san Pietro

m. martire a Roma tra il 64 e il 67

In alto a sinistra: S. PIETRO IN ATTO DI LEGGERE LA LEX CHRISTI. Affresco del IV sec. - Roma, Cimitero inter duas lauros. In alto a destra: BUSTO DI S. PIETRO. Affresco del sec. v nella catacomba di S. Gennaro - Napoli. In basso: LA TRADITIO CLAVIUM. Affresco (668-85) del cimitero di Commodilla - Roma

Enciclopedia Cattolica vol. IX, 1952 Agiografia Santi

PIETRO, APOSTOLO, SANTO

Festa: 22 febbraio

English Cita

APOCALISSE DI PIETRO, CEFA, CONSEGNA DELLE CHIAVI E DELLA LEGGE, QUO VADIS, TRADITIO CLAVIUM, TRADITIO LEGIS rimandano qui.

Noto anche come: inglese: Prince of the Apostles, St. Peter, Simeon, Simon Peter; San Pietro; latino: Cephas, Petrus

PIETRO, APOSTOLO, santo. - Primo degli Apostoli, costituito da Gesù capo della sua Chiesa.

SOMMARIO: I. Vita. - II. S. P. a Roma. - III. Martirio. - IV. Sepolcro. - V. Lettere. - VI. Liturgia. - VII. Iconografia. - VIII. Apocrifi. - IX. Legende.

I. VITA

Il suo nome ricorre nel Nuovo Testamento in quattro forme: Σιμεών (Simeone, da Sim'ōn, forma semitica: Act. 15, 14; II Pt. 1, 1), Σιμιών (Simone, forma più comune, abbreviazione grecizzata della precedente), Κηφᾶς (lat. Cephas, trascrizione dell'aramaico Kēphá', che significa «roccia»), Πέτρος (lat. Petrus, traduzione del precedente soprannome aramaico, imposto a Simone da Gesù [Io. 1, 42]). Suo padre si chiamava Giovanni ('Ιωάν[ν]ης: Io. 1, 42; 21, 15-17) o Giona. In Mt. 16, 17 Simone vien detto figlio di Giona (Βαριωνά; v. BAR IONA), ma può darsi che il nome Iona, attribuito al padre di P. (dalla Volgata anche in Io. 1, 42), sia un'abbreviazione di Ioannes (forse dovuta ad una svista del traduttore greco di Mt. 16, 17: U. Holzmeister [v. bibl.], p. 6).

P. era nato a Bethsaida (v.) presso il lago di Genezareth, ove esercitava la pesca con il fratello Andrea (v.), chiamato pure all'apostolato, e con i figli di Zebedeo (v.), Giacomo il Maggiore (v.) e Giovanni (v.), divenuti poi anch'essi apostoli.

Dal fatto che P. aveva a Cafarnao la suocera, guarita da Gesù (Mt. 8, 14; Mc. 1, 30 sg.; Lc. 4, 38), risulta che P. era sposato; non si conosce con certezza il nome della moglie, chiamata Giovanna dagli Orientali e Perpetua dagli Occidentali; non si sa neppure se la moglie era ancora in vita al tempo della vocazione di P. Alcuni esegeti hanno voluto identificare la moglie di P. nella «donnasorella» che Cephas conduceva seco nelle peregrinazioni apostoliche (I Cor. 9, 5), ma la cosa è lungi dall'essere provata. Si trattava, probabilmente, di una donna cristiana (domestica o diaconessa) che seguiva P. e gli altri missionari ivi elencati, sulla tradizione che attribuisce a P. una figlia Petronilla (v.).

P. e Giovanni sono chiamati «illetterati e ignoranti» dai sinedriti (Act. 4, 13): segno che non avevano frequentato le dotte scuole rabbiniche. Avevano però seguito le istruzioni di Giovanni Battista (v.). Questo è certo per i figli di Zebedeo e per Andrea: probabile per Simon-P. La vocazione di P. all'apostolato avvenne per gradi. Quando fu presentato dal fratello Andrea a Gesù con le parole: «Abbiamo trovato il Messia», ne ebbe il soprannome di Cephas (Io. 1, 42). Fu presente al miracolo di Cana (ibid. 2, 2-11), si stabilì poi con Gesù a Cafarnao (ibid. 2, 12). Fu chiamato definitivamente all'apostolato dopo la prima pesca miracolosa (Lc. 5, 11; Mc. 1, 18; Mt. 4, 22), divenendo così «pescatore di uomini».

Bibliografia8 opere
BIBL.: U. Holzmeister, Vita s. Petri Apostoli, premessa al Commentarius in primam Epistolam s. Petri, Parigi 1937 (con abbondante bibl.); E. Florit, Il primato di s. P. negli Atti, Roma 1942; G. Glez, Pierre (St), in DThC, XIII, coll. 247-244; V. MacNabb, Testimonianze del Nuovo Test. a s. Pietro (trad. it. di M. De Luca, Brescia 1943); P. De Ambroggi, S. P. Apostolo, Milano 1944; id., Le epistole cattoliche, Torino 1949, pp. 88-91; O. Hophan, Gli Apostoli, trad. it. di G. Scattolon, Torino 1950, pp. 41-76; Fliche-Martin-Frutz, I, 2ª ed., Torino 1942.

Pietro De Ambroggi

II. S. P. A ROMA

Il papa Clemente nella sua Lettera ai Corinti, scritta tra il 18 sett. 96 e il 25 genn. 98 (A. Casamassa, I Padri Apostolici, Roma 1938, p. 49), ricordato il martirio dei santi fondatori P. e Paolo, attesta che a questi uomini di santa vita si aggiunse una moltitudine di eletti che in mezzo a tanti supplizi costituirono fra noi un magnifico esempio (I ad Cor.: PG 1, 217-21). Ignazio di Antiochia, martirizzato a Roma sotto Traiano, scrivendo in viaggio ai fedeli dell'Urbe, li supplica perché egli non può dare loro ordini, come P. e Paolo (Ad Rom., IV, 3). Il vescovo Dionigi di Corinto, rivolgendosi tra il 165-70 al vescovo di Roma, Sotero, testimonia esplicitamente che Roma e Corinto hanno avuto come fondatori delle rispettive Chiese gli stessi apostoli P. e Paolo (Ad Rom., in Eusebio, Hist. eccl., II, 25, 8). La stessa testimonianza è data pochi anni dopo da s. Ireneo, vescovo di Lione (Contra haeres., III, 3, 3) e più tardi da Tertulliano (Adversus Marcionem, IV, 5, 2: CSEL, 47, 430). Egli inoltre chiama « beata » la Chiesa di Roma per la quale gli Apostoli profusero il loro sangue, dove P. si è adeguato alla Passione del Signore (De praescr., 36, 2). Commodiano attesta che Nerone « Petrum et Paulum prius punivit in urbe » (Carmen Apologet., 828: CSEL, 15, 169). Pietro Alessandrino ed Atanasio indicano Roma come luogo del martirio dei due principi degli Apostoli (Epist. canon., 9, 9: PG 18, 484; Apol. de fuga sua: PG 25, 668); lo stesso afferma due volte Gregorio Nisseno (In s. Stephanum, 2: PG 46, 729; Epist., 17: PG 46, 1061). S. Giovanni Crisostomo ripete più volte che s. P. morì in Roma (Contra Iudaeos et Gentiles, 9: PG 48, 825; In s. Ignatium, 4: PG 50, 593; In Psalm., 48, 6: PG 55, 232; In Rom., 32, 2 sg.: PG 60, 678). Qualunque sia l'interpretazione che si voglia dare a qualche espressione del contesto del carme, posto da Damaso (366-84) « in catacumbas », è indiscusso che egli rivendica P. e Paolo quali cittadini romani per il loro martirio: « Roma suos potius meruit defendere cives » (A. Ferrua, Epigramm, Damasiana, Città del Vaticano 1942, pp. 139-44). Mentre non si può fissare con sicurezza l'anno della venuta di s. P. in Roma, si ha invece una serie di indubbie testimonianze, che egli a Roma subì il martirio e a Roma ebbe il suo sepolcro. Se più volte si è tentato di negare la venuta di s. P. a Roma, a cominciare dagli eretici del sec. XIII, altrettante volte essa è stata confermata anche da dotti protestanti, quali A. Harnack e sopra tutti H. Lietzmann (Petrus und Paulus in Rom, 2a ed., Berlino-Lipsia 1927; id., Gesch. der alten Kirche, I, ivi 1932, p. 20) e specialmente Petrus römische Martyrer, in Sitzungsbericht der Preuss. Akad. der Wissenschaft, Philolog. Hist. Klasse, 29 [1936], pp. 1-21) in cui confuta Daunenbauer (1932) e K. Heuss (1936).

