Libertas praestantissimum
Sulla natura della libertà umana
LETTERE ENCICLICHE
DI SUA SANTITÀ
LEONE PER DIVINA PROVVIDENZA PAPA XIII
AI PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI
E VESCOVI TUTTI DEL MONDO CATTOLICO,
CHE HANNO GRAZIA E COMUNIONE CON LA SEDE APOSTOLICA*
SULLA LIBERTÀ UMANA
1 Ai venerabili fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi tutti del mondo cattolico che hanno grazia e comunione con la Sede Apostolica
2 LEONE PP. XIII
3 Venerabili Fratelli, salute e benedizione apostolica
4 La libertà, eccellentissimo bene della natura, e proprio unicamente delle nature che usano dell'intelligenza e della ragione, conferisce all'uomo quella dignità per cui egli sia in potere del suo consiglio e ottenga il dominio delle sue azioni. — Tuttavia una tale dignità importa moltissimo il modo in cui venga esercitata, perché come dai massimi beni così dai massimi mali nasce l'uso della libertà. Certo è proprio dell'uomo obbedire alla ragione, perseguire il bene morale, tendere rettamente al suo fine supremo. Ma egli medesimo può volgersi a tutte le altre cose, e perseguendo false immagini di beni, turbare l'ordine dovuto e precipitare nella rovina volontaria. — Il Liberatore del genere umano Gesù Cristo, restituita e accresciuta la pristina dignità della natura, ha grandemente aiutato la volontà stessa dell'uomo; e da una parte l'ha sollevata con i presidi della sua grazia, dall'altra le ha proposto la felicità eterna nei cieli. E in modo simile ha meritato e costantemente merita di questo così eccellente bene della natura la Chiesa cattolica, perché suo compito è propagare in ogni età dei secoli i benefici che ci sono stati procurati per mezzo di Gesù Cristo. — Tuttavia molti si trovano che pensano la Chiesa sia di ostacolo alla libertà umana. La causa di ciò risiede in un giudizio perverso e disordinato intorno alla libertà medesima. Infatti la adulterano nella stessa sua intelligenza, oppure la dilatano più del dovuto nell'opinione, così che sostengono appartenere a molte cose, nelle quali, se si vuol giudicare rettamente, l'uomo non può essere libero.
5 Altre volte Noi, e nominatamente nella lettera enciclica Immortale Dei, abbiamo parlato delle cosiddette libertà moderne, distinguendo ciò che è onesto da ciò che è contrario: e insieme abbiamo dimostrato che tutto ciò che di bene è contenuto in quelle libertà, è tanto antico quanto è la verità: e che la Chiesa sempre ha avuto il massimo piacere di approvarle e di riceverle in pratica e in uso. Ciò che vi si è aggiunto di nuovo, se si cerca il vero, consiste in parte in una contaminazione più grave, che i tempi turbolenti e l'eccessiva brama di novità hanno generato. — Ma poiché molti sono ostinati in questa opinione, che quelle libertà, anche in ciò che contengono di vizioso, costituiscono il massimo decoro della nostra età e il fondamento necessario della costituzione degli stati, così che negano possa pensarsi un perfetto governo della repubblica se non con esse, perciò sembra, considerata l'utilità pubblica, che questo argomento debba essere trattato separatamente da Noi medesimi.
6 La libertà morale la perseguiamo rettamente, sia che la si consideri nelle singole persone, sia che la si guardi nello stato. — Tuttavia giova anzitutto dire brevemente qualcosa della libertà naturale, perché sebbene sia del tutto distinta dalla morale, è tuttavia fonte e principio, da cui ogni genere di libertà nasce dalla sua forza e dalla sua spontaneità. Questa il giudizio di tutti e il senso comune, che è la voce certissima della natura, la riconosce soltanto in coloro che sono dotati di intelligenza e di ragione, e in essa medesima appare la ragione per cui l'uomo è veramente considerato autore di ciò che da lui viene fatto. E giustamente: infatti mentre gli altri animali sono guidati soli dai sensi e dal solo impulso della natura acquistano ciò che giova loro e fuggono il contrario, l'uomo in ogni atto della vita ha la ragione come guida. Ora la ragione, qualunque bene si possieda sulla terra, può giudicare che tutti e singoli possono essere e possono egualmente non essere: e, non decernendo nessuno di essi come necessariamente da assumersi, conferisce alla volontà il potere e la facoltà di scegliere ciò che le piace. — Ma dalla contingenza, come la chiamano, di quei beni che abbiamo detto, per questa ragione l'uomo può giudicare, perché ha un'anima per natura semplice, spirituale e partecipe del pensiero: la quale perciò, perché è tale, non trae origine dalle cose corporee, né dipende da esse nella sua conservazione; ma, senza che nulla si frapponga, ingenerata da Dio e superando di gran lunga la condizione comune dei corpi, ha il suo proprio e particolare modo di vivere, di agire; per cui accade che, comprese nel giudizio le ragioni immutabili e necessarie del vero e del bene, quei singoli beni non vede affatto essere necessari. Così dunque quando si stabilisce che gli animi degli uomini sono separati da ogni commistione mortale e che sono dotati della facoltà di pensare, insieme si costituisce fermissimamente nel suo fondamento la libertà naturale.
7 Invero, come la natura dell'animo umano è semplice, spirituale e immortale, così nessuno proclama e sostiene con maggior forza e costanza la libertà quanto la Chiesa cattolica, la quale appunto ha insegnato sempre l'una e l'altra cosa, e le tutela come dogma. E non solo questo: ma contro coloro che dicono il contrario e i fautori di nuove opinioni, la Chiesa ha assunto la difesa della libertà, e ha salvato dall'estinzione un bene così grande dell'uomo. In questo genere, i monumenti letterari testimoniano con quanta contesa abbia respinto i folli tentativi dei Manichei e di altri; nell'età più recente poi nessuno ignora con quanto studio e con quanta forza sia stata combattuta, tanto nel Concilio di Trento quanto dopo, contro i seguaci di Giansenio, per il libero arbitrio dell'uomo, e come la Chiesa non abbia mai tollerato il fatalismo in alcun tempo e in alcun luogo.
8 [15] La libertà dunque, come abbiamo detto, è propria di coloro che partecipano della ragione e dell'intelligenza: e la medesima, se si consideri la sua natura, non è altro che la facoltà di scegliere le cose idonee a ciò che è stato proposto, in quanto colui che ha la facoltà di scegliere una cosa fra più, è padrone dei suoi atti. Ora, poiché tutto ciò che si assume come causa per conseguire una cosa qualsiasi, ha ragione di bene, che si dice utile: questo bene poi ha di natura che muova propriamente l'appetizione, perciò il libero arbitrio è proprio della volontà, o piuttosto la volontà stessa è in quanto nell'agire ha la facoltà di scelta. Ma la volontà non è mossa in nessun modo, se non che la conoscenza della mente come una fiamma le abbia brillato innanzi: cioè il bene desiderato dalla volontà è necessariamente bene in quanto conosciuto dalla ragione; tanto più che in tutte le volizioni sempre il giudizio sulla verità dei beni precede la scelta, e quale sia da anteporre agli altri.
9 [16] Ora, giudicare è proprio della ragione, non della volontà, nessun saggio lo dubita. La libertà dunque, se risiede nella volontà, la quale per sua natura è appetito obbediente alla ragione, ne consegue che anche essa, come la volontà, versi intorno al bene conforme alla ragione. —Tuttavia, poiché ambedue le facoltà sono lontane dalla perfezione, può accadere e spesso accade che la mente proponga alla volontà ciò che non è affatto realmente bene, ma abbia una forma ombrata di bene, e la volontà vi si applichi. Ma come l'errare potere e l'errare stesso è un difetto che dimostra la mente non perfetta in ogni parte, così pure afferrare un bene falso e finto è indizio del libero arbitrio, come l'infermità della vita, è tuttavia un certo difetto della libertà. Così parimente la volontà, per il fatto stesso che dipende dalla ragione, quando appetisca qualcosa che dissenta dalla retta ragione, contamina la libertà da un certo vizio radicalmente, e ne fa un uso perverso. E per questa ragione Dio infinitamente perfetto, il quale essendo sommamente intelligente e per essenza bontà, è anche sommamente libero, non può in nessun modo volere il male della colpa; né possono, per la contemplazione del sommo bene, i beati cittadini del cielo.
10 [17] Sagacemente Agostino e altri contro i Pelagiani osservavano questo: se il potere venir meno dal bene secondo la natura fosse perfezione della libertà, allora Dio, Gesù Cristo, gli Angeli, i beati, nei quali tutti questa potestà non esiste, o non sarebbero liberi, o certo sarebbero meno perfetti che l'uomo viatore e imperfetto. Su questa questione il Dottore Angelico disputa spesso molte cose, dalle quali può risultare e si può dedurre che la facoltà di peccare non è libertà, ma servitù. Sottilissimamente lo spiega nelle parole del Signore Cristo (Ioan. VIII, 34), « Chi commette peccato, è schiavo del peccato »: « Ciascuna cosa è quella che le conviene secondo la natura. Quando dunque è mossa da qualcosa di estraneo, non opera secondo sé, ma dall'impressione di un altro, il che è servile. L'uomo però secondo la sua natura è razionale. Quando dunque è mosso secondo la ragione, è mosso dal proprio moto e opera secondo sé: il che è libertà; quando invece pecca, opera contro la ragione, e allora è mosso quasi da un altro, trattenuto entro i confini altrui: e perciò « chi commette peccato, è schiavo del peccato » — Cosa che la stessa filosofia degli antichi aveva visto abbastanza chiaramente, e specialmente coloro la cui dottrina è che nessuno è libero se non il saggio: il saggio poi, come è stato provato, chiamavano colui che aveva imparato a vivere costantemente secondo la natura, cioè onestamente e con virtù.
11 [18] Poiché dunque tale è nell'uomo la condizione della libertà, era opportuno che fosse munita di aiuti e di difese convenienti, che dirigessero tutti i suoi movimenti verso il bene e lo ritiraessero dal male: altrimenti la libertà dell'arbitrio avrebbe recato gran danno all'uomo — E anzitutto la legge, cioè la norma delle azioni da compiere e da omettere, fu necessaria; la quale propriamente non può esistere negli animali, che agiscono per necessità, perché tutto ciò che fanno lo fanno per impulso della natura, né possono seguire da sé alcun altro modo di agire. Ma coloro che godono della libertà hanno in loro potere di agire, di non agire, di agire in un modo o in un altro, perché allora scelgono ciò che vogliono, quando è preceduto quel giudizio della ragione di cui abbiamo parlato. Per mezzo di questo giudizio non solo si stabilisce ciò che è onesto per natura, ciò che è turpe, ma anche ciò che è bene e deve essere fatto di diritto, ciò che è male e deve essere evitato di diritto: la ragione infatti prescrive alla volontà ciò che deve desiderare e da che cosa deve astenersi, affinché l'uomo possa raggiungere il suo fine supremo, per il quale tutte le cose devono essere fatte.
12 [19] Ora questa ordinazione della ragione si chiama legge. — Perciò il motivo per cui la legge è necessaria all'uomo va ricercato nel suo stesso libero arbitrio, cioè in questo, che le nostre volontà non si discostino dalla retta ragione, come nella radice, come causa prima. E nulla di più perverso e di più assurdo potrebbe dirsi o pensarsi di questo, che l'uomo, perché è libero per natura, debba perciò essere esente dalla legge: che se così fosse, ne conseguirebbe certamente questo, che non sarebbe necessario alla libertà di stare d'accordo con la ragione: quando invece è verissimo il contrario, che cioè deve stare soggetto alla legge, proprio perché è libero per natura. In questo modo la legge è guida all'uomo nell'agire, e con premi e castighi proposti lo attrae al retto operare, lo distoglie dal peccato. — Tale è la legge naturale, la più importante di tutte, che è scritta e scolpita negli animi di ciascuno degli uomini, perché essa è la ragione umana che comanda di agire rettamente e vieta di peccare. Ora questa prescrizione della ragione umana non può avere forza di legge, se non perché è voce e interprete di una ragione più alta, alla quale deve essere soggetta la nostra mente e la nostra libertà.
13 [20] Infatti la forza della legge, poiché consiste nell'imporre doveri e nel conferire diritti, si fonda tutta nell'autorità, cioè nella vera potestà di stabilire doveri e di definire diritti, e inoltre di sanzionare i comandi con castighi e premi: il che evidentemente non potrebbe stare nell'uomo, se egli stesso si desse come supremo legislatore la norma delle sue azioni. Dunque ne consegue, che la legge naturale sia la stessa legge eterna, insita in coloro che usano la ragione, e che li inclina al dovuto fine e al dovuto modo di agire, ed essa è la stessa ragione eterna del Creatore che governa tutto l'universo. — A questa regola di agire e a questi freni del peccato sono stati aggiunti, per beneficio di Dio, alcuni particolari aiuti, molto adatti a confermare e a governare la volontà dell'uomo. Tra questi il principale e il più eccellente è la virtù divina della grazia; la quale, illuminando la mente e spingendo la volontà con salutare fermezza verso il bene morale, la rende più spedita e insieme più sicura nell'uso della libertà naturale.
14 [21] E ben lungi dalla verità è l'opinione che, intervenendo Dio, siano meno liberi i movimenti volontari: infatti la forza divina della grazia, intima all'uomo e conforme alla naturale inclinazione, è tale perché emana da colui che è l'autore della nostra mente e della nostra volontà, da cui tutte le cose si muovono convenientemente secondo la loro natura. Anzi la grazia divina, come ammonisce il Dottore angelico, per questa ragione che proviene dall'artefice della natura, è mirabilmente nata e atta a proteggere tutte le nature, a conservarne i costumi, la forza e l'efficacia di ciascuna.
15 [22] Ora ciò che è stato detto della libertà dei singoli si trasferisce facilmente agli uomini uniti tra loro in società civile. Infatti quello che la ragione e la legge naturale operano negli uomini singoli, lo effettua nella società la legge umana promulgata per il bene comune dei cittadini. — Tra le leggi degli uomini alcune riguardano ciò che è bene o male per natura, e prescrivono di seguire l'uno e di fuggire l'altro, con la dovuta sanzione aggiunta. Ma questi decreti non traggono affatto origine dalla società degli uomini, perché la società, come non ha generato la natura umana, così parimente non genera il bene conveniente alla natura, né il male discordante dalla natura: ma piuttosto precedono la stessa società degli uomini, e devono essere interamente ricondotti alla legge naturale e perciò alla legge eterna. I precetti dunque della legge naturale, compresi nelle leggi degli uomini, non hanno soltanto la forza della legge umana, ma soprattutto racchiudono in sé quell'imperio molto più alto e molto più augusto, che proviene dalla stessa legge naturale e dalla legge eterna.
16 [23] E in questo genere di leggi questo è quasi il compito del legislatore civile, rendere i cittadini obbedienti, applicando la disciplina comune, reprimendo i malvagi e quelli propensi ai vizi, affinché, intimiditi dal male, perseguano ciò che è retto, affinché almeno non siano offesa e danno allo Stato. — Altre prescrizioni della potestà civile non conseguono dalla legge naturale immediatamente e direttamente, ma più lontanamente e indirettamente, e definiscono cose varie, di cui la natura ha provveduto solo in generale e universalmente. Così la natura comanda ai cittadini di contribuire con la loro opera alla tranquillità e alla prosperità pubblica: quanto lavoro, in quale modo, in quali cose, non la natura ma la saggezza degli uomini lo stabilisce. Ora, trovate con prudente ragionamento queste particolari regole di vita, e proposte dalla legge legittima, la legge umana contiene il suo proprio nome. Questa legge comanda a tutti i cittadini di concorrere al fine proposto alla comunità, proibisce di deviare: e nella misura in cui è ancella e consenziente alle prescrizioni della natura, conduce a ciò che è onesto: distoglie dalle cose contrarie.
17 [24] Da ciò si comprende che la norma e la regola della libertà è posta interamente nella legge eterna di Dio, non solo dei singoli uomini, ma anche della comunità e dell'associazione umana. — Dunque nella società umana la libertà del vero nome non consiste nel fatto che tu agisca come ti piace, cosa che porterebbe la massima confusione e disordine nella oppressione dello Stato, ma in questo, che per mezzo delle leggi civili tu possa più facilmente vivere secondo le prescrizioni della legge eterna. Invece la libertà di coloro che presiedono non consiste nel fatto che possano comandare temerariamente e secondo il loro capriccio, cosa che sarebbe parimente turpe e congiunta con la massima rovina della repubblica, ma la forza delle leggi umane deve essere questa, che si intendano emanare dalla legge eterna, e non sanciscano nulla che non sia contenuto in essa, come nel principio di tutto il diritto. Santissimamente Agostino: (De lib. Arb. lib. I, Cap. 6, n. 11) « Allo stesso modo credo che tu possa vedere che in quella legge temporale nulla è giusto e legittimo che gli uomini non abbiano derivato da questa legge eterna ».
18 [25] Se dunque qualche potestà sancisce qualcosa che sia in disaccordo con i principi della retta ragione, e sia dannoso alla repubblica, non avrebbe alcuna forza di legge, perché non sarebbe regola di giustizia, e distoglierebbe gli uomini dal bene al quale la società è nata.
19 [26] La natura dunque della libertà umana, in qualunque genere la si consideri, tanto nelle persone singole quanto negli associati, non meno in coloro che comandano che in coloro che obbediscono, abbraccia la necessità di obbedire a una certa ragione suprema ed eterna, che non è altro se non l'autorità di Dio che comanda e proibisce. E questo giustissimo imperio di Dio sugli uomini è ben lontano dal togliere la libertà o dal diminuirla in alcun modo, che anzi la tutela e la perfeziona. Infatti il conseguire e raggiungere il proprio fine è la vera perfezione di tutte le nature: il fine supremo al quale la libertà umana deve aspirare è Dio.
20 [27] Questi precetti verissimi e altissimi della dottrina, conosciuti anche solo alla luce della ragione, la Chiesa certamente, istruita dagli esempi e dall'insegnamento del suo divino Autore, li ha propagati e affermati dovunque: e non ha mai cessato di misurare su di essi il suo compito e di formare i popoli cristiani. In genere le leggi evangeliche non solo superano di gran lunga tutta la sapienza dei pagani, ma veramente chiamano l'uomo e lo istituiscono a una santità inaudita agli antichi e lo rendono al contempo partecipe di una libertà più perfetta e più vicina a Dio. — Così sempre è apparsa grandissima la forza della Chiesa nel custodire e nel tutelare la libertà civile e politica dei popoli. Non è necessario enumerare i suoi meriti in questo genere. Basta ricordare che la schiavitù, quel vecchio disonore dei popoli pagani, è stata cancellata soprattutto dall'opera e dal beneficio della Chiesa. L'uguaglianza del diritto e la vera fraternità tra gli uomini per primo di tutti l'ha affermata Gesù Cristo: a cui ha fatto eco la voce dei suoi Apostoli, che non c'è Giudeo, né Greco, né barbaro, né Scita, ma tutti sono fratelli in Cristo. Tanta è in questo la virtù della Chiesa e così nota, che dovunque ponga il suo vestigio, è certo che i costumi selvaggi non potranno durare a lungo: ma alla rozzezza subentrerà la mitezza, alle tenebre della barbarie la luce della verità ben presto. Parimenti la Chiesa non ha mai cessato di recare grandi benefici ai popoli colti nella civile urbanità, sia resistendo all'arbitrio degli iniqui, sia allontanando dalle persone innocenti e povere le ingiurie, sia infine operando affinché la costituzione delle cose pubbliche fosse tale che i cittadini l'amassero per l'equità, i nemici la temessero per la potenza.
