GERUSALEMME. - Città principale della Palestina, capitale religiosa e centro della storia biblica.
I. STORIA ANTICA.
I. DALLE ORIGINI ALLA CONQUISTA DI DAVID (3000-1000 a. C.)
L'opinione, comune fino a mezzo secolo fa, che poneva le origini di G. sul colle occidentale, tradizionalmente noto con il nome di Monte Sion, non trova più sostenitori. È ormai un fatto incontestato, acquisito alla scienza storica e archeologica, che la primitiva G. sorgeva sulla collina orientale e precisamente sullo sprone meridionale convenzionalmente detto Ophel. Alla difesa naturale che offriva questo colle dai ripidi declivi, ben delimitato dalle profonde valli del Cedron ad oriente e del Tyropaeon ad occidente, da una impervia scarpata a sud, alla confluenza delle due valli, e da una naturale depressione, facilmente rafforzabile, al nord, s'aggiungeva il vitale vantaggio della prossimità della fonte, unica in G., il biblico Gijon (v.: oggi detto 'Ajn Sitti Marjom' «fontana di Madonna Maria» o Umm ed-Dereg «madre degli scalini»).
Nelle grotte adiacenti a questa fonte si ripararono per secoli, dal periodo paleolitico inferiore fino ai tempi storici, gli autoctoni, finché non furono soppiantati o assorbiti da una popolazione di cultura superiore, conoscitrice del metallo, che nel corso del IV millennio a. C. invase la Palestina e che il Vecchio Testamento chiama posteriormente, con termine più geografico che tecnico, cananea. L'abbondante serie di strumenti litici e di ceramica raccolta nelle grotte sepolcrali di Ophel, classificata dalla fine dell'età eneolitica fino al principio e a tutto il tempo del bronzo antico, è la prova concreta del primitivo nucleo urbano sul colle durante il III millennio. I testi cosiddetti «di proscrizione», composti in Egitto ca. il 1900 a. C., hanno rivelato che la città cananea portava già il nome di Uridalem («fondazione del dio Salem»). I grandi movimenti etnici del II millennio ebbero una ripercussione anche in G., e il cambio riscontrato nella tecnica della ceramica e delle costruzioni attesta l'insediamento di un nuovo elemento etnico.
Il clan amorrita dei Iebusei, compreso dell'importanza della fonte del Gihon, si fissa sul colle soprastante, estendendosi più a nord, e alla difesa naturale aggiunge una potente cinta di mura, rafforza con torri la parte più debole, la settentrionale, proprio a sud dell'odierna muraglia di el-Haram es-Serif. Nel centro della collina sull'acropoli, detta con nome indigeno Sion, crea la reggia e il Santuario, e provvede all'approvvigionamento d'acqua in caso d'assedio, con la costruzione del passaggio segreto (il tunnel di Ophel) che dall'interno della città permetteva d'attingere l'acqua alla fonte del Gihon.
Fu qui che Melchisedec, sacerdote dell'Altissimo, esercitò la sua sovranità, secondo una tradizione giudaica (Fl. Giuseppe, Antiq. Ind., I, 10, 2), al tempo in cui Abramo percorreva da nomade la Palestina (Gen. 14, 17).
Caduta sotto l'influsso egiziano con la vittoria di Thurmosis III, la Iebusea Urusalim (così chiamata nelle lettere di el-Amarnah, ca. 1400 a. C.), ebbe una popolazione mista (Ex. 16, 3: «tuo padre fu amorreo e tua madre hetea») e fu governata da principi vassalli del Faraone. Il principe hittita 'Abd-Hiba dall'alto della sua rocca chiede aiuto al Faraone per difendere Bit Sulman, la capitale, dall'assalto di razzatori. Al tempo dell'invasione israelitica il re Adonisedec, messosi a capo di una confederazione di re amorriti, tentò opporsi alla penetrazione nemica. Benché vinto e messo a morte da Giosuè (Ios. 10, 26), lasciò la capitale assai forte per fronteggiare (Ios. 15, 8.63) e tenere a rispettosa distanza i conquistatori (Indc. 19, 12) fino all'a. 1000.
II. DALLA CONQUISTA DI DAVID ALLA DISTRUZIONE (1000-587 a. C.)
Quando il re David (v.) risolvè di riunire le diverse frazioni del popolo, l'indipendenza di Urusalim, isolata fra le tribù confinanti di Giuda e di Beniamin (Ios. 15, 8; 18, 16) fu compromessa dal fatto che essa occupava il sito più favorevole a divenire il centro politico e religioso del Regno. La città, ben fortificata, avrebbe potuto resistere a lungo all'assedio dell'esercito di David, se il passaggio segreto (sinnōr), che metteva in comunicazione la fonte con la città, non avesse offerto la via per la quale Ioab poté penetrare e di sorpresa conquistare la città (II Sam. 5, 8; I Par. 11, 5). Prima cura del vincitore fu di riparare le mura intorno alla collina (una torre e un rafforzamento di muro sopra la fonte del Gihon sono mostrate come opera davidica) e con il materiale e con gli operai inviati dal re Hiram di Tiro si creò la reggia nel centro dell'acropoli di Sion, che come sua proprietà divenne « la città di David » (II Sam. 5, 9). Ma ciò che contribuì a rendere G. capitale fu il trasferimento dell'Arca dell'Alleanza da Cariathiarim a Sion e l'erezione di un altare sull'aia dell'hittita Ornan, dove era comparso l'angelo in occasione della peste (II Sam. 24, 16).
Ma la città davidica, ancora contenuta nel perimetro cananeo, non poteva soddisfare l'ambizione di Salomone, il quale ne spostò il centro verso il nord, sul Moria, con la creazione della vasta piattaforma dell'odierno Haram eš-Šerif, su cui operai del re Hiram di Tiro costruirono il magnifico Tempio (I Reg. 5-8). Quasi al centro di questa area la « cupola della roccia » (moschea di 'Omar) copre oggi la nuda roccia sulla quale fu posto « l'altare degli olocausti »; un po' più ad ovest era « la casa di Jabveh » in mezzo a vasti cortili (I Reg. 6, 36; Ier. 36, 10). A sud della spianata dove si eleva oggi la moschea el-Aqṣā erano la reggia, il palazzo per la figlia di Salomone, il quartiere del governo con gli uffici amministrativi e la corte giudiziaria (I Reg. 7, 12).
Mediante un grande terrapieno o millō' (I Reg. 11, 27) fu riunita la città di David alla nuova città e con un nuovo muro (detto « il primo muro » da Fl. Giuseppe, Bell. Iud., V, 4, 2) furono incluse nella città le abitazioni nuove sorte sulle pendici della collina occidentale. Il « primo muro », di cui restano visibili le fondamenta, specie nella parte orientale, correva a nord dell'odierna Porta di Giaffa, sino all'entrata del Haram eš-Šerif chiamata Bāb es-Silsileh, e contornava tutta la città (chiamata nella fonetica ebraica Jērūšālajim) sulla cresta delle colline che dominano le valli del Cedron e del Hinnom.
Alla morte di Salomone lo slancio urbanistico subì un arresto inevitabile con la scissione delle 10 tribù, e G. restò capitale del piccolo reame di Giuda e di Beniamin, indebolita sempre più da razzie, invasioni e dissensi interni. Nel quinto anno del re Roboan (929), Sesac re d'Egitto saccheggia il Tempio e la reggia (I Reg. 14, 25); più tardi il re Asa (910) aliena gran parte delle ricchezze cittadine per ottenere l'alleanza di Benadad, re di Siria, contro Baasa, re d'Israele (I Reg. 15, 18; II Par. 16, 2-3).
Nell'842 l'empia Athalia usurpa il trono e ne stermina la razza davidica (II Reg. 11, 4); Ioas, che le sfugge, si abbandona all'idolatria, mentre Hazael, re di Siria, invade la città e non si ritira finché non abbia ricevuto le abbondanti ricchezze del tesoro del Tempio e della reggia (II Reg. 12, 17-18).
Al principio del sec. VIII, sotto Amasia, il re d'Israele Ioas apre una breccia di 400 cubiti nel muro settentrionale nale « fra la porta d'Ephraim e la porta d'angolo » e trasferisce in Samaria l'oro, l'argento e i vasi preziosi del Tempio (II Reg. 14, 13-14). Il re Azaria (782) cura la restaurazione delle mura munendo di torri « la porta d'angolo e la porta della valle » (II Par. 26, 9), ma un terremoto devasta di nuovo G. (Am. 1, 1; Zach. 14, 15) e la desolazione sarebbe stata completa se Ioatham (738) non avesse curato le fortificazioni, già iniziate dal padre, specialmente nella parte di Ophel (II Reg. 15, 35; II Par. 27, 2-3).