III. MARTIRIO

1. L'anno

Le fonti e gli interpreti non sono d'accordo per quel che riguarda l'anno del martirio di P. Infatti nel Catalogo, detto Liberiano, si legge che l'apostolo P. « passus est autem cum Paulo die III Kal(endas) Iulias, consulibus suprascriptis », cioè il 29 giugno dell'anno in cui furono consoli Nerone e Vetus, cioè nel 55. Tale anno per la morte dell'Apostolo fu ritenuto da Th. Mommsen (Über den Chronographen des Jahres 354, in Abhandlungen der Königl. der Sächsisch. Gesellsch. der Wissenschaftl., 1 [1850], pp. 634-37) e più tardi, poi, da H. Kellner (Jesus von Nazareth und seine Apostel, Ratisbona 1908, pp. 216-43). La morte di P. è assegnata all'anno 57 nei « Fasti Vindobonenses priores » e nei « Consularia Ravennatia », mentre i « Consularia Constantinopolitana » pongono il martirio all'anno 58 (ed. Th. Mommsen, in MGH, Auct. antiquis., IX, pp. 283, 194, 220). Non pochi autori pongono la morte di s. P. nell'anno 64, facendolo coincidere con quello dell'incendio di Roma, avvenuto nel mese di luglio. Tale è l'opinione, tra i protestanti, di C. Erbes (Die Todsstage der Aposteln Petrus und Paulus, Berlino 1899, pp. 1-138); A. Harnack (Chronologie, I, Lipsia 1897, p. 242); T. Zahn (Grundriss der Gesch. des apostol. Zeitalters, 2a ed., ivi 1927, p. 68); e, tra i cattolici, di L. Duchesne (Hist. ancienne de l'Eglise, I, Parigi 1906, p. 64); P. Franchi de' Cavalieri (in N. Bull. di arch. crist., 13 [1907], p. 113); M. Lagrange (Evang. selon et Luc, Parigi 1921, p. XXXI). Invece altri autori preferiscono l'anno seguente 65. Infatti il testo degli Annali di Tacito frappone un certo tempo tra l'incendio e la persecuzione, sopravvenuta quando « non ope humana, non largitionibus principis aut deum placamentis decedebat infamia, quin iussum incendium crederetur. Ergo abolendo rumori Nero subdidit reos » (XV, 44). Tale fu già l'opinione di D. Papebroch (Acta SS. Iunii [Parigi 1867], § 2, 17-25, pp. 367 B-369 B) e in epoca più recente di O. Marucchi (La crocifissione di s. P. in Vatic., in N. Bull. arch. crist., 11 [1905], pp. 137-53; A. Profumo (Le fonti ed i tempi dell'incendio neroniano, Roma 1906, pp. 306-15, 320-27). S. Epifanio pose la morte di s. P. e di s. Paolo al dodicesimo anno dell'Impero di Nerone (Hom., 27, 6, 6: PG 41, 373 B); tale opinione fu seguita da L. Tillemont (I, p. 179). Ma nella versione armena della Cronaca di Eusebio (v.), nel Chronicon Gallicum (ed. Th. Mommsen, in MGH, Auct. antiquis., IX, p. 639) e in Agapio (PO 7, 478) il martirio di P. è indicato al tredicesimo anno dell'Impero di Nerone che va dal 3 ott. 66 al 12 ott. 67, a meno che non si debba contare tale anno dalla seconda volta che Nerone ottenne la potestà tribunicia, cioè dal 10 dic. 54. Clemente romano pone il martirio di s. Paolo (I Cor. 5, 7) ἐπὶ τῶν ἠγαμένων, cioè nel 67, quando Nerone, partito per la Grecia, lasciò il governo di Roma a Sabino, Tigellino e ad Elio Cesarino (Dione Cassio, 63, 12, 19); ma il termine « egumeni » può significare anche giudici ordinari, e non è sicura la contemporaneità del martirio di Paolo con quello di P. S. Girolamo pone l'anno della morte di s. P. all'ultimo anno di Nerone (P. «...Romae... cathedram sacerdotalem tenuit ad ultimum annum Neronis, id est decimum quartum» [De viris illustr., 1: PL 23, 638]) e la stessa data ripete per s. Paolo (De viris illustr., 5: PL 23, 647) come pure nella versione della Cronaca d'Eusebio (ed. R. Helm, in CB, XXIV, Lipsia 1913, p. 185). Girolamo inoltre scrisse che l'apostolo P. fu martirizzato due anni dopo la morte di Seneca, che avvenne nel 65, e perciò nel 67, data che fu scelta da C. Baronio (Annales, I, nn. 1-4).

PIETRO, APOSTOLO, santo - I ss. P. e Paolo affrontati e coronati. Vetro a fondo dorato (sec. IV) - Biblioteca Vaticana, Museo sacro.
PIETRO, APOSTOLO, santo - I ss. P. e Paolo affrontati e coronati. Vetro a fondo dorato (sec. IV) - Biblioteca Vaticana, Museo sacro.(fot. Biblioteca Vaticana)

2. Genere

Il primo scrittore cristiano, il quale attesta la crocifissione di P. è Tertulliano, sia riferendosi alla predizione fatta da Gesù Cristo stesso (Io. 21, 18-19) circa il martirio dell'Apostolo (Scorpiace, 15: CSEL, 20, p. 178), sia dichiarando che P. col suo martirio si è adeguato alla Passione del Signore (De praescr., 36, 2). Lattanzio distingue il genere di martirio inflitto da Nerone ai due Apostoli e indica che P. fu crocifisso (De mortibus persecutorum, II, 6: CSEL, 27, p. 175); come farà anche Eusebio (Hist. eccl., II, 25, 5). Pietro vescovo e martire d'Alessandria (300-11) ricorda che P., primo degli Apostoli, fu più volte in prigione e da ultimo crocifisso in Roma. Crocifisso pure lo afferma ripetutamente s. Giovanni Crisostomo (In Gen., 66: PG 54, 657; In II Tim., 5, 2: PG 62, 626; In Pent. et initium Act., 8: PG 51, 109), mentre Girolamo indica che P. lo fu a capo all'ingiù, a sua richiesta, sentendosi indegno di essere martirizzato nella stessa maniera del suo Signore (De viris illustr., 1: PL 23, 639). Questo genere di martirio era proprio in uso al tempo di Nerone, perché il filosofo contemporaneo Seneca afferma di aver veduto croci di varie fatture, alle quali alcuni schiavi erano sospesi con la testa in giù (Consol. ad Marc., 20). Origene scrive che s. P. fu crocifisso con la testa in giù, dietro sua espressa domanda al carnefice (Euseb., Hist. eccl., III, 1, 2). Inoltre sei sarcofagi cristiani (quattro romani e due delle Galilei), tutti del sec. iv, offrono la scena dell'apostolo P. condotto al martirio da un milite preceduto dal carnefice che porta lo strumento del martirio: la croce (Wilpert, Sarcofagi, pp. 168-69; figg. 99 e 100; tavv. 121, 4; 146, 1; 145, 1; 16, 1-2).

PIETRO, APOSTOLO, santo - Negazione di s. P. Bassorilievo dei maestri Campionesi (1170-1220) - Modena, cripta del Duomo.
PIETRO, APOSTOLO, santo - Negazione di s. P. Bassorilievo dei maestri Campionesi (1170-1220) - Modena, cripta del Duomo.(fot. Orlandini)

3. Luogo

Quanto al luogo del martirio esso è indicato nel Martyrium Petri dello pseudo Lino « ad locum qui vocatur Naumachiae, iuxta obeliscum Neronis, in montem » (in R. A. Lipsius, Acta Apostol., apocr., Lipsia 1891, pp. 11-22). Nel più tardivo racconto dello pseudo Marcello è Nerone stesso il quale ordina che P. e Paolo siano messi a morte « nella naumachia ». Il Lib. Pont. indica il luogo del martirio prossimo a quello del sepolcro che pone « in templum Apollonis iuxta locum ubi crucifixus est, iuxta palatium Neronianum in Vaticanum, in territurium Triumphale Via Aurelia », così nella biografia di s. P. (I, p. 52); l'indicazione topografica viene ripetuta per la traslazione delle sue reliquie dal luogo « in catacumbas », che viene attribuita al papa Cornelio, il quale le avrebbe deposte « iuxta locum ubi crucifixus est, inter corpora sanctorum episcoporum, in templum Apollinis in monte Aureum, in Vaticanum, palatii Neroniani, III Kal. Iul. » (I, p. 150).

IV. SEPOLCRO

A sinistra: FONDAZIONI DELLA NAVATA CENTRALE (lato sud) della Basilica costantiniana - Basilica di S. Pietro. A destra: BRACCIO RET-TILINEO DELLA CONFESSIONE SEMIANULARE. Nel fondo: rivestimento marmoreo costantiniano e altare di Calliato II. In basso: altare della Confessione (sec. VII).
Tav. XCV A sinistra: FONDAZIONI DELLA NAVATA CENTRALE (lato sud) della Basilica costantiniana - Basilica di S. Pietro. A destra: BRACCIO RET-TILINEO DELLA CONFESSIONE SEMIANULARE. Nel fondo: rivestimento marmoreo costantiniano e altare di Calliato II. In basso: altare della Confessione (sec. VII).
con la planimetria degli scavi in rapporto con la Basilica attuale.
Tav. A con la planimetria degli scavi in rapporto con la Basilica attuale.(fot. Rev. Fabbrica di S. P.)
RICOSTRUZIONE DELLA « MEMORIA APOSTOLICA » dell'arch. B. M. Apolloni-Ghetti. LA COLONNA SUD DELLA « MEMORIA APOSTOLICA » S. Pietro.
Tav. C RICOSTRUZIONE DELLA « MEMORIA APOSTOLICA » dell'arch. B. M. Apolloni-Ghetti. LA COLONNA SUD DELLA « MEMORIA APOSTOLICA » S. Pietro.(fot. Rev. Fabbrica di S. P.)