21 [28] Inoltre è dovere di uomini forti temere l'autorità e obbedire docilmente alle leggi giuste: per cui accade che con la virtù e la vigilanza delle leggi i cittadini siano difesi dall'ingiuria dei malvagi. Il potere legittimo viene da Dio, e chi resiste al potere resiste all'ordinamento di Dio: in tal modo si acquista molta nobiltà dall'obbedienza, quando sia prestata all'autorità giustissima e altissima. — Tuttavia dove manca il diritto di comandare, o se qualcosa fosse ordinato contrario alla ragione, alla legge eterna, all'imperio di Dio, è giusto non obbedire, cioè agli uomini, affinché si obbedisca a Dio. Così, chiuso l'accesso alla tirannia, il principato non trarrà tutto a sé: rimangono salvi i diritti propri di ciascun cittadino, della società domestica, e di tutti i membri della repubblica, data a tutti la vera copia di libertà, che consiste in questo, come abbiamo dimostrato, che ciascuno possa vivere secondo le leggi e la retta ragione.
22 [29] Se dunque quando comunemente disputano di libertà, intendessero quella legittima e onesta, quale ora la ragione e il discorso ha descritto, nessuno oserebbe esacerbare la Chiesa per ciò che con somma ingiuria sostengono, che sia nemica sia della libertà dei singoli sia della libera repubblica. — Ma ormai molti, imitando Lucifero, la cui è quella nefanda voce non serviam, sotto il nome di libertà perseguono un'assurda qualche cosa e la pura licenza. Di tal genere sono uomini da quella disciplina così largamente diffusa e così potente, i quali, condotti dal nome di libertà, vogliono essere chiamati Liberali.
23 [30] Veramente dove mirano in filosofia i Naturalisti, ossia i Razionalisti, allo stesso mirano in materia morale e civile i fautori del Liberalismo, i quali conducono in costumi e in azione di vita i principi posti dai Naturalisti. — Ora il capo di tutto il razionalismo è il principato della ragione umana: la quale ricusando l'obbedienza dovuta alla ragione divina ed eterna, e decernendo di essere di suo diritto, diventa per se stessa sola il sommo principio e fonte e giudice della verità. Così quelli, che abbiamo detto, seguaci del Liberalismo nell'azione della vita non contendono che vi sia alcuna, a cui si debba obbedire, potenza divina, ma che ciascuno sia legge a se stesso: donde nasce quella filosofia dei costumi, che chiamano indipendente, la quale sotto specie di libertà, rimuovendo la volontà dall'osservanza dei precetti divini, suole dare all'uomo licenza infinita. — Quali cose tutte nella società degli uomini specialmente dove infine giungano, è facile prevedere. Infatti, fissato e persuaso questo, che nessuno stia sopra all'uomo, ne consegue che la causa efficiente della conciliazione civile e della società non debba cercarsi in alcun principio posto fuori o sopra l'uomo, ma nella libera volontà dei singoli: che il potere pubblico debba ripetersi dalla moltitudine come da primo fonte, e inoltre, come la ragione dei singoli sola guida e norma dell'agire privatamente è per i singoli, così debba essere per tutti universalmente nel genere di tutte le cose pubbliche.
24 [31] Di qui che molti possono molto: e la parte maggiore del popolo sia fattrice di tutto il diritto e del dovere. — Ma che questo pugni con la ragione, appare da ciò che è stato detto. Infatti, nessun vincolo di volontà all'uomo o alla società civile intercedere con Dio creatore e perciò supremo legislatore di tutti, è del tutto contrario alla natura, né della natura dell'uomo soltanto, ma di tutte le cose procreate: perché tutte le cose effette devono necessariamente essere unite da qualche nesso con la causa da cui sono state effette: e questo conviene a tutte le nature, questo appartiene alla perfezione di ciascuna, il contenersi in quel luogo e grado che l'ordine naturale richiede, cioè che ciò che è inferiore sia sottoposto e obbedisca a ciò che è superiore. — Ma inoltre una dottrina di tal genere è massimamente perniciosa tanto ai privati uomini quanto alle città. Infatti, rigettato alla ragione umana e sola e unica l'arbitrio del vero e del bene, si toglie la propria distinzione del bene e del male; le cose turpi dalle oneste non differiscono per la cosa, ma per opinione e giudizio dei singoli: ciò che piaccia, lo stesso sarà lecito; e costituita la disciplina dei costumi, la quale per frenare e sedare i moti dell'animo turbati ha quasi nessuna forza, spontaneamente si farà accesso a ogni corruzione della vita.
25 [32] Nelle cose pubbliche invece, il potere di comandare si separa dal vero e naturale principio, donde trae tutta la sua virtù efficiente del bene comune: la legge che statuisce su ciò che deve farsi o evitarsi, è rimessa all'arbitrio della maggior moltitudine, il quale è veramente un cammino inclinato verso il dominio tirannico. Ripudiato l'imperio di Dio sull'uomo e sulla società degli uomini, è conseguente che non vi sia religione pubblica, e delle cose tutte che alla religione si riferiscono, seguirà la massima incuria. Similmente, opinione il principato armato, facilmente la moltitudine scivola verso la sedizione e i tumulti, e tolti i freni del dovere e della coscienza, nulla rimane se non la forza; la quale tuttavia non è di tanta importanza, che sola possa contenere le cupidigie popolari. Che cosa basta a testimoniare la lotta quasi quotidiana contro i socialisti, e altri greggi di sedizioso, i quali da lungo tempo si sforzano di permovere interamente le città. — Statuiscano dunque e definiscano gli stimatori equi delle cose, se tali dottrine giovino alla vera e degna libertà dell'uomo, o piuttosto la perverta e la corrompano interamente.
26 [33] Certamente non tutti i fautori del Liberalismo assentono a quelle opinioni che, per la loro stessa enormità, abbiamo visto essere apertamente contrarie alla verità e causa dei massimi mali. Anzi, costretti dalla forza della verità, molti di loro non esitano a confessare, e anzi affermano spontaneamente, che la libertà è viziosa e cade completamente nella licenza, se osa comportarsi in modo intemperante, trascurando la verità e la giustizia: per questa ragione deve essere governata e diretta dalla retta ragione, e di conseguenza deve essere sottoposta alla legge naturale e all'eterna legge divina. Ma ritenendo di doversi fermare qui, negano che l'uomo libero debba essere sottoposto alle leggi che Dio voglia imporre per altra via che non sia la ragione naturale. — Quando dicono questo, non sono affatto coerenti con se stessi. Infatti, se è vero — come essi stessi consentono e nessuno può ragionevolmente dissentire — che bisogna obbedire alla volontà di Dio legislatore, perché tutto l'uomo è nel potere di Dio e tende a Dio, ne consegue che nessuno può prescrivere limiti o misura alla sua autorità legislativa, senza che con ciò stesso agisca contro l'obbedienza dovuta. Anzi, se la mente umana si arroga tanto da voler decidere da sé quali e quanti siano i diritti di Dio e quali i suoi doveri, conserverà l'apparenza piuttosto che la realtà del rispetto delle leggi divine, e il suo arbitrio prevarrà sull'autorità e sulla provvidenza di Dio. — È dunque necessario che la norma di vita sia costantemente e religiosamente ricercata, tanto dalla legge eterna, quanto da tutte e singole le leggi che Dio, infinitamente sapiente e infinitamente potente, ha trasmesso secondo la ragione che gli è parsa, e che possiamo conoscere con sicurezza per mezzo di segni chiari e in nessun modo dubitabili. Tanto più che le leggi di questo genere, poiché hanno lo stesso principio della legge eterna e lo stesso autore, sono completamente in accordo con la ragione e aggiungono perfezione alla sua natura: e contengono l'insegnamento di Dio stesso, il quale, affinché la nostra mente e la nostra volontà non cadano in errore, benignamente le dirige entrambe con il suo cenno e la sua guida. Sia dunque santamente e inviolabilmente congiunto ciò che non può e non deve essere separato, e in tutte le cose, come la stessa ragione naturale prescrive, si obbedisca a Dio devotamente e si lo serva.
27 [34] Alquanto più miti sono, ma non per questo più coerenti con se stessi, coloro che dicono che la vita e i costumi dei privati devono certamente essere diretti dal cenno delle leggi divine, non però dello Stato: che nelle cose pubbliche sia lecito discostrarsi dagli ordini di Dio, e non considerarli in nessun modo nel fare le leggi. Da ciò nasce quel pernizioso conseguente, che le relazioni dello Stato e della Chiesa devono essere separate. — Ma quanto assurdamente ciò si dica, non è difficile intendere. Poiché infatti la stessa natura grida che i cittadini nella società devono avere i mezzi e le opportunità per vivere onestamente, cioè secondo le leggi di Dio, perché Dio è il principio di ogni onestà e giustizia, certamente ciò è fortemente in contrasto con il fatto che lo Stato possa non curarsi affatto di quelle leggi, o addirittura stabilire qualcosa di contrario. — Inoltre, coloro che presiedono al popolo devono assolutamente alla cosa pubblica di provvedere non solo ai beni e alle cose esterne, ma soprattutto ai beni dell'anima, con la saggezza delle leggi. Ora, per l'incremento di questi beni non si può pensare a nulla di più adatto di quelle leggi che hanno Dio come autore: e per questa ragione coloro che nel governare gli Stati non vogliono tenere conto delle leggi divine, rendono la potestà politica errante dal suo istituto e dalla prescrizione della natura. Ma ciò che più importa, e ciò che Noi stessi abbiamo più volte avvertito, sebbene il principato civile non guardi direttamente allo stesso fine del potere sacro, né proceda per gli stessi cammini, tuttavia nell'esercizio del potere l'uno deve talvolta necessariamente incontrare l'altro. Infatti l'imperio di entrambi si estende agli stessi uomini, e non di rado accade che entrambi, sebbene non per la stessa ragione, decidano sulle stesse cose. Ogni volta che ciò accade, poiché sarebbe assurdo ricorrere a conflitti, e ripugna apertamente alla sapientissima volontà di Dio, è necessario che esista un certo ordine e una certa armonia, da cui, eliminate le cause di contese e di conflitti, risulti una ragione concorde nell'agire. E una concordia di questo genere non inopportunamente è stata paragonata alla congiunzione che intercede tra l'anima e il corpo, e ciò a vantaggio di entrambe le parti: la cui separazione è particolarmente dannosa al corpo, poiché ne estingue la vita.
28 [35] Affinché ciò appaia meglio, conviene considerare separatamente i vari incrementi di libertà, che si dicono ricercati dalla nostra età.— E innanzitutto vediamo in singole persone quello che è tanto contrario alla virtù della religione, cioè la libertà, come dicono, del culto. La quale è costituita come su fondamento, in modo che sia lecito a ciascuno professare la religione che vuole, oppure nessuna affatto. — Al contrario, fra tutti i doveri degli uomini quello è senza dubbio massimo e santissimo, per il quale gli uomini sono obbligati a colire Dio piamente e religiosamente. E ciò consegue necessariamente dal fatto che siamo sempre in potere di Dio, siamo governati dalla sua provvidenza e dal suo governo, da lui siamo proceduti e a lui dobbiamo ritornare. — A ciò si aggiunge che nessuna virtù del vero nome può esistere senza religione: la virtù morale infatti è quella i cui doveri versano in quelle cose che conducono a Dio, in quanto è per l'uomo il sommo e ultimo dei beni; e perciò la religione, che opera quelle cose che sono ordinate direttamente e immediatamente all'onore divino (S. Th. II-II. qu. LXXXI. a. 6), è la principale e moderatrice di tutte le virtù. E se si domanda, poiché si usano molte religioni fra loro discordi, quale sia necessario seguire fra tutte, la ragione e la natura rispondono certamente quella che Dio ha ordinato, quella che gli uomini possono facilmente riconoscere per certi segni esteriori, coi quali la divina provvidenza ha voluto distinguerla, perché in materia di tanta importanza sarebbero conseguiti errore e rovina sommi. Perciò con quella libertà offerta, di cui parliamo, si attribuisce all'uomo il potere di pervertire o abbandonare impunemente il dovere santissimo, e quindi di volgersi, allontanandosi dal bene immutabile, al male: il che, come abbiamo detto, non è libertà ma depravazione della libertà, e servitù di animo abbietto nel peccato.
29 [36] La medesima libertà, se considerata negli stati, vuol dire questo certamente, che non vi sia nulla che lo stato professi alcun culto a Dio o voglia che pubblicamente si professi: che nessuno sia preferito all'altro, ma tutti debbano avere uguali diritti, e non si tenga conto del popolo, se il popolo professa il nome cattolico. Affinché ciò fosse retto, dovrebbe essere vero che i doveri della comunità civile degli uomini verso Dio o non esistono, oppure possono essere impunemente violati: il che è manifestamente falso in entrambi i casi. Infatti non può dubitarsi che per volontà di Dio esista fra gli uomini una società congiunta, sia che si consideri le parti, sia la forma di essa che è l'autorità, sia la causa, sia la copia di grandi utilità che essa produce all'uomo. È Dio che ha generato l'uomo alla congregazione e lo ha collocato nel consorzio dei suoi simili, affinché quello che la sua natura desiderava e che da solo non avrebbe potuto conseguire, lo trovasse nell'associazione. Perciò la società civile, perché è società, necessariamente deve riconoscere Dio come suo padre e autore, e temere e colire il suo potere e il suo dominio. Vieta dunque la giustizia, vieta la ragione che lo stato sia ateo, o, il che ricadrebbe nell'ateismo, che verso le varie, come dicono, religioni sia ugualmente disposto, e che a tutte indistintamente conceda gli stessi diritti. — Poiché dunque è necessaria la professione di una sola religione nello stato, conviene professare quella che sola è vera, e che non difficilmente, specialmente negli stati cattolici, si riconosce, poiché in essa appaiono come insegne della verità. Perciò coloro che governano la repubblica la conservino, la difendano, se vogliono, come devono, provvedere saggiamente e utilmente alla comunità dei cittadini. La potestà pubblica è infatti costituita per l'utilità di coloro che sono governati: e benché questo riguardi prossimamente il condurre i cittadini alla prosperità di questa vita che si vive sulla terra, tuttavia non deve diminuire, ma aumentare all'uomo la facoltà di conseguire quel sommo e ultimo bene, nel quale consiste la felicità sempiterna degli uomini: al quale non si può pervenire trascurata la religione.
30 [37] Ma abbiamo esposto ciò altrove più ampiamente: nel presente vogliamo soltanto osservare che una libertà di questo genere nuoce grandemente sia alla vera libertà di coloro che governano, sia di coloro che sono governati. Giova invece mirabilmente la religione, poiché innanzitutto fa risalire l'origine della potestà a Dio stesso, e comanda gravissimamente ai principi di essere memori dei loro doveri, di non comandare nulla ingiustamente e duramente, di presiedere al popolo benignamente e quasi con carità paterna. La medesima vuole che i cittadini siano soggetti alla potestà legittima, come ai ministri di Dio; e li congiunge coi rettori della repubblica non solo con l'obbedienza, ma con il rispetto e l'amore, vietando le sedizioni e tutti gli attentati che possono turbare l'ordine e la tranquillità pubblica, e che infine danno motivo perché la libertà dei cittadini sia costretta con freni maggiori. Omettiamo quanto la religione giovi ai buoni costumi, e quanto i buoni costumi giovino alla libertà. Infatti la ragione lo mostra, e la storia lo conferma, che quanto meglio sono governati gli stati, tanto più valgono in libertà e in ricchezze e in potenza.
31 [38] Ora si consideri qualcosa sulla libertà di parlare e sulle forme di lettere per esprimere tutto ciò che si vuole. Che questo diritto non possa essere di una libertà moderata, ma che oltrepassi la misura e il fine, è appena necessario dire. Infatti il diritto è una facoltà morale che, come abbiamo detto e bisogna dire ancora molte volte, è assurdo ritenere sia stata data dalla natura indistintamente e comunemente alla verità e alla menzogna, all'onestà e alla turpitudine. Ciò che è vero, ciò che è onesto, è diritto che sia propagato liberamente e prudentemente nella città, affinché giunga a molti; le menzogne delle opinioni, dalle quali nessuna pestilenza è più capitale per la mente, così pure i vizi che corrompono l'animo e i costumi, è giusto che siano diligentemente repressi dall'autorità pubblica, affinché non possano serpeggiare a danno della repubblica. I peccati di un ingegno licenzioso, che cadono certamente nell'oppressione della moltitudine ignorante, è giusto che siano repressi dall'autorità delle leggi non meno che le ingiurie inflitte con violenza ai più deboli. Tanto più che la parte di gran lunga maggiore dei cittadini non può evitare i prestigii e gli inganni dialettici, specialmente quelli che lusingano le cupidigie, o non può affatto, o non può senza grandissima difficoltà. Concessa a chiunque una libertà infinita di parlare e di scrivere, nulla rimarrà sacro e inviolato; neppure quei massimi e verissimi giudizi della natura, che devono essere tenuti come un patrimonio comune e insieme nobilissimo del genere umano, saranno risparmiati. Così gradualmente offuscata la verità dalle tenebre, ciò che spesso accade, facilmente dominerà l'errore pernicioso e molteplice delle opinioni. Da questa conseguenza la licenza trarrà tanto vantaggio quanto danno la libertà: infatti tanto maggiore e più sicura sarà la libertà futura, quanto maggiori saranno i freni della licenza. — Ma veramente riguardo alle cose opinabili, sulla cui discussione gli uomini hanno ricevuto da Dio il permesso, certamente è concesso sentire liberamente ciò che piace e parlare liberamente di ciò che si sente, non ripugnando alla natura: infatti tale libertà non conduce mai gli uomini a opprimere la verità, spesso li conduce a indagarla e a manifestarla.
32 [39] Su quella che chiamano libertà di insegnamento, bisogna giudicare con ragione non dissimile. — Poiché non può essere dubbio che gli animi devono essere impregnati soltanto della verità, che nel bene stesso delle nature intelligenti è situato il fine e la perfezione, perciò la dottrina non deve insegnare se non la verità, e questo tanto a coloro che non sanno quanto a coloro che sanno, cioè affinché porti agli uni la conoscenza del vero, la tuteli negli altri. E per questa ragione è proprio dovere di coloro che insegnano strappare l'errore dagli animi e sbarrare la strada alle fallacie delle opinioni con certi presidi. Dunque appare che contrasta grandemente con la ragione, e che è nata per pervertire completamente le menti quella libertà di cui si è iniziato il discorso, in quanto vuole che chiunque abbia a suo arbitrio la licenza di insegnare; licenza che la potestà pubblica della città non può concedere, salvo il dovere. Tanto più che l'autorità dei maestri presso gli ascoltatori ha grande peso, e il discepolo raramente può da sé giudicare se siano vere le cose tramandate dal maestro.