(Ist. Enc. Cutt.)
Il re Achaz (736) depaupera ancora la città, comprando con ingenti doni il soccorso del re d'Assiria contro il re di Damasco e d'Israele congiurati ai danni di Giuda (II Reg. 16, 5). In questa circostanza il profeta Isaia affrontò il Re « all'estremità dell'acquedotto della piscina superiore », pronunciando la famosa predizione della 'almāh (Is. 7, 3-14).
Caduta nel 721 Samaria, la capitale accolse molti profughi che andarono ad aumentare il quartiere mišneh o nuova città 'ir mišneh (II Reg. 22, 14; II Par. 34, 22; Neh. 11, 14) che s'era venuto formando fuori delle mura della città e che Ezechia (716), nell'imminenza dell'invasione di Sennacherib, protesse con la creazione di una nuova cinta (« il secondo muro ») che della porta Gennat, vicina alla porta di Giaffa, si estendeva siro all'Antonia (v.) lasciando fuori il colle del Golgota (II Par. 32, 2-5). Ma l'opera principale di questo Re fu l'apertura d'un acquedotto di ca. 550 m. in piena roccia per trasportare le acque del Gihon superiore nella piscina di Siloe al fine di sottrarre agli invasori d'Assiria l'approvvigionamento di acqua. La galleria, opera veramente considerevole per il sec. VII, è ancora in efficienza. Un'iscrizione trovata nel 1889 all'uscita dell'acquedotto descrive quest'opera idraulica.
Il successore Manasse (687) riparò pure le fortificazioni della città (II Par. 33, 14-16), soprattutto nella regione di Ophel e sul fronte nord-est del Tempio « fino alla porta dei pesci ». Ma tutte queste precauzioni divennero inutili di fronte all'attacco sferrato nel 587 dalle truppe di Nabuchodonosor, che misero a ferro e fuoco la città deportando in Babilonia il re e la maggior parte degli abitanti.
III. DALLA RIEDIFICAZIONE DI NEEMIA ALLA DISTRUZIONE DEL 70
Dopo l'editto liberatore di Ciro (538) i giudei ritornati in patria ripararono l'altare degli olocausti e sulle basi del Tempio salomonico riedificarono « la casa del Signore » o secondo Tempio (Eid. 3, 1-13); nel 444, sotto la direzione di Neemia, furono rialzate le mura della città (Neh. 3, 1-32). Sotto l'autorità dei sommi sacerdoti e dei satrapi persiani, quantunque la città riproducesse l'ampiezza dell'antica, fu scarsamente popolata ed ebbe poca importanza politica. Nel 331 Alessandro Magno la conquistò; alla sua morte G. passò sotto il protettorato dei Lagidi, poi fu soggetta ai Seleucidi.
Nel 168 Antioco IV (v.) Epifane saccheggia la città, profana il Tempio, ne sospende i sacrifici e con la sua guarnigione si stabilisce sulla cittadella, l'Acra (v.), probabilmente a nord-ovest del Tempio (I Mach. 1, 20-58); l'ellenizzazione della città sarebbe stata completa senza la reazione maccabalca. Dopo 3 anni di aspra lotta Giuda Maccabeo (165) riprende il controllo sul Tempio, che lo stile dell'epoca onora con il titolo di Monte Sion (I Mach. 10, 1-8) e a nord-ovest costruisce la fortezza Baris a difesa dell'area del Tempio. Gionata, suo successore (160), approfittando delle lotte interne in Siria, rioccupa parte della città e ripara i quartieri saccheggiati da Antioco (I Mach. 6, 18-62), mentre Simone ne completa i lavori di fortificazione e nel 142 riduce al silenzio la fortezza siriana, l'Acra (I Mach. 13, 49).
Durante il regno asmoneo « G. la santa », come è iscritta nel siclo d'Israele, gode di un periodo di prosperità, turbato poi dalle lotte intestine fra Aristobulo II e Ircano II, che provocarono l'intervento romano. Pompeo nel 63 rendè G. tributaria di Roma e nel 37 Erode (v.) il Grande, con il favore di Augusto, s'impossessò del Regno. Delle tante trasformazioni che aveva subito la città, nessuna fu più profonda di quella che vi compì questo monarca. Il piano generale rifletteva quello di Neemia, ma gli edifici furono concepiti secondo l'ispirazione greco-romana: furono costruiti l'agorà, un teatro, un anfiteatro, un ippodromo.
Sulla collina occidentale, o « città alta », fu costruito il palazzo reale, difeso a nord da un alto muro e fiancheggiato da 3 altissime torri che Erode chiamò Ippico, dal nome di un suo amico, Fasaele, in memoria di suo fratello maggiore, e Mariamne, in ricordo della sventurata moglie che aveva tanto amata. La magnificenza di queste costruzioni può ancora ammirarsi nelle basi della cosiddetta « torre di David » o cittadella, rimesse in luce negli scavi del 1934-39.
Sulla collina orientale o « città bassa » all'angolo nord-ovest del Tempio, sulle basi della Baris asmonea, fu costruita la fortezza detta Antonia (v.), in onore del triumviro romano Antonio. Cinta da un formidabile fossato, era un vasto palazzo con portici e giardini, di cui scavi recenti hanno permesso di riconoscere la pianta, e specialmente il grande pavimento lastricato che si vuole sia il Lithostrotos (Io. 18, 25) in cui fu da Ponzio Pilato condannato Gesù.
La grande meraviglia della G. di questo periodo fu la ricostruzione del Tempio (« terzo Tempio »), preceduto da vasti cortili fra cui s'elevava a sud la basilica, sul luogo dell'attuale al-Aqsa. Questo fu il Tempio che Gesù visitò all'età di 12 anni (Lc. 2, 42), dove insegnò nel « portico di Salomone »
(Io. 10, 32) ed in cui entrò solennemente acclamato, dalla porta vicina all'attuale Porta Dorata, pochi giorni prima della Passione; ma delle « belle pietre » che ornavano il sacro edificio predisse la distruzione, che avvenne completa nel 70.
Morto Erode, suo figlio Archelao regnò per pochi anni con il titolo d'etnarca, ma per la sanguinosa repressione della rivolta giudaica che costò più di 3000 vittime fu richiamato in Gallia.

Il governo ritornò sotto i procuratori romani, e G. perse perfino la qualifica di capitale, passata a Cesarea (v.) di Palestina. Nel 25 d. C. l'imperatore Tiberio nominò procuratore Ponzio Pilato (v.), che condannò Gesù per compiacere ai giudei, dei quali però s'attrò l'odio avendo osato esporre le insegne romane, e sottrarre al tesoro del Tempio le somme necessarie alla costruzione dell'acquedotto, che dalle sorgenti di Ethan conduceva l'acqua a G. Dei luoghi ricordati nel Vangelo sono sicuramente conosciuti la piscina di Siloc (Io. 9, 7) e quella di Bezetha (v.; Io. 5, 1). Assicurati da antica tradizione sono l'orto del Gethsemani e il Cenacolo; ma incerto resta ancora il luogo del processo religioso di Gesù al palazzo di Caifa e del processo civile al pretorio.
Il Golgota, cocuzzolo roccioso fuori le mura vicino ad una porta della città, dove Gesù fu crocifisso e poi li presso sepolto, si trova oggi nell'interno della città, perché nel 44, sotto il regno di Erode Agrippa, la città, dilatatasi nella regione del Gareb e del Bezetha, fu nella parte settentrionale racchiusa nel « terzo muro », che seguiva presso a poco la direzione del muro attuale.
Nel 1925-27 alcuni archeologi pensarono d'aver ritrovato il « terzo muro » molto più a nord dell'attuale, ma, come ha osservato H. Vincent, la misera tecnica della costruzione, con materiale riusato, sembra portare l'impronta di un lavoro frettoloso e non corrisponde alla descrizione che ne dà Flavio Giuseppe.
Alla morte di Erode Agrippa, G. fu di nuovo governata da procuratori romani, ma la rapacità di Gessio Floro (64-66) fece divampare il terribile incendio da cui doveva essere distrutta G.