La più antica testimonianza circa il luogo della sepoltura dell'Apostolo è il noto passo del « vir ecclesiasticus Gajus » il quale, nel suo scritto polemico contro Proclo, capo della setta dei catadrigi (montanisti), scrisse « Se tu vai al Vaticano o sulla via di Ostia, io ti posso mostrare i trofei (τράπευα) dei fondatori di questa chiesa », in Eusebio, Hist. eccl., II, 25. Girolamo scrive che P. fu sepolto a Roma in Vaticano, presso la Via Trionfale, dove è venerato da tutto il mondo (De vir. ill., 1: PL 23, 639). Il luogo è indicato nella 2ª red. del Lib. Pont. nella biografia di P. nel modo seguente: « P. sepultus est via Aurelia, in templum Apollinis, iuxta locum ubi crucifixus est, iuxta palatium Neronianum, in Vaticanum, iuxta territurium Triumphalem III Kal. Iul. » (I, 118). Nella biografia di Cornelio il Papa l'avrebbe riportato « de Catacumbas iuxta locum ubi crucifixus est, inter corpora sanctorum episcoporum, in templum Apollinis, in monte Aureum in Vaticanum, palatii Neroniani III Kal. Iul. » (ibid., p. 150). Secondo la biografia di Silvestro, Costantino fece la basilica di S. Pietro « in templum Apollinis, cuius loculum cum corpus sancti Petri ita recondit » (I, p. 176). Che la Basilica Costantiniana sia sorta « in templum Apollinis » è affermato come si è visto per tre volte nel Lib. Pont. Ma nei recenti scavi, in tutto l'ambito della confessione non sono state trovate altre vestigia che di sepolcri; nulla che autorizzi a ricercarvi il « templum Apollinis » sopra ricordato. Assai sommarie e contrastanti erano le notizie pubblicate sulla natura del sepolcro di s. P. In precedenza si può dire che gli scavi e le scoperte archeologiche erano state sempre occasionali e se ne conosceva quel tanto che era stato trasmesso da Pietro Mallio, da Maffeo Vegio, dai ritrovamenti del 1594 e del 1626, nell'ambito della Confessione. G. Settele, incaricato insieme con E. Sarti dell'Appendice all'opera di F. L. Dionisi sulle Grotte Vaticane, uscita nel 1846, compì alcune ricerche nella nicchia dei pallii. Risulta dal suo diario che egli rimise in evidenza il cancello di Innocenzo III, rimosse la lastra metallica di Innocenzo X, riconoscendo che essa « posava sopra un muro che ha un buco quadrato, sotto il quale è un vano, come lo descrive il Borgia nella Vaticana Confessio (p. LXIX). Ma calato giù un lume, si è veduto che alla profondità di cinque palmi erano cementi e tra questi un osso di una costa ed un pezzo di legno » (R. Cugnoni, Giuseppe Settele e il suo diario, Roma 1888). In base alla Vita Silvestri nel Lib. Pont. gli archeologi ritennero che il sepolcro dell'Apostolo fosse sotterraneo e G. Wilpert ne tentò anche una ricostruzione, quantunque il Duchesne avesse ammonito non ritenere attendibili i dati forniti dal biografo del sec. vi (Lib. Pont., I, p. 194, n. 61; L. Duchesne, Notes sur la topographie de Rome au moyen âge, Vaticana, XII, in Mélanges d'arch. et d'hist., 35 [1915], p. 67).

Ora per la prima volta negli annali della storia, dal 1939 al 1949, per iniziativa personale del Sommo Pontefice Pio XII, si sono putute compiere esplorazioni nell'ambito della Confessione della Basilica Vaticana, coronando così la sua personale aspirazione, formulata ancor prima della sua elevazione alla Cattedra di S. Pietro.

Nel 1939, dovendosi provvedere alla tomba di Pio XI nelle Grotte Vaticane, lo stesso papa Pio XII volle venisse abbassata la quota del pavimento di dette grotte e venisse data una più degna sistemazione alle tombe dei suoi predecessori, ivi esistenti. Quindi si iniziarono le esplorazioni nella Confessione. L'andamento degli scavi fu sempre condizionato alle esigenze statiche della Basilica, specialmente nelle due parti più delicate, quali l'ambito dei piloni della cupola, le fondazioni delle Confessioni medievale e di Clemente VIII, dell'altare maggiore dello stesso Papa e del baldacchino berniniano. La relazione degli scavi compiuti è stata edita da B. M. Apollonji-Ghetti, A. Ferrua S. J., E. Josi, E. Kirschbaum S. J., Esplorazioni sotto la Confessione di S. Pietro in Vaticano eseguite negli anni 1940-49, con appendice numismatica di C. Serafini (2 voll., Città del Vaticano 1951). Se si discende oggi nella Confessione, dov'è la statua di Pio VI in preghiera (eseguita dal Canova), si ha dinanzi la splendente decorazione a marmi policromi di Paolo V, proprio sotto l'altare papale. Nel centro sta un ricco cancello in bronzo dorato; dietro questo c'è un altro cancello in alto, pure in bronzo dorato, sul quale è incisa una iscrizione metrica di Innocenzo III (1198-1216). Dietro tale grata è fissata una tavola di quercia, lunga ca. m. 2,35 e alta cm. 36,5, su cui sono applicate due colonnette e un frammento di torre merlata a smalto di Limoges. La decorazione originaria si può ricostruire, come ha fatto lo Stohlman, mediante gli esempi di antependii offerti alle cattedrali di Orense e di S. Domingo de Silos, tanto più che le statuine che vi appartennero sono oggi nel Museo sacro della Biblioteca Vaticana.

Nel centro stava Gesù Cristo in trono tra i simboli dei quattro Evangelisti e i dodici Apostoli, distribuiti in due gruppi di sei, sotto gli archi delle mura della città turrita di Gerusalemme; in altri termini si tratta della stessa rappresentazione che ca. otto secoli prima vi aveva posto l'imperatore Valentiniano III al tempo di Sisto III (432-40). Nel piano della nicchia è situato un cofano argenteo offerto da Benedetto XIV per contenere i sacri pallii che vengono benedetti dal papa ogni anno, la sera della vigilia di s. P. In fondo si apre una nicchia absidata irregolare con a destra e a sinistra in musaico gli apostoli P. e Paolo, del tempo di Urbano VIII, ma restaurati sotto Pio IX. Nel fondo dell'abside spicca il musaico con l'immagine di Cristo, barbato, con lunghi capelli, con nimbo crucigero; con la destra egli fa il gesto oratorio, nella sinistra tiene il libro aperto sulle cui pagine si legge: « Ego sum via, veritas et vita, qui credit in me vivet ». Il musaico però ha subito molti e non sempre felici restauri che hanno assai alterato l'originale ed è perciò di difficile datazione; fu attribuito a Leone III, ma sembra più tardo. Al di sotto del cofanetto dei pallii si trova un pavimento decorato di marmi e di una lastra di bronzo posta da Innocenzo X (1644-55). Nel 1892 il p. H. Grisar aprì lo sportellino esistente sulla destra di detta lastra e rinvenne un'apertura quadrata di cm. 22 × 17 che immette ad un pozzetto che al Grisar sembrò rivestito di bronzo, mentre è di marmo; esso scende per una profondità di oltre 35 cm., dove lo stesso Grisar constatò l'esistenza di una lastra di marmo bianco con un'apertura quadrata che immette in un piccolo vano a muratura irregolare. Tale è la descrizione data con molta diligenza dal Grisar (Le tombe apostoliche, in Studi e documenti di storia e diritto, 13 [1892], p. 321 sgg.; Analecta Romana, Roma 1899, p. 274 sgg. e tav. VIII). Le spoglie dell'Apostolo vennero deposte presso il luogo stesso del martirio nella zona acclive del colle vaticano, in una semplice fossa nella nuda terra, ricoperta da qualche embrice, proprio uno di quei sepolcri che lo storico Tacito qualifica di « humili sepultura » (Hist., I, 49). Si sa dai quattro Evangeli che il corpo del Redentore era stato chiesto da Giuseppe d'Arimatea a quella stessa autorità romana che aveva emesso la sentenza di crocifissione e che Pilato « dedit corpus ». Infatti la legge romana stabiliva che « corpora damnatorum quibuslibet petentibus ad sepulturam danda sunt ». Del resto questo « ius sepulchri » venne poi concesso a tutti gli altri martiri romani, perfino a Sisto II e ai suoi quattro diaconi commartiri « incontinenter animadversi », perché sorpresi il 6 ag. dell'anno 258 sull'area stessa del cimitero di Callisto. Per il corpo del discepolo P. avvenne come per il divino Maestro. La sua sepoltura ebbe luogo in un'area del colle vaticano dove sembra già fossero altre tombe, come quella γ, ancor più profonda, composta di un sarcofago di terracotta protetto da un muro contenente un tubo fittile per le libazioni, emergente dalla superficie del terreno, come si è riscontrato in altre tombe di Roma e altrove. Un'altra fossa più ad oriente, θ, contenne un altro cadavere pure deposto nella nuda terra; essa fu coperta da embrici, uno dei quali col marchio di fabbrica di uno « Stat. Marcius Demetrius » (CIL, XV, 1273 a) che E. Dressel datò al tempo di Vespasiano (69-79); ma bolli della stessa officina furono trovati anche nelle navi di Nemi del tempo di Caligola (G. Gatti, in G. Ucelli, Le navi di Nemi, Roma 1938, p. 337 sgg.). E si deve mettere in rilievo che tanto γ quanto θ hanno la stessa disposizione est-ovest, obliquando verso sud-ovest, allo stesso modo che fu disposta la tomba dell'Apostolo. A sud-est di questo campo P. dopo il 123 e non oltre la metà del sec. II, venne eretto il mausoleo dei Matucci, O, come attesta il « titulus » ancora a posto nella facciata, dinanzi alla quale è un « ambitus » delimitato da un muro in opera reticolata che immette ad una scala costruita all'estremità occidentale del mausoleo stesso, di cui è contemporanea. Posteriormente al mausoleo Matucci e ad occidente di esso venne eretto il mausoleo S, danneggiato poi in gran parte nel 1626 dalle fondazioni del pilastro sud-est di posa del baldacchino di G. Lorenzo Bernini, sovrastante l'altare maggiore di Clemente VIII. A monte, delimitato da muri, fu il campo Q, tutto occupato da tombe a inumazione all'aperto, ricoperto da un pavimento a musaico in tessere di basalto; l'accesso a detta area fu da sud, mediante un « clivus » e una scala; al di sotto del « clivus » a m. 2,30 di profondità fu fatto passare un fognolo, che convogliò le acque piovane discendenti dal colle; il suo fondo è costituito di laterizi costruiti in serie; quattro di essi portano il marchio di fabbrica « Aurelii Caesaria et Faustinae Augustae », offrendo la datazione tra il 147-161, datazione che è comune al grosso muro di protezione riconosciuto per un'altezza di almeno m. 2,50, per una lunghezza di m. 7 da nord a sud, spesso ca. m. 0,50, rivestito di coccio pisto e di intonaco rosso e distinto perciò con la qualifica di « muro rosso ». Tutto ciò venne eseguito quando il ripido « clivus » sud-nord venne sistemato mediante una scala praticata per accedere al campo Q e al solarium del mausoleo R¹ che intanto era stato costruito. L'operaio che costruì il muro rosso passò sopra la parte occidentale del sepolcro dell'Apostolo, che aveva già ricevuto un muretto di protezione m¹, intonacato all'interno, che ne fa supporre un altro m²; ma allora fu praticata nello stesso muro una rozza nicchia irregolare N¹ della profondità di 21 cm. per cm. 72 di larghezza e m. 1,40 di altezza ca.; essa ebbe al di sopra una lastra di marmo spezzata, già adibita per un mausoleo, perché contenente l'iscrizione d'un « Aelius Isidorus ». Al di sopra nel vivo del muro rosso fu praticata una seconda nicchia N², larga m. 0,72 rivestita di lastrine di marmo grigio e coperta da una lastra di travertino sostenuta da due colonnine corinzie di marmo bianco alte m. 1,40; le loro basi, che mostrano l'incassatura per un cancello pure ad oriente, poggiavano sopra una soglia di travertino appartenente ad un quadrato battentato. La colonna di sud fu trovata ancora a posto, la base e un troncone del fusto della nord furono spostati in seguito. Al di sopra si apre una terza nicchia N² larga m. 1,12, alta m. 0,92. Ma questo abbellimento del sepolcro attesta che esso era già allora frequentato e venerato dalla comunità cristiana di Roma; infatti Eusebio dichiara che vi affluivano « miriadi » di visitatori da ogni parte dell'Impero romano (Theophania Syriaca, IV, 7: ed. H. Gressmann, in CB, XI, 2, Lipsia 1904) e viene perfino confermato da Giuliano l'Apostata (Cirillo di Alessandria, Contra Iulianum: PG 76, 1004 sg.). L'esplorazione ha rimesso in luce proprio quanto, fin dal sec. II, era additato, venerato e riconosciuto come il trofeo di Pietro. Il vano sottostante alla nicchia N², intravisto dal Settele e dal Grisar, fu ritrovato occupato da frantumi di muri e ossa umane di persona anziana; tra le terre fu raccolta una lamina d'oro su cui è rappresentata nel centro una croce gemmata tra due occhi, di fattura del sec. VII, evidentemente un ex-voto per una guarigione ottenuta. Le terre restituirono pure una preziosa documentazione di offerte di ignoti pellegrini di tutte le età e di tutti i paesi che lasciarono il loro obolo alla tomba (v. sotto). Intanto altri sepolcri, sempre unicamente a inumazione, si erano andati praticando tutto intorno; assai antica è anche la tomba γ; mentre non molto posteriore è la tomba ζ; invece il sepolcro i può essere venuto insieme col muro rosso, mentre quelli κ e λ sono posteriori; postcostantiniani poi sono α, β, δ, ε.

