TABERNACOLO (TENDA) DI RIUNIONE (ebr. 'ōhel, per lo più seguito da mē'ēdh: « t. da convegno »). - Santuario smontabile e trasportabile (Settanta: σκηνὴ τοῦ μαρτυρίου; Volg. Tabernaculum testimoni o foederis) costruito su ordine divino da Mosè per il culto del popolo d'Israele e officiato fino alla costruzione del Tempio di Gerusalemme.
Fu preceduto probabilmente da una tenda sacra (Ex. 33, 7-11), santuario provvisorio, trasportato da Mosè fuori dell'accampamento in punizione dell'adorazione del vitello d'oro. Quando vi si recava Mosè la nuvola sostava al suo ingresso ed il popolo si prostrava agli ingressi delle tende. In Ex. 16, 33-34, ricorre un luogo « davanti a Jahweh » detto ha-ēdhuth (« precetto », indicante forse le tavole della legge), dove si conservò un 'ōmer di manna; non risulta se si debba identificare con il detto t. provvisorio o con il T.
La descrizione del T. è in Ex. 25-27; l'esecuzione ibid., 36-38; l'erezione e la consacrazione ibid. 40 (cf. Fl. Giuseppe, Antiq. Iud., III, 6). Il principale artefice ne fu Beselcel (v.), figlio di Hur, della tribù di Giuda, coadiuvato da Ooliab, figlio di Achiamech della tribù di Dan, che all'uopo furono ripieni di spirito di Dio (Ex. 31, 1-11; 36-38). Dio ne mostrò il modello a Mosè sul Sinai. Vi contribuì il popolo con offerte spontanee e vi si impiegarono 29 talenti d'oro (kg. 1400) e 730 sicli, 100 talenti di argento (kg. 4300) e 1775 sicli. Si componeva dell'atrio e del t. o tenda e relative suppellettili.
L'atrio era rettangolare (cubiti 100, ai lati nord-sud, per 50 est-ovest) delimitato da tendaggi di bisso ritorto agganciati a colonne (20 x 10 per lato, alte 5 cub.), con capitelli di acacia (v.) e rivestimento in argento e basi


Risultava di un'armatura in legno di acacia rivestito in oro, sostenente un tendaggio prezioso all'interno e protetta da coperte all'esterno. L'armatura si componeva di 48 tavoloni, di cub. 10 alt. x 1½ larg., poggianti ciascuno su 2 basi d'argento e con 2 incastri per l'agganciamento: disposti 20 x 20 ai lati sud-nord, 6 ad ovest, 2 rinforzati e forse sporgenti agli angoli di fondo ovest: fasciati tutt'intorno con 15 traverse (di acacia rivestita d'oro), 5 per lato (la sola mediana fasciante tutta la parete), infilate in anelli d'oro infissi ai tavoloni. All'interno si appendevano due pezze tessute come il tendaggio dell'atrio, ma con figure di cherubini, di 5 cubiti ciascuna, ottenute con dieci teli cuciti tra loro (cub. 28 lung. x 4 larg.), allacciate con 50 legacci e 50 fermagli d'oro al di sopra del velo che separava il « Santo » dal « Santissimo ».
Le coperte esteriori erano tre. La 1ª era un tessuto di peli di capra di cub. 30 x 4 (diviso in due pezze, una di 5, l'altra di 6 teli, = 11) ed unito con legacci e fermagli (di bronzo) come il telo di sopra. Essendo più lungo ed ampio dell'altro (di 4 e 2 cub.), i suoi lembi ricadevano in terra coprendo il velo interno e si ripiegavano sul davanti. La 2ª copertura era di pelle di montone tinta in rosso, e la 3ª di pelli di nabal (tasso, delfino, dugong?). Il velo di separazione del « Santo » dal « Santissimo » era come il velo interno: appeso a 4 colonne di acacia rivestite d'oro e uncini d'oro e con basi d'argento. Una cortina pendeva all'ingresso del « Santo » ed era come la precedente: lavoro di intreccio, ma senza cherubini; appesa a 5 colonne come sopra.
Il T. racchiudeva gli arredi del culto. Nel « Santissimo » era l'Arca dell'Alleanza (v.). Nel « Santo »: 1) la mensa dei pani della proposizione (v.), rettangolare (cub. 2 lung. × 1 larg. × 1½ alt.), di legno di acacia rivestito d'oro: con un listello d'oro per tenere fermi i piedi oppure con un bordo d'oro agli orli della mensa; in 4 anelli d'oro s'inflavano le stanghe; vi si collocavano 12 pani (corrispondenti al numero delle 12 tribù); poi palette, piattelli, coppe e tazze, tutto in oro, per le libazioni; 2) il candelabro (v.) a sette bracci al lato sud; 3) l'altare dei profumi (v. ALTARE) tra la mensa e il candelabro. Il profumo era composto di stacte (styrax officinalis), onice (unguis odoratus), galbano, incenso (bosucellia thurifera). Nell'atrio, infine, vi era l'altare degli olocausti e la conca (« mare ») di rame, con sottocoppa per l'acqua delle abluzioni dei sacerdoti officianti (Ex. 30, 17-21; 38, 8). Il simbolismo del T. è evidente (cf. Hebr. 8-9; Apoc. 13, 6; 15, 5; 21, 3). Ogni oggetto aveva un simbolismo proprio.
In sei mesi furono costruite le singole parti separatamente, ed il 1º giorno di nfsān del 2º anno dell'Esodo il T. fu eretto e consacrato da Mosè: la nuvola-gloria di Jahweh l'avvolse prendendone possesso (Ex. 40). Il T. seguì gli Israeliti nelle loro vicende dal deserto alla Terra Santa: in Galgala (Ios. 4, 19; 5, 10; 9, 6; 10, 6 sg. 9, 15, 43; 14, 6); in Silo (ibid. 18, 1; 19, 51; Iudc. 18, 31; 21, 19; I Sam. 1-4; 14, 3; Ps. 78, 60); in Nobe (I Sam. 21, 1); in Gabaon (I Par. 16, 39; 21, 29; II Par. 1, 3); sul Sion (I Reg. 3, 4). Costruito il Tempio, fu conservato come una reliquia in una sala superiore di esso. Geremia l'avrebbe nascosto insieme all'arca in una caverna del M. Nebo prima della caduta di Gerusalemme (587); dopo l'esilio non fu più ritrovato (II Mach. 2, 4-5).
La storicità del T. fu negata dalla scuola di Wellhausen (proverrebbe dal documento P, e riprodurrebbe il modello del Tempio di Gerusalemme). Ma la sua fabbricazione era richiesta dalle esigenze cultuali. Oggi vi si riscontrano tradizioni anteriori al Tempio di Gerusalemme (C. R. North, J. Engnell, ecc.), e si concede l'esistenza dell'anfictiona delle 12 tribù intorno ad un santuario centrale (M. Noth, A. Alt, M. Frank, J. Cross) o ad una tenda sacra (T. H. Robinson).