus catholicae disciplinae in eo quod sanctius et antiquius pietati fidelium est; itemque quae libertatem impediunt Episcoporum propriam, Ecclesias suas regendi ad normas divinitus constitutas, atque instituendae in sacris Seminariis ad canonicarum sanctionum praescripta iuventutis. — Quamquam enim sincero pacis studio teneamur, non tamen fas est Nobis contra ea, quae divinitus constituta et sancita sunt, quidquam audere; pro quibus profecto, si ad ea tuenda opus esset, extrema quaeque perpeti, exemplo Decessorum nostrorum, non dubitaremus.

6 Vos autem, Venerabiles Fratres, non ignari estis quae sit intima Ecclesiae natura, et qualem ipsam divinus eius conditor constituerit, quaeque iura exinde dimanent, quorum vim convellere aut detrectare nemini licet. Nimirum, uti Nos ipsi litteris Nostris encyclicis Immortale Dei nuperrime declaravimus, Ecclesia societas est supernaturalis atque in suo ordine perfecta. Quemadmodum enim id sibi propositum habet, ut filios suos ad aeternam beatitudinem adducat, ita divinitus datis praesidiis et instrumentis est praedita, quibus eos aeternorum bonorum compotes faciat, inceptans in terris et in huius viae militia aedificium, quod supremum fastigium supremumque decus est habiturum in caelis. Ad solam autem Ecclesiam pertinet statuere de iis quae interiorem eius vitam spectant, cuius ratio a Christo Domino restitutore salutis nostrae fuit constituta. Hanc potestatem liberam et nemini obnoxiam unum penes esse Petrum et successores eius Christus iussit, ac sub auctoritate et magisterio Petri penes esse Episcopos in suis cuiusque Ecclesiis: quae Episcoporum potestas natura sua disciplinam Cleri, tum in iis quae ad sacra munera, tum in iis quae ad sacerdotalis vitae rationem pertinent, praecipue complectitur: presbyterium enim Episcopo coaptatum est sicut chordae citharae (Ignat. M. Ep. ad Ephes. c. XV).

7 Cum porro sacerdotalis ordo, tam sublimis ministerii haeres, aliis post alios succedentibus, nunquam sui dispar saeculorum cursu renovetur, cumque opus sit, ut qui in hunc ordinem vocati sunt, sinceritate doctrinae et innocentia vitae, quantum fieri potest, eorum vestigiis insistant, quos Christus primos fidei satores elegit, nemini dubium esse potest, non aliis quam Episcopis ius munusque esse docendi et instituendi iuvenes, quos Deus singulari beneficio ex hominibus assumit, ut sint ministri sui ac dispensatores mysteriorum suorum. — Ac sane, si ab iis quibus dictum est, docete omnes gentes, religionis doctrinam hominem debent excipere, quanto validiori iure ad Episcopos cura pertinet, ea quam potiorem duxerint ratione, eorumque docentium ope quos maxime probaverint, sanae doctrinae pabula tradendi iis qui pro suo ministerio sal terrae futuri sunt, et pro Christo apud homines legatione functuri? Nec solum hoc gravissimo munere obstringuntur Episcopi, sed eo insuper ut vigilantiam suam bono alumnorum sacri ordinis impertiant, eosque mature imbuant solidae pietatis sensibus, qua dempta, nec ii sacerdotii honore digni sunt, nec muneribus eius rite implendis pares esse possunt.