33 [40] Perciò anche questa libertà, affinché sia onesta, è necessario che sia circoscritta entro certi limiti: cioè affinché non possa accadere impunemente che l'arte dell'insegnamento si trasformi in strumento di corruzione. — Ora il vero, nel quale unicamente deve versarsi la dottrina di coloro che insegnano, è di un genere naturale e di un altro soprannaturale. Dalle verità naturali, quali sono i principi della natura e quelle che da essi si deducono prossimamente per ragione, esiste come un patrimonio comune del genere umano: nel quale, come in fondamento solidissimo, poiché si fondano i costumi e la giustizia e la religione, e la stessa unione della società umana, nulla sarebbe tanto empio e tanto stolto e disumano quanto permettere che esso sia violato e saccheggiato impunemente. — Né con minore religione deve essere conservato il massimo e santissimo tesoro di quelle cose che conosciamo da Dio autore. Con molti e illustri argomenti, come gli Apologeti hanno avuto l'abitudine di fare, si stabiliscono alcuni capitoli principali, quali sono questi: che alcune cose sono state divinamente tramandate da Dio:
34 [41] Il Figlio unigenito di Dio fatto carne, affinché rendesse testimonianza alla verità: una società perfetta da lui istituita, cioè la Chiesa, della quale egli stesso è il capo, e con la quale ha promesso di stare fino alla consumazione dei secoli. A questa società ha voluto affidare tutte le verità che egli aveva insegnato, con questa legge, che essa stessa le custodisse, le tutelasse, le spiegasse con legittima autorità: e insieme ha ordinato che tutti i popoli della sua Chiesa, come a lui stesso, fossero obbedienti alla sua parola: chi altrimenti facesse, perirebbe nella perdizione eterna. Per questa ragione è pienamente evidente che il migliore e il più certo maestro per l'uomo è Dio, fonte e principio di ogni verità, così pure l'Unigenito, che è nel seno del Padre, la via, la verità, la vita, la luce vera, che illumina ogni uomo e alla cui disciplina tutti gli uomini devono essere docili: Et erunt omnes docibiles Dei (Ioan. VI, v. 45): — Ma nella fede e nell'istituzione dei costumi, Dio stesso ha reso la Chiesa partecipe del magistero divino, e per suo divino beneficio essa non può ingannarsi: perciò è la maestra massima e sicurissima dei mortali, e in essa risiede il diritto inviolabile alla libertà del magistero.
35 [42] In verità, la Chiesa stessa sostentandosi con le dottrine divinamente ricevute, non ebbe nulla di più importante che adempiere santamente il compito affidatole da Dio: e la medesima, circondata da difficoltà da ogni parte, non cessò mai di propugnare la libertà del suo magistero. Per questa via il mondo, liberato dalla miseranda superstizione, fu rinnovato alla sapienza cristiana. — Poiché però la ragione stessa insegna chiaramente che le verità divinamente tramandate e le verità naturali non possono essere realmente opposte tra loro, così che tutto ciò che con esse dissente, per ciò stesso necessariamente è falso, perciò il divino magistero della Chiesa è ben lungi dall'intercettare gli studi dell'apprendimento e i progressi delle scienze, o dal ritardare in alcun modo l'avanzamento di una più raffinata umanità, anzi apporta moltissima luce e sicura tutela. E la medesima ragione non poco giova alla stessa perfezione della libertà umana, poiché è sentenza di Gesù Cristo salvatore che l'uomo sia reso libero dalla verità. Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi (Ioan. VIII, 32). — Perché non c'è ragione per cui la genuina libertà si sdegni, o la scienza di vero nome sopporti malvolentieri le leggi giuste e dovute, con le quali la Chiesa insieme e la ragione consentendo esigono che sia contenuta la dottrina degli uomini. Anzi la Chiesa, come è attestato dai fatti in molti luoghi, agendo principalmente e soprattutto per tutelare la fede cristiana, si sforza di promuovere e di far progredire ogni genere di dottrine umane. Buona infatti è in sé e lodevole e desiderabile l'eleganza della dottrina: inoltre ogni erudizione, che la sana ragione ha generato, e che corrisponda alla verità delle cose, non poco vale a illustrare quelle stesse cose che crediamo avere Dio come autore. In verità grandi benefici sono dovuti alla Chiesa, perché conserva splendidamente i monumenti della sapienza antica: perché ha aperto dappertutto le sedi delle scienze; perché ha sempre stimolato il corso degli ingegni, alimentando diligentissimamente queste stesse arti; per mezzo delle quali principalmente si colora l'urbanità della nostra età. — Infine non deve essere tralasciato che si apre un immenso campo, nel quale l'industria degli uomini può correre e gli ingegni possono esercitarsi liberamente: cioè cose che non hanno una necessaria relazione con la dottrina della fede e dei costumi cristiani, oppure di cui la Chiesa, senza usare la sua autorità, lascia integro e libero il giudizio degli eruditi. — Da queste cose si comprende quale e di che genere sia quella libertà in questo ambito, che con pari zelo vogliono e predicano i seguaci del liberalismo.
36 Da una parte infatti si arrogano a sé e allo Stato una licenza tale, che non esitano ad aprire l'accesso e la porta a qualsiasi perversità di opinioni: dall'altra impediscono la Chiesa in molti modi, e la sua libertà la costringono entro confini quanto più possono angustissimi, benché dalla dottrina della Chiesa non solo nessun danno sia da temere, ma grandi utilità siano del tutto da aspettarsi.
37 Quella pure è grandemente predicata, che chiamano libertà di coscienza: la quale se così si intenda, che a ciascuno secondo il suo arbitrio egualmente sia lecito adorare Dio, non adorarlo, è sufficientemente confutata dagli argomenti che sopra sono stati addotti. — Ma può anche intendersi in questo senso, che all'uomo per coscienza del dovere, seguire la volontà di Dio e fare i suoi comandi, senza che nulla lo impedisca, sia lecito nello Stato. Questa veramente, questa libertà degna dei figli di Dio, che onestissimamente tutela la dignità della persona umana, è maggiore di ogni forza e ingiuria: e la medesima è sempre stata desiderata dalla Chiesa e particolarmente cara. Questa libertà di questo genere gli Apostoli costantemente se la rivendicarono, gli Apologeti la sancirono negli scritti, i Martiri con grande numero di sangue la consacrarono. E a buon diritto: perché questa libertà cristiana testimonia la massima e giustissima potenza di Dio sugli uomini, e viceversa il massimo e principale dovere degli uomini verso Dio. Nulla ha essa di comune con l'animo sedizioso né obbediente: né in alcun modo deve pensarsi che voglia allontanarsi dall'obbedienza al potere pubblico, perché comandare e esigere l'obbedienza è diritto del potere umano, nella misura in cui non dissente dalla potenza di Dio, e si contiene nel modo costituito divinamente. Ma quando qualcosa è comandato che apertamente discrepi dalla volontà divina, allora ci si allontana ben lontano da quel modo, e insieme si ricorre con l'autorità divina: dunque è retto non obbedire.
38 Contro i fautori del Liberalismo, che rendono il principato signorile e infinitamente potente, e predicano che la vita deve essere vissuta senza alcun riguardo a Dio, questa libertà di cui parliamo congiunta con l'onestà e la religione non la riconoscono affatto: e se qualcosa si faccia per conservarla, la criminalizzano come ingiuria e fatto contro lo Stato. Se veramente dicessero il vero, non ci sarebbe un dominio così disumano, al quale non si dovrebbe sottostare e che non si dovrebbe sopportare.
39 Veramente la Chiesa desidererebbe ardentemente che questi insegnamenti cristiani, che abbiamo brevemente toccato, penetrassero con fatto e uso in tutti gli ordini dello Stato. In essi infatti risiede la massima efficacia per sanare i mali di questi tempi, non pochi né leggeri, e nati in gran parte da quelle stesse libertà che sono celebrate con tanta enfasi, e nelle quali sembravano racchiusi i semi della salvezza e della gloria. Ha deluso la speranza l'esito. Al posto di frutti gradevoli e salutari sono nati frutti amari e corrotti. Se si cerca il rimedio, lo si cerchi nel richiamare dottrine sane, dalle quali sole può confidentemente attendersi la conservazione dell'ordine, e quindi la vera tutela della libertà. — Tuttavia con giudizio materno la Chiesa valuta il grave peso della debolezza umana: e non ignora quale sia il corso degli animi e delle cose in questa età in cui viviamo. Per queste ragioni, pur non concedendo alcun diritto se non a ciò che è vero e onesto, non ricusa che la pubblica potestà tolleri tuttavia qualcosa di estraneo alla verità e alla giustizia, cioè per evitare un male maggiore, o per conseguire o conservare un bene.
40 Lo stesso Dio provvidissimo, benché sia di infinita bontà e possa tutto, tuttavia permette che nel mondo esistano mali, in parte affinché non siano impediti beni maggiori, in parte affinché non ne conseguano mali più grandi. Nel governare le città è giusto che il rettore imiti il governo del mondo: anzi, poiché l'autorità dei magistrati non può proibire tutti i singoli mali, deve concederne molti e lasciarli impuniti, i quali tuttavia per divina provvidenza sono vendicati, e rettamente (Agostino, de lib. arb. lib. 1, cap. 6, n. 14). Tuttavia in tali circostanze, se per causa del bene comune e soltanto per questa causa, la legge umana può e deve tollerare il male, non può però e non deve approvarlo o volerlo per se stesso: perché il male in se stesso, essendo privazione del bene, ripugna al bene comune, che il legislatore deve volere e tutelare nel miglior modo possibile. E anche in questo la legge umana deve proporsi Dio come modello da imitare, il quale nel permettere che i mali siano nel mondo, né vuole che i mali si facciano, né vuole che i mali non si facciano, ma vuole permettere che i mali si facciano, e questo è bene (S. Th. p. 1, q. XIX a. 9, ad 3). Questa sentenza del Dottore Angelico contiene brevissimamente tutta la dottrina sulla tolleranza dei mali. — Ma deve confessarsi, se si vuol giudicare rettamente, che quanto più male deve tollerarsi nella città, tanto più quella città dista dall'ottimo: e parimenti la tolleranza delle cose cattive, poiché appartiene ai precetti della prudenza politica, deve essere interamente circoscritta entro quei limiti che la causa, cioè la salvezza pubblica, esige. Perciò se reca danno alla salvezza pubblica e produce mali maggiori alla città, ne consegue che non è lecito adoperarla, perché in tali circostanze manca la ragione del bene. Se invece per particolari circostanze dello Stato accada che la Chiesa acquiesci a certe libertà moderne, non perché le preferisca per se stesse, ma perché giudica opportuno che siano permesse, mutati in meglio i tempi, certo userebbe la sua libertà, e studierebbe con esortazioni, incoraggiamenti, suppliche, come deve, di compiere il suo ufficio assegnatole da Dio, cioè di provvedere alla salvezza eterna degli uomini.
41 Tuttavia rimane perpetuamente vero che questa libertà di tutti e in tutte le cose non deve essere ricercata per se stessa, come più volte abbiamo detto, perché è contrario alla ragione che il falso abbia lo stesso diritto del vero. E per quanto riguarda la tolleranza, quanto distano dall'equità e dalla prudenza della Chiesa coloro che professano il Liberalismo! Infatti nel permettere ai cittadini una licenza infinita di tutte quelle cose che abbiamo detto, oltrepassano completamente ogni misura, e giungono al punto che sembrano tributare non più onore all'onestà e alla verità che alla falsità e alla turpitudine. La Chiesa invece, colonna e fondamento della verità, e maestra incorruttibile dei costumi, perché costantemente, come deve, ripudia questo genere di tolleranza così dissoluto e infame, e nega che sia lecito adoperarlo, la accusano di essere aliena dalla pazienza e dalla mitezza; il che facendo, non si accorgono affatto che, per quanto sia lodevole, stanno mettendo in difetto se stessi. Ma in tanta ostentazione di tolleranza, accade spesso nella realtà che siano ristretti e tenaci verso la cosa cattolica: e coloro che comunemente largiscono la libertà con profusione, gli stessi ricusano di lasciar libera la Chiesa dovunque.
42 E affinché tutto il discorso insieme con le sue conseguenze sia raccolto capitolarmente e brevemente, per chiarezza, la conclusione è questa: per necessità accade che tutto l'uomo sia nella verissima e perpetua potestà di Dio: quindi la libertà dell'uomo non può intendersi se non come sottomessa a Dio e alla sua volontà. Negare questo principato in Dio, o non volerlo sopportare, non è da uomo libero, ma da chi abusa della libertà per la ribellione: e propriamente da tale disposizione dell'animo si forma e si produce il capitale vizio del Liberalismo. Del quale tuttavia si distingue una forma molteplice; infatti la volontà può allontanarsi dall'obbedienza non in un solo modo, né in un solo grado, obbedienza che è dovuta o a Dio, o a coloro che partecipano della potestà divina.
43 Certamente rifiutare completamente l'impero del Dio supremo e spogliarsi interamente di ogni obbedienza nelle cose pubbliche, o anche in quelle private e domestiche, come è la massima perversità della libertà, così è il genere peggiore del Liberalismo: e su questo devono intendersi completamente tutte le cose che finora abbiamo detto contro di esso.
44 Prossima è la disciplina di coloro che certamente consentono che bisogna stare sottomessi al creatore e principe del mondo Dio, poiché da sua volontà tutta la natura è ordinata: ma questi stessi rigettano audacemente le leggi della fede e dei costumi, tramandate dall'autorità di Dio stesso, che la natura non comprende, o almeno dicono che non c'è ragione perché se ne tenga conto, specialmente pubblicamente nello Stato. Quanto questi si trovino in errore e quanto poco concordino con se stessi, abbiamo visto sopra. E da questa dottrina, come da suo capo e principio, scaturisce quella sentenza perniciosa sulla separazione delle ragioni della Chiesa dalla repubblica: quando invece è evidente che le due potestà, in ufficio dissimile e grado disuguale, devono tuttavia essere tra loro concordi nell'azione e consenzienti nello scambio degli uffici.
45 A questo genere è sottoposta un'opinione duplice. — Infatti molti vogliono la repubblica separata dalla Chiesa completamente e totalmente, così che in tutto il diritto della società umana, nelle istituzioni, nei costumi, nelle leggi, negli uffici della repubblica, nell'educazione della gioventù, non ritengono che si debba guardare alla Chiesa più di quanto se fosse completamente nulla: concessa al massimo ai singoli cittadini la facoltà di dedicarsi privatamente alla religione, se piace. Contro costoro vale pienamente la forza di tutti gli argomenti con cui convinciamo quella stessa sentenza sulla separazione delle ragioni della Chiesa e dello Stato civile: oltre a ciò si aggiunge che è assolutamente assurdo che il cittadino tema la Chiesa e lo Stato la disprezzi.
46 Altri non si oppongono al fatto che la Chiesa esista, né potrebbero infatti: tuttavia le tolgono la natura e i diritti propri di una società perfetta, e sostengono che non sia suo compito fare leggi, giudicare, punire, ma solo esortare, persuadere, governare coloro che le si sottomettono spontaneamente e volontariamente. Così adulterano con la loro opinione la natura di questa divina società, attenuano e restringono la sua autorità, il suo magistero, tutta la sua efficacia, esagerando invece la forza e il potere del principato civile fino al punto che, come una qualsiasi associazione volontaria di cittadini, così la Chiesa di Dio la sottomettono all'imperio e al dominio della repubblica. — Per confutare costoro valgono pienamente gli argomenti usati dagli Apologeti, e non omessi da Noi, nominatamente nell'Epistola enciclica Immortale Dei, dai quali risulta che è stato divinamente stabilito che nella Chiesa si trovino tutte le cose che appartengono alla natura e ai diritti di una società legittima, suprema e perfetta in tutte le sue parti.
47 [56] Molti infine non approvano la separazione della cosa sacra dalla cosa civile; ma tuttavia ritengono che si debba fare in modo che la Chiesa obbedisca ai tempi, e si pieghi e si adatti a ciò che l'odierna prudenza desidera nell'amministrazione degli imperi. La loro è un'opinione onesta, se si intenda di una certa giusta proporzione, che possa stare insieme con la verità e la giustizia: cioè che, esplorata la speranza di qualche grande bene, la Chiesa si mostri indulgente, e conceda ai tempi ciò che può senza compromettere la santità del suo dovere. — Ma diverso è il caso delle cose e delle dottrine che il mutamento dei costumi e il giudizio fallace hanno introdotto contro il diritto. Nessun tempo può mancare di religione, verità, giustizia: poiché Dio ha ordinato che queste cose massime e santissime siano sotto la tutela della Chiesa, nulla è tanto estraneo quanto volere che essa dissimuli ciò che è falso o ingiusto, o connivenza nelle cose che sono nocive alla religione.
48 [57] Dunque da quanto detto consegue che non è affatto lecito chiedere, difendere, concedere la libertà di pensiero, di scrittura, di insegnamento, e parimenti la promiscua libertà di religioni, come diritti altrettanti che la natura abbia dato all'uomo. Infatti se veramente la natura li avesse dati, sarebbe diritto rifiutare l'imperio di Dio, e nessuna libertà umana potrebbe essere temperata da legge. — Similmente consegue che questi generi di libertà possono bensì, se vi siano giuste cause, essere tollerati, ma con una definita moderazione, affinché non degenerino in licenza e insolenza. — Dove invece vigora l'uso di queste libertà, i cittadini le trasferiscano alla facoltà di agire rettamente, e sentano di esse ciò che sente la Chiesa. Infatti ogni libertà deve ritenersi legittima, in quanto che procuri maggiore facoltà di cose oneste, altrimenti mai.
49 [58] Dove pesi o incalzi un dominio tale, che tenga oppressa con ingiusta violenza la città, o costringa la Chiesa a mancare della libertà dovuta, è lecito cercare un altro assetto della repubblica, in cui sia concesso agire con libertà: allora infatti non si ricerca quella libertà smodata e viziosa, ma si cerca un certo sollievo, per la causa della salvezza di tutti, e questo unicamente si fa affinché, dove è concessa la licenza delle cose cattive, ivi non sia impedita la potestà di agire onestamente.
50 [59] E inoltre preferire uno stato della repubblica temperato dal genere popolare, non è in sé contrario al dovere, salva tuttavia la dottrina cattolica sull'origine e sull'amministrazione della potestà pubblica. Tra i vari generi di repubblica, purché siano per se stessi idonei a provvedere all'utilità dei cittadini, la Chiesa non ne respinge alcuno: tuttavia vuole che ciascuno, per quanto la natura stessa lo comanda pienamente, sia costituito senza ingiuria di alcuno, e soprattutto con i diritti della Chiesa intatti.
51 [60] Accedere alla gestione delle cose pubbliche, se non in qualche luogo per singolare condizione dei tempi e delle circostanze diversamente non sia stabilito, è onesto: anzi la Chiesa approva che i singoli apportino la loro opera al frutto comune, e ciascuno secondo quanto può con la sua industria, difenda, conservi, aumenti la repubblica.
52 [61] Né la Chiesa condanna il volere che il suo popolo non serva a nessuno né esterno né signore, se modo ciò possa farsi, salva la giustizia. Infine neppure riprende coloro che vogliono effettuare che le città vivano secondo le loro leggi, e i cittadini siano dotati della massima facoltà di aumentare i loro vantaggi. La Chiesa è sempre stata la più fedele sostenitrice delle libertà civiche senza eccesso: il che attestano soprattutto le città italiche, cioè la prosperità, le ricchezze, la gloria del nome da esse ottenute per diritto municipale, nel tempo in cui la salutare virtù della Chiesa in tutte le parti della repubblica, senza che alcuno si opponesse, si era diffusa.