PIETRO, APOSTOLO, santo - Pianta della Memoria apostolica. Il trofeo di Caio, le tombe a inumazione adiacenti i mausolei e l'area a inumazione a nord.
PIETRO, APOSTOLO, santo - Pianta della Memoria apostolica. Il trofeo di Caio, le tombe a inumazione adiacenti i mausolei e l'area a inumazione a nord.(fot. Brc. Fabbrica di S. Pietro)

Altre opere di rinforzo furono in seguito necessarie dal lato nord, dove il muro rosso presenta una fenditura e perciò il monumento ebbe spostata la colonnina a nord e ricevette un muro di rinforzo di ca. 50 cm. di spessore, e ca. 90 di lunghezza, ricoperto a nord da uno strato d'intonaco decorato che subito ricevette le testimonianze di visitatori, i quali vi graffirono i loro nomi gli uni sugli altri. « Simplici vivite in ♣ Nicasi vibas in ♣; Victor cum suis Gaudentia vibatis in ♣, ecc. Paulina vivas, Prima vivas; in ♣ Venerosa Vea, Verus, Bonifatia, Venerosa, Vea », ecc. Ma in tale parete graffita venne però ad un certo momento praticata un'apertura per sistemare nell'interno del muro stesso una cassetta composta di lastre di marmo e destinata probabilmente a contenere reliquie. Il tutto venne rinchiuso mediante una mano di calce che si sovrappose ai graffiti. Ciò avvenne indubbiamente prima dei lavori costantiniani che occultarono definitivamente la parete stessa. Dopo la pubblicazione della relazione degli scavi, sul muro rosso, dietro la cassetta, il p. A. Ferrua identificò un graffito a lettere greche invocante IIETP(E) e ne dette notizia in Cte. Catt., 1952, I, pp. 15-29, fig. 3. Nessun luogo era meno adatto di questo del Vaticano per costruire una basilica a cinque navate in un terreno scosceso da sud a nord e da est a ovest; occupato a valle da un sepolcreto pubblico, non di semplici liberti, « de Caesaris domo », ma anche da molti mausolei di liberti di note famiglie romane, quali i Marci, i Matucei, i Popilii, i Tullii, i Valeri (dove si scoprirono graffiti e iscrizioni cristiani ora allo studio) ecc. Gli architetti di Costantino si contentarono di includere in un rivestimento marmoreo il trofeo additato da Gaio. Essi infatti circondarono a nord, ad ovest e a sud il monumento con lastre di paonazzetto posate su basi pure di paonazzetto, ritrovate « in situ » a nord e a sud, mentre nel lato ad oriente rimase visibile la nicchia. Nel centro del transetto si ebbe così un piccolo edificio, il quale, sempre secondo il Lib. Pont., sarebbe stato abbellito con colonne di porfido e con altre colonne vitinee provenienti dalla Grecia. Inoltre dinanzi al sepolcro Costantino avrebbe posto una corona di oro formante lampadario con 50 delfini, del peso di 35 libbre. Lo Gnirs pubblico nel 1908 un prezioso cofanetto di avorio rinvenuto presso la confessione della chiesa di Samagher (Istria: v. tav. 99 del vol. VI). La decorazione della faccia posteriore rappresenta il presbiterio di una basilica con un architrave sostenuto da sei colonne vitinee e nel mezzo un tabernacolo o piccolo edificio sormontato da una corona. Le tipiche colonne vitinee fecero subito pensare allo Gnirs stesso e poi a M. Cerrati, a G. Wilpert e a P. Toesca che si fosse riprodotto il presbiterio della basilica del Vaticano col monumento dell'Apostolo. Gli architetti costantiniani furono costretti a costituire una enorme piattaforma contro il colle che si ergeva a settentrione e ad occidente. La necropoli romana (v. VATICANO) venne sepolta sotto tale piattaforma; le due forti pendenze est-ovest e sud-nord vennero annullate, non solo demolendo quanto poteva essere d'ostacolo alle fondazioni del nuovo edificio, ma anche quanto delle parti superiori dei mausolei stessi era al di sopra della quota di livello prescelta, a ca. cioè m. 1,30 dal sepolcro dell'Apostolo. Tutti i vuoti vennero riempiti con materiale di scarico, una vera « congestio terrarum », dopo avere immesso nell'interno numerosi sarcofagi che si erano riempiti di ossa dei sepolcri minori trovati nelle pendici del colle; lo stesso materiale di scarico venne imbrigliato per mezzo di murature.

Il pavimento del presbiterio costantiniano è composto di spesse lastre marmoree; sussistono gli avanzi delle sue recinzioni a nord e a sud e ivi il piano di posa di due delle sei colonne vitinee. Altri danni ebbe il sottosuolo dalla costituzione d'un vero e proprio cimitero cristiano sotto il pavimento della Basilica Costantiniana, con « formae » e sarcofagi, come si rinvennero, nella basilica « Apostolorum in catacumbas », sarcofagi frequenti soprattutto nell'ambito dell'abside e del presbiterio. Gregorio di Tours riferisce quanto aveva appreso dal suo diacono Agisifo che aveva visitato il Santuario apostolico nel 589-90. Egli indica il « sepulchrum sub altari collocatum » e di non facile accesso « valde rarum habetur ». Per appressarvisi occorreva venissero aperti i cancelli che lo circondavano « reseratis cancellis, quibus ille ambitur » e allora si giungeva sopra il sepolcro stesso « accedit super sepulchrum »; si doveva poi aprire una piccola finestrina « et sic fenestella parvula patefacta » si poteva introdurre il capo e implorare le grazie di cui si aveva necessità « immissio introrsum capite, quae necessitas promit efflagitat » (De gloria martyrum, 27: PL 71, 728). Due dunque erano le chiusure che proteggevano il sepolcro; un cancello esterno e una « fenestella parvula » che si poteva aprire. A queste due chiusure si riferiscono i legati imperiali nella loro petizione a papa Ormisda. Essi, tra il 514 e il 523, erano venuti a Roma inviati dall'imperatore Giustiniano, domandando al Papa di avere, quali reliquie, oggetti che fossero stati vicino ai sepolcri di s. P. e di s. Paolo, se fosse stato possibile « usque ad secundam cataractam »; per « cataracta » si è ritenuto finora doversi intendere un pozzetto verticale presso la tomba dove si sarebbero calati gli oggetti. Gregorio di Tours riferisce pure che molti pellegrini si facevano fare chiavi d'oro identiche a quelli che chiudevano i cancelli del sepolcro dell'Apostolo e le sostituivano per portarselo benedette come rimedio contro le malattie. La consuetudine di queste chiavi d'oro è confermata da una lettera di Gregorio Magno in cui egli scrive di inviare a Giovanni ex console, patrizio e questore, una chiave di quelle che servivano a chiudere i cancelli del sepolcro di s. P.; egli la chiama « sacratissima » perché contiene limature delle catene dell'apostolo; sembra che tali chiavi venissero anche portate al collo per devozione.