8 Vos certe, Venerabiles Fratres, ratione atque experientia edocti, optime nostis quam arduum sit, quam diuturni laboris opus tales iuvenes fingere et instituere. Cum enim qui primoribus annis Deum elegerunt in haereditetem suam, ex Apostolorum Principis praecepto teneantur se ipsos vivam virtutis continentiaeque formam oculis christiani populi exhibere, ii mature discant oportet, sub magisterio Episcoporum ac delectorum moderatorum disciplina, cupiditatibus suis dominari, terrena despicere, caelestia appetere, quorum et cogitatione muniti et amore infiammati, facilius possint inter mundi corruptelas caste integreque versari. Oportet insuper ut cito assuescant constanti et impavido esse animo in munere explicandae populis tuendaeque catholicae veritatis, quam mundus spernit ac pertinaci odio prosequitur. Quid sane, Venerabiles Fratres, expectandum esset, si cum tempora incidunt, quae vehementiorem postulant pro tuenda Ecclesiae caussa dimicationem, sacri ordinis viri, sanctae disciplinae et caritatis ope, in id iampridem comparati non sint ut Episcopis suis cum fide adhaereant, eorum excipiant voces, et aspera quaeque pro Iesu Christi nomine proferre non vereantur? Scilicet iuvenilium annorum disciplina, quae in Seminariis aliisque sacrae institutionis sedibus traditur, ea est qua sacrorum alumni, procul ab humanarum curarum aestu, ad apostolica ministeria rite obeunda informan tur, et ad quaeque vitae incommoda atque ad omne laborum genus laeto animo subeundum in salutem animarum. Ea est quae efficit, vigilantibus ac praesidentibus Episcopis delectisque ab iis presbyteris diuturna sacrae disciplinae peritia spectatis, ut alumni discant aequa lance metiri vires suas et quid ipsae valeant agnoscant: ac Pastores vicissim, compertis cuiusque ingeniis et moribus, scienter decernere possint, qui sint ex iis sacerdotii honore digni, et cavere ne quis immerito aut praepostere sacris ordinibus initietur. At qui poterunt huiusmodi salutares fructus haberi, nisi plena sacris Pastoribus sit facultas impedimenta removendi et opportunis ad id assequendum utendi praesidiis? — Qua in re, quoniam nationis vestrae homines, praeter alia ornamenta, armorum quoque gloria excellunt, passuri ne unquam essent qui rei publicae praesunt, ut qui iuvenes rudimenta militiae ad ducendos ordines et bellica munera administranda in militaribus institutis accipiunt, ab aliis potius quam a peritis bellicae artis scientiam armorum ediscerent, atque ab aliis magis quam ab idoneis militiae magistris disciplinam castrorum, usum rerum et martios spiritus haurirent?

9 Ex his facile intelligitur cur a vetustissimis Ecclesiae temporibus Romani Pontifices et catholici Episcopi omnem curam gesserint, ut candidatis sacri ordinis contubernia constituerent, in quibus eos aut per se ipsos, aut probatis adhibitis magistris, quos interdum e sacerdotibus Cathedralis Ecclesiae legebant, ad litteras, ad severiores doctrinas et praecipue ad mores sua vocatione dignos excolerent. Adhuc hominum memoria celebrantur domus olim ab Episcopis et coenobitis clericis excipiendis apertae, atque inter eas illustris adhuc fama viget Patriarchi Lateranensis, ex quo, velut ex arce sapientiae et virtutis, Pontifices maximi et Antistites sanctimonia ac doctrina clari prodierunt. Ac momenti hoc studium accuratae diligentisque clericorum disciplinae, et tam necessarium visum est, ut iam inde ab initio saeculi sexti Synodus Toletana, de iis quos voluntas parentum a primis infantiae annis clericatus officio mancipar at, statuerit observandum ut mox cum detonsi vel ministerium lectorum contraditi essent, in domo Ecclesiae sub Episcopali praesentia a Praeposito sibi deberent erudiri. — Inde liquet quam gravi iustaque de caussa vehementer contendamus, vestrarum Diocesium Seminaria ad eas normas constitui, ordinari atque componi, quas Concilii Tridentini Patres, ut notum pervulgatumque est, tradidere. Nec alia profecto fuit caussa cur Apostolicas Sedes, cum inter romanos Pontifices et supremos rerum publicarum Moderatores pactionum foedera pro variis temporum rationibus inita sunt, diligenter in iis cautum, consultumque sacris Seminariis voluit, et Episcoporum ius in iis regendis, alia quavis potestate exclusa, sartum tectumque esse curavit. Cuius rei perspicuum inter alia documentum praebent Apostolicae litterae, quarum initium De salute animarum, quae a fel. rec. Pio VII Decessore Nostro die decima octava Iulii anno MDCCCXXI editae fuere, conventione ab Eo inita cum Borussias Rege, in qua de nova Dioecesium descriptione agebatur.