53 [62] Queste cose invero, venerabili Fratelli, che con la fede insieme e la ragione come guida, secondo il Nostro dovere apostolico abbiamo trasmesso, confidiamo che saranno fruttuose per molti, soprattutto con voi che insieme a Noi vi adoperate. — Noi certamente nell'umiltà del Nostro cuore alziamo supplichevoli gli occhi a Dio, e vivamente chiediamo che Egli si degni di largire benignamente agli uomini il lume della sua sapienza e del suo consiglio, cioè affinché, accresciuti di queste virtù, possano in cose di tanta importanza scorgere il vero, e ciò che ne consegue, vivere convenientemente secondo la verità, privatamente, pubblicamente, in tutti i tempi con fermezza immobile. — Pegno dei doni celesti e testimone della Nostra benevolenza, a voi, venerabili Fratelli, e al Clero e al popolo cui singolarmente presiedete, impartiamo con affetto nel Signore l'Apostolica benedizione.
54 [63] Dato a Roma presso S. Pietro il 20 giugno dell'anno 1888. Dell'Undicesimo anno del Nostro Pontificato.
55 [64] LEONE PP. XIII
Traduzione automatica, non rivista. Fa fede il testo originale.
Testo inglese
1 HUMAN LIBERTY.
2 Encyclical Letter Libertas Præstantissimum, June 20, 1888.
3 Liberty, the highest of natural endowment, being the portion only of intellectual or rational natures, confers on man this dignity—that he is in the hand of his counsel and has power over has actions. But the manner in which such dignity is exercised is of the greatest moment, inasmuch as on the use that is made of liberty the highest good and the greatest evil alike depend. Man, indeed, is free to obey his reason, to seek moral good, and to strive unswervingly after his last end. Yet he is free also to turn aside to all other things; and, in pursuing the empty semblance of good, to disturb rightful order and to fall headlong into the destruction which he has voluntarily chosen. The Redeemer of mankind, Jesus Christ, having restored and exalted the original dignity of nature, vouchsafed special assistance to the will of man; and by the gifts of His grace here, and the promise of heavenly bliss hereafter, He raised it to a nobler state. In like manner this great gift of nature has ever been, and always will be, deservingly cherished by the Catholic Church; for to her alone has been committed the charge of handing down to all ages the benefits purchased for us by Jesus Christ. Yet there are many who imagine that the Church is hostile to human liberty. Having a false and absurd notion as to what liberty is, either they pervert the very idea of freedom, or they extend it at their pleasure to many things in respect of which man cannot rightly be regarded as free.
4 We have on other occasions, and especially in Our Encyclical Letter Immortale Dei, in treating of the so-called modern liberties, distinguished between their good and evil elements; and We have shown that whatsoever is good in those liberties is as ancient as truth itself, and that the Church has always most willingly approved and practised that good: but whatsoever has been added as new is, to tell the plain truth, of a vitiated kind, the fruit of the disorders of the age, and of an insatiate longing after novelties. Seeing, however, that many cling so obstinately to their own opinion in this matter as to imagine these modern liberties, cankered as they are, to be the greatest glory of our ago, and the very basis of civil life, without which no perfect government can be conceived. We feel it a pressing duty, for the sake of the common good, to treat separately of this subject.
5 It is with moral liberty, whether in individuals or in communities, that We proceed at once to deal. But, first of all, it will be well to speak briefly of natural liberty; for, though it is distinct and separate from moral liberty, natural freedom is the fountain-head from which liberty or whatsoever kind flows, sua vi suaque sponte. The unanimous consent and judgment of men, which is the trusty voice of nature, recognizes this natural liberty in those only who are endowed with intelligence or reason; and it is by his use of this that man is rightly regarded as responsible for his actions. For, while other animate creatures follow their senses, seeking good and avoiding evil only by instinct, man has reason to guide him each and every act of his life. Reason sees that whatever things that are held to be good upon earth, may exist or may not, and discerning that none of them are of necessity for us, it leaves the will free to choose what it pleases. But man can judge of this contingency, as We say, only because he has a soul that is simple, spiritual, and intellectual—a soul, therefore, which is not produced by matter, and does not depend on matter for its existence; but which is created immediately by God, and, far surpassing the condition of things material, has a life and action of its own—so that, knowing the unchangeable and necessary reasons of what is true and good, it sees that no particular kind of good is necessary to us. When, therefore, it is established that man's soul is immortal and endowed with reason and not bound up with things material, the foundation of natural liberty is at once most firmly laid.
6 As the Catholic Church declares in the strongest terms the simplicity, spirituality, and immortality of the soul, so with unequalled constancy and publicity she ever also asserts its freedom. These truths she has always taught, and has sustained them as a dogma of faith; and whensoever heretics or innovators have attacked the liberty of man, the Church has defended it and protected this noble possession from destruction. History bears witness to the energy with which she met the fury of the Manicheans and others like them; and the earnestness with which in later years she defended human liberty in the Council of Trent, and against the followers of Jansenius, is known to all. At no time, and in no place, has she held truce with fatalism.
7 Liberty, then, as We have said, belongs only to those who have the gift of reason or intelligence. Considered as to its nature, it is the faculty of choosing means fitted for the end proposed; for he is master of his actions who can choose one thing out of many. Now, since everything chosen as a means is viewed as good or useful, and since good, as such, is the proper object of our desire, it follows that freedom of choice is a property of the will, or rather is identical with the will in so far as it has in its action the faculty of choice. But the will cannot proceed to act until it is enlightened by the knowledge possessed by the intellect. In other words, the good wished by the will is necessarily good in so far as it is known by the intellect; and this the more, because in all voluntary acts choice is subsequent to a judgment upon the truth of the good presented, declaring to which good preference should be given. No sensible man can doubt that judgment is an act of reason, not of the will. The end, or object, both of the rational will and of its liberty is that good only which is in conformity with reason.
8 Since, however, both these faculties are imperfect, it is possible, as is often seen, that the reason should propose something which is not really good, but which has the appearance of good, and that the will should choose accordingly. For, as the possibility of error, and actual error, are defects of the mind and attest its imperfection, so the pursuit of what has a false appearance of good, though a proof of our freedom, just as a disease is a proof of our vitality, implies defect in human liberty. The will also, simply because of its dependence on the reason, no sooner desires anything contrary thereto, than it abuses its freedom of choice and corrupts its very essence. Thus it is that the infinitely perfect God, although supremely free, because of the supremacy of His intellect and of His essential goodness, nevertheless cannot choose evil; neither can the angels and saints, who enjoy the beatific vision. St. Augustine and others urged most admirably against the Pelagians, that, if the possibility of deflection from good belonged to the essence or perfection of liberty, then God, Jesus Christ, and the angels and saints, who have not this power, would have no liberty at all, or would have less liberty than man has in his state of pilgrimage and imperfection. This subject is often discussed by the Angelic Doctor in his demonstration that the possibility of sinning is not freedom, but slavery. It will suffice to quote his subtle commentary on the words of our Lord: Whosoever committeth sin is the slave of sin.1 "Everything," he says, "is that which belongs to it naturally. When, therefore, it acts through a power outside itself, it does not act of itself, but through another, that is, as a slave. But man is by nature rational. When, therefore, he acts according to reason, he acts of himself and according to his free will; and this is liberty. Whereas, when he sins, he acts in opposition to reason, is moved by another, and is the victim of foreign misapprehensions. Therefore, Whosoever committeth sin is the slave of sin." Even the heathen philosophers clearly recognized this truth, especially they who held that the wise man alone is free; and by the term "wise man" was meant, as is well known, the man trained to live in accordance with his nature, that is, in justice and virtue.
9 Such then being the condition of human liberty, it necessarily stands in need of light and strength to direct its actions to good and to restrain them from evil. Without this the freedom of our will would be our ruin. First of all there must be law; that is, a fixed rule of teaching what is to be done and what is to be left undone. This rule cannot affect the lower animals in any true sense, since they act of necessity, following their natural instinct, and cannot of themselves act in any other way. On the other hand, as was said above, he who is free can either act or not act, can do this or do that, as he pleases, because his judgment precedes his choice. And his judgment not only decides what is right or wrong of its own nature, but also what is practically good and therefore to be chosen, and what is practically evil and therefore to be avoided. In other words the reason prescribes to the will what it should seek after or shun, in order to the eventual attainment of man's last end, for the sake of which all his actions ought to be performed. This ordination of reason is called law. In man's free will, therefore, or in the moral necessity of our voluntary acts being in accordance with reason, lies the very root of the necessity of law. Nothing more foolish can be uttered or conceived than the notion that because man is free by nature, he is therefore exempt from law. Were this the case, it would follow that to become free we must be deprived of reason; whereas the truth is that we are bound to submit to law precisely because we are free by our very nature. For law is the guide of man's actions; it turns him towards good by its rewards, and deters him from evil by its punishments.
10 Foremost in this office comes the natural law, which is written and engraved in the mind of every man; and this is nothing but our reason, commanding us to do right and forbidding sin. Nevertheless all prescriptions of human reason can have force of law only inasmuch as they are the voice and the interpreters of some higher power on which our reason and liberty necessarily depend. For, since the force of law consists in the imposing of obligations and the granting of rights, authority is the one and only foundation of all law—the power, that is, of fixing duties and defining rights, as also of assigning the necessary sanctions of reward and chastisement to each and all of its commands. But all this, clearly, cannot be found in man, if, as his own supreme legislator, he is to be the rule of his own actions. It follows therefore that the law of nature is the same thing as the eternal law, implanted in rational creatures, and inclining them to their right action and end; and can be nothing else but the eternal reason of God, the Creator and Ruler of all the world. To this rule of action and restraint of evil God has vouchsafed to give special and most suitable aids for strengthening and ordering the human will. The first and most excellent of these is the power of His divine grace, whereby the mind can be enlightened and the will wholesomely invigorated and moved to the constant pursuit of moral good, so that the use of our inborn liberty becomes at once less difficult and less dangerous. Not that the divine assistance hinders in any way the free movement of our will; just the contrary, for grace works inwardly in man and in harmony with his natural inclinations, since it flows from the very Creator of his mind and will, by whom all things are moved in conformity with their nature. As the Angelic Doctor points out, it is because divine grace comes from the Author of nature, that it is so admirably adapted to be the safeguard of all natures, and to maintain the character, efficiency, and operations of each.
11 What has been said of the liberty of individuals is no less applicable to them when considered as bound together in civil society. For, what reason and the natural law do for individuals, that human law, promulgated for their good, does for the citizens of States. Of the laws enacted by men, some are concerned with what is good or bad by its very nature; and they command men to follow after what is right and to shun what is wrong, adding at the same time a suitable sanction. But such laws by no means derive their origin from civil society; because just as civil society did not create human nature, so neither can it be said to be the author of the good which befits human nature, or of the evil which is contrary to it. Laws come before men live together in society, and have their origin in the natural, and consequently in the eternal, law. The precepts, therefore, of the natural law, contained bodily in the laws of men, have not merely the force of human law, but they possess that higher and more august sanction which belongs to the law of nature and the eternal law. And within the sphere of this kind of laws, the duty of the civil legislator is, mainly, to keep the community in obedience by the adoption of a common discipline and by putting restraint upon refractory and viciously inclined men, so that, deterred from evil, they may turn to what is good, or at any rate may avoid causing trouble and disturbance to the State. Now there are other enactments of the civil authority, which do not follow directly, but somewhat remotely, from the natural law, and decide many points which the law of nature treats only in a general and indefinite way. For instance, though nature commands all to contribute to the public peace and prosperity, still whatever belongs to the manner and circumstances, and conditions under which such service is to be rendered must be determined by the wisdom of men and not by Nature herself. It is in the constitution of these particular rules of life, suggested by reason and prudence, and put forth by competent authority, that human law, properly so called, consists, binding all citizens to work together for the attainment of the common end proposed to the community, and forbidding them to depart from this end; and in so far as human law is in conformity with the dictates of nature, leading to what is good, and deterring from evil.
12 From this it is manifest that the eternal law of God is the sole standard and rule of human liberty, not only in each individual man, but also in the community and civil society which men constitute when united. Therefore, the true liberty of human society does not consist in every man doing what he pleases, for this would simply end in turmoil and confusion, and bring on the overthrow of the State; but rather in this, that through the injunctions of the civil law all may more easily conform to the prescriptions of the eternal law. Likewise; the liberty of those who are in authority does not consist in the power to lay unreasonable and capricious commands upon their subjects, which would equally be criminal and would lead to the ruin of the commonwealth; but the binding force of human laws is in this, that they are to be regarded as applications of the eternal law, and incapable of sanctioning anything which is not contained in the eternal law, as in the principle of all law. Thus St. Augustine most wisely says: "I think that you can see, at the same time, that there is nothing just and lawful in that temporal law, unless what men have gathered from this eternal law."2 If, then, by any one in authority, something be sanctioned out of conformity with the principles of right reason, and consequently hurtful to the commonwealth, such an enactment can have no binding force of law, as being no rule of justice, but certain to lead men away from that good which is the very end of civil society.
13 Therefore, the nature of human liberty, however it be considered, whether in individuals or in society, whether in those who command or in those who obey, supposes the necessity of obedience to some supreme and eternal law, which is no other than the authority of God, commanding good and forbidding evil. And so far from this most just authority of God over men diminishing, or even destroying their liberty, it protects and perfects it, for the real perfection of all creatures is found in the prosecution and attainment of their respective ends; but the supreme end to which human liberty must aspire is God.
14 These precepts of the truest and highest teaching, made known to us by the light of reason itself, the Church, instructed by the example and doctrine of her divine Author, has ever propagated and asserted; for she has ever made them the measure of her office and of her teaching to the Christian nations. As to morals, the laws of the Gospel not only immeasurably surpass the wisdom of the heathen, but are an invitation and an introduction to a state of holiness unknown to the ancients; and, bringing man nearer to God, they make him at once the possessor of a more perfect liberty. Thus the powerful influence of the Church has ever been manifested in the custody and protection of the civil and political liberty of the people. The enumeration of its merits in this respect does not belong to our present purpose. It is sufficient to recall the fact that slavery, that old reproach of the heathen nations, was mainly abolished by the beneficent efforts of the Church. The impartiality of law and the true brotherhood of man were first asserted by Jesus Christ; and His apostles re-echoed His voice when they declared that in future there was to be neither Jew, nor Gentile, nor Barbarian, nor Scythian, but all were brothers in Christ. So powerful, so conspicuous in this respect, is the influence of the Church, that experience abundantly testifies how savage customs are no longer possible in any land where she has once set her foot; but that gentleness speedily takes the place of cruelty, and the light of truth quickly dispels the darkness of barbarism. Nor has the Church been less lavish in the benefits she has conferred on civilized nations in every age, either by resisting the tyranny of the wicked, or by protecting the innocent and helpless from injury; or finally by using her influence in the support of any form of government which commended itself to the citizens at home, because of its justice, or was feared by their enemies without, because of its power.
15 Moreover, the highest duty is to respect authority, and obediently to submit to just law; and by this the members of a community are effectually protected from the wrongdoing of evil men. Lawful power is from God, and whosoever resisteth authority resisteth the ordinance of God; wherefore obedience is greatly ennobled when subjected to an authority which is the most just and supreme of all. But where the power to command is wanting, or where a law is enacted contrary to reason, or to the eternal law, or to some ordinance of God, obedience is unlawful, lest, while obeying man, we become disobedient to God. Thus, an effectual barrier being opposed to tyranny, the authority in the State will not have all its own way, but the interests and rights of all will be safe-guarded—the rights of individuals, of domestic society, and of all the members of the commonwealth; all being free to live according to law and right reason; and in this, as We have shown, true liberty really consists.
16 If when men discuss the question of liberty they were careful to grasp its true and legitimate meaning, such as reason and reasoning have just explained, they would never venture to affix such a calumny on the Church as to assert that she is the foe to individual and public liberty. But many there are who follow in the footsteps of Lucifer, and adopt as their own. his rebellious cry, "I will not serve"; and consequently substitute for true liberty what is sheer and most foolish license. Such, for instance, are the men belonging to that widely spread and powerful organization, who, usurping the name of liberty, style themselves Liberals.
17 What Naturalists or Rationalists aim at in philosophy, that the supporters of Liberalism, carrying out the principles laid down by Naturalism, are attempting in the domain of morality and politics. The fundamental doctrine of Rationalism is the supremacy of the human reason, which, refusing due submission to the divine and eternal reason, proclaims its own independence, and constitutes itself the supreme principle and source and judge of truth. Hence these followers of Liberalism deny the existence of any divine authority to which obedience is due, and proclaim that every man is the law to himself; from which arises that ethical system which they style independent morality, and which, under the guise of liberty, exonerates man from any obedience to the commands of God, and substitutes a boundless license. The end of all this it is not difficult to foresee, especially when society is in question. For, when once man is firmly persuaded that he is subject to no one, it follows that the efficient cause of the unity of civil society is not to be sought in any principle external to man, or superior to him, but simply in the free will of individuals; that the authority in the State comes from the people only; and that, just as every man's individual reason is his only rule of life, so the collective reason of the community should be the supreme guide in the management of all public affairs. Hence the doctrine of the supremacy of the greater number, and that all right and all duty reside in the majority But, from what has been said, it is clear that all this is in contradiction to reason. To refuse any bond of union between man and civil society, on the one hand, and God the Creator and consequently the supreme Law-giver, on the other, is plainly repugnant to the nature, not only of man, but of all created things; for, of necessity, all effects must in some proper way be connected with their cause; and it belongs to the perfection of every nature to contain itself within that sphere and grade which the order of nature has assigned to it, namely, that the lower should be subject and obedient to the higher.
18 Moreover, besides this, a doctrine of such character is most hurtful both to individuals and to the State. For, once ascribe to human reason the only authority to decide what is true and what is good, and the real distinction between good and evil is destroyed; honor and dishonor differ not in their nature, but in the opinion and judgement of each one; pleasure is the measure of what is lawful; and, given a code of morality which can have little or no power to restrain or quiet the unruly propensities of man, a way is naturally opened to universal corruption. With reference also to public affairs: authority is severed from the true and natural principle whence it derives all its efficacy for the common good; and the law determining what it is right to do and avoid doing is at the mercy of a majority. Now this is simply a road leading straight to tyranny. The empire of God over man and civil society once repudiated, it follows that religion, as a public institution, can have no claim to exist, and that everything that belongs to religion will be treated with complete indifference. Furthermore, with ambitious designs on sovereignty, tumult and sedition will be common amongst the people; and when duty and conscience cease to appeal to them, there will be nothing to hold them back but force, which of itself alone is powerless to keep their covetousness in check. Of this we have almost daily evidence in the conflict with Socialists and members of other seditious societies, who labor unceasingly to bring about revolution. It is for those, then, who are capable of forming a just estimate of things to decide whether such doctrines promote that true liberty which alone is worthy of man, or rather pervert and destroy it.
19 There are, indeed, some adherents of Liberalism who do not subscribe to these opinions, which we have seen to be fearful in their enormity, openly opposed to the truth, and the cause of most terrible evils. Indeed, very many amongst them, compelled by the force of truth, do not hesitate to admit that such liberty is vicious, nay, is simple license, whenever intemperate in its claims, to the neglect of truth and justice; and therefore they would have liberty ruled and directed by right reason, and consequently subject to the natural law and to the divine eternal law. But here they think they may stop, holding that man as a free being is bound by no law of God, except such as He makes known to us through our natural reason. In this they are plainly inconsistent. For if—as they must admit, and no one can rightly deny—the will of the divine Law-giver is to be obeyed, because every man is under the power of God, and tends toward Him as his end, it follows that no one can assign limits to His legislative authority without failing in the obedience which is due. Indeed, if the human mind be so presumptuous as to define the nature and extent of God's rights and its own duties, reverence for the divine law will be apparent rather than real, and arbitrary judgment will prevail over the authority and providence of God. Man must, therefore, take his standard of a loyal and religious life from the eternal law; and from all and every one of those laws which God, in His infinite wisdom and power, has been pleased to enact, and to make known to us by such clear and unmistakable signs as to leave no room for doubt. And the more so because laws of this kind have the same origin, the same author, as the eternal law, are absolutely in accordance with right reason, and perfect the natural law. These laws it is that embody the government of God, who graciously guides and directs both the intellect and the will of man lest these fall into error. Let, then, that continue to remain in a holy and inviolable union, which neither can nor should be separated; and in all things—for this is the dictate of right reason itself—let God be dutifully and obediently served.