La decorazione musiva della nicchia dei pallii giunta a noi con ripetuti e non sempre felici restauri, come si è detto, non è certo anteriore a Leone IV (847-55). Molti sono i lavori compiuti da Leone IV « post depredationem Saracenorum » nella Basilica Vaticana. Il biografo ricorda tre « imagines argenteas totasque exauratas » poste « in corpus beati Petri » (Lib. pont., II, p. 111); poco dopo però descrive l'anguatia del Papa « cum cotidie beatissimi apostolorum principis Petri sacratissimum altare cerneret violatum »; egli allora rivestì d'oro e di argento « non tantum confessionem sacram, verum etiam frontem sepediciti altaris » (ibid., p. 113); poco dopo si parla di un altare « quod supra sanctissimum beati Petri apostoli corpus consistit » (ibid., p. 133). Il Lib. Pont. indica che dai Saraceni le basiliche di S. P. e di S. Paolo « funditus depredatione sunt » (II, p. 106). Gli Annales Bertiniani dichiarano che i Saraceni apporterono « cum ipso altari, quod tumbae memorati Apost. principis superpositum fuerat, omnibus ornamentis atque thesauris ». Tracce evidenti delle depredazioni furono constatate sotto lo sportello di Innocenzo X, dove un triplice rivestimento di piombo è stato trovato spezzato, violentemente contorto nei suoi labbri, come anche la stessa sorte ebbe a soffrire una sottilissima lamina d'argento, unici avanzi metallici rinvenuti sul sepolcro stesso.

L'altare del presbiterio sopralevato era fatiscente nel sec. XII e Callisto II lo racchiuse nel suo che consacrò il 25 marzo 1123; su di esso nel 1594 si eresse l'attuale altar maggiore di Clemente VIII. Delle tante tombe rinvenute, l'umile sepoltura dell'Apostolo è l'unica che presenta le indubbie testimonianze di abbellimento posteriori e di ininterrotta venerazione fin dal tempo del presbiterio Gaio, cioè dallo scorcio del sec. II. Le 1900 monete, l'ex-voto in oro, il triplice rivestimento di piombo, la sottile lamina d'argento costituiscono le prove evidenti della sua venerazione, rimasta sempre localizzata dove sorse il sontuoso rivestimento costantiniano, dove gli altari si sovrapposero l'uno sull'altro; quello del presbiterio sopralevato, di Callisto II, di Clemente VIII, restando sempre nei secoli il centro della venerazione e del culto.

Infatti dal Liber Diurnus risulta che l'indiculum scritto da ogni nuovo vescovo langobardo eletto era indirizzata allo stesso apostolo P. e deposto sul corpo dell'Apostolo « supra sacratissimum corpus tuum beate Petre »; lo stesso nuovo papa, il giorno della sua elezione indirizzava all'Apostolo la sua « promissio fidei » che era presentata insieme con il giuramento alla Confessione dell'Apostolo, mentre il giorno della consacrazione, la « cautio » indirizzata alla Chiesa di Roma era offerta alla Confessione e conservata « in venerabile corpus tuum beate Petre apostole » (formula 76: ed. Th. v. Sickel, Vienna 1889, pp. 80-81). Il biografo di Adriano I attesta che Carlomagno, il 6 apr. 774, depose il testo della sua donazione, firmata da lui e dai suoi dignitari, prima sull'altare dell'Apostolo, poi nella Confessione « intus super corpus beati Petri...

pro firmissima cautela et aeterna nominis sui ac regni Francorum memoria » (Lib. pont., I, p. 498).

Illustration

L. von Pastor ha messo in rilievo la fermezza di Giulio II nell'opporsi al progetto di D. Bramante il quale avrebbe voluto spostare il sepolcro dell'Apostolo. Il Papa decretò « nihil ex vetere templi situ inverti, nihil e primi pontificis tumulo attractari se passurum dicit... se sacra pro- phanis religionem splendori, pietatem ornamentis esse prae- positurum » (Aegidius Viterbensis, Historia viginti saeculo- rum, cod. C. 8-19, f. 245 della Bibl. Angelica, in L. von Pastor, Storia dei Papi, 2ª ed., III, Roma 1942, pp. 899- 900 e Documento n. 135, pp. 1121-22). Ancora oggi i pallii per gli arcivescovi sono conservati sul sepolcro veneratis- simo, dove vengono benedetti: ogni anno dal successore di P. la sera del 28 giugno, vigilia del natale dell'Apostolo. Le esplorazioni personalmente ideate e promosse dal re- gnante Pontefice hanno pienamente confermato la tradi- zione plurisecolare che ha ininterrottamente venerato sotto l'altare il sepolcro del Principe degli Apostoli.

Monete. - Le monete raccolte negli ultimi scavi, iden- tificate e classificate dal compianto C. Serafini, si distin- guono in: monete imperiali romane da Augusto all'imp. Giovanni (423-25); bizantine da Arcadio a Giustiniano- Atalarico (527-34); monete pontificie da Stefano V (VI) (885-91) a Paolo V (1605-21); monete italiane di Milano, da Ludovico II (855-75) a G. Galeazzo Visconti (1395-1402); di Pavia, da Lotario (840-55) a Federico II di Svevia (1220-50); di Cremona (sec. XIII); di Venezia, da Enrico IV o V di Franconia (1056-1125) a Giovanni Dandolo (1280- 1289); di Verona, da Ottone I di Sassonia (962-73) a Federico III (1218-50); di Bologna, dal sec. XII al 1605; di Parma, del tempo di Federico II (1220-50); di arcive- scovi di Ravenna dei secc. XIII-XIV; di Rimini (1250-1385); della Repubblica di Firenze ed. il 1315; del Comune di Arezzo (secc. XIII-XIV); di Lucca, da un tremisse d'oro di Carlomagno (riprodotto alla voce) alla Repubblica del sec. XIV; del Comune di Pisa (sec. XV); della Repubblica di Siena, dal sec. XI al XVI; della Repubblica di Ancona (secc. XIII-XV); del Comune di Ascoli (secc. XIII-XIV); di Urbino, da Gui- dobaldo II (1558-74) a Francesco Maria II (1574-1624); di Perugia (sec. XV); di Castro (1545-47); di Napoli, da Carlo d'Angiò (1285-1309) a Ludovico e Giovanna (1352- 1362); di Aquila (Giovanna II, 1414-35); dell'Oriente latino, cioè di Chiarenza (1318-33) e di Lepanto (1366-11).

Le monete estere sono: 190 della Francia, dal regno di Ludovico il Pio (814-40) a Carlo VII (1422-61); del Ducato di Dreux (sec. XI); dei duchi di Normandia del sec. XI; di Bretagna, da Conano II (1057-66) a Carlo di Blois (1341-64); di Anjou, dal conte Goffredo II (1040-60) a Folco IV o V (1060-1129); del conte Herbert I di Le Maine (1015-36); dell'abbazia di S. Martino di Tours (secc. XI-XII); dei conti di Chartres (secc. XI-XII); dei vi- sconti di Bourges (sec. XI); dei signori di Chateaureux (1012-1187); dei conti di Nevers (secc. X-XI); dei vescovi di Le Puy (secc. XI-XIII) e di Clermont (sec. XI); dei vi- sconti di Limoges (secc. X-XII); dell'abbazia di S. Mar- ziale di Limoges (secc. XI-XII); dei conti di Poitou (secc. XI-XII); dei conti di Angoulême (sec. XI-XII); dei conti di Bordeaux (984-1010); dei conti di Tolosa (1060-88); dei conti di Carcassonne (sec. X); dei conti di Melgueil; degli arcivescovi di Lione, di Vienne e di Besançon; del vescovo di Valence; del ducato di Borgogna; dei conti di Auxerre e di Champagne, di Sens e di Provins; dei vescovi di Meaux, Laon, Metz, Strasburgo, Verdun.

Delle Fiandre si hanno monete di Anversa, di Liegi, dei Paesi Bassi, di Maastricht, dei vescovi di Utrecht e di Groninga, di Vilvorde; della Germania di Aquisgrana, di Duisburg, degli arcivescovi di Colonia e di Magonza, dei vescovi di Osnabrück, Treviri, Bamberga, Costanza; di Ratisbona, di Deventer, di Magdeburgo. Della Svizzera: dei vescovi di Basilea, di Ginevra, delle città di Friburgo e di Zurigo. Della Germania, della Sviz- zera e dell'Austria si hanno in tutto 323 monete. L'In- ghilterra è rappresentata da 25 monete che vanno dalle anglo-sassoni del sec. VII a quella di Edoardo III il Con- fessore (1327-77); una dell'Irlanda del sec. X; una di Lund del sec. XI e altre 3 scandinave della stessa età; tre dell'Ungheria del sec. XII; una di Croazia del sec. XII,

(fot. Res. Fabbrica di S. P.)