10 Sit igitur integrum, sit liberum ius et potestas Episcopis in Seminariorum palaestra mansuetae Christi militiae ungendae conferre operam ; sit integrum sacerdotes iudicio suo deligere alios aliis ministeriis praeficiendos, ac nulli impedimento obnoxios pastorali suo munere tranquille perfungi.

11 Ex his autem, quae ediximus, videtis, Venerabiles Fratres, quam vere iusteque declaratum a Nobis fuerit, ad faustam stabilemque concordiam, summis votis tamdiu expeditam, inter potestatem utramque ineundam, opus esse latas leges ita componi, ut necessaria ad vivendum agendumque libertas Ecclesiae salva supersit. Ac Nos confidimus viros qui rei publicae gubernacula tenent, aequos se caussae nostrae praebituros, eaque Nobis praestituros, quae vi sanctissimorum iurium postulamus.

12 Nec vero postulata Nostra talia sunt, ut ex iis quidquam imperantibus de sua dignitate et potestate decedat; quin immo ex ipsis magnae in bonum publicum solidaeque dimanant utilitates. Quae enim a vobis, Venerabiles Fratres, et a cooperatoribus vestris in ministerio verbi populis documenta traduntur in iis, quae ad eorum officia erga civilem auctoritatem pertinent, huc maxime redeunt : scilicet omnem animam potestatibus sublimioribus subditam esse debere non solum propter iram, sed etiam propter conscientiam (Rom. XIII, 5) ; publica onera aequo animo ferenda; a turbulentis consiliis et molitionibus abstinendum; caritate fraternitatis invicem dilectionem exhibendam, mutuaque officia in hominum societate cum fide servanda. Quod si maior, quam nunc est, cooperatorum vestrorum evaderet numerus, ex hoc incremento una etiam eorum augeretur manus, quorum est tam salutaria humanae societati documenta in populos propagare; simulque facilius possent destitutae iamdiu rectorum suorum solatio paraeciales ecclesiae probatorum sacerdotum curae committi: quod catholicorum vota maxime flagitant.

13 Sunt praeterea, ut nostis, Venerabiles Fratres, in humanae societatis sinu plura publicarum perturbationum semina, veluti passim dispositi ignes, qui saevum minitantur incendium, in quibus praecipue se effert operariorum caussa, quae rei publicae moderatorum sollicitos habet animos, rationem quaerentium qua impendentibus periculis occurrant, viamque obstruant sectarum asseclis, qui in omnem occasionem excubant crescendi ex publicis malis, resque novas, magno cum rei publicae detrimento, moliendi. — Atqui mirum est quantum hac ipsa in re de humana societate mereri Ecclesiae ministri, opera sua, possunt; quod et in aliorum temporum procellis et calamitatibus scimus contigisse. Sacerdotes enim, qui pro sui ministerii ratione cum inferiorum ordinum hominibus quotidianam pene consuetudinem habent et cum iis solent familiariter intimeque versari, labores et dolores penitus norunt eius generis hominum; saucia eorumdem corda propius intuentur; et opportuna auxilia, documenta ex divinae religionis fontibus depromentes, nati apti sunt ea solatia et remedia aegris animis afferre, quae maxime praesentium malorum lenire sensum, fractas revocare vires possunt, et praecipites in turbulenta consilia animos compescere.