20 There are others, somewhat more moderate though not more consistent, who affirm that the morality of individuals is to be guided by the divine law, but not the morality of the State, so that in public affairs the commands of God may be passed over, and may be entirely disregarded in the framing of laws. Hence follows the fatal theory of the need of separation between Church and State. But the absurdity of such a position is manifest. Nature herself proclaims the necessity of the State providing means and opportunities whereby the community may be enabled to live properly, that is to say, according to the laws of God. For since God is the source of all goodness and justice, it is absolutely ridiculous that the State should pay no attention to these laws or render them abortive by contrary enactments. Besides, those who are in authority owe it to the commonwealth not only to provide for its external well-being and the conveniences of life, but still more to consult the welfare of men's souls in the wisdom of their legislation. But, for the increase of such benefits, nothing more suitable can be conceived than the laws which have God for their author; and, therefore, they who in their government of the State take no account of these laws, abuse political power by causing it to deviate from its proper end and from what nature itself prescribes. And, what is still more important, and what We have more than once pointed out, although the civil authority has not the same proximate end as the spiritual, nor proceeds on the same lines, nevertheless in the exercise of their separate powers they must occasionally meet. For their subjects are the same, and not infrequently they deal with the same objects, though in different ways. Whenever this occurs, since a state of conflict is absurd and manifestly repugnant to the most wise ordinance of God, there must necessarily exist some order or mode of procedure to remove the occasions of difference and contention, and to secure harmony in all things. This harmony has been not inaptly compared to that which exists between the body and the soul for the well-being of both one and the other, the separation of which brings irremediable harm to the body, since it extinguishes its very life.
21 To make this more evident, the growth of liberty ascribed to our age must be considered apart in its various details. And, first, let us examine that liberty in individuals which is so opposed to the virtue of religion, namely, the liberty of worship, as it is called. This is based on the principle that every man is free to profess as he may choose any religion or none.
22 But, assuredly, of all the duties which man has to fulfil, that, without doubt, is the chief est and holiest which commands him to worship God with devotion and piety. This follows of necessity from the truth that we are ever in the power of God, are ever guided by His will and providence, and, having come forth from Him, must return to Him. Add to which no true virtue can exist without religion, for moral virtue is concerned with those things which lead to God as man's supreme and ultimate good; and therefore religion, which (as St. Thomas says) "performs those actions which are directly and immediately ordained for the divine honor,"3 rules and tempers all virtues. And if it be asked which of the many conflicting religions it is necessary to adopt, reason and the natural law unhesitatingly tell us to practise that one which God enjoins, and which men can easily recognize by certain exterior notes, whereby divine Providence has willed that it should be distinguished, because, in a matter of such moment, the most terrible loss would be the consequence of error. Wherefore, when a liberty such as We have described is offered to man, the power is given him to pervert or abandon with impunity the most sacred of duties, and to exchange the unchangeable good for evil; which, as We have said, is no liberty, but its degradation, and the abject submission of the soul to sin.
23 This kind of liberty, if considered in relation to the State, clearly implies that there is no reason why the State should offer any homage to God, or should desire any public recognition of Him; that no one form of worship is to be preferred to another, but that all stand on an equal footing, no account being taken of the religion of the people, even if they profess the Catholic faith. But, to justify this, it must needs be taken as true that the State has no duties towards God, or that such duties, if they exist, can be abandoned with impunity, both of which assertions are manifestly false. For it cannot be doubted but that, by the will of God, men are united in civil society; whether its component parts be considered; or its form, which implies authority; or the object of its existence; or the abundance of the vast services which it renders to man. God it is who has made man for society, and has placed him in the company of others like himself, so that what was wanting to his nature, and beyond his attainment if left to his own resources, he might obtain by association with others. Wherefore civil society must acknowledge God as its Founder and Parent, and must obey and reverence His power and authority. Justice therefore forbids, and reason itself forbids, the State to be godless; or to adopt a line of action which would end in godlessness—namely, to treat the various religions (as they call them) alike, and to bestow upon them promiscuously equal rights and privileges. Since, then, the profession of one religion is necessary in the State, that religion must be professed which alone is true, and which can be recognized without difficulty, especially in Catholic States, because the marks of truth are, as it were, engraven upon it. This religion, therefore, the rulers of the State must preserve and protect, if they would provide―as they should do―with prudence and usefulness for the good of the community. For public authority exists for the welfare of those whom it governs; and although its proximate end is to lead men to the prosperity found in this life, yet, in so doing, it ought not to diminish, but rather to increase, man's capability of attaining to the supreme good in which his everlasting happiness consists: which never can be attained if religion be disregarded.
24 All this, however, We have explained more fully elsewhere. We now only wish to add the remark that liberty of so false a nature is greatly hurtful to the true liberty of both rulers and their subjects. Religion, of its essence, is wonderfully helpful to the State. For since it derives the prime origin of all power directly from God Himself, with grave authority it charges rulers to be mindful of their duty, to govern without injustice or severity, to rule their people kindly and with almost paternal charity; it admonishes subjects to be obedient to lawful authority, as to the ministers of God; and it binds them to their rulers, not merely by obedience, but by reverence and affection, forbidding all seditions and venturesome enterprises calculated to disturb public order and tranquillity, and cause greater restrictions to be put upon the liberty of the people. We need not mention how greatly religion conduces to pure morals, and pure morals to liberty. Reason shows, and history confirms the fact, that the higher the morality of States, the greater are the liberty and wealth and power which they enjoy.
25 We must now consider briefly liberty of speech, and liberty of the Press, it is hardly necessary to say that there can be no such right as this, if it be not used in moderation, and if it pass beyond the bounds and end of all true liberty. For right is a moral power which―as We have before said and must again and again repeat―it is absurd to suppose that nature has accorded indifferently to truth and falsehood, to justice and injustice. Men have a right freely and prudently to propagate throughout the State what things soever are true and honorable, so that as many as possible may possess them; but lying opinions, than which no mental plague is greater, and vices which corrupt the heart and moral life, should be diligently repressed by public authority, lest they insidiously work the ruin of the State. The excesses of an unbridled intellect, which unfailingly end in the oppression of the untutored multitude, are no less rightly controlled by the authority of the law than are the injuries inflicted by violence upon the weak. And this all the more surely, because by far the greater part of the community is either absolutely unable, or able only with great difficulty, to escape from illusions and deceitful subtleties, especially such as flatter the passions. If unbridled license of speech and of writing be granted to all, nothing will remain sacred and inviolate; even the highest and truest mandates of nature, justly held to be the common and noblest heritage of the human race, will not be spared. Thus, truth being gradually obscured by darkness, pernicious and manifold error, as too often happens, will easily prevail. Thus, too, license will gain what liberty loses; for liberty will ever be more free and secure, in proportion as license is kept in fuller restraint. In regard, however, to all matters of opinion which God leaves to man's free discussion, full liberty of thought and of speech is naturally within the right of every one; for such liberty never leads men to suppress the truth, but often to discover it and make it known.
26 A like judgment must be passed upon what is called liberty of teaching. There can be no doubt that truth alone should imbue the minds of men; for in it are found the well-being, the end, and the perfection of every intelligent nature; and therefore nothing but truth should be taught both to the ignorant and to the educated, so as to bring knowledge to those who have it not, and to preserve it in those who possess it. For this reason it is plainly the duty of all who teach to banish error from the mind, and by sure safeguards to close the entry to all false convictions. From this it follows, as is evident, that the liberty of which We have been speaking, is greatly opposed to reason, and tends absolutely to pervert men's minds, in as much as it claims for itself the right of teaching whatever it pleases―a liberty which the State cannot grant without failing in its duty. And the more so, because the authority of teachers has great weight with their hearers, who can rarely decide for themselves as to the truth or falsehood of the instruction given to them.
27 Wherefore, this liberty also, in order that it may deserve the name, must be kept within certain limits, lest the office of teaching be turned with impunity into an instrument of corruption. Now truth, which should be the only subject-matter of those who teach, is of two kinds, natural and supernatural. Of natural truths, such as the principles of nature and whatever is derived from them immediately by our reason, there is a kind of common patrimony in the human race. On this, as on a firm basis, morality, justice, religion, and the very bonds of human society rest: and to allow people to go unharmed who violate or destroy it, would be most impious, most foolish, and most inhuman. But with no less religious care must we preserve that great and sacred treasure of the truths which God Himself has taught us. By many and convincing arguments, often used by defenders of Christianity, certain leading truths have been laid down: namely, that some things have been revealed by God; that the only-begotten Son of God was made flesh, to bear witness to the truth; that a perfect society was founded by Him―the Church namely, of which He is the head, and with which He has promised to abide till the end of the world.
28 To this society He entrusted all the truths which he had taught, in order that it might keep and guard them and with lawful authority explain them; and at the same time He commanded all nations to hear the voice of the Church, as if it were His own, threatening those who would not hear it with everlasting perdition. Thus it is manifest that man's best and surest teacher is God, the source and principle of all truth; and the only-begotten Son, who is in the bosom of the Father, the Way, the Truth, and the Life, the true Light which enlightens every man, and to whose teaching all must submit: And they shall all be taught of God.4 In faith and in the teaching of morality, God Himself made the Church a partaker of His divine authority, and through His heavenly gift she cannot be deceived. She is therefore the greatest and most reliable teacher of mankind, and in her dwells an inviolable right to teach them.
29 Sustained by the truth received from her divine Founder, the Church has ever sought to fulfil holily the mission entrusted to her by God; unconquered by the difficulties on all sides surrounding her, she has never ceased to assert her liberty of teaching, and in this way the wretched superstition of paganism being dispelled, the wide world was renewed unto Christian wisdom. Now, reason itself clearly teaches that the truths of divine revelation and those of nature cannot really be opposed to one another, and that whatever is at variance with them must necessarily be false. Therefore the divine teaching of the Church, so far from being an obstacle to the pursuit of learning and the progress of science, or in any way retarding the advance of civilization, in reality brings to them the sure guidance of shining light. And for the same reason it is of no small advantage for the perfecting of human liberty, since our Saviour Jesus Christ has said that by truth is man made free: You shall know the truth, and the truth shall make you free.5 Therefore there is no reason why genuine liberty should grow indignant, or true science feel aggrieved, at having to bear the just and necessary restraint of laws by which, in the judgment of the Church and of Reason itself, human teaching has to be controlled.
30 The Church, indeed—as facts have everywhere proved—looks chiefly and above all to the defence of the Christian faith, while careful at the same time to foster and promote every kind of human learning. For learning is in itself good, and praiseworthy, and desirable; and further, all erudition which is the outgrowth of sound reason, and in conformity with the truth of things, serves not a little to confirm what we believe on the authority of God. The Church, truly, to our great benefit, has carefully preserved the monuments of ancient wisdom; has opened everywhere homes of science, and has urged on intellectual progress by fostering most diligently the arts by which the culture of our age is so much advanced. Lastly, We must not forget that a vast field lies freely open to man's industry and genius, containing all those things which have no necessary connection with Christian faith and morals, or as to which the Church, exercising no authority, leaves the judgment of the learned free and unconstrained.
31 From all this may be understood the nature and character of that liberty which the followers of Liberalism so eagerly advocate and proclaim. On the one hand, they demand for themselves and for the State a license which opens the way to every perversity of opinion; and on the other, they hamper the Church in divers ways, restricting her liberty within narrowest limits, although from her teaching not only is there nothing to be feared, but in every respect very much to be gained.
32 Another liberty is widely advocated, namely, liberty of conscience. If by this is meant that every one may, as he chooses, worship God or not, it is sufficiently refuted by the arguments already adduced. But it may also be taken to mean that every man in the State may follow the will of God and, from a consciousness of duty and free from every obstacle, obey His commands. This, indeed, is true liberty, a liberty worthy of the sons of God, which nobly maintains the dignity of man, and is stronger than all violence or wrong—a liberty which the Church has always desired and held most dear. This is the kind of liberty the apostles claimed for themselves with intrepid constancy, which the apologists of Christianity confirmed by their writings, and which the martyrs in vast numbers consecrated by their blood. And deservedly so; for this Christian liberty bears witness to the absolute and most just dominion of God over man, and to the chief and supreme duty of man towards God. It has nothing in common with a seditious and rebellious mind; and in no tittle derogates from obedience to public authority; for the right to command and to require obedience exists only so far as it is in accordance with the authority of God, and is within the measure that He has laid down. But when anything is commanded which is plainly at variance with the will of God, there is a wide departure from this divinely constituted order, and at the same time a direct conflict with divine authority; therefore it is right not to obey.
33 By the patrons of Liberalism, however, who make the State absolute and omnipotent, and proclaim that man should live altogether independently of God, the liberty of which We speak, which goes hand in hand with virtue and religion, is not admitted; and whatever is done for its preservation is accounted an injury and an offence against the State. Indeed, if what they say were really true, there would be no tyranny, no matter how monstrous, which we should not be bound to endure and submit to.
34 The Church most earnestly desires that the Christian teaching, of which We have given an outline, should penetrate every rank of society in reality and in practice; for it would be of the greatest efficacy in healing the evils of our day, which are neither few nor slight, and are the offspring in great part of the false liberty which is so much extolled, and in which the germs of safety and glory were supposed to be contained. The hope has been disappointed by the result. The fruit, instead of being sweet and wholesome, has proved cankered and bitter. If then a remedy is desired, let it be sought for in a restoration of sound doctrine, from which alone the preservation of order and, as a consequence, the defence of true liberty can be confidently expected. Yet, with the discernment of a true mother, the Church weighs the great burden of human weakness, and well knows the course down which the minds and actions of men are in this our age being borne.
35 For this reason, while not conceding any right to anything save what is true and honest, she does not forbid public authority to tolerate what is at variance with truth and justice, for the sake of avoiding some greater evil, or of obtaining or preserving some greater good. God Himself, in His providence. though infinitely good and powerful permits evil to exist in the world, partly that greater good may not be impeded, and partly that greater evil may not ensue. In the government of States it is not forbidden to imitate the Ruler of the world; and, as the authority of man is powerless to prevent every evil, it has (as St. Augustine says) to overlook and leave unpunished many things which are punished, and rightly, by divine Providence.6 But if, in such circumstances, for the sake of the common good (and this is the only legitimate reason), human law may or even should tolerate evil, it may not and should not approve or desire evil for its own sake; for evil of itself, being a privation of good, is opposed to the common welfare which every legislator is bound to desire and defend to the best of his ability.
36 In this, human law must endeavor to imitate God, who, as St. Thomas teaches, in allowing evil to exist in the world, "neither wills evil to be done, nor wills it not to be done, but wills only to permit it to be done; and this is good."7 This saying of the Angelic Doctor contains briefly the whole doctrine of the permission of evil. But, to judge aright, we must acknowledge that the more a State is driven to tolerate evil the further is it from perfection; and that the tolerance of evil which is dictated by political prudence should be strictly confined to the limits which its justifying cause, the public welfare, requires. Wherefore, if such tolerance would be injurious to the public welfare, and entail greater evils on the State, it would not be lawful; for in such case the motive of good is wanting. And although in the extraordinary condition of these times the Church usually acquiesces in certain modern liberties, not because she prefers them in themselves, but because she judges it expedient to permit them, she would in happier times exercise her own liberty; and, by persuasion, exhortation, and entreaty, would endeavor, as she is bound, to fulfil the duty assigned to her by God of providing for the eternal salvation of mankind.
37 One thing, however, remains always true—that the liberty which is claimed for all to do all things is not, as We have often said, of itself desirable, inasmuch as it is contrary to reason that error and truth should have equal rights. And as to tolerance, it is surprising how far removed from the equity and prudence of the Church are those who profess what is called Liberalism. For, in allowing that boundless license of which We have spoken, they exceed all limits, and end at last by making no apparent distinction between truth and error, honesty and dishonesty. And because the Church, the pillar and ground of truth, and the unerring teacher of morals, is forced utterly to reprobate and condemn tolerance of such an abandoned and criminal character, they calumniate her as being wanting in patience and gentleness, and thus fail to see that, in so doing, they impute to her as a fault what is in reality a matter for commendation.
38 But, in spite of all this show of tolerance, it very often happens that, while they profess themselves ready to lavish liberty on all in the greatest profusion, they are utterly intolerant towards the Catholic Church, by refusing to allow her the liberty of being herself free.
39 And now to reduce for clearness' sake to its principal heads all that has been set forth with its immediate conclusions, the summing up is this briefly: that man, by a necessity of his nature, is wholly subject to the most faithfl and ever-enduring power of God; and that as a consequence any liberty, except that which consists in submission to God and in subjection to His will, is unintelligible. To deny the existence of this authority in God, or to refuse to submit to it, means to act, not as a free man, but as one who treasonably abuses his liberty; and in such a disposition of mind the chief and deadly vice of Liberalism essentially consists. The form, however, of the sin is manifold; for in more ways and degrees than one can the will depart from the obedience which is due to God or to those who share the divine power.
40 For, to reject the supreme authority of God, and to cast off all obedience to Him in public matters, or even in private and domestic affairs, is the greatest perversion of liberty and the worst kind of Liberalism: and what We have said must be understood to apply to this alone in its fullest sense.
41 Next comes the system of those who admit indeed the duty of submitting to God, the Creator and Ruler of the world, inasmuch as all nature is dependent on His will, but who boldly reject all laws of faith and morals which are above natural reason, but are revealed by the authority of God; or who at least impudently assert that there is no reason why regard should be paid to these laws, at any rate publicly, by the State. How mistaken these men also are, and how inconsistent, we have seen above. From this teaching, as from its source and principle, flows that fatal principle of the separation of Church and State; whereas it is, on the contrary, clear that the two powers, though dissimilar in functions and unequal in degree, ought nevertheless to live in concord, by harmony in their action and the faithful discharge of their respective duties.
42 But this teaching is understood in two ways. Many wish the State to be separated from the Church wholly and entirely, so that regard to every right of human society, in institutions, customs, and laws, the offices of State, and the education of youth, they would pay no more regard to the Church than if she did not exist; and, at most, would allow the citizens individually to attend to their religion in private if so minded. Against such as these, all the arguments by which We disprove the principle of separation of Church and State are conclusive; with this superadded, that it is absurd the citizen should respect the Church, while the State may hold her in contempt.
43 Others oppose not the existence of the Church, nor 'indeed could they; yet they despoil her of the nature and rights of a perfect society, and maintain that it does not belong to her to legislate, to judge, or to punish, but only to exhort, to advise, and to rule her subjects in accordance with their own consent and will. By such opinion they pervert the nature of this divine society, and attenuate and narrow its authority, its office of teacher, and its whole efficiency; and at the same time they aggrandize the power of the civil government to such extent as to subject the Church of God to the empire and sway of the State, like any voluntary association of citizens. To refute completely such teaching, the arguments often used by the defenders of Christianity, and set forth by Us, especially in the Encyclical Letter Immortale Dei, are of great avail; for by those arguments it is proved that, by a divine provision, all the rights which essentially belong to a society that is legitimate, supreme, and perfect in all its parts exist in the Church.