PIETRO, APOSTOLO, santo - La nicchia dei Pallii; in alto, cancello di Innocenzo III; in fondo, musaico del Salvatore (sec. IX); ai lati, ss. P. e Paolo, in musaico fatti eseguire da Urbano VIII; In basso il cofano di Benedetto XIV per i Sacri Pallii e la lastra con la croce di Innocenzo X, situata sopra il sepolcro.

una di Boemia del sec. XIV; una di Livonia del sec. XV; una di Slavonia del sec. XIII; 5 della Spagna dei secc. XI e XII; una del Portogallo del sec. XII; complessivamente sono state identificate 812 monete romane, 102 pontificie, 526 italiane e 460 estere per un totale di 1900 monete.

Enrico Josi

V. LETTERE DI S. P

Due scritti epistolari appar- tenenti al gruppo delle 7 « lettere cattoliche » (v.) del Nuovo Testamento. La prima fu sempre riconosciuta come canonica (protocanonica), la seconda fu oggetto di dubbi in qualche Chiesa (deuterocanonica).

1. La prima epistola di P

a) Argomento. - L'autore, che si presenta come « P. apostolo di Gesù Cristo », augura abbondanza di grazia e di pace « agli eletti pellegrini (ossia ai cristiani che tendono alla patria celeste) viventi nella diaspora (dispersi tra i pagani) del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell'Asia e della Bitinia » (1, 1-2).

Nel corpo della lettera esorta alla vita santa per tre motivi principali: 1) per i grandi benefici concessi da Dio (1, 3-2, 10); 2) per edificare e convertire i pagani (2, 11-14, 4); 3) per il giudizio divino che sovrasta a tutti (4, 5-5, 11).

b) Genuinità e canonicità. - Furono sempre am- messe tra i cattolici. Nel prologo l'autore si presenta come P. apostolo. Dal contesto risulta che chi scrive era un discepolo immediato di Cristo, testimone dei patimenti del Salvatore (5, 1; 2, 21-24). Si distingue da quelli che credono nel Cristo senza averlo visto (1, 8), chiama « figlio mio » quel Marco (v.) che, dagli Atti degli Apostoli (12, 13) e dalla tradizione, viene presentato come figlio spirituale e « interprete » di P. L'autore dell'epistola mostra i caratteri che i Vangeli attribuiscono a P.: semplicità, unita a una certa ru- dezza, entusiasmo, amore fervente, umiltà (5, 5-6), dolore dei peccati e grande fiducia nella misericordia divina (1, 3; 2, 22-25; 5, 10, 15).

Le testimonianze dei primi tre secoli sono riassunte da Eusebio di Cesarea, che elenca questa lettera tra gli ὁμολογοῦμενος (Hist. eccl., 3, 25: PG 20, 268).

Già prima del Concilio di Nicea (325) accettano esplicitamente la I P., Ireneo, Tertulliano, Clemente Alessandrino, Origene, Cipriano. Citazioni implicite si notano nella Lettera delle Chiese di Lione e di Vienne, negli Atti dei martiri scillitani e negli scritti di Clemente Romano, Policarpo, Giustino, Erma, nonché degli eretici basiliani e valentiniani. Si discute se il Canone muratoriano che cita un'Apocalisse di P. alluda (linn. 71-73) alla I P. o ad un apocrifo. Solo le Chiese sirache tardarono alquanto ad accogliere le Epistole cattoliche. Tuttavia s. Efrem cita la I P. e nella versione Pillitit (ca. 400) si trovano le Giacomo, I P., I Giovanni. L'opposizione contro l'origine petrina della lettera sorse solo nel sec. XVIII con i dubbi di I. S. Semler, e con le negazioni dei razionalisti moderni H. von Soden, H. Gunkel, R. Knopf, A. Loisy, H. Windisch, F. Hauck. Non mancano tuttavia, anche nel campo acattolico, studiosi che ne difendono l'autenticità. Tra questi si notano B. Weiss, F. Sieffert, C. H. van Rhijn, K. Burger, J. C. K. v. Hofmann, E. Kühl, J. Monnier, Ch. Bigg, G. Wohlemberg (per i particolari cf. U. Holzmeister, cit. in bibl., p. 148 sg.). Le obbiezioni che si fondano sulla somiglianza di stile con le epistole di Paolo si spiegano tenendo conto dell'intervento del segretario-redattore Silvano, già discepolo di Paolo. Non vi sono poi accenni espliciti a persecuzioni di Domiziano o di Traiano. Gli accenni alle prove alle quali sottostanno i lettori si spiegano sufficientemente pensando al tempo di Nerone. Le circostanze di composizione dell'epistola offrono argomenti sufficienti per rispondere alle difficoltà degli oppositori.

L'autore dice che scrisse per mezzo di Silvano (5, 12), o Sila (Act. 15, 22, 32): si tratta non di un semplice amanuense, ma di un segretario-redattore, che rivesti con il suo stile i pensieri di P. Così si spiegano certe risonanze paoline ad alcune differenze fra questa lettera e la II P., dovuta ad altro segretario-redattore.

c) Scopo. - Dal citato epilogo (5, 12) risulta che P. scrisse per esortare i cristiani e per confermarsi nella fede. Anche l'insegnamento dogmatico è in funzione dell'esortazione. Così si spiega la mancanza di uno stretto ordine logico nelle parti. I fedeli subivano prove di ogni genere (1, 6-7), calunnie (2, 12-15), minacce, interrogatori (3, 9-17), insulti (4, 4); erano come in un incendio di prove (4, 12-16). Per questo avevano bisogno di essere esortati e confortati. Non sembra tuttavia che fosse già iniziata la persecuzione di Nerone (v.), per l'incendio scoppiato nel luglio del 64, ma se ne profilava la minaccia all'orizzonte. Da questo e da altri indizi si può concludere che la lettera fu scritta nella primavera del 64. Nell'epilogo (5, 13) l'autore invia i saluti della Chiesa che è « eletta con voi in Babilonia » (v.). Con questo nome simbolico P. indica Roma, non la città dell'Eufrate distrutta da secoli e neppure l'omonimo piccolo presidio militare romano in Egitto. Gli storici della vita di P. sono ormai concordi su questo punto. Negli anni 63-64 Paolo, liberato dalla prigionia, doveva essere assente da Roma; così si spiega la mancanza dei saluti di Paolo a quelle Chiese dell'Asia Minore evangelizzate in parte da lui.

d) I destinatari. - Sono i cristiani del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell'Asia (proconsolare) e della Bitinia (1, 1). Dovevano essere convertiti dal paganesimo: P. pensa che le loro donne « non erano figliole d'Abramo » (3, 6). A tutti dice: « Basta d'aver soddisfatto le voglie dei pagani » (4, 3). Siccome si trovano alcuni moniti per gli schiavi, senza quelli corrispondenti per i padroni, si può supporre che P. si rivolga specialmente alle classi sociali più basse. Scrivendo a quelle popolazioni dell'Asia Minore evangelizzate da Paolo e da altri, P. esercita la sua autorità primaziale.

e) Dottrina. - La I P. contiene le principali verità del Simbolo apostolico. Riconosce espressamente la divinità di Cristo, chiamandolo Signore (1, 3; 2, 13; 3, 15), preesistente (1, 20), illuminatore dei profeti (1, 11). Insiste particolarmente sull'opera salvificatrice di Dio e del Messia che riscattò gli uomini con il suo sangue prezioso (1, 18-19). Su questo argomento v. P. De Ambroggi, Epistole cattoliche, 2ª ed., Torino 1949, pp. 93-98.

2. La seconda epistola di P

a) Argomento. - L'autore, che si presenta come « Simeone-P., servo ed apostolo di Gesù Cristo », augura ai lettori (non determinati) abbondanza di grazia e di pace (1, 1-2).

Seguono le raccomandazioni paterne, che si possono sintetizzare in tre gruppi, corrispondenti al numero dei capitoli: a) perseverare nella fede: la divina potenza di Dio ha colmato gli uomini di doni, con la partecipazione alla natura divina. Praticinino le virtù, assicureranno la loro salvezza. P. sia per morire: raccolgano i suoi moniti supremi; l'insegnamento sulla parusia è confermato dalla voce divina e dalla parola profetica ispirata (1, 3-21). b) Stare in guardia dai falsi dottori. Questi rinnegano il Padrone che ha riscattato gli uomini. Saranno puniti come gli angeli ribelli, come gli increduli al tempo di Noe, come Sodoma e Gomorra. Sono empi, procaci (2, 1-22). c) Ricordare l'insegnamento dei profeti e degli Apostoli sulla parusia. Non è vero che tutto rimane come al principio. Mille anni per il Signore sono come un giorno. Si preparino convenientemente, come ha scritto il diletto fratello Paolo (3, 1-16). Segue un monito finale e una gossologia (3, 17-18).

b) Genuinità e canonicità. - Il prologo e i criteri interni presentano la I P. come opera di « Simeone-P., servo ed apostolo di Gesù Cristo ». L'autore si mostra animato da sincero, ardente zelo per la purezza della fede e dei costumi. Se gli avversari avessero sospettato in questa lettera una finzione, sia pure soltanto letteraria (pseudoepigrafia), avrebbero colto l'occasione per svalutarla. Chi scrive attesta di essere stato con Gesù sul « Monte Santo » della Trasfigurazione (1, 16-18). Un ipotetico falsario avrebbe procurato di accordare meglio questo racconto con quello analogo dei Vangeli. Solo un Apostolo poteva chiamare Paolo « diletto fratello nostro » (3, 15).