14 Nec minus insuper validam utilemque operam sacri ordinis viri eo imbuti spiritu, quem Ecclesia ministris suis indit, navare possunt in iis regionibus longe dissitis et a civili cultu remotis, in quibus colonias statuere plures Europae principes hoc tempore instituerunt. — Ipsi rei germanicae Gubernatores non modo certatim curant colonias deducere, possessionesque ampliare, sed etiam novos aditus industriae et mercaturis faciendis patefacere. Iidemque de humanitate gentium hoc etiam nomine optime merebuntur, quod nitantur tribus immanes et feras urbanis moribus atque artibus expolire. — Magni autem refert ad rudium et incultarum gentium demerendos animos voluntatesque conciliandas, eas confestim salutaria religionis praecepta edocere, ad veram recti honestique speciem intuendam adducere, et dignitatis filiorum Dei conscias efficere, ad quam ipsae etiam, Sospitatoris nostri meritis vocatae sunt. Quas res maxime propositas animo habentes romani Pontifices, Evangelii praecones ad incultos populos mittere sedulo naviterque curarunt. Ac sane opus, de quo agitur, non exercituum, non civilium magistratuum, neque dominantium est, quamquam ipsi fructum ex eo uberrimum capiunt; sed illorum, uti testatur historia, est hominum, qui ex Ecclesiae castis prodeuntes, sacrarum expeditionum labores et pericula sibi suscipiunt, ac velut nuncii et interpretes Dei, inter barbaras gentes migrare non verentur, vitam et sanguinem fratrum saluti libenter largituri.

15 Haec omnia Nos animo reputantes et cogitatione complectentes, in spem adducimur fore ut, Deo aspirante et favente, vota Nostra optato exitu fbrtunentur. Vos autem, Venerabiles Fratres, pergite assiduis ad Deum precibus idipsum implorare. Cumque animi vestri non humanis cupiditatibus et consiliis, sed unice divinae gloriae studio et amore erga Ecclesiam agantur, dubitandum non est quin, divina opitulante gratia, dignam constantiae vestrae mercedem referatis.

16 Et quoniam in omnibus rebus ad prosperos earum exitus, magna semper vis fuit coniunctionis animorum mutuaeque caritatis, nihil sit vobis antiquius, quam sanctum caritatis vinculum inter vos omni studio tueri. Qua in re illud etiam vos perpendere volumus, Venerabiles Fratres; eas perturbationes quibus obnoxii estis, tales esse, ut non magis proprias singularum Dioecesium, quam communes universae Ecclesiae rationes attingant: quarum tutela, ut nostis, huic Apostolicae Sedi commissa est, in qua suprema potestas Ecclesiam regendi, supremum eius magisterium, et catholicae unitatis centrum est constitutum. In hanc igitur Apostolicam Cathedram vestri perpetuo coniecti sint oculi, ac vobiscum reputate, nihil ipsi esse potius, quam curam omnem operamque conferre, ut concertationibus, quae in ista regione vigent, finis tandem, uti vos vestraeque procurationis fideles optant, imponatur.

17 Patrem denique misericordiarum ex intimo corde adprecantes, ut respiciat labores et dolores vestros, atque communibus votis propitius annuat, Apostolicam benedictionem, praecipuae Nostrae dilectionis testem, auspicemque praesidii et solatii caelestis, vobis Venerabiles Fratres, universoque Clero et fidelibus cuiusque vestrum fidei concreditis, peramanter in Domino impertimus.

18 Datum Romae apud S. Petrum, die VI Ian. a. MDCCCLXXXVI. Pontificatus Nostri Octavo.

19 LEO PP. XIII

20 *ASS, vol. XVIII (1885), pp. 387-394.

Fonte: www.vatican.va.

Official English text, the Holy See (vatican.va); original Latin. © Libreria Editrice Vaticana (Dicastery for Communication); official text published on vatican.va

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