44 Lastly, there remain those who, while they do not approve the separation of Church and State, think nevertheless that the Church ought to adapt herself to the times and conform to what is required by the modern system of government. Such an opinion is sound, if it is to be understood of some equitable adjustment consistent with truth and justice; in so far, namely, that the Church, in the hope of some great good, may show herself indulgent, and may conform to the times in so far as her sacred office permits. But it is not so in regard to practices and doctrines which a perversion of morals and a warped judgment have unlawfully introduced. Religion, truth, and justice, must ever be maintained; and, as God has intrusted these great and sacred matters to the care of the Church, she can never be so unfaithful to her office as to dissemble in regard to what is false or unjust, or to connive at what is hurtful to religion.
45 From what has been said, it follows that it is quite unlawful to demand, to defend, or to grant unconditional freedom of thought, of speech, of writing, or of worship, as if these were so many rights given by nature to man. For if nature had really granted them, it would be lawful to refuse obedience to God, and there would be no restraint on human liberty. It likewise follows that freedom in these things may be tolerated wherever there is just cause; but only with such moderation as will prevent its degenerating into license and excess. And where such liberties are in use, men should employ them in doing good, and should estimate them as the Church does; for liberty is to be regarded as legitimate in so far only as it affords greater facility for doing good, but no farther.
46 Whenever there exists, or there is reason to fear, an unjust oppression of the people on the one hand, or a deprivation of the liberty of the Church on the other, it is lawful to seek for such a change of government as will bring about due liberty of action. In such case an excessive and vicious liberty is not sought for, but only some relief, for the common welfare, in order that, while license for evil is allowed by the State, the power of doing good may not be hindered.
47 Again, it is not of itself wrong to prefer a democratic form of government, if only the Catholic doctrine be maintained as to the origin and exercise of power. Of the various forms of government, the Church does not reject any that are fitted to procure the welfare of the subject; she wishes only—and this nature itself requires—that they should be constituted without involving wrong to any one, and especially without violating the rights of the Church.
48 Unless it be otherwise determined, by reason of some exceptional condition of things, it is expedient to take part in the administration of public affairs. And the Church approves of every one devoting his services to the common good, and doing all that he can for the defence, preservation, and prosperity of his country.
49 Neither does the Church condemn those who, if it can be done without violation of justice, wish to make their country independent of any foreign or despotic power. Nor does she blame those who wish to assign to the State the power of self-government, and to its citizens the greatest possible measure of prosperity. The Church has always most faithfully fostered civil liberty, and this was seen especially in Italy, in the municipal prosperity, and wealth, and glory, which were obtained at a time when the salutary power of the Church had spread, without opposition, to all parts of the State.
50 These things. Venerable Brothers, which, under the guidance of faith and reason, in the discharge of Our Apostolic office. We have now delivered to you, We hope, especially by your co-operation with Us, will be useful unto very many. In lowliness of heart We raise Our eyes in supplication to God, and earnestly beseech Him to shed mercifully the light of His wisdom and of His counsel upon men, so that, strengthened by these heavenly gifts, they may in matters of such moment discern what is true, and may afterwards, in public and in private, at all times and with unshaken constancy, live in accordance with the truth. As a pledge of these heavenly gifts, and in witness of Our good will to you, Venerable Brothers, and to the clergy and people committed to each of you. We most lovingly grant in the Lord the Apostolic Benediction.
Note
- John viii. 34.
- De Libero Arbitrio, lib. i. cap. 6, n. 15.
- Summa, 2a 2æ, q. Ixxxi. a. 6.
- John vi. 45.
- John viii. 32.
- St. August., de lib. arb., lib. 1. cap. 6, num. 14.
- St. Thomas, 1 q. xix. a 9 ad. 3.
The Great Encyclical Letters of Pope Leo XIII (New York: Benziger Brothers, 1903). Fonte: Wikisource.
Testo latino
LITTERAE ENCYCLICAE
SANCTISSIMI DOMINI NOSTRI
LEONIS DIVINA PROVIDENTIA PAPAE XIII
AD PATRIARCHAS, PRIMATES, ARCHIEPISCOPOS
ET EPISCOPOS UNIVERSOS CATHOLICI ORBIS,
GRATIAM ET COMMUNIONEM CUM APOSTOLICA SEDE HABENTES*
DE LIBERTATE HUMANA
1 Venerabilibus fratribus Patriarchis, Primatibus, Archiepiscopi et Episcopis universis Catholici orbis gratiam et communionem cum Apostolica Sede habentibus
2 LEO PP. XIII
3 Venerabiles Fratres, salutem et Apostolicam Benedictionem
4 Libertas, praestantissimum naturae bonum, idemque intelligentia aut ratione utentium naturarum unice proprium, hanc tribuit homini dignitatem ut sit in manu consilii sui, obtineatque actionum suarum potestatem. — Verumtamen eiusmodi dignitas plurimum interest qua ratione geratur, quia sicut summa bona, ita et summa mala ex libertatis usu gignuntur. Sane integrum est homini parere rationi, morale bonum sequi, ad summum finem suum recta contendere. Sed idem potest ad omnia alia deflectere, fallacesque bonorum imagines persecutus, ordinem debitum perturbare, et in interitum ruere voluntarium. — Liberator humani generis Iesus Christus, restituta atque aucta naturae dignitate pristina, plurimum ipsam iuvit hominis voluntatem; eamque hinc adiunctis gratiae suae praesidiis, illinc sempiterna in caelis felicitate proposita, ad meliora erexit. Similique ratione de hoc tam excellenti naturae bono et merita est et constanter merebitur Ecclesia catholica, proptereaquod eius est, parta nobis per Iesum Christum beneficia in omnem saeculorum aetatem propagare. — Nihilominus complures numerantur, qui obesse Ecclesiam humanae libertati putent. Cuius rei caussa in perverso quodam praeposteroque residet de ipsa libertate iudicio. Hanc enim vel in ipsa sui intelligentia adulterant, vel plus aequo opinione dilatant, ita ut pertinere ad res sane multas contendant, in quibus, si recte diiudicari velit, liber esse homo non potest.
5 Alias nos, nominatimque in litteris Encyclicis Immortale Dei, de modernis, uti loquuntur, libertatibus verba fecimus, id quod honestum est secernentes ab eo quod contra: simul demonstravimus, quidquid iis libertatibus continetur boni, id tam esse vetus, quam est veritas: illudque semper Ecclesiam libentissime probare et re usuque recipere solitam. Id quod accessit novi, si verum quaeritur, in parte quadam inquinatiore consistit, quam turbulenta tempora ac rerum novarum libido nimia peperere. — Sed quoniam sunt plures in hac opinione pertinaces, ut eas libertates, in eo etiam quod continent vitii, summum aetatis nostrae decus et constituendarum civitatum fundamentum necessarium putent, ita ut, sublatis iis, perfectam gubernationem reipublicae cogitari posse negent, idcirco videtur, publica Nobismetipsis utilitate proposita, eiusmodi argumentum pertractari separatim oportere.
6 Libertatem moralem recta persequimur, sive in personis ea singulis, sive in civitate spectetur. — Principio tamen iuvat aliquid de libertate naturali breviter dicere, quia quamquam a morali omnino distinguitur, fons tamen atque principium est, unde genus omne libertatis sua vi suaque sponte nascitur. Hanc quidem omnium iudicium sensusque communis, quae certissima naturae vox est in iis solum agnoscit, qui sint intelligentiae vel rationis compotes in eaque ipsa caussam inesse apparet, cur auctor eorum, quae ab eo aguntur, verissime habeatur homo. Et recte quidem: nam quando ceteri animantes solis ducuntur sensibus, soloque naturae impulsu acquirunt quae sibi prosint fugiuntque contraria, homo quidem in singulis vitae factis rationem habet ducem. Ratio autem, quaecumque habentur in terris bona, omnia et singula posse iudicat esse, et aeque posse non esse: et, hoc ipso nullum eorum decernens esse necessario sumendum, potestatem optionemque voluntati facit ut eligat, quod lubeat. — Sed de contingentia, ut appellant, eorum bonorum, quae diximus, ob hanc caussam iudicare homo potest, quod animum habet natura simplicem spiritualem cogitationisque participem: qui idcirco quod est eiusmodi, non a rebus corporeis ducit originem, neque pendet ex eis in conservatione sui; sed, nulla re intercedente, ingeneratus a Deo communemque corporum conditionem longo intervallo transgrediens suum et propriam habet vivendi genus, suum agendi; quo fit ut, immutabilibus ac necessariis veri bonique rationibus iudicio comprehensis, bona illa singularia nequaquam esse necessaria videat. Itaque cum animos hominum segregatos esse statuitur ab omni concretione mortali eosdemque facultate cogitandi pollere, simul naturalis libertas in fundamento suo firmissime constituitur.
7 Iamvero sicut animi humani naturam simplicem, spiritualem atque immortalem, sic et libertatem nemo nec altius praedicat, nec constantius asserit Ecclesia catholica, quae scilicet utrumque omni tempore docuit, sicque tuetur ut dogma. Neque id solum: sed contra dicentibus haereticis no varumque opinionum fautoribus, patrocinium libertatis Ecclesia suscepit, hominisque tam grande, bonum ab interitu vindicavit. In quo genere, litterarum monumenta; testantur, insanos Manichaeorum aliorumque conatus quanta contentione repulerit; recentiori autem aetate nemo est nescius quanto studio quantaque vi tum in Concilio Tridentino, tum postea adversus Iansenii sectatores, pro libero hominis arbitrio dimicaverit, nullo tempore nulloque loco fatalismum passa consistere.
8 [15] Libertas itaque, ut diximus, eorum est, qui rationis aut intelligentiae sunt participes, propria: eademque, si natura eius consideretur, nihil est aliud nisi facultas eligendi res ad id, quod propositum est, idoneas, quatenus qui facultatem habet unum aliquod eligendi e pluribus, is est factorum suorum dominus. Iamvero quia omne, quod rei cuiuspiam adipiscendae, caussa assumitur, rationem habet boni, quod utile dicitur: bonum autem hoc habet natura, ut proprie appetitionem moveat, idcirco, liberum arbitrium est voluntatis proprium, seu potius ipsa voluntas est quatenus in agendo habet delectus facultatem. Sed nequaquam voluntas movetur, nisi mentis cognitio velut fax quaedam praeluxerit: videlicet bonum, voluntati concupitum, est necessario bonum quatenus rationi cognitum; Eo vel magis quod in omnibus voluntatibus delectum semper iudicatio praeit de veritate bonorum, et quodnam sit anteponendum ceteris.
9 [16] Atqui iudicare, rationis esse, non voluntatis, nemo sapiens dubitat. Libertas igitur si in voluntate inest, quae natura sua appetitus est rationi obediens, consequitur ut et ipsa, sicut voluntas, in bono versetur rationi consentaneo. —Nihilominus quoniam utraque facultas a perfecto abest, fieri potest ac saepe fit, ut mens voluntati proponat quod nequaquam sit reapse bonum, sed habeat adumbratam speciem boni, atque in id sese voluntas applicet. Verum sicut errare posse reque ipsa errare vitium est, quod mentem non omni parte perfectam arguit, eodem modo arripere fallax fictumque bonum, est indicium liberi arbitrii, sicut aegritudo vitae, est tamen vitium quoddam libertatis. Ita pariter voluntas, hoc ipso quod a ratione pendet, quando quidquam appetat quod a recta ratione dissideat, vitio quodam funditus inquinat libertatem, eademque perverse utitur. Ob eamque caussam Deus infinite perfectus, qui cum sit summe intelligens et per essentiam bonitas, est etiam summe liber, malum culpae velle nulla ratione potest; nec possunt, propter contemplationem summi boni, beati caelites.
10 [17] Scite Augustinus aliique adversus Pelagianos hoc animadvertebam, si posse deficere a bono secundum naturam esset perfectionemque libertatis, iam Deus, Iesus Christus, Angeli, beati, in quibus omnibus ea potestas non est, aut non essent liberi, aut certe minus perfecte essent, quam homo viator atque imperfectus. De qua re Doctor Angelicus multa saepe disputat, ex quibus effici cogique potest, facultatem peccandi non libertatem esse, sed servitutem. Subtilissime illud in verba Christi Domini (Ioan. VIII, 34), « Qui facit peccatum, servus est peccati : « Unumquodque est illud, quod convenit ei secundum naturam. Quando ergo movetur ab aliquo extraneo, non operatur secundum se, sed ab impressione alterius, quod est servile. Homo autem secundum suam naturam est rationalis. Quando ergo movetur secundum rationem, proprio mota movetur et secundum se operatur: quod est libertatis, quando vero peccat, operatur praeter rationem, et tunc movetur quasi ab alio, retentus terminis alienis: et ideo « qui facit peccatum, servus est peccati » — Quod satis perspicue ipsa viderat philosophia veterum, atque ii praecipue quorum est doctrina, nisi sapientem, liberum esse neminem: sapientem vero, uti exploratum est, nominabant, qui constanter secundum naturam, hoc est honeste et cum virtute vivere didicisset.
11 [18] Quoniam igitur talis est in homine conditio libertatis, aptis erat adiumentis praesidiisque munienda, quae cunctos eius motus ad bonum dirigerent, a malo retraherent: secus multum homini libertas nocuisset arbitrii — Ac primo quidem lex, hoc est agendorum atque omittendorum norma, fuit necessaria; quae quidem proprie nulla esse in animantibus potest, qui necessitate agunt, propterea quod quidquid agant, naturae agunt impulsu, nec alium ullum sequi ex se possunt in agendo modum. Verum eorum, qui libertate fruuntur, ideo in potestate est agere, non agere, ita vel secus agere, quia tum, quod volunt, eligunt, cum antecessit illud quod diximus rationis iudicium. Quo quidem iudicio non modo statuitur quid honestum natura sit, quid turpe, sed etiam quid bonum sit reque ipsa faciendum, quid malum reque ipsa vitandum: ratio nimirum voluntati praescribit quid petere, et a quo debeat declinare, ut homo tenere summum finem suum aliquando possit, cuius caussa sunt omnia facienda.
12 [19] Iamvero haec ordinatio rationis lex nominatur. — Quamobrem cur homini lex necessaria sit, in ipso eius libero arbitrio, scilicet in hoc, nostrae ut voluntates a recta ratione ne discrepent, prima est caussa, tamquam in radice, quaerenda. Nihilque tam perversum praeposterumque dici cogitarive posset quam illud, hominem, quia natura liber est, idcirco esse oportere legis expertem: quod si ita esset, hoc profecto consequeretur, necesse ad libertatem esse non cohaerere cum ratione: cum contra longe verissimum sit, idcirco legi oportere subesse, quia est natura liber. Isto modo dux homini in agendo lex est, eumdemque praemiis poenisque propositis ad recte faciendum allicit, a peccando deterret. — Talis est princeps omnium lex naturalis quae scripta est et insculpta in hominum animis singulorum, quia ipsa est humana ratio recte facere iubens et peccare vetans. Ista vero humanae rationis praescriptio vina habere legis non potest, nisi quia altioris est vox atque interpres rationis, cui mentem libertatemque nostram subiectam esse opporteat.
13 [20] Vis enim legis cum ea sit, officia imponere et iura tribuere, tota in auctoritate nititur, hoc est in vera potestate statuendi officia describendique iura, item poenis praemiisque imperata sanciendi: quae quidem omnia in homine liquet esse non posse, si normam actionibus ipse suis summus sibi legislator daret. Ergo consequitur, ut naturae lex sit ipsa lex aeterna, insita in iis qui ratione utuntur, eosque inclinans ad debitum artum et finem, eaque est ipsa aeterna ratio creatoris universumque mundum gubernantis Dei. —Ad hanc agendi regulam peccandique frenos singularia quaedam praesidia, Dei beneficio, adiuncta sunt, ad confirmandam hominis regendamque voluntatem aptissima. In quibus princeps est atque excellit divinae virtus gratiae; quae cum mentem illustret, voluntatemque salutari constantia, roboratam ad morale nonum semper, impellat, expeditiorem efficit simulque tutiorem nativae libertatis usum.
14 [21] Ac longe est a veritate alienum, interveniente Deo, minus esse liberos motus voluntarios: nam intima in homine et cum naturali propensione congruens est divinae vis gratiae, quia ab ipso et animi et voluntatis nostrae auctore manat, a quo res omnes convenienter naturae suae moventur. Immo gratia divina, ut monet angelicus Doctor, ob hanc caussam quod a naturae opifice proficiscitur, mire nata atque apta est ad tuendas quasque naturas, conservandosque mores, vim, efficientiam singularum.
15 [22] Quae vero de libertate singulorum dicta sunt, ea ad homines civili inter se societate coniunctos facile transferuntur. Nam quod ratio lexque naturalis in hominibus singulis, idem efficit in consociatis lex humana ad bonum commune civium promulgata. — Ex hominum legibus aliae in eo versantur quod est bonum malumve natura, atque alterum sequi praecipiunt, alterum fugere, adiuncta sanctione debita. Sed istiusmodi decreta nequaquam ducunt ab hominum societate principium, quia societas sicut humanam naturam non ipsa genuit, ita pariter nec bonum procreat naturae conveniens, nec malum naturae dissentaneum: sed potius ipsi hominum societati antecedunt, omninoque sunt a lege naturali ac propterea a lege aeterna repetenda. Iuris igitur naturalis praecepta, hominum comprehensa legibus, non vim solum habent legis humanae, sed praecipue illud multo altius multoque augustius complectuntur imperium, quod ab ipsa lege naturae et a lege aeterna proficiscitur.
16 [23] Et in isto genere legum hoc fere civilis legumlatoris munus est, obedientes facere cives, communi disciplina adhibita, pravos et in vitia promptos coercenda, ut a malo deterriti, id quod rectum est consectentur, ut saltem offensioni noxaeque ne sint civitati. — Alia vero civilis potestatis praescripta non ex naturali iure statim et proxime, sed longius et oblique consequuntur, resque varias definiunt, de quibus non est nisi generatim atque universe natura cautum. Sic suam conferre operam cives ad tranquillitatem prosperitatemque publicam natura iubet: quantum operae, quo pacto, quibus in rebus, non natura sed hominum sapientia constituitur. Iamvero peculiaribus hisce vivendi regulis prudenti ratione inventis, legitimaque potestate propositis, lex humana proprii nominis continetur. Quae quidem lex ad finem communitati propositum cives universos conspirare iubet, deflectere prohibet: eademque quatenus pedissequa et consentiens est praescriptionibus naturae, ducit ad ea quae honesta sunt: a contrariis deterret.
17 [24] Ex quo intelligitur, omnino in aeterna Dei lege normam et regulam positam esse libertatis, nec singulorum dumtaxat hominum, sed etiam communitatis et coniunctionis humanae. — Igitur in hominum societate libertas veri nominis non est in eo posita ut agas quod lubet, ei quo vel maxima existeret turba et confusio in oppressionem civitatis evasura, sed in hoc, ut per leges civiles expeditius possis secundum legis aeternae praescripta vivere. Eorum vero qui praesunt non in eo sita libertas est, ut imperare temere et ad libidinem queant, quod pariter flagitiosum esset et cum summa etiam reipublicae pernicie coniunctum, sed humanarum vis legum haec debet esse, ut ab aeterna lege manare intelligantur, nec quidquam sancire quod non in ea, veluti in principio universi iuris, contineatur. Sapientissime Augustinus: (De lib. Arb. lib. I, Cap. 6, n. 11) « Simul etiam te videre arbitror, in illa temporali (lege) nihil esse iustum atque legitimum quad non ex hac aeterna (lege) sibi homines derivarint ».