L'autore dice esplicitamente: « Questa è già la seconda lettera che vi scrivo » (3, 1). Non v'è ragione per supporre che alluda ad una diversa dalla I P. I sentimenti espressi in questa seconda lettera corrispondono bene al carattere di P., quale risulta dai Vangeli e dalla I P. Con quest'ultima poi vi sono accordi notevoli di pensieri e di parole.

Entrambe danno il numero dei salvati con Noè (I Pt. 3, 20; II Pt. 2, 5), parlano del diluvio come tipo (I Pt. 3, 20; II Pt. 2, 5), avvicinano i profeti agli annunziatori del Vangelo (I Pt. 1, 12; II Pt. 1, 16, 21; 3, 2), considerano il cristianesimo come realizzazione di antiche profezie (I Pt. 1, 10-12; II Pt. 1, 19-21). Molte concordanze verbali tra le due epistole sono indicate dallo stesso anglicano J. B. Mayor (v. bibl.), p. LIX. Su questo argomento si veda pure U. Holzmeister, Vocabularium secundae epistulae s. Petri, erroresque quidam de eo divulgati, in Biblica, 30 (1949), pp. 339-55.

I criteri esterni favorevoli alla genuinità ed alla canonicità di questa epistola deuterocanonica sono relativamente numerosi. Le prime testimonianze esplicite risalgono ad Origene (In Lev., 4, 4: PG 12, 437; In Ios., 7, 1: PG 12, 857). Anche Firmiliano di Cesarea ammette due epistole di P. (Ad Cyp., 75, 6: PL 3, 1159). I dubbi ricordati da Eusebio, che elenca la seconda fra le opere disputate (ἀντιλεγόμενα), ma accettate dalla maggioranza (Hist. eccl., III, 25: PG 20, 269), e di s. Girolamo (De vir. ill., 1: PL 23, 638) sono fondati sulla « dissonanza di stile » fra le due epistole. Per conto suo s. Girolamo riteneva genuina la II P. e ne spiegava le differenze pensando che P. si servì di un altro « interprete », che si direbbe « segretario redattore » (Ad Hedibium ep., 120, 11: PL 22, 1002). Dal sec. IV in poi si può dire che v'è l'accordo moralmente unanime nell'accogliere come genuina e canonica la II P.; soltanto nelle Chiese si è ebbe qualche ritardo.

Le obbiezioni che i razionalisti e alcuni cattolici (tra i quali J. Chaine) adducono contro la genuinità della

II P. si possono risolvere sia citando e valorizzando la risposta già data da s. Girolamo (redattore diverso), sia osservando che i pretesi indizi di data tardiva non sono decisivi. Tra questi indizi citano l'espressione « i vostri apostoli » (3, 2), per concludere: dunque l'autore non era un apostolo. Si può rispondere: l'autore, che nel prologo si dichiara apostolo, con l'espressione « i vostri apostoli » allude a quelli che portarono direttamente il Vangelo ai destinatari. Non vi sono motivi decisivi per supporre una pseudoepigrafia in questa lettera, che ha chiare impronte di sincerità. È vero che da 3, 4 risulta che « i padri » erano morti da qualche tempo, ma non è necessario scendere fino al decennio successivo alla morte di P. (70-80), come pensa J. Chaine, per spiegare quella espressione. La persecuzione di Nerone, scoppiata tra la I e la II P., con le conseguenti reazioni psicologiche nei fedeli che attendevano l'imminente castigo del tiranno, spiegano sufficientemente quella ed altre espressioni deluse dei negatori della parusia, che in quel frattempo si erano moltiplicati. Dal fatto che I P. parla di « tutte le epistole » di Paolo (3, 16) non segue che chi scrisse conoscesse il canone completo e che sia del sec. II. L'autore non indica chiaramente i destinatari di questa lettera, ma dal fatto che egli stesso la chiama « seconda » si può supporre che siano gli stessi dell'Asia Minore, ai quali era stata diretta la prima. Erano convertiti dal paganesimo (2, 18-20); erano in pericolo di perdere la fede per l'intervento di falsi maestri dediti ai vizi (descritti specialmente nel cap. 2). P., che aveva avuta da Cristo la rivelazione della vicinanza della sua morte (si è quindi verso il 67), ordina a un collaboratore di scrivere questo suo testamento per mettere in guardia i fedeli, per istruirli ed esortarli a resistere coraggiosamente agli eretici. Probabilmente anche la II P. fu scritta da Roma.

Illustration

Molte somiglianze si notano fra la II P. e la lettera di Giuda (v.), non solo nell'argomento ma nell'ordine delle sezioni. Si può dire che la breve lettera di Giuda (prescindendo dalle discusse citazioni degli apocrifi libri di Enoch e Assunzione di Mosi, proprie di Giuda) è contenuta integralmente in questo scritto di P., specie nei capp. 2 e 3. La maggioranza degli studiosi ritiene che P., vedendo penetrare nelle comunità etnico-cristiane dell'Asia Minore i falsi dottori, già combattuti da Giuda nelle Chiese giudeocristiane, abbia desunto da quella lettera gli argomenti e le espressioni più forti per confutarli. L'autore della II P. lascia capire di avere utilizzato scritti altrui (loda le epistole di Paolo). Tenendo conto della dipendenza dalla lettera di Giuda e della collaborazione di un altro segretario-redattore si spiegano facilmente certe dissonanze con la I P.

3. Dottrina

Contro i falsi dottori, s. Pietro intende dimostrare che la parusia è certa, come pure sono certe le sanzioni che l'accompagneranno. È questo il punto centrale dell'insegnamento della II P. Le altre verità sono insegnate o supposte come cornice di questa. La venuta del giudice è certa: lo affermano gli Apostoli, testimoni della Trasfigurazione (1, 16-18); è predetta dai profeti (1, 19-21); è voluta dalla giustizia di Dio, che punisce i peccatori e salva i giusti. Gli esempi addotti nel cap. 2 provano questo assunto. Il Signore non ritarda il compimento della sua promessa: usa pazienza perché non vuole che alcuno persica: il suo giorno verrà come un ladro (3, 9-10).

Bibliografia4 opere
BIBL.: A. Charuc, Les Épîtres catholiques (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 12), Parigi 1937, p. 378 sg.; P. De Ambroggi, Le Epistole cattoliche, 2ª ed., Torino 1949, pp. 4-8. Per la I. P.: U. Holzmester, Commentarius in Ep. 1. Petri et Iudae, I.: Ep. I P., Roma 1937 (ampia bibl. alle pp. 177-82). Per la II P.: J. Dillenseger, L'authenticité de la II P., Beirut 1907; J. Chaine, Les Épîtres catholiques, Parigi 1939 (bibl. alle pp. IX-XIV). Tra i commenti acattolici si noti: J. B. Mayor, The epistle of st. Jude and the second of st. Peter, Londra 1907; C. A. Bigg, The epistles of st. Peter and st. Jude, Edimburgo 1910.

Pietro De Ambroggi

(da W. Pirot, Sarodagi, loc. 17)
PIETRO, APOSTOLO, santo - Dominus legem dat, Particolare di sarcofago (sec. IV) - Roma, chiesa di S. Sebastiano.