A domare, la rivolta Nerone inviò Vespasiano, il quale, divenuto imperatore, affidò la continuazione dell'opera al figlio Tito. I primi attacchi (31 marzo 70) furono diretti contro il terzo muro nella collina occidentale difesa da Simone di Gerasa; fu investito quindi il secondo muro difeso da Giovanni di Giscala, dove dopo cinque giorni d'assedio fu aperta la breccia. La popolazione, con il nemico alle porte e la guerra civile all'interno, soffriva gli orrori della fame, ma l'esercito seguitava a resistere fortemente; finalmente, presa d'assalto la fortezza Antonia dopo poche settimane, i Romani s'impadronirono della collina del Tempio e successivamente della città alta e bassa. Il Tempio, contro il volere di Tito, venne dato alle fiamme, e tutto il resto di G., all'infuori delle torri Ippico, Fasaele e Mariamne, fu distrutto (ag. 70).
A memoria di quel trionfo, eternato a Roma dall'arco di Tito, fu coniata una moneta con l'iscrizione ludaea capta.
Il 15 maggio 1948 gli Ebrei proclamarono di nuovo lo Stato d'Iraele in Palestina con G. capitale.
Bibliografia3 opere
II. IL PATRIARCATO DI G.
I. DAGLI INIZI FINO ALL'INVASIONE ARABA (638)
Benché G. sia stata la culla del cristianesimo, nondimeno il patriarcato di G. non ha avuto l'importanza degli altri patriarcati orientali. Esso è nato l'ultimo e ha preso e mantenuto l'ultimo posto fra gli altri.
Il primo vescovo di G. fu s. Giacomo Minore, «fratello» del Signore. Il suo successore Simeone vide la distruzione della città da parte di Tito (70). Fino alla seconda distruzione, nel tempo della ribellione di Bar Kocheba, si contano ancora 13 vescovi giudeo-cristiani. Nella città pagana Aelia Capitolina, fondata nel 135, si stabilirono, sembra già presto, cristiani provenienti dal paganesimo. Quella Chiesa era sottomessa a Cesarea di Palestina come metropoli. Il vescovo Narcisso, nel Concilio di G. tenutosi nel 190 per la questione della Pasqua, prese il secondo posto subito dopo il metropolita di Cesarea. Nel lungo periodo di pace del sec. III cominciarono già i pellegrinaggi in Terra Santa. G. acquistò una maggiore importanza dopo la pace concessa da Costantino alla Chiesa. Il can. 7 del Concilio di Nicea riconosce a G. un primato di onore, insistendo però sui diritti del metropolita di Cesarea. L'imperatore Costantino fece costruire la basilica della Risurrezione. I Luoghi Santi attirarono molti pellegrini e monaci e G. diventò un centro di monachesimo. La liturgia della Città Santa esercitò un vastissimo influsso. G. fu nel sec. IV coinvolta nelle dispute ariane. Il più eminente vescovo di quel tempo è s. Cirillo (351-76). Le dispute origenistiche e la polemica intorno al pelagianismo raggiunsero G. nel tempo del vescovo Giovanni II (387-417). La lotta intorno a Origene divise in quel tempo s. Girolamo e Rufino, allora insediatisi nelle vicinanze della città.
Il vescovo Giovenale (422-58) ottenne nel Concilio di Calcedonia (451) che G. fosse separata da Antiochia e dichiarata patriarcato indipendente; ad esso fu sottomessa la Palestina, non però la Fenicia né l'Arabia. Roma protestò invano contro questa decisione del Concilio. Le dispute del monofisismo toccarono anche la Palestina, ma non causarono ivi una divisione durevole come ad Antiochia e ad Alessandria. È in gran parte merito di s. Saba se in Palestina si mantenne l'ortodossia. G. si appoggiò contro i suoi potenti vicini (Antiochia e Alessandria) su Costantinopoli, seguendo la fede di questa città. Ciò la trascinò allo scisma acaciano nel 482-518. I monaci dei monasteri di G. e dei dintorni presero viva parte alle dispute origenistiche, che portarono alla condanna emanita dal terzo Concilio di Costantinopoli (553).
La fine del sec. VI e il principio del VII furono un'epoca di splendore per il patriarcato di G.; ma l'invasione dei Persiani nel 614 vi recò la rovina. Migliaia di cristiani vennero uccisi; molte chiese furono distrutte; il patriarca Zaccaria venne deportato in Persia e la vera Croce fu rapita come bottino di guerra. La vittoria dell'imperatore Eradio riportò la vera Croce, ma suscitò le dispute intorno al monotelismo, il cui acerrimo avversario era il patriarca di G. s. Sofronio (634-38).
II. DALL'INVASIONE ARABA FINO ALLA CONQUISTA DEI TURCHI OTTOMANI (638-1516)
S. Sofronio dovette trattare con il conquistatore arabo 'Omar, il quale concesse a G. un trattato relativamente favorevole. La sfiducia dei conquistatori contro gli ortodossi aderenti alla fede dell'Imperatore bizantino impedi durante 68 anni l'elezione di un patriarca. La Chiesa fu allora amministrata da vicari, che avevano rapporti con Roma o con Costantinopoli. Roma in quel tempo si adoperò molto per assicurare la continuità della gerarchia di G. e per proteggerla contro il monotelismo. Nella polemica intorno all'iconoclasmo G. rimase fedele a Roma e alla vera fede. Il campione più strenuo della venerazione delle sacre immagini, s. Giovanni Damasceno, visse come monaco nel convento di s. Saba nelle vicinanze di G. Il patriarca Teodoro I condannò l'iconoclasmo nel sinodo del 763, insieme ai patriarchi di Antiochia ed Alessandria. Carlo Magno sembra aver acquistato un diritto di protettorato sui Luoghi Santi di G. Nel suo tempo fu fondato un convento latino sul Monte degli Ulivi, i cui abitanti disputarono sul Filioque con i monaci greci del Convento di s. Saba. Nel Concilio ecumenico di Costantinopoli dell'869 il delegato del patriarca di G. Teodosio (862-78) dichiarò che costui non avrebbe mai riconosciuto Fozio. Le vittorie dei Bizantini nella seconda parte del sec. X inasprirono la situazione dei cristiani di G. Gli Arabi nel 966 sackeggiarono la chiesa della Risurrezione e uccisero il patriarca Giovanni VII. Il piano dell'imperatore Giovanni Tzimisces di conquistare G. fallì. La persecuzione raggiunse il suo colmo sotto il fatimida Hâkim (1005-20). La chiesa della Risurrezione fu distrutta nel 1010. Gli imperatori bizantini ottennero mediante trattative il permesso di ricostruirla e la ricostruzione ebbe fine nel 1048.
Nell'epoca dello scisma di Michele Cerulario le relazioni fra Costantinopoli e G. erano ottime, poiché i cristiani della Città Santa facevano affidamento sull'aiuto che dovevano ricevere dai Bizantini contro i musulmani. È difficile stabilire esattamente quale sia stato l'atteggiamento del patriarca di G. di fronte allo scisma di Costantinopoli. La presa di G. da parte dei Selgiuchidi (1071) peggiorò la situazione dei cristiani. I crociati, che conquistarono G. nel 1099, ebbero verso i Greci un contegno meno accorto, benché molto di quello che si dice contro di essi sia esagerato. L'elezione di un patriarca latino quando ancora viveva il greco Simeone e l'ampia latinizzazione del patriarcato dovettero inasprire i Greci. Durante la dominazione dei Latini a G. i patriarchi greci risiedevano generalmente a Costantinopoli e venivano nominati dall'imperatore; questo prova che in quel tempo erano scismatici. Nel patriarcato invece clero e popolo erano considerati ufficialmente come cattolici. Dopo che i musulmani sotto Saladino nel 1187 ripresero G., i patriarchi greci vi fecero ritorno e da quell'epoca il patriarcato fu senza dubbio scismatico. Anche nel tempo del Concilio di Lione (1274) il patriarca di G. Gregorio si mostrò avversario dell'Unione. Sotto la dominazione dei sultani mamelucchi la situazione dei cristiani in Palestina fu molto dura. Nel Concilio di Firenze (1439) il patriarca Gioacchino di G. era rappresentato da Dositeo di Monembasia, il quale firmò l'atto dell'Unione. Ma, come sembra, il patriarca già nel Sinodo di G. del 1443 rinnegò detta Unione.

III. DALLA CONQUISTA TURCA FINO AD OGGI
I Turchi ottomani, che conquistarono la Palestina nel 1516, sottomisero completamente il patriarcato di G. a quello di Costantinopoli. Essi favorivano i Greci, mentre i Mamelucchi avevano fatto una politica avversa ad essi. Dal sec. XVI la Chiesa di G. è dominata dalla confraternita greca del S. Sepolcro, composta dai monaci dei principali monasteri. Quasi l'intero popolo ed il clero basso sono tuttavia di lingua araba.
Si parla in altro luogo della disputa intorno ai Luoghi Santi tra i Greci e la Custodia (v.) della Terra Santa dei Francescani. Un patriarca importante nel sec. XVII è Dositeo (1669-1707), noto per la sua lotta contro il protestantesimo (condannato per sua iniziativa dal Sinodo di G. del 1672) e per la sua Confessio Fidei, fortemente influenzata dalla teologia latina.
I tempi più recenti del patriarcato sono caratterizzati del crescente influsso russo e dalle continue dispute intorno ai Luoghi Santi. Nel sec. XIX anche i protestanti si insediarono a G., cominciando dal 1833. Nel 1840 dal re prussiano Federico Guglielmo IV d'accordo con la corona britannica fu eretto a G. un vescovato prussiano-anglicano. Questa ibrida organizzazione non durò lungo tempo. Nel 1888 gli Inglesi fondarono un proprio vescovato. Recentemente la YMCA svolge una intensa funesta attività.
Il patriarcato ortodosso, specialmente negli ultimi decenni, soffriva gravi difficoltà interne. La vecchia opposizione fra la direzione della Chiesa, greca, e il popolo arabo, si esacerbò agli inizi di questo secolo. Nel 1908, dopo la rivoluzione dei Giovani Turchi, gli Arabi rinnovarono con insistenza le loro domande, esigendo l'abolizione dei privilegi dei Greci. Il patriarca Damiano, il quale si mostrò pronto a concessioni, fu deposto dal S. Sinodo, ma in fine rimase in carica. Dopo la prima guerra mondiale il patriarcato di G., a causa dei mancati sussidi russi, si trovò in una situazione molto precaria. Il governo mandatario inglese dovette mettere in ordine il dissidio fra gli Arabi e la direzione della Chiesa, pubblicando nel 1938 una Costituzione della Chiesa, che doveva sostituire la legge fondamentale del 1875. La Costituzione, benché tenga in conto le aspirazioni degli Arabi, viene nondimeno da essi respinta come insufficiente. L'attuale patriarca, il greco Timoteo Themelis, eletto nel 1935, fu riconosciuto dal governo mandatario soltanto nel 1939 e ancora trova opposizione fra i fedeli arabi.
Il patriarcato di G. conta sei metropoli e otto arcivescovati, oggi in gran parte soltanto titolari. Comprende il territorio della Palestina e della Transgiordania; conta nella Palestina 40.000 fedeli e in Transgiordania 20.000. Il clero basso è di scarsa cultura e la cura delle anime è molto negletta.
IV. IL PATRIARCATO GRECO-CATTOLICO O MELKITA
I cattolici di rito bizantino in Palestina dal 1763 sono sottomessi al patriarca melkita di Antiochia. Il papa Gregorio XVI nel 1838 conferì al patriarca Massimo III Maglüm il titolo di patriarca di G. a carattere personale. Di fatto anche l'attuale patriarca adopera un tale titolo. Egli viene rappresentato a G. da un vicario. Al di fuori della diocesi patriarcale ne esiste ancora una con il titolo di S. Giovanni d'Acri, essendo Caifa la residenza vescovile. Nel 1932 fu eretta nella Transgiordania la diocesi di Filadelfia con sede ad 'Ammân. Per la formazione del clero a G. esiste il Seminario di S. Anna diretto dai pp. Bianchi. Il numero dei fedeli si aggira in Palestina intorno ai 20.000 e in Transgiordania ai 4500.
V. IL PATRIARCATO LATINO
Fu fondato dopo la conquista della Città Santa da parte dei Crociati (1099). Poiché i Latini erano i padroni del paese, si capisce che volevano avere un patriarca latino, benché questa misura non fosse molto adatta per guadagnare la simpatia dei Greci. Quando nel 1187 G. fu conquistata da Saladino, il patriarca latino dovette lasciare il suo posto. Dal 1191 fino al 1291 'Akkâ (S. Giovanni d'Acri) fu la sede del patriarcato latino, se si eccettua il periodo fra il 1229 ed il 1244, in cui il patriarcato poté risiedere a G. riavuta da Federico II. Nel 1262 il vescovato di 'Akkâ diventò diocesi propria del patriarca. Però dopo la caduta della città il patriarca si rifugiò in Cipro. Dal sec. XIV il patriarcato diventò puramente titolare.
Nel 1847 Pio IX con la lettera apostolica Nulla celebrior del 23 luglio ristabilì il patriarcato latino di G. Per meglio capire questa decisione è bene osservare che i cattolici melkiti non erano in grado di adoperarsi efficacemente alla conversione degli scismatici in Palestina, e che si volle dare un titolo conveniente al capo della Chiesa latina in G.
Il patriarcato latino dispone di un clero ben formato e zelante, in gran parte indigeno. Conta nella Palestina 21.000 fedeli e nella Transgiordania 6000. Dispone poi di un vero esercito di religiosi e religiose, in numero di ca. 1770. Anche l'isola di Cipro appartiene al patriarcato latino. Il numero totale dei fedeli di tutto il patriarcato si aggira sui 40.000. Il patriarcato è oggi sottomesso alla Congregazione per la Chiesa orientale.
Vari centri cattolici di studi biblico-archeologici, vanno indicati: l'Ecole biblique et archéologique française dei Domenicani del Convento di S. Stefano, che vi pubblicano la Revue biblique; il Pontificio istituto biblico dei Gesuiti; l'Istituto biblico dei Francescani e quello dei Benedettini spagnoli di Monserrato; l'Oriental Institut della « Görresgeschellschaft ».
Accanto a questi, altri è giusto ricordarne, henché di diversa religione, per i loro ottimi lavori e le dispendiose ricerche: il Deutsches evangelisches Institut für Altertumshunde des hl. Landes; l'American School of Oriental Research, la British School of Archaeology, la Palestine Jewish Exploration Society, la Palestine Oriental Society.
VI. LE ALTRE COMUNITÀ CRISTIANE
I Luoghi Santi attirano indistintamente tutti i cristiani. I giacobiti monofidii hanno, dalla fine del sec. vi, un vescovo nella città, nella quale poi possiedono il Convento di S. Marco con una celebre biblioteca ricca di manoscritti e una tipografia.
I Siri cattolici, i Caldei, gli Armeni cattolici e i maroniti hanno a G. un proprio vicario patriarcale. Un vescovo copto risiede nella città dal sec. xi. Egli è oggi superiore del convento copto presso il S. Sepolcro, dove si trova anche un monastero etiopico. Gli armeni dissidenti hanno dal 1175 un arcivescovo residente nel Convento di S. Giacomo sul Monte Sion. Questo arcivescovo nel 1311 prese il titolo di patriarca. I Russi posseggono alcuni conventi a G. e davanti alle porte della città una cattedrale, oltre ad un ospizio per i pellegrini (recentemente i beni russi situati nella zona ebraica sono passati nelle mani del governo sovietico). Gli anglicani vi hanno un vescovo che governa l'intera « diocesi di G. » da essi istituita (cf. C. Crivelli, La « diocesi » anglicana di G., in Civ. Catt., 1943, iv, pp. 159-65; 235-41).
Bibliografia10 opere
Guglielmo de Vries
III. IL CONCILIO DI G.
Verso il 49-50 gli Apostoli ed i presbiteri si radunarono a Gerusalemme per decidere una controversia suscitata dai giudaizzanti (v.). Questi esigevano che i pagani convertiti durante il primo viaggio apostolico di Paolo fossero sottoposti alla circoncisione ed all'obbligo di osservare la legge mosaica (Act. 15, 1).
Paolo e Barnaba sono inviati da Antiochia a Gerusalemme a trattare la questione. Il racconto della loro missione colma di gioia i convenuti, ma i fautori della circoncisione non disarmano. Nella seduta pubblica, Pietro, richiamandosi alla conversione del centurione Cornelio, proclama esenti gli etnico-cristiani dal giogo della legge mosaica. Giacomo ne conferma la tesi e propone un compromesso redatto poi in un decreto: i pagani convertiti si asterranno solo dal sangue delle carni offerte agli idoli (« idolotiti »), da quelle di animali morti per soffocazione (« soffocato ») e dalla fornicazione, che secondo diversi esegeti indica certi matrimoni tra parenti vietati dalla legge mosaica.
Nella recensione « occidentale » del testo (v. ATTI DEGLI APOSTOLI, 5) di Act. (cod. D ecc.), ove si tralascia l'obbligo di astenersi dal soffocato (Act. 15, 20, 29), il decreto assume un senso anacronistico che non rispecchia più la controversia giudaizzante. In tale recensione l'astensione dal sangue sembra riguardi l'omicidio; vi si aggiunge poi la regola aurea della carità.
In Gal. 2, 1-10, passo parallelo ad Act. 15, Paolo aggiunge alcune precisazioni: dice che salì a G. in seguito ad una rivelazione (che non esclude la missione della Chiesa), che vi condusse Tito ed ottenne che non fosse circonciso, che vi fu una seduta privata tra lui e le colonne della Chiesa (Giacomo, Cefa, Giovanni), conclusa con un accordo per la divisione del campo dell'apostolato.

BIBL: Oltre i Commenti agli Atti e a Galati, A. Lemonnier, in DBs, II, coll. 113-17.
Pietro De Ambroggi
IV. AGIOGRAFIA E LITURGIA.
L'apostolo e martire Giacomo, primo vescovo di G., fu deposto presso il tempio ed Egesippo indica che al suo tempo ancora si vedeva la sua stele (Eusebio, Hist. ecc., II, 18). Eusebio riferisce che nel sec. iv si mostrava la sua cattedra episcopale (ibid., VII, 19) che poi venne traslata nella chiesa di Sion (Itinera Hierosolymitana, ed. B. Geyer, in CSEL, 38, p. 108). L'invenzione delle reliquie di s. Stefano avvenne a Caphargamala in seguito al sogno avuto dal presbitero Luciano. Il vescovo di G., Giovanni, depose solennemente le reliquie del protomartire nella chiesa di Sion (BHL, 7850-56; Epistula Luciani, 2-9: PL 41, 809-15). Martirio, vescovo di G., depose il 7 maggio 483 sotto l'altare del monastero di S. Eutimio reliquie dei martiri Taraco, Probo e Andronico (Vita s. Euthymii: BHG, 647).
In G., ancora al sec. vi, sotto la data del 25 dic. non si celebrava il Natale di Cristo, ma la memoria del re David e dell'apostolo Giacomo, primo vescovo della città; così il presbitero Esichio di G. chiama Giacomo fratello del Signore (Fozio, Bibliotheca, cod. 275: PG 104, 241). Quando venne riformato il calendario di G. la loro commemorazione passò al 26 dic., il martirio di s. Stefano al 27 dic.; gli apostoli Pietro e Paolo, poi, al 28 dic.; secondo la testimonianza di Sofronio (BHG, 1496), al 29 la commemorazione degli apostoli Giovanni e Giacomo (H. Goussen, Über georgische Drucke und Handschriften..., München-Gladbach 1923, pp. 5-6). Nel Martirologio geronimiano è ricordato a G. al 5 genn. la deposizione del patriarca Simeone, che in alcuni codici torna anche al 2 febbr.; al 25 marzo il martirio dell'apostolo e vescovo Giacomo; nel giorno cioè in cui lo stesso Martirologio segna la morte del Redentore; al 1 maggio il natale del vescovo Giuda, detto Ciriaco, (BHL, 7023-25) che torna nella storia dell'invenzione della S. Croce celebrata al giorno seguente (ibid., 4169-75); al 3 ag. il ritrovamento del corpo di s. Stefano; al 30 sett. nel territorio di G., nel castello di Bethleem, s. Girolamo.
Pur rientrando dal punto di vista liturgico nel tipo della Siria, la liturgia di G. presenta alcune caratteristiche proprie. A G. ebbero origine alcune cerimonie che in seguito furono adottate in tutte le chiese, come, ad es., la processione nella Domenica delle Palme. Il testo più importante per ricostituire la liturgia della Chiesa gerosolimitana è senza dubbio quello della Peregrinatio Egeriae. A Roma si svolgeva la liturgia stazionale sui sepolcri dei martiri, come attesta il Sacramentario leoniano; a G. le stazioni si tenevano sui luoghi stessi santificati dalla presenza del Redentore; esse avevano un carattere cioè spiccatamente topografico; tutti gli avvenimenti della vita terrena del Signore che si erano svolti in G. erano rievocati e quasi vissuti liturgicamente, anche con la lettura di quei passi dei Vangeli che li narravano. Cassiano, s. Cirillo di G. ed Egeria istruiscono sul canto dei Salmi; il cantore diceva o cantava a solo il salmo e il coro dei fedeli riprendeva uno dei versetti o una parte di esso. Le antifone consistevano nel canto alternato a due cori dei versetti del salmo.
I salmi erano tutti scelti, appropriati al tempo e al luogo, in modo da richiamare la memoria dei differenti misteri della Vita, della Passione, della Morte, della Risurrezione e dell'Ascensione del Signore.
Nella basilica dell'Anastasis, alle vigiliae che vi si celebravano quasi tutti i giorni dell'anno, erano obbligati ad assistere i monaci e le vergini sacre. Il mercoledì e il venerdì erano giorni di sinassi eucaristica, di stazione e di digiuno anche per i catecumeni; l'Ufficio di Nona veniva celebrato nella chiesa di Sion, tutti gli altri all'Anastasis.
Nelle domeniche non c'erano gli Uffici di Sesta e Nona. Altre modifiche si avevano nelle domeniche di Quaresima e nella Pentecoste.
Il vescovo, il clero e il popolo di G. andavano a celebrare il Natale al 6 genn. nella chiesa della Natività a Betlemme, distante 6 miglia da G. Dopo il canto delle vigiliae si tornava a G.; i monaci a piedi, al canto del Benedictus qui venit. All'alba si entrava nella chiesa della Risurrezione
La festa della Purificazione si celebrava nell'*Anastasis** solennemente, come la Pasqua. Per le cerimonie della Settimana Santa, v. questa voce.
Le « encenie », così si chiamava la festa della dedicazione dell'Anastasis, celebrata al 13 sett., era una festa molto solenne alla quale partecipavano in pellegrinaggio vescovi e fedeli della Siria, d'Egitto della Mesopotamia.
Bibliografia2 opere
Enrico Josi
V. ARCHEOLOGIA.
Monumenti cristiani. — Le sistematiche distruzioni dell'abitato di G. operate dalle truppe di Tito nel 70 d. C. e poi, sempre dai Romani, per reprimere la rivolta di Simeone bar Kôkhêba nel 132, causando la scomparsa di monumenti imponenti e celebri, non si arrestarono certo innanzi a edifici ben più umili, quali potevano essere allora quelli in cui celebrava le sue funzioni la prima comunità cristiana della città. Né, per il vero, se ne conoscono altri all'infuori della casa rammentata dalle fonti come trasformata in chiesa, in cui si svolse l'Ultima Cena e si adunarono gli Apostoli dopo l'Ascensione di Cristo fino alla Pentecoste.

Secondo s. Epifanio essa esisteva ancora nel 135, in quanto il quartiere di Sion dove sorgeva non era stato raggiunto dalla rovina che aveva colpito il resto di G. Non è chiaro però quale sia stata la sua sorte nel periodo seguente, dopo che Adriano ebbe disposto che sull'area della città antica sorgesse la colonia « Aelia Capitolina » e santuari a divinità pagane fossero eretti non solo sui luoghi sacri ad Israele, ma anche su quelli consacrati dalla nascita e dal sacrificio di Cristo (R. Bartoccini, La roccia sacra degli Ammoniti, in Atti IV Congr. naz. studi romani, Roma 1938). Si torna ad avere notizia di questa chiesa nel sec. v, ad opera del Pellegrino Armeno, in una precisa descrizione della basilica che nel secolo precedente aveva sostituito il santuario primitivo, circondata da un muro di cinta, « lunga 100 cubiti e larga 70, con ottanta colonne riunite fra loro da arcate, e il soffitto in legno ».
Ma già prima di essa il cristianesimo trionfante era tornato a rivolgere la sua attenzione verso i luoghi in cui era nato e morte il Redentore, rimasti sempre presenti al devoto ricordo della Chiesa di G.
Ad un suo vescovo, Macario, viene confidato nel 321 dall'imperatore Costantino il delicato compito di riportare alla luce il Calvario e il sepolcro di Cristo e la grotta della Natività a Betlemme. Nella cosiddetta Vita Constantini di Eusebio (III, 25 sgg.) è un'efficace rievocazione di questo lavoro, cui diede certo forte impulso la presenza dell'imperatrice Elena. Una volta liberati i Luoghi Santi da tutti i materiali che vi erano stati accumulati sopra, e riportati così alla venerazione del mondo cristiano, Costantino commise agli architetti Zenobio ed Eustorgio la costruzione di un edificio monumentale, che tutti lì comprendesse ed esaltasse. In realtà la soluzione adottata svisò e non poco l'aspetto della zona, in quanto, tra l'altro, la roccia che conteneva la tomba del Salvatore fu isolata dal fianco della collina in cui era ricavata e il piano all'intorno venne abbassato fino al livello della soglia di essa. Una rotonda vi fu condotta intorno, con ambulacro interno a due ordini, su cui poggiava una cupola emisferica di m. 36,52 di diametro: al centro era la tomba isolata in un cerchio di dodici colonne, forse collegate da una semplice architrave, tante, secondo alcuni, quanti erano gli Apostoli. Ad oriente di questo edificio distinto con il nome di «Anastasis» (Resurrezione), e così successivamente, si apriva un primo cortile circondato di colonne che nel lato meridionale comprendeva la lieve altura del Golgota, squadrato però quasi a cubo, con una gradinata di accesso al ripiano superiore recinto da balaustre d'argento e pavimentato in musaico da cui spiccava una Croce altissima, molto riccamente adorna. Da questo cortile-atrio, si passava in una basilica a 5 navate, detta «Martyrium», per due porte disposte ai lati dell'abside che si curvava verso l'esterno. Munita, secondo il piano di Costantino, di tutti gli annessi occorrenti per i fedeli e il clero, si svolgevano in essa tutte le funzioni del culto, così da non turbare oltre il necessario l'austera solennità della tomba del Cristo. Si calcola che misurasse m. 45 x 26, cioè come la basilica della Natività prima della successiva trasformazione; tre portali consentivano di uscire in facciata in un altro atrio porticato, che a sua volta permetteva, attraverso tre porte aprentisi su una fronte non meno monumentale della prima, da cui distava ca. m. 25, di scendere per una gradinata fiancheggiata da propilei nel colonnato del cardo maximus di G., poco a sud dell'arco a tre fornici di accesso al foro della città.
In questo modo il Santuario è raffigurato ancora nel noto musaico geografico di Madaba, del sec. VI, e tale rimase fino alla distruzione operata dai Persiani di Cosroe nel 614, che, dopo il saccheggio, ne avevano asportata la reliquia della S. Croce.
Il p. Vincent si è interessato di illustrare le antiche rappresentazioni del S. Sepolcro (H. Vincent, Quelques représentations antiques du St-Sépulcre Constantinien, in Revue biblique, nuova serie, 10 [1913], pp. 525-546; 11 [1914], pp. 94-109).
La vittoria riportata nel 627 dai Bizantini sui Persiani nella Vallata del Tigrì, e la morte di Cosroe ebbero come conseguenza l'evacuazione della Palestina e la riconquista delle reliquie e il loro ritorno nell'«Anastasis»; ma nell'impossibilità di ridare al «Martyrium» l'antico splendore, il monumento cominciò da allora a perdere il carattere commemorativo per trasformarsi in una vera e propria chiesa. Modesto, l'igumeno di S. Teodoro, si assunse il duro compito di riparare i danni apportati dall'invasore e in complesso egli non modificò di molto lo schema generale degli edifici costantiniani. Soltanto nell'«Anastasis», applicando rigidamente le regole dell'orientazione, creò al posto dell'ingresso una grande abside dove collocò l'altare, e ai lati aprì gli ingressi. Inoltre, in corrispondenza degli altri punti cardinali, curvò il muro periferico in profondi nicchioni. Il resto rimase quasi immutato. Un terremoto nel sec. IX, incendi e saccheggi nel x, niente fu risparmiato al S. Sepolcro, fino a quando il 18 ott. 1009 se ne iniziò la sistematica demolizione, compresa quella della roccia fino al piano del banco mortuario, per ordine del secondo califfo fatimita d'Egitto, al-Hakim bi-amr'illāh, che così rompeva la tradizione di tolleranza religiosa fino allora mantenuta dai suoi predecessori, dopo la resa di G. nel 637 al califfo 'Omar. Nel 1042 l'imperatore Monomaco otteneva di poter ricostruire il santuario; in sei anni di lavoro esso veniva riconsacrato, dopo aver subito però profonde trasformazioni, che della rotonda costantiniana avevano rispettato solo la metà orientale. Così la trovarono i Crociati, i quali, non ritenendo il fabbricato rispondente alla santità delle memorie contenutevi, concepirono il disegno di riunire tutti i principali santuari in un solo monumentale edificio (iniziato nel 1140, inaugurato nel 1149). Ancora una volta questo fu modificato nel 1808 dai Greci ortodossi, e da vari anni è nuovamente oggetto di studi, per ovviare alle gravi lesioni che ne minacciano la stabilità e restituirgli un più nobile aspetto (L. Marangoni, Il S. Sepolcro, in Civiltà, 4 [1940-41], pp. 86-91).
Prima il Rivoira e poi il Giovannoni misero in evidenza gli evidenti rapporti tra l'architettura del S. Sepolcro e il mausoleo di S. Costanza in Roma, pure del periodo costantiniano (T. Rivoira, La chiesa del S. Sepolcro in G., in Dissertazioni della Pont. Accad. rom. di arch., 2ª serie, 13 [1918], p. 183; G. Giovannoni, Basilicke cristiane in Roma, in Atti del IV Congr. internazionale di arch. crist., I, Città del Vaticano 1940, p. 129). Il Bywanck richiamò l'attenzione sulle analogie con il S. Sepolcro presentate dalle costruzioni erette presso Nola da s. Paolino (m. nel 452) sul sepolcro di S. Felice (A. W. Bywanck, Die Grabeskirche in Jerusalem und die Bauten am Grabe des hl. Felix bei Nola in Campanien, in Byzantinische Zeitschrift, 30 [1929-30], p. 549). Il Krautheimer poi dimostrò nel 1935 che anche la chiesa di S. Stefano Rotondo al Celio, eretta dal papa Simplicio (468-83), ripete lo schema concentrico del S. Sepolcro.
Ad Elena madre di Costantino si fa risalire la costruzione della basilica dell'Elena (l'Oliveto: Eusebio, Vita Constantini, III, 41), sorta sulla grotta nella quale Gesù aveva predetto la rovina di G. e la sua Resurrezione. Abbattuta nel Sacco dei Persiani, rimase abbandonata e col tempo se ne disperse ogni traccia. Nessun dato certo di scavo ha potuto finora revalorare le varie ipotesi emesse sulla sua esatta ubicazione.
Santuario dell'Ascensione. - Sul Monte Oliveto fu racchiusa, con un recinto rotondo e un doppio porticato concentrico interno, senza copertura, la roccia da cui Gesù salì al cielo: ad occidente sembra fosse preceduto da una specie di ardica molto fastosa. Pietro l'Iberico (ca. il 481) ne attribuisce la costruzione alla pellegrina Poemenia. I pp. Vincent e Abel ritengono che essa sarebbe stata costruita prima dell'anno 378. L'edificio ottagono, con sala centrale a cupola, era preceduto da un vestibolo; anche il vescovo Arculfo (Itin. Hieros., p. 259) ne dà la descrizione. Il tipo architettonico venne adottato per la moschea di 'Omar. Anche per questo monumento non restano tracce della primitiva costruzione; l'attuale si deve ai Crociati.


Notevole fu l'attività edilizia esplicata in G. dal patriarca Giovenale (421-58), avvantaggiato dal fatto che nella città aveva fissato la sua residenza l'imperatrice Eudossia, facendone quasi una capitale. Il luogo del pretorio di Pilato fu identificato dal p. H. Vincent con il «Lithostrotos», divenuto poi un santuario S. Sofia (Le Lithostrotos d'après des fouilles récentes, Parigi-Gerusalemme 1933; id., Autour du Prétoire, in Revue biblique, 46 [1937], pp. 563-70). A sud del Calvario, sulla collina di Sion, Egeria menziona una chiesa posta sul luogo occupato una volta dalla casa di Marco. Questa era la chiesa del Cenacolo, dove avvenne la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli; fu detta pure «chiesa degli Apostoli»; s. Epifanio la fa anteriore ai tempi di Adriano (De pondere et mens., 14); s. Cirillo di G. la ricorda a lungo (PG 33, 924). Vi si conservava la colonna della Flagellazione, prima nella casa di Caiphas. Arculfo nel VII sec. ne dà il disegno.
Tra i musaici che decoravano la chiesa di S. Martino in Tours, uno rappresentava la chiesa del Monte Sion a G., come insegnava l'iscrizione: «La sacrosanta chiesa, madre di tutte le altre, fondata dagli Apostoli, nella quale discese lo Spirito Santo sotto forma di lingue di fuoco. In questa chiesa sono posti la cattedra dell'apostolo Giacomo e la colonna della Flagellazione» (E. Le Blant, Inscriptions chrétiennes de la Gaule, Parigi 1856, n. 175).
Risalgono pure a questo periodo varie costruzioni di carattere religioso, fra cui le basiliche di S. Stefano a nord della città, dove furono traslate le reliquie del Protomartire (15 maggio 439) e fu sepolta poi l'imperatrice Eudossia; del Paraclito nella Piscina Probatica; la chiesa della piscina di Siloe (forse a cupola) e quella tricora di S. Giovanni Battista, esplorata dalla Scuola archeologica francese (nel quartiere del Muristan, innanzi al S. Sepolcro; se ne distinguono le strutture originali alla base dei muri attuali) e infine il tempio rotondo nella Valle di Josaphat, dedicato alla Vergine.
La chiesa di S. Pietro fu studiata da E. Power (The church of St. Peter in Jerusalem, Its relation to the house of Caiphas and Santa Sion, in Biblica, 9 [1928], pp. 167-187). Nella Vita di s. Saba è ricordata, presso G., una chiesa in onore dei ss. Cosma e Damiano (BHG, II, 1608, c. 55). A due miglia a sud-est di G., a Bethania, era stata una chiesa sul luogo dove Maria, sorella di Lazzaro, avrebbe incontrato il Signore; una seconda chiesa era nel centro di Bethania eretta sulla tomba stessa di Lazzaro.
Oltre quanto si è detto sopra, poco o niente rimane di tante opere; né scavi condotti in diverse zone nei pressi della porta di Damasco hanno permesso di stabilire con certezza l'ubicazione.
In una così fervida attività edilizia non poteva fare a meno di ripercuotersi negativamente la scomparsa dell'imperatrice Eudossia che ne era stata l'anima e la mecenate; la grave crisi economica che ne seguì portò alla sospensione di un programma tanto ambizioso, anche se mosso da fini ideali, e si dovette solo all'intervento di Giustiniano se esso fu ripreso ed anzi ampliato. Egli infatti non volle essere da meno di Eudossia, e ordinò l'erezione di una grandiosa basilica (tale appare anche in rapporto alle altre sul musaico di Madaba), in onore della «Theotokos» con annessi ospizi per i poveri e i pellegrini, e la denominò «la Nuova» 9 Nèz. Era probabilmente a croce, con cupola, e, a quanto si crede, sorgeva nella parte meridionale dell'area del Tempio, che non si considerava come facente parte del Santuario propriamente detto. Menzionata ancora nel sec. IX, dovette essere radicalmente distrutta in seguito agli ordini del califio al-Hakim, giacché non ne è stata mai più trovata la minima traccia. Fra tanti scarsi avanzi delle più antiche chiese e le molteplici supposizioni sul sito di quelle scomparse, una fortunata combinazione consenti di riportare alla luce l'originale santuario dell'Agonia, nell'orto di Gethsemani. Mentre già si lavorava a ricostruire la chiesa sull'area di quella dei Crociati del sec. XII, lo scavo aperto per la fondazione di una colonna incontrò un musaico. Ampliato subito lo sterro, si metteva così allo scoperto un edificio del sec. IV con pavimento musivo, a tre navate (largo m. 16,40 e lungo da 22,30 a 24,50), con abside, innanzi alla quale per m. 8 su 3,80 di larghezza e 0,35 di altezza emergeva la roccia, evidentemente oggetto di venerazione, perché tutta segnata dai colpi di scalpello con cui i pellegrini e i devoti ne avevano staccato piccole scaglie. Non ci voleva di più per riconoscere qui la «chiesa elegante» di cui parla s. Silvia di Aquitania (si hanno anche tracce di musaici parietali), fatta sorgere da Teodosio presumibilmente ca. il 380-85 sul luogo dove aveva avuto inizio l'agonia del Salvatore. Devastata dai Persiani, è dubbio se fosse stata rialzata da Modesto: con ogni probabilità giacque in rovina e i Crociati, tornando a venerare il luogo, non si accorsero che la loro nuova chiesa poteva suggellare per sempre quella più antica.
Il musaico geografico di Madaba (v.), cui si è fatto più volte riferimento, illustrato e commentato da vari studiosi ha come motivo centrale della carta di Terra Santa una pianta prospettica di G. (con la parte occidentale in alto), quale doveva essere nel sec. VI, all'epoca dell'imperatore Giustiniano. Essa è attraversata da una strada fiancheggiata da portici, che a sinistra sbocca in una piazza fronteggiante la parte settentrionale della città, in mezzo alla quale sorge una colonna che le dà il nome (Bâb el-Amûd, nota oggi anche come Porta di Damasco); quasi al centro è il complesso monumentale del santuario del S. Sepolcro e un po' dovunque si distinguono altri edifici sacri, dai lunghi tetti a doppio spiovente, fra i quali sono stati identificati alcuni di quelli dei quali si è parlato. Da tale pianta risulta con evidenza che il sorgere dei luoghi di culto cristiani non aveva fondamentalmente turbato lo schema urbanistico della città romano-ellenistica, quale l'avevano ideata gli architetti adrianei della colonia «Aelia Capitolina». Di tale opera la furia degli uomini ha quasi tutto disperso, sì che non si sarebbe potuto averne un'idea esatta, se non fosse venuto in ausilio il documento dovuto alla pazienza e alla devozione di un modesto artigiano operante in un piccolo centro arabo ai confini dell'Impero bizantino.
Bibliografia28 opere
Renato Bartoccini

# VI. ARTE.
Il pellegrino di Bordeaux vede la basilica del S. Sepolcro appena terminata e ne ammira lo splendore meraviglioso (Itinera Hierosolymit., ed. P. Geyer [CSEL, 38], p. 23); alla fine del sec. IV Egeria parla di rivestimenti aurei, musivi e marmorei (id., ibid., p. 76). Si è convinti che la chiesa ottagona dell'Ascensione al Monte Oliveto dovette avere all'esterno un musaico con la rappresentazione dell'Ascensione, come gli edifici del S. Sepolcro quella della Resurrezione, perché le ampolle in metallo o in terra cotta acquistate dai pellegrini in detti Santuari (« nei santi luoghi di Cristo ») riproducevano queste scene, come quelle della Natività dalla basilica di Betlemme. In altre ampolle invece si trova rappresentato, sia pure in forma schematica, l'edificio sacro, dal quale è stato preso il ricordo dell'olio che vi ardeva nelle lampade. Così, ad es., in un'ampolla, oggi nell'abbazia di Bobbio, è rappresentato l'interno dell'Anastasis.
Un'altra serie di oggetti-ricordo dei pellegrinaggi ai Luoghi Santi sono alcuni braccialetti con scene, ad es., della Crocifissione (J. Maspero, Bracelets-amulettes d'époque byzantine, in Annales du service des Antiquités de l'Égypte, 9 [1908], pp. 246-58). Nella prima metà del sec. VI, s. Dositeo vide al Gethsemani una scena del castigo dei dannati (M. Brun, La vie de st Dosithée, in Orientalia Christiana, 26 [1932], p. 104 sgg.).
G. è anche la città celeste, abitata dai testimoni di Cristo, i martiri. Questo concetto è espresso nel graffito letto da G. B. de Rossi dinanzi alla cripta dei papi nel cimitero di Callisto: «Jerusalem civitas ornamentum martyrum Domini». La città celeste è rappresentata, secondo il Wilpert, nello sfondo del musaico absidale di S. Pudenziana (Mosaiken, tavv. 42-46) e più tardi nel centro dell'arco trionfale di S. Prassede del tempo di Pasquale I e nel musaico absidale contemporaneo di S. Cecilia in Trastevere (ibid., pp. 1068-69, tav. 116). G. è personificata talvolta in una figura femminile a simboleggiare l'« Ecclesia ex circumcisione », come in Roma nei musaici di S. Pudenziana e di S. Sabina; ovvero il suo nome si legge nella rappresentazione d'una città turrita, a indicare la Chiesa (v.) d'Israele. Così in Roma in S. Maria Maggiore e ai SS. Cosma e Damiano; a Ravenna in S. Vitale e in S. Apollinare nuovo.
Dalla celeste G. escono gli Apostoli in alcuni sarcofagi (Wilpert, Sarcofagi, tav. XIV, 1-3; XX, 6; CL, CLI, 1; CLIV, 2 e 3). Tale soggetto, fu rappresentato nel prezioso pezzo di oreficeria offerto da Valentiniano III per l'altare di S. Pietro al tempo di Sisto III (432-40); esso sussisteva ancora al tempo di Adriano I (772-95) che lo ricorda in una lettera a Carlo Magno; fu depredato dai Saraceni nell'anno 846 e sostituito nel sec. XIII in smalti di Limoges, di cui restano tuttora alcuni frammenti nella Confessione di S. Pietro.
Nel 1105 un violento terremoto aveva assai compromesso la stabilità degli edifici del S. Sepolcro, provocando danni che i Crociati si affrettarono a riparare. L'edicola della tomba conservò la sua forma tradizionale con le sue colonnine sorreggenti gli archetti e il vestibolo quale era stato modificato da Monomaco. La terrazza superiore venne coperta da lastre di bronzo dorato, al camminamento superiore fu sovrapposta una cupola con rivestimenti in argento dorato sostenuta da fasci di colonnine. L'edicola accolse una statua di Cristo, in argento, a grandezza naturale.
Nella rotonda furono costruiti due forti zoccoli per sostenere un grande arco trionfale.

In sostituzione dell'abside orientale si costruì una basilica di stile romanico, con transetto, deambulatorio e navi minori; la nave centrale fu a tre campate. La roccia del Calvario si incassava nelle navi minori, mentre a nord sussistevano gli avanzi del portico e gli oratori della Compassione della Vergine e del carcere di Cristo. Le absidi praticate nel muro semicircolare sostituirono le tre esedre dell'ultimo restauro bizantino.
Il Calvario fu ridotto a una doppia cappella la cui volta era sostenuta da pilastri. Due porte facilitavano le comunicazioni; quella a nord con gli ambienti situati ad oriente e con il deambulatorio; l'altra a sud con la cappella della Madonna dei sette dolori o dei Franchi.
Nell'abside centrale si avevano due altre aperture simmetriche. Il coro o la dimora dei canonici occupavano a un livello superiore il luogo della Basilica Costantiniana. A nord della rotonda il palazzo del patriarca si sovrappose al Monastero dell'Anastasis. Sull'oratorio aderente alla rotonda venne eretto un grandioso campanile a quattro piani.
Dal sec. XIII ai nostri giorni. - Ma nel 1187 la disfatta di Hattin fece ricadere G. sotto il dominio maomettano.
Gli edifici sacri e i monasteri di G. furono confiscati e ridotti in moschee o ad altri usi.
Saladino però, seguendo l'esempio del califfo Omar lasciò che il S. Sepolcro rimanesse quale santuario cristiano, ma sotto il controllo musulmano. Sembra che nel 1212 custodi della Basilica fossero sacerdoti locali, mentre nel 1217 gli edifici furono trovati chiusi dal pellegrino Thietmar. Pare che i Latini vi fossero riammessi nel 1192. Federico II nel 1220, durante una breve tregua, venne a farsi incoronare nella Basilica. Ma nel 1244 i Karismini misero a sacco la città, trucidarono i cristiani e gli edifici del S. Sepolcro furono devastati.
In seguito alle proteste del mondo cristiano, Innocenzo IV ricevette nel 1246 assicurazione dal sultano Aljibò che sarebbero stati riparati i danni e custodi musulmani avrebbero assicurato l'ingresso al Santuario a tutti i pellegrini, che, superando le asperità del viaggio, erano sempre numerosi, soprattutto dall'Oriente, ricevendo ospitalità presso i vari monasteri. La regina Tamara ottenne esenzioni di tasse solo per i Georgiani; gli altri erano sottoposti a vere angherie. Attesta Fidenzio da Padova (1266-91) che ciascun pellegrino doveva sborsare ca. 80 franchi d'oro per entrare nel S. Sepolcro. Nel 1216 il card. Giacomo da Vitry andando in Terra Santa aveva trovato già a G. i Frati Minori, che vi si erano stabiliti, sotto il governo di frate Elia. Più tardi quali pellegrini vi si recarono i domenicani Burcardo da Monte Sion nel 1283 e Ricoldo da Monte Croce.
Roberto d'Angiò e Sancia di Majorca (1309-45) ottennero dal sultano al-Malik an-Naqir una residenza in G. per la comunità latina, che il papa Clemente VI (1342-1352) affidò ai Francescani.
Dal diario di fra' Niccolò di Poggibonsi (1346-50) si apprende che le varie regioni avevano propri altari; così quello degli Armeni era presso il Calvario, quello degli Etiopi e degli Indiani presso l'Edicola, i giacobiti l'avevano sotto al Golgota, i Georgiani all'altare maggiore, i Latini, cioè, i Frati Minori a S. Maria, i nestoriani dietro il coro; i Siri all'altare della prigionia di Cristo.
A quel tempo l'Edicola però era proprietà musulmana e la cappella veniva aperta solo «per lo spazio di tre padernostri». I vari riti, corrompendo i governatori, ebbero un'ingerenza funesta per i Luoghi Santi, frequentati incessantemente dai pellegrini.
I Francescani, favoriti dai buoni rapporti tra il sultano Barsabai e Filippo il Buono, duca di Borgogna (1419-1467), riuscirono nel sec. xv ad assicurarsi le chiavi della Edicola del S. Sepolcro, e porvi un altare mobile per celebrarvi la S. Messa, mentre tutto intorno si contendevano gli oratori gli Armeni, gli Abissini, i copti, i Georgiani, i giacobiti, i Greci, i Siri.
La questione dei Luoghi Santi sorse in seguito alla occupazione turca di Selim I nel 1517; da allora in poi i Greci, essendo sudditi ottomani, cercarono di spogliare i Francescani dei loro privilegi. Ca. la metà del sec. xvi un terremoto demoli il campanile che venne sostituito con un'altra costruzione. Le contese si fecero più aspre durante il sec. xvii. Nel sec. xviii i Greci, con l'appoggio dei Russi, riuscirono a restringere i privilegi dei Latini, usurpandone non poche prerogative.
Il 12 ott. 1808 un disastroso incendio devastò l'insigne monumento, dal quale andarono esenti solo la cappella latina della Madonna, la cripta di S. Elena, una parte del Golgota e il piccolo convento francescano. Il restauro venne affidato a Comninos di Mitilene, al quale per l'occasione fu dato il titolo di «architetto reale». Il colonnato interno venne allora in parte soppresso in parte racchiuso dentro pilastri in muratura. La rotonda venne coperta; furono distrutte e disperse le tombe dei re di Gerusalemme, furono allora espulsi i Francescani, i quali ritornarono nel 1853, ricevendo solo parte dei loro edifici. Nel 1868, a spese della Francia, della Turchia e della Russia furono modificati i pessimi restauri del Comninos.
Sottratta la Palestina ai Turchi nel 1917, essa passò sotto mandato inglese e tutto fu devoluto all'alto commissario inglese per la Palestina, il quale stabilì che nulla fosse modificato da quanto era stato fissato dal sultano nel 1852. Gli edifici del S. Sepolcro subirono rilevanti danni per il terremoto del 1927, specialmente nella basilica dei Crociati. I restauri della cupola del Kathalibón minacciarono di apportare ulteriori rovine e furono sospesi i lavori e a tutt'oggi non si è iniziato l'urgente e improrogabile restauro al più insigne monumento del cristianesimo. - Vedi tavv. XIV-XVI.
Bibliografia2 opere
Enrico Josi
GERUSALEMME: V. CONFERENZE PANCRISTIANE.