18 [25] Si quid igitur ab aliqua potestate sanciatur, quod a principiis rectae rationis dissideat, sitque reipublicae perniciosum, vim legis nullam haberet, quia nec regula iustitiae esset, et homines a bono cui nata societas est, abduceret.
19 [26] Natura igitur libertatis humanae, quocumque in genere consideretur, tam in personis singulis quam in consociatis, nec minus in iis qui imperant, quam in iis qui parent, necessitatem complectitur obtemperandi summae cuidam aeternaeque rationi, quae nihil est aliud nisi auctoritas iubentis, vetantis Dei. Atque hoc iustissimum in homines imperium Dei tantum abest ut libertatem tollat aut ullo modo diminuat, ut potius tueatur ac perficiat. Suum quippe finem consectari et assequi, omnium naturarum est vera perfectio: supremus autem finis, quo libertas aspirare debet humana, Deus est.
20 [27] Haec verissimae altissimaeque praecepta doctrinae, vel solo nobis lumine rationis cognita, Ecclesia quidem exemplis doctrinaque divini Auctoris sui erudita passim propagavit, asseruit: quibus ipsis et munus suum metiri, et christianas informare gentes nunquam destitit. In genere morum leges evangelicae non solum omni ethnicorum sapientiae longissime praestant, sed plane vocant hominem atque instituunt ad inauditam veteribus sanctitatem effectumque propiorem Deo simul efficiunt perfectioris compotem libertatis. — Ita semper permagna vis Ecclesiae apparuit in custodienda tuendaque civili et politica libertate populorum. Eius in hoc genere enumerare merita nihil attinet. Satis est commemorare, servitutem, vetus illud ethnicarum gentium dedecus, opera maxime beneficioque Ecclesiae deletam. Aequabilitatem iuris, veramque inter homines germanitatem primus omnium Iesus Christus asseruit: cui Apostolorum suorum resonuit vox, non esse Iudaeum, neque Graecum, neque barbarum, neque Scytham, sed omnes in Christo fratres. Tanta est in hac parte tamque cognita Ecclesiae virtus, ut quibuscumque in oris vestigium ponat, exploratum sit, agrestes mores permanere diu non posse: sed immanitati mansuetudinem, barbariae tenebris lumen veritatis brevi successurum. Item populos civili urbanitate excultos magnis afficere beneficiis nullo tempore Ecclesia desiit, vel resistendo iniquorum arbitrio, vel propulsandis a capite innocentium et tenuiorum iniuriis, vel demum opera danda ut rerum publicarum ea constitutio valeret, quam cives propter aequitatem adamarent, externi propter potentiam metuerent.
21 [28] Praeterea virissimum officium est vereri auctoritatem iustisque legibus obedienter subesse: quo fit ut virtute vigilantiaque legum ab iniuria improborum cives vindicentur. Potestas legitima a Deo est, et qui potestati resistit, Dei ordinationi resistit: quo modo multum obedientia adipiscitur nobilitatis, cum iustissimae altissimaeque auctoritati adhibeatur. — Verum ubi imperandi ius abest, vel si quidquam praecipiatur rationi, legi aeternae, imperio Dei contrarium, rectum est non parere, scilicet hominibus, ut Deo pareatur. Sic praecluso ad tyrannidem aditu, non omnia pertrahet ad se principatus: sua sunt salva iura singulis civibus, sua societati domesticae, cunctisque reipublicae membris, data omnibus verae copia libertatis, quae in eo est, quemadmodum demonstravimus, ut quisque possit secundum leges rectamque rationem vivere.
22 [29] Quod si cum de libertate vulgo disputant, legitimam honestamque intelligerent, qualem modo ratio oratioque descripsit, exagitare Ecclesiam nemo auderet propter illud quod per summam iniuriam ferunt, vel singulorum libertati, vel liberae reipublicae esse inimicam. — Sed iam permulti Luciferum imitati, cuius est illa nefaria vox non serviam, libertatis nomine absurdam quamdam consectantur et meracam licentiam. Cuiusmodi sunt ex illa tam late fusa tamque pollenti disciplina homines, qui se, ducto a libertate nomine, Liberales appellari volunt.
23 [30] Revera quo spectant in philosophia Naturalistae, seu Rationalistae, eodem in re morali ac civili spectant Liberalismi fautores, qui posita a Naturalistis principia in mores actionemque vitae deducunt. — Iamvero totius rationalismi humanae principatus rationis caput est: quae obedientiam divinae aeternaeque rationi debitam recusans, suique se iuris esse decernens, ipsa sibi sola efficitur summum principium et fons et iudex veritatis. Ita illi, quos diximus, Liberalismi sectatores in actione vitae nullam contendunt esse, cui parendum sit, divinam potestatem, sed sibi quemque esse legem: unde ea philosophia morum gignitur, quam independentem vocant, quae sub specie libertatis ab observantia divinorum praeceptorum voluntatem removens, infinitam licentiam solet homini dare. — Quae omnia in hominum praesertim societate quo tandem evadant, facile est pervidere. Hoc enim fixo et persuaso, homini antistare neminem, consequitur caussam efficientem conciliationis civilis et societatis non in principio aliquo extra aut supra hominem posito, sed in libera voluntate singulorum esse quaerendam: potestatem publicam a multitudine velut a primo fonte repetendam, praetereaque, sicut ratio singulorum sola dux et norma agendi privatim est singulis, ita universorum esse oportere universis in rerum genere publicarum.
24 [31] Hinc plurimum posse plurimos: partemque populi maiorem universis iuris esse officiique effectricem. — Sed haec cum ratione pugnare, ex eis quae dicta sunt apparet. Nullum siquidem velle homini aut societati civili cum Deo creatore ac proinde supremo omnium legislatore intercedere vinculum, omnino naturae repugnat, nec naturae hominis tantum, sed rerum omnium procreatarum: quia res omnes effectas cum caussa, a qua effectae sunt, aliquo esse aptas nexu necesse est: omnibusque naturis hoc convenit, hoc ad perfectionem singularum pertinet, eo se continere loco et gradu, quem naturalis ordo postulat, scilicet ut ei quod superius est, id quod est inferius subiiciatur et pareat. — Sed praeterea est huiusmodi doctrina tum privatis hominibus tum civitatibus maxime perniciosa. Sane reiecto ad humanam rationem et solam et unam veri bonique arbitrio, proprium tollitur boni et mali discrimen; turpia ab honestis non re, sed opinione iudicioque singulorum differunt: quod libeat, idem licebit; constitutaque morum disciplina, cuius ad coercendos sedandosque motus animi turbidos nulla fere vis est, sponte fiet ad omnem vitae corruptelam aditus.
25 [32] In rebus autem publicis, potestas imperandi separatur a vero naturalique principio, unde omnem haurit virtutem efficientem boni communis: lex de iis quae facienda fugiendave sunt statuens, maioris multitudinis permittitur arbitrio, quod quidem est iter ad tyrannicam dominationem proclive. Imperio Dei in hominem hominumque societatem repudiato, consentaneum est nullam esse publice religionem, rerumque omnium quae ad religionem referantur, incuria maxima consequetur. Similiter opinione principatus armata, facile ad seditionem turbasque labitur multitudo, frenisque officii et conscientiae sublatis, nihil praeter vim relinquitur; quae tamen vis tanti non est, ut populares cupiditates continere sola possit. Quod satis testatur dimicatio propemodum quotidiana contra socialistas, aliosque seditiosorum greges, qui funditus permovere civitates diu moliuntur. — Statuant igitur ac definiant rerum aequi aestimatores, tales doctrinae proficiantne ad veram dignamque hominis libertatem, an potius ipsam pervertant totamque corrumpant.
26 [33] Certe quidem opinionibus iis vel ipsa immanitate sua formidolosis, quas a veritate aperte abhorrere, easdemque malorum maximorum caussas esse vidimus, non omnes Liberalismi fautores assentiuntur. Quin compulsi veritatis viribus, plures eorum baud verentur fateri, immo etiam ultro affirmant, in vitio esse et plane in licentiam cadere libertatem, si gerere se intemperantius ausit, veritate iustitiaque posthabita : quocirca regendam gubernandamque recta ratione esse, et quod consequens est, iuri naturali sempiternaeque legi divinae subiectam esse oportere. Sed hic consistendum rati, liberum hominem subesse negant debere legibus, quas imponere Deus velit, alia praeter rationem naturalem via. — Id cum dicunt sibi minime cohaerent. Etenim si est, quod ipsi consentiunt nec dissentire potest iure quisquam, si est Dei legislatoris obediendum voluntati, quia totus homo in potestate est Dei et ad Deum tendit, consequitur posse neminem auctoritati eius legiferae fines modumve praescribere, quin hoc ipso faciat contra obedientiam debitam. Immo vero si tantum sibi mens arrogari humana, ut, quae et quanta sint tum Deo iura, tum sibi officia, velit ipsa decernere, verecundiam legum divinarum plus retinebit specie quam re, et arbitrium eius valebit prae auctoritate ac providentia Dei. — Necesse est igitur, vivendi normam constanter religioseque, ut a lege aeterna, ita ab omnibus singulisque petere legibus, quas infinite sapiens, infinite potens Deus, qua sibi ratione visum est, tradidit, quasque nosse tuto possumus perspicuis nec ullo modo addubitandis notis. Eo vel magis quod istius generis leges, quoniam idem habent, quod lex aeterna, principium, eumdemque auctorem, omnino et cum ratione concordant et perfectionem adiungunt ad naturale eius: eaedemque magisterium Dei ipsius complectuntur, qui scilicet, nostra ne mens neu voluntas in errorem labatur, nutu duetuque suo utramque benigne regit. Sit igitur sancte inviolateque coniunctum, quod nec diiungi potest nec debet, omnibusque in rebus, quod ipsa naturalis ratio praecipit, obnoxie Deo obedienterque serviatur.
27 [34] Mitiores aliquanto sunt, sed nihilo sibi magis constant, qui aiunt nutu legum divinarum dirigendam utique vitam ac mores esse privatorum, non tamen civitatis: in rebus publicis fas esse a iussis Dei discedere, nec ad ea ullo modo in condendis legibus intueri. Ex quo perniciosum illud gignitur consectarium, civitatis Ecclesiaeque rationes dissociari oportere. —Sed haec quam absurde dicantur, haud difficulter intelligitur. Cum enim clamet ipsa natura, oportere civibus in societate suppetere copias opportunitatesque ad vitam honeste, scilicet secundum Dei leges, degendam, quia Deus est omnis honestatis iustitiaeque principium, profecto illud vehementer repugnat, posse iisdem de legibus nihil curare, vel etiam quidquam infense statuere civitatem. — Deinde qui populo praesunt, hoc omnino rei publicae debent, ut non solum commodis et rebus externis, sed maxime animi bonis, legum sapientia, consulant. Atqui ad istorum incrementa bonorum ne cogitari quidem potest quidquam iis legibus aptius, quae Deum habeant auctorem: ob eamque rem qui in regendis civitatibus nolunt divinarum legum haberi rationem, aberrantem faciunt ab instituto suo et a praescriptione naturae politicam potestatem. Sed quod magis interest, quodque alias Nosmetipsi nec semel monuimus, quamvis principatus civilis non eodem, quo sacer, proxime spectet, nec iisdem eat itineribus, in potestate tamen gerenda obviam esse interdum alteri alter necessario debet. Est enim utriusque in eosdem imperium, nec raro fit, ut iisdem de rebus uterque, etsi non eadem ratione, decernat. Id quotiescumque usuveniat, cum confugere absurdum sit, sapientissimaeque voluntati Dei aperte repugnet, quemdam esse modum atque ordinem necesse est, ex quo, caussis contentionum certationumque sublatis, ratio concors in agendis rebus existat. Et huiusmodi concordiam non inepte similem coniunctioni dixere, quae animum inter et corpus intercedit, idque commodo utriusque partis: quarum distractio nominatim est perniciosa corpori, quippe cuius vita extinguit.
28 [35] Quae quo melius appareant, varia libertatis incrementa, quae nostrae quaesita aetati feruntur, separatim considerari oportet.— Ac primo illud in singulis personis videamus, quod est tantopere virtuti religionis contrarium, scilicet de libertate, uti loquuntur, cultus. Quae hoc est veluti fundamento constituta, integrum cuique esse, aut quam libuerit, aut omnino nullam profiteri religionem. — Contra vero ex omnibus hominum officiis illud est sine dubitatione maximum ac sanctissimum, quo pie religioseque Deum colere homines iubemur. Idque necessario ex eo consequitur, quod in Dei potestate perpetuo sumus, Dei numine providentiaque gubernamur, ab eoque profecti, ad eum reverti debemus. — Huc accedit, virtutem veri nominis nullam esse sine religione posse: virtus enim moralis est, cuius officia versantur in iis, quae ducunt ad Deam, quatenus homini est summum atque ultimum bonorum; ideoque religio quae operatur ea, quae directe et immediate ordinantur in honorem divinum (S. Th. II-II. qu. LXXXI. a. 6), cunctarum princeps est moderatrixque virtutum. Ac si quaeratur, cum plures et inter se dissidentes usurpentur religiones, quam sequi unam ex omnibus necesse sit, eam certe ratio et natura respondent, quam Deus iusserit, quam ipsam facile homines queant notis quibusdam exterioribus agnoscere, quibus eam distinxisse divina providentia voluit, quia in re tanti momenti summae errorem ruinae essent consecuturae. Quapropter oblata illa, de qua loquimur, libertate, haec homini potestas tribuitur, ut officium sanctissimum impune pervertat vel deserat, ideoque ut aversus ab incommutabili bono sese ad malum convertat: quod, sicut diximus, non libertas sed depravatio libertatis est, et abiecti in peccatum animi servitus.
29 [36] Eadem libertas si consideretur in civitatibus, hoc sane vult, nihil esse quod ullum Deo cultum civitas adhibeat aut adhiberi publice velit: ullum anteferri alteri, sed aequo iure omnes haberi oportere, nec habita ratione populi, si populus catholicum profiteatur nomen. Quae ut recta essent, veram esse oporteret, civilis hominum communitatis officia adversus Deum aut nulla esse, aut impune solvi posse: quod est utrumque aperte falsum. Etenim dubitari non potest quin sit Dei voluntate inter homines coniuncta societas, sive partes, sive forma eius spectetur quae est auctoritas, sive caussa, sive earum, quas homini parit, magnarum utilitatum copia. Deus est, qui hominem ad congregationem genuit atque in coetu sui similium collocavit, ut quod natura eius desideraret, nec ipse assequi solitarius potuisset, in consociatione reperiret. Quamobrem Deum civilis societas, quia societas est, parentem et auctorem suum cognoscat necesse est, atque eius potestatem dominatumque vereatur et colat. Vetat igitur iustitia, vetat ratio atheam esse, vel, quod in atheismum recideret, erga varias, ut loquuntur, religiones pari modo affectam civitatem, eademque singulis iura promiscue largiri. — Cum igitur sit unius religionis necessaria in civitate professio, profiteri eam oportet quae unice vera est, quaeque non difficulter, praesertim in civitatibus catholicis, agnoscitur, cum in ea tamquam insignitae notae veritatis appareant. Itaque hanc, qui rempublicam gerunt, conservent, hanc tueantur, si volunt prudenter atque utiliter, ut debent, civium communitati consulere. Publica enim potestas propter eorum qui reguntur utilitatem constituta est: et quamquam hoc proxime spectat, deducere cives ad huius, quae in terris degitur, vitae prosperitatem, tamen non minuere, sed augere homini debet facultatem adipiscendi summum illud atque extremum bonorum, in quo felicitas hominum sempiterna consistit: quo perveniri non potest religione neglecta.
30 [37] Sed haec alias uberius exposuimus: in praesentia id animadverti tantum volumus, istiusmodi libertatem valde obesse verae cum eorum qui regunt, tum qui reguntur, libertati. Prodest autem mirifice religio, quippe quae primum ortum potestatis a Deo ipso repetit, gravissimeque principes iubet, officiorum suorum esse memores, nihil iniuste acerbeve imperare, benigne ac fere cum caritate paterna populo praeesse. Eadem potestati legitimae cives vult esse subiectos, ut Dei ministris; eosque cum rectoribus reipublicae non obedientia solum, sed verecundia et amore coniungit, interdictis seditionibus, cunctisque incaeptis quae ordinem tranquillitatemque publicam perturbare queant, quaeque tandem caussam afferunt cur maioribus frenis libertas civium constringatur. Praetermittimus quantum religio bonis moribua conducat, et quantum libertati mores boni. Nam ratio ostendit, et historia confirmat, quo sint melius moratae, eo plus libertate et opibus et imperio valere civitates.
31 [38] Iam aliquid consideretur de libertate loquendi, formisque litterarum quodcumque libeat exprimendi. Huius profecto non modice temperatae sed modum et finem transeuntis libertatis ius esse non posse, vix attinet dicere. Est enim ius facultas moralis, quam, ut diximus saepiusque est dicendum, absurdum est existimare, veritati et mendacio, honestati et turpitudini promiscue et communiter a natura datam. Quae vera, quae honesta sunt, ea libere prudenterque in civitate propagari ius est, ut ad quamplures pertineant; opinionum mendacia, quibus nulla menti capitalior pestis, item vitia quae animum moresque corrumpunt, aequum est auctoritate publica diligenter coerceri, ne serpere ad perniciem reipublicae queant. Peccata licentis ingenii, quae sane in oppressionem cadunt multitudinis imperitae, rectum est auctoritate legum non minus coerceri, quam illatas per vim imbecillioribus iniurias. Eo magis quod civium pars longe maxima praestigias cavere captionesque dialecticas, praesertim quae blandiantur cupiditatibus, aut non possunt omnino, aut sine summa difficultate non possunt. Permissa cuilibet loquendi scribendique infinita licentia, nihil est sanctum inviolatumque permansurum; ne illis quidem parcetur maximis verissimisque naturae iudiciis, quae habenda sunt velut commune idemque nobilissimum humani generis patrimonium. Sic sensim obducta: tenebris veritate, id quod saepe contingit, facile dominabitur opinionum error perniciosus et multiplex. Qua ex re tantum capiet licentia commodi, quantum detrimenti libertas: eo enim est maior futura libertas ac tutior, quo frena licentiae maiora. — At vero de rebus opinabilibus disputationi hominum a Deo permissis, utique quod placeat sentire, quodque sentiatur, libere eloqui concessum est, non repugnante natura: talis enim libertas nunquam homines ad opprimendam veritatem, saepe ad indagandam ac patefaciendam deducit.
32 [39] De ea, quam docendi libertatem nominant, oportet non dissimili ratione iudicare. — Cum dubium esse non possit quin imbuere animos sola veritas debeat, quod in ipsa intelligentium naturarum bonum est et finis et perfectio sita, propterea non debet doctrina nisi vera praecipere, idque tum iis qui nesciant, tum qui sciant, scilicet ut cognitionem veri alteris afferat, in alteris tueatur. Ob eamque caussam eorum, qui praecipiunt, plane officium est eripere ex animis errorem, et ad opinionum fallacias obsepire certis praesidiis viam. Igitur apparet, magnopere cum ratione pugnare, ac natam esse pervertendis funditus mentibus illam, de qua institutus est sermo, libertatem, quatenus sibi vult quilibet pro arbitratu docendi licentiam; quam quidem licentiam civitati dare publica potestas, salvo officio, non potest. Eo vel magis quod magistrorum apud auditores multum valet auctoritas, et verane sint, quae a doctore traduntur, raro admodum diiudicare per se ipse discipulus potest.