VI. LITURGIA

1. Venerazione

Giovanni Crisostomo addita « chi vestito di porpora si appressa come un pellegrino ai sepolcri di P. e di Paolo e li bacia devotamente. Deposto lo splendore dei suoi abiti, si veste di umiltà e prega con fervore gli Apostoli santi perché siano i suoi intercessori presso il Signore. L'Imperatore prega sui sepolcri di un fabbricante di tende e di un pescatore » (PG 61, 582). Lo stesso concetto è ripetuto per due volte da s. Agostino il quale indica che l'Imperatore, giungendo a Roma, non sale subito alla reggia del Palatino, ma si affretta alla tomba del Pescatore (PL 33, 1028, 1830). Ca. il 393 Rufino, prefetto del pretorio, eresse presso Calcedonia una basilica in onore dei ss. apostoli P. e Paolo, ponendovi « brandea » portati da Roma (Callinico, Vita Hypatii, Lipsia 1895, p. 18). Dai confini del mondo romano, Teodoreto, vescovo di Ciro nella Siria, presso l'Eufrate, così scriveva al papa Leone Magno nel 449: « Roma possiede i corpi di P. e Paolo, nostri comuni padri, nostri signori nella fede; le loro tombe illuminano le anime dei fedeli. Questa coppia beata, ispirata da Dio, è sorta dall'Oriente e ha penetrato con i suoi raggi dovunque: ma in Occidente ha trovato la morte e dall'Occidente illumina il mondo. Essi hanno dato alla tua cattedra una gloria incomparabile, ne costituiscono il tesoro più prezioso » (PG 83, 1314). La venerazione per gli apostoli P. e Paolo si diffonde attraverso il mondo cristiano e « brandea » sono raccolti e portati nelle più lontane regioni per onorare i Principi degli Apostoli negli edifici sacri che sorgono in loro onore. Il vescovo Achilleo (v.), nel primo ventennio del sec. v, costruì a Spoleto, sulla Via Flaminia, una basilica in onore del Principe degli Apostoli, perché in P. è fondata la Chiesa per tutte le genti. P. sta quale arbitro in terra, « ianitor in superis » (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 1871, p. 117). Nella basilica di S. Stefano di Ravenna, il vescovo Massimiano nel 550 pose merita (brandea) apostolorum Petri et Pauli. Sulla collina sacra alle divinità pagane, Clodoveo ad istanza di Genoveffa fa sorgere a Parigi la grande Basilica dalle preziose colonne in marmo di Oloron che dedica agli apostoli P. e Paolo, dove poi sarà deposta s. Genoveffa. Gregorio di Tours nella sua Historia Francorum ricorda una basilica di s. P. a Clermont e dei due Apostoli a Tours. In Spagna nell'antica Hilipula Halos, oggi Loja, furono rinvenuti gli avanzi di una basilica cristiana e un cippo con l'iscrizione dell'edificio ai ss. P. e Paolo (E. Hubner, Inscriptiones latinae Hispaniae christianae, suppl., Berlino 1900, pp. 59-60, n. 374). Il benedettino B. Biscop dal 653 in poi fece per cinque volte il suo pellegrinaggio dall'Inghilterra alle tombe apostoliche; nel 674 fondò nel Northumberland un monastero a Wermouth in onore del Principe degli Apostoli e un altro a Iarrow nel 682 dedicato a s. Paolo. Nell'atrio della Basilica vaticana fu sepolto Cedwal, re del Wessex, battezzato dal papa Sergio I nel Sabato Santo del 689, e morto nella successiva domenica in Albis (G. B. De Rossi, Inscr. Chr., II, 1, p. 288). Il re Coinredo di Mercia e il principe Offa di Essex, giunti a Roma al tempo del papa Costantino (708-15; Lib. pont., I, p. 391), mutano la porpora regale con l'abito benedettino per rimanere in uno dei quattro monasteri che assicuravano la laus perennis nella Basilica Vaticana. Lo stesso suo successore il re Ina morì nel 730 in Roma « ad limina apostolorum ». In Africa a El Kef (la romana Sicca Veneria) nella chiave di volta dell'abside della basilica bizantina di Dar-el-Kouss è inciso DMNS per « dominus » e sotto è una corona racchiudente una croce greca con una lettera in ciascuno dei quattro bracci formanti P(e)TR(u)S cioè DOMNUS PETRUS (P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne de l'Afrique, in Mémoires de l'Académie des Inscr. et belles lettres, 12, 1 [1907], p. 42 sgg., n. 247); una seconda chiave di volta appartenente al nartece ha incisa in un disco una croce equilatera con SCS (Sanctus) P(e)TR(u)S (ibid., p. 45 sgg.). A Enchir-Chigarnia, l'antica Uppenna, in un grande musaico pavimentale d'una basilica bizantina, con croce gemmata tra due pecore si legge una lunga iscrizione che comincia: « Hec sunt nomina martirum Petrus Paulus » (ibid., pp. 26-29, n. 238). A sud ovest di Tebessa, a Henchir-Magroun, in un blocco arcuato di tabernacolo, al di sopra di due grandi monogrammi è l'iscrizione: « Memoria domni Petri et Pauli » (CIL, VIII, 10693). A Henchir-Taghfaght, non lontano da Khencela fu trovata una pietra sulla quale era incisa l'iscrizione: « Hic est domus Dei, hic memoriae Apostolorum...» evidentemente gli apostoli P. e Paolo (CIL, VIII, 17714). In una lastra di marmo rinvenuta presso Gualma (l'antica Calama) ora nel museo del Louvre è scritto: « Hic reliquiae beati Petri Apost(o)l(i)...»; tale lastra chiudeva un reliquiario marmoreo (ibid., pp. 64-65, n. 262). Fra le rovine d'una chiesa ad Ain Zirara tra Costantina e Tebessa, donde fu estratta la nota capsella argentea (G. B. De Rossi, La capsella argentea africana, Roma 1889), si raccolsero frammenti d'una pietra calcare con una lunga iscrizione: « Hic exaudito sanctorum Petri Pauli apostolorum », ecc. (CIL, VIII, 17746). A 15 km. a nord di Ain Beida in una pietra forse di pulvino è incisa l'epigrafe « Hic memori(e)e sancto(rum) Pauli Petri » (ibid., 18656). A Kherbet Oum-el-Ahdam a sud ovest di Setif, nelle rovine d'una chiesa si rinvenne una mensa in pietra con l'iscrizione datata dell'anno 320 dell'era mauretana, cioè 359 d. C., contenente una serie di reliquie, tra le quali quelle degli apostoli P. e Paolo (CIL, VIII, 20600). Una pietra calcare appartenuta ad un tabernacolo situato in una cappella di Oppidum novum, oggi Duperré, conteneva una « memoria sanctorum Petri et Pauli » (CIL, VIII, 21496), oggi a St-Cyprien des Attafs. A Castellum Tingitanum, l'odierna Orléansville, in una lastra di marmo con la data dell'era mauretana dell'anno 367, cioè 406 d. C., è indicata l'iscrizione sepolcrale del figlio di un tribuno militare sepolto in un oratorio presso l'altare contenente reliquie degli apostoli P. e Paolo (CIL, VIII, 9715). Sempre a Orléansville, in una cappella si rinvennero due frammenti di mattone che hanno incisa un'epigrafe contenente la menzione d'una « memoria apostolorum Petri et Pauli » (CIL, VIII, 9714); un'altra tegola spezzata ricorda pure una memoria dei martiri P. e Paolo (CIL, VIII, 9716). Tutti questi frammenti sono ora al museo di Algeri. A Bir Hadad, presso Ain Melloul, cioè al sud di Setif, un reliquiario in pietra calcare era chiuso con un coperchio di cui era incisa un'epigrafe indicante le memorie deposte, tra le quali quelle di Paolo e di P. (CIL, VIII, 20490). A Tipasa nella Mauritania è tornata di recente in luce una basilica dedicata agli apostoli P. e Paolo.

PIETRO, APOSTOLO, santo - La cattura di s. P. Particolare del sarcofago detto dei due fratelli (sec. IV) - Roma, Museo Lateranense.
PIETRO, APOSTOLO, santo - La cattura di s. P. Particolare del sarcofago detto dei due fratelli (sec. IV) - Roma, Museo Lateranense.
(de Wilpert, Sarcofagi, tov. 153, 1)

2. Le date di venerazione

Il 29 giugno. Nel catalogo liberiano si ha che P. « passus autem cum Paulo die III Kal. iulias consulibus ss. (Nerone et Veto, 55) imperante Nerone » (MGH, Anct. antiquiss., IX, 1, p. 73); la stessa data ricorre nella Depositio martyrum, seguita dall'indicazione « Petri in catacumbas, Pauli Ostense, Tusco et Basso consulibus » (a. 258). Si ha dunque un'unica data di commemorazione nel sec. IV per tutti e due gli Apostoli. Tutti i manoscritti dal Martir. geronimiano, sia quelli completi che i compendiati, registrano al 29 giugno la festa degli apostoli P. e Paolo che nell'inno attribuito a s. Ambrogio si dice celebrata a Roma « trinis viis », cioè sull'Appia, sull'Aurelia, sull'Ostiense. Paolino di Nola chiama « solemnis consuetudo » il suo annuo pellegrinaggio a Roma per la festa degli apostoli P. e Paolo il 29 giugno (PL 61, 235, 247, 382, 392). Nel Lib. pont. la data del « III Kal. iulias » appare come giorno della sepoltura nella biografia dell'Apostolo (Lib. pont., I, p. 118) e come data della reposizione delle sue reliquie dell'Appia per opera del papa Cornelio (ibid., p. 150). Il codice di Berna del Martir. geronimiano dà « Romae Via Aurelia, natale sanctorum Apostolorum Petri et Pauli : Petri in Vaticano, Pauli vero in Via Ostienai, utrumque in catacumbas, passi sub Nerone, Basso et Tusco consulibus »; i nomi dei due consoli del 258 aggiunti in fondo sono evidentemente tratti dalla Depositio martyrum. H. Quentin tentò di provare che la data consolare non si riferiva agli Apostoli (Tusco et Basso cons., in Rendiconti della Pont. accad. rom. di archeol., 5 [1929], pp. 145-47); fu confutato da H. Delehaye (Tusco et Basso cons., in Mélanges Paul Thomas, Bruges 1930, pp. 201-207). Ma perché una tale stazione liturgica « in catacumbas ? ». Gli scavi ivi eseguiti nel 1892 e dal 1915 in poi hanno dimostrato che in quel luogo i cristiani si sono riuniti dalla metà del sec. III per compiervi il rito del refrigerium, come è attestato da centinaia di graffiti in greco e in latino invocanti i due Apostoli. Gli archeologi si sono divisi in tre gruppi: il primo riconosce « in catacumbas » un luogo dove i due Apostoli avrebbero dimorato per qualche tempo durante la loro vita (R. Gamurrini, G. Wilpert, R. Lanciani); un secondo gruppo pensa che si tratti di una dimora temporanea dei loro corpi o subito dopo il martirio o nel 258 (L. Duchesne, H. Lietzmann, A. Profumo); il terzo invece che la data del 29 giugno 258 « in catacumbas » non è che quella dell'istituzione liturgica di una festa in onore dei due Apostoli (H. Delehaye, P. Franchi de' Cavalieri). Sia lecito mettere in rilievo che il luogo « in catacumbas » è quello di un sepolcreto romano pubblico in uso ancor prima di Vespasiano, un servo del quale vi fu sepolto in uno dei colombari; che la parte a valle di tale sepoltura fu ricoperta di terra, dopo che era passato in proprietà di cristiani il mausoleo di Clodius Hermes, vi era stato graffito ITXØYC (v. Enc. Catt., IX, col 1270) nel mausoleo adiacente, e ivi presso erano stati sepolti fedeli che H. Lietzmann chiamò « criptocristiani »; che sul terreno rialzato fu costruita una tricilia dove dal 258 all'inizio del sec. IV venne celebrato in onore dei due Apostoli