33 [40] Quamobrem hanc quoque libertatem, ut honesta sit, certis finibus circumscriptam teneri necesse est: nimirum ne fieri impune possit, ut ars docendi in instrumentum corruptelae vertatur. — Veri autem, in quo unice versari praecipientium doctrina debet, unum est naturale genus, supernaturale alterum. Ex veritatibus naturalibus, cuiusmodi sunt principia naturae, et ea quae ex illis proxime ratione ducuntur, existit humani generis velut commune patrimonium: in quo, tamquam fundamento firmissimo, cum mores et iustitia et religio, atque ipsa coniunctio societatis humanae nitatur, nihil tam impium esset tamque stolide inhumanum, quam illud violari ac diripi impune sinere. — Nec minore conservandus religione maximus sanctissimusque thesaurus earum rerum, qua Deo auctore cognoscimus. Argumentis multis et illustribus, quod saepe Apologetae consueverunt, praecipua quaedam capita constituuntur, cuiusmodi illa sunt; quaedam esse a Deo divinitus tradita:
34 [41] Unigenitum Dei Filium carnem factum, ut testimonium perhiberet veritati: perfectam quamdam ab eo conditam societatem, nempe Ecclesiam, cuius ipsemet caput est, et quacum usque ad consummationem saeculi se futurum esse promisit. Huic societati commendatas omnes, quas ille docuisset, veritates voluit, hac lege, ut eas ipsa custodiret, tueretur, legitima cum auctoritate explicaret: unaque simul iussit, omnes gentes Ecclesiae suae, perinde ac sibimetipsi, dicto audientes esse: qui secus facerent, interitu perditum iri sempiterno. Qua ratione plane constat, optimum homini esse certissimumque magistrum Deum, omnis fontem ac principium veritatis, item Unigenitum, qui est in sinu Patris, viam, veritatem, vitam, lucem veram, quae illuminat omnem hominem et ad cuius disciplinam dociles esse omnes homines oportet : Et erunt omnes docibiles Dei (Ioan. VI, v. 45): — Sed in fide atque in institutione morum, divini magisterii Ecclesiam fecit Deus ipse participem, eamdemque divino eius beneficio falli nesciam: quare magistra mortalium est maxima ac tutissima, in eaque inest non violabile ius ad magisterii libertatem.
35 [42] Revera doctrinis divinitus acceptis se ipsa Ecclesia sustentans, nihil habuit antiquius, quam ut munus sibi demandatum a Deo sancte expleret: eademque circumcisis undique difficultatibus fortior, pro libertate magisterii sui propugnare nullo tempore destitit. Hac via orbis terrarum, miserrima superstitione depulsa, ad christianam sapientiam renovatus est. — Quoniam vero ratio ipsa perspicue docet, veritates divinitus traditas et veritates naturales inter se oppositas esse revera non posse, ita ut quodcumque cum illis dissentiat, hoc ipso falsum esse necesse sit, idcirco divinum Ecclesiae magisterium tantum abest ut studia discendi atque incrementa scientiarum intercipiat, aut cultioris humanitatis progressionem ullo modo retardet, ut potius plurimum afferat luminis securamque tutelam. Eademque caussa non parum proficit ad ipsam libertatis humanae perfectionem, cum Iesu Christi servatoris sit illa sententia, fieri hominem veritate liberum. Cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos (Ioan. VIII, 32). — Quare non est caussa, cur germana libertas indignetur, aut veri nominis scientia moleste ferat leges iustas ac debitas, quibus hominum doctrinam contineri Ecclesia simul et ratio consentientes postulant. Quin imo Ecclesia, quod re ipsa passim testatum est, hoc agens praecipue et maxime ut fidem christianam tueatur, humanarum quoque doctrinarum omne genus fovere et in maius provehere studet. Bona enim per se est et laudabilis atque expetenda elegantia doctrinae : praetereaque omnis eruditio, quam sana ratio pepererit, quaeque rerum veritati respondeat, non mediocriter ad ea ipsa illustranda valet, quae Deo auctore credimus. Revera Ecclesiae haec beneficia debentur sane magna, quod praeclare monumenta sapientiae veteris conservant : quod scientiarum domicilia passim aperuit; quod ingeniorum cursum semper incitaverit, studiosissime has ipsas artes alendo; quibus maxime urbanitas aetatis nostrae coloratur. — Denique praetereundum non est, immensum patere campum, in quo hominum excurrere industria, seseque exercere ingenia libere queant: res scilicet quae cum doctrina fidei morumque christianorum non habent necessariam cognationem, vel de quibus Ecclesia, nulla adhibita sua auctoritate, iudicium eruditorum relinquit integrum ac liberum. — His ex rebus intelligitur, quae et qualis illa sit in hoc genere libertas, quam pari studio volunt et praedicant liberalismi sectatores.
36 Ex una parte sibi quidem ac rei publicae licentiam adserant tantam, ut cuilibet opinionum perversitati non dubitent aditum ianuamque patefacere: ex altera Ecclesiam plurifariam impediunt, eiusque libertatem in fines quantum possunt maxime an gustos compellunt, quamquam ex Ecclesiae doctrina non modo nullum incommodum pertimescendum sit, sed magnae omnino utilitates expectandae.
37 Illa quoque magnopere praedicatur, quam conscientiae libertatem nominant: quae si ita accipiatur, ut suo cuique arbitratu aeque liceat Deum colere, non colere, argumentis quae supra allata sunt, satis convincitur. — Sed potest etiam in hanc sententiam accipi, ut homini ex conscientia officii, Dei voluntatem sequi et iussa facere, nulla re impediente, in civitate liceat. Haec quidem vera, haec digna filiis Dei libertas, quae humanae dignitatem personae honestissime tuetur, est omni vi iniuriaque maior: eademque Ecclesiae semper optata ac praecipue cara. Huius generis libertatem sibi constanter vindicavere Apostoli, sanxere scriptis Apologetae, Martyres ingenti numero sanguine suo consecravere. Et merito quidem: propterea quod maximam iustissimamque Dei in homines potestatem, vicissimque hominum adversus Deum princeps maximumque officium, libertas haec christiana testatur. Nihil habet ipsa cum animo seditioso nec obediente commune: neque ullo pacto putanda est, velle ab obsequio publicae potestatis desciscere, propterea quod imperare atque imperata exigere, eatenus potestati humanae ius est, quatenus cum potestate Dei nihil dissentiat, constitutoque divinitus modo se contineat. At vero cura quidquam praecipitur quod cum divina voluntate aperte discrepet, tum longe ab illo modo disceditur, simulque cum auctoritate divina confugitur : ergo rectum est non parere.
38 Contra Liberalismi fautores, qui herilem atque infinite potentem faciunt principatum, vitamque nullo ad Deum respectu degendam praedicant, hanc de qua loquimur coniunctam cum honestate religioneque libertatem minime agnoscunt: cuius conservandae caussa si quid fiat, iniuria et contra rempublicam factum criminantur. Quod si vere dicerent, nullus esset tam immanis dominatus, cui subesse et quem ferre non oporteret.
39 Vehementer quidem vellet Ecclesia, in omnes reipublicae ordines haec, quae summatim attigimus, christiana documenta re usuque penetrarent. In iis enim summa efficacitas inest ad sananda horum temporum mala, non sane pauca nec levia, eaque magnam partem iis ipsis nata libertatibus, quae tanta praedicatione efferuntur, et in quibus salutis gloriaeque inclusa semina videbantur. Spem fefellit exitus. Pro iucundis et salubribus acerbi et inquinati provenere fructus. Si remedium quaeritur, sanarum doctrinarum revocatione quaeratur, a quibus solis conservatio ordinis, adeoque verae tutela libertatis fidenter expectari potest. — Nihilominus materno iudicio Ecclesia aestimat grave pondus infirmitatis humanae: et qualis hic sit, quo nostra vehitur aetas, animorum rerumque cursus, non ignorat. His de caussis, nihil quidem impertiens iuris nisi iis quae vera quaeque honesta sint, non recusat quominus quidpiam a veritate iustitiaque alienum ferat tamen publica potestas, scilicet maius aliquod vel vitandi caussa malum, vel adipiscendi aut conservandi bonum.
40 Ipse providentissimus Deus cum infinitae sit bonitatis, idemque omnia possit, sinit tamen esse in mundo mala, partim ne ampliora impediantur bona, partim ne maiora mala consequantur. In regendis civitatibus rectorem mundi par est imitari: quin etiam cum singula mala prohibere auctoritas nominum non possit, debet multa concedere atque impunita relinquere, quae per divinam tamen providentiam vindicantur, et recte (August, de lib. arb. lib.1, cap. 6, n. 14). Verumtamen in eiusmodi rerum adiunctis, si communis boni caussa et hac tantum caussa, potest vel etiam debet lex hominum ferre toleranter malum, tamen nec potest aec debet id probare aut velle per se: quia malum per se cum sit boni privatio, repugnat bono communi, quod legislator quoad optime potest, velle ac tueri debet. Et hac quoque in re ad imitandum sibi lex humana proponat Deum necesse est, qui in eo quod mala esse m mundo sinit, neque vult mala fieri, neque vult mala non fieri, sed vult permittere mala fieri, et hoc est bonum (S. Th. p. 1, q. XIX a. 9, ad 3). Quae doctoris Angelici sententia brevissime totam continet de malorum tolerantia doctrinam. — Sed confitendum est, si vere iudicari velit, quanto plus in civitate mali tolerari pernecesse est, tanto magis distare id genus civitati ab optimo: itemque tolerantiam rerum malarum cum pertineat ad politicae praecepta prudentiae, omnino circumscribit iis finibus oportere, quos caussa, idest salus publica postulat. Quare si saluti publicae detrimentum afferat et mala civitati maiora pariat, consequens est eam adhiberi non licere, quia in his rerum adiunctis abest ratio boni. Si vero ob singularia reipublicae tempora usuveniat, ut modernis quibusdam libertatibus Ecclesia acquiescat, non quod ipsas per se malit, sed quia permissas esse iudicat expedire, versis in meliora temporibus, adhibitura sane esset libertatem suam, et suadendo, hortando, obsecrando studerei, uti debet, munus efficere sibi assignatum a Deo, videlicet sempiternae hominum saluti consulere.
41 Illud tamen perpetuo verum est, istam omnium et ad omnia libertatem non esse, quemadmodum pluries diximus, expetendam per se, quia falsum eodem iure esse ac verum, rationi repugnat. Et quod ad tolerantiam pertinet, mirum quantum ab aequitate prudentiaque Ecclesiae distant, qui Liberalismum profitentur. Etenim permittenda civibus omnium earum rerum, quas diximus, infinita licentia, omnino modum transiliunt, atque illuc evadunt, ut nihilo plus honestati veritatique tribuere, quam falsitati ac turpitudini videantur. Ecclesiam vero, columnam et firmamentum veritatis, eamdemque incorruptam morum magistram, quia tam dissolutum flagitiosumque tolerantiae genus constanter, ut debet, repudiat, idemque adhiberi fas esse negat, criminantur esse a patientia et lenitate alienam; quod cum faciunt, minime sentiunt, se quidem, quod laudis est, in vitio ponere. Sed in tanta ostentatione tolerantiae, re persaepe contingit, ut restricti ac tenaces in rem catholicam sint: et qui vulgo libertatem effuse largiuntur, iidem liberam sinere Ecclesiam passim recusant.
42 Et ut omnis oratio una cum consectariis suis capitulatim breviterque, perspicuitatis gratia, colligatur, summa est, necessitate fieri, ut totus homo in verissima perpetuaque potestate Dei sit: proinde libertatem hominis, nisi obnoxiam Deo eiusque voluntati subiectam, intelligi minime posse. Quem quidem in Deo principatum aut esse negare, aut ferre nolle, non liberi hominis est, sed abutentis ad perduellionem libertate: proprieque ex animi tali affectione conflatur et efficitur Liberalismi capitale vitium. Cuius tamen distinguitur forma multiplex; potest enim voluntas non uno modo, neque uno gradu ex obtemperatione discedere, quae vel Deo, vel iis, qui potestatem divinam participant, debetur.
43 Profecto imperium summi Dei funditus recusare atque omnem obedientiam prorsus exuere in publicis, vel etiam in privatis domesticisque rebus, sicut maxima libertatis perversitas, ita pessimum Liberalismi est genus: omninoque de hoc intelligi debent quae hactenus contra diximus.
44 Proxima est eorum disciplina, qui utique consentiunt, subesse mundi opifici ac principi Deo oportere, quippe cuius ex numine tota est apta natura: sed iidem leges fidei et morum, quas natura non capiat, ipsa Dei auctoritate traditas, audacter repudiant, vel saltem nihil esse aiunt, cur earum habeatur, praesertim publice in civitate, ratio. Qui pariter quanto in errore versentur, et quam sibimetipsis parum cohaereant, supra vidimus. Et ab hac doctrina, tamquam a capite principioque suo, illa manat perniciosa sententia de rationibus Ecclesiae a republica disparandis: cum contra liqueat, geminas potestates, in munere dissimili et gradu dispari, oportere tamen esse inter se actionum concordia et mutatione officiorum consentientes.
45 Huic tamquam generi subiecta est opinio duplex. — Plures enim rempublicam volunt ab Ecclesia seiunctam et penitus et totam, ita ut in omni iure societatis humanae, in institutis, moribus, legibus, reipublicae muneribus, institutione iuventutis, non magis ad Ecclesiam respiciendum censeant, quam si esset omnino nulla: permissa ad summum singulis civibus facultate, ut privatim, si libeat, dent religioni operam. Contra quos plane vis argumentorum omnium valet, quibus ipsam de distrahendis Ecclesiae reique civilis rationibus sententiam convincimus: hoc praeterea adiuncto, quod est perabsurdum, ut Ecclesiam civis vereatur, civitas contemnat.
46 Alii, quominus Ecclesia sit, non repugnant, neque enim possent: ei tamen naturam iuraque propria societatis perfectae eripiunt, nec eius esse, contendunt, facere leges, iudicare, ulcisci, sed cohortari dumtaxat, suadere, regere sua sponte et voluntate subiectos. Itaque divinae huiusce societatis naturam opinione adulterant, auctoritatem, magisterium, omnem eius efficientiam extenuant et coangustant, vim simul potestatemque civilis principatus usque eo exaggerantes; ut sicut unam quamvis e consociationibus civium voluntaras, ita Ecclesiam Dei sub imperium ditionemque reipublicae subiungant. — Ad hos plane refellendos argumenta valent Apologetis usitata, nec praetermissa Nobis, nominatim in Epistola encyclica Immortale Dei, ex quibus efficitur, divinitus esse constitutum, ut omnia in Ecclesia insint, quae ad naturam ac iura pertineant legitimae, summae, et omnibus partibus perfectae societatis.
47 [56] Multi denique rei sacrae a re civili distractionem non probant; sed tamen faciendum censent, ut Ecclesia obsequatur tempori, et flectat se atque accommodet ad ea, quae in administrandis imperiis hodierna prudentia desiderat. Quorum est honesta sententia, si de quadam intelligatur aequa ratione, quae consistere cum veritate iustitiaque possit: nimirum ut, explorata spe magni alicuius boni, indulgentem Ecclesia sese impertiat, idque temporibus largiatur, quod salva officii sanctitate potest. — Verum secus est de rebus ac doctrinis, quas demutatio morum ac fallax iudicium contra fas invexerint. Nullus tempus vacare religione, veritate, iustitia potest: quas res maximas et sanctissimas cum Deus in tutela Ecclesiae esse iusserit, nihil est tam alienum quam velle, ut ipsa quod vel falsum est vel iniustum dissimulanter ferat, aut in iis quae sunt religioni noxia conniveat.
48 [57] Itaque ex dictis consequitur, nequaquam licere petere, defendere, largiri, cogitandi, scribendi, docendi, itemque promiscuam religionum libertatem, veluti iura totidem, quae homini natura dederit. Nam si vere natura dedisset, imperium Dei detrectari ius esset, nec ulla temperari lege libertas humana posset. — Similiter consequitur, ista genera libertatis posse quidem, si iustae caussae sint, tolerari, definita tamen moderatione, ne in libidinem atque insolentiam degenerent. — Ubi vero harum libertatum viget consuetudo, eas ad facultatem recte faciendi cives transferant, quodque sentit de illis Ecclesia, idem ipsi sentiant. Omnis enim libertas legitima putanda, quatenus rerum honestarum maiorem facultatem afferat, praeterea nunquam.
49 [58] Ubi dominatus premat aut impendeat eiusmodi, qui oppressam iniusta vi teneat civitatem, vel carere Ecclesiam cogat libertate debita, fas est aliam quaerere temperationem reipublicae, in qua agere cum libertate concessum sit : tunc enim non illa expeditur immodica et vitiosa libertas, sed sublevatio aliqua, salutis omnium caussa, quaeritur, et hoc unice agitur ut, ubi rerum malarum licentia tribuitur, ibi potestas honeste faciendi ne impediatur.
50 [59] Atque etiam malle reipublicae statum populari temperatum genere, non est per se contra officium, salva tamen doctrina catholica de ortu atque administratione publicae potestatis. Ex variis reipublicae generibus, modo sint ad consulendum utilitati civium per se idonea, ullum quidem Ecclesia respuit: singula tamen vult, quoad plane idem natura iubet, sine iniuria cuiusquam, maximeque integris Ecclesiae iuribus, esse constituta.
51 [60] Ad res publicas gerendas accedere, nisi alicubi ob singularem rerum temporumque conditionem aliter caveatur, honestum est: immo vero probat Ecclesia, singulos operam suam in communem afferre fructum, et quantum quisque industria potest, tueri, conservare, augere rempublicam.
52 [61] Neque illud Ecclesia damnat, velle gentem suam nemini servire nec externo, nec domino, si modo fieri, incolumi iustitia, queat. Denique nec eos reprehendit qui efficere volunt, ut civitates suis legibus vivant, civesque quam maxima augendorum commodorum facultate donentur. Civicarum sine intemperantia libertatum semper esse Ecclesia fautrix fidelissima consuevit : quod testantur potissimum civitates italicae, scilicet prosperitatem, opes, gloriam nominis municipali iure adeptae, quo tempore salutaris Ecclesiae virtus in omnes reipublicae partes, nemine repugnante, pervaserat.
53 [62] Haec quidem, venerabiles Fratres, quae fide simul et ratione duce, pro officio Nostro apostolico tradidimus, fructuosa plurimis futura, vobis maxime Nobiscum adnitentibus, confidimus. — Nos quidem in humilitate cordis Nostri supplices ad Deum oculos tollimus, vehementerque petimus, ut sapientiae consiliique sui lumen largiri hominibus benigne velit, scilicet ut his aucti virtutibus possint in rebus tanti momenti vera cernere, et quod consequens est, convenienter veritati, privatim, publice, omnibus temporibus immotaque constantia vivere. — Horum caelestium munerum auspicem et Nostrae benevolentiae testem vobis, venerabiles Fratres, et Clero populoque cui singuli praeestis, Apostolicam benedictionem peramanter in Domino impertimus.
54 [63] Datum Romae apud S. Petrum die XX Iunii An. MDCCCLXXXVIII. Pontificatus Nostri Undecimo.
55 [64] LEO PP. XIII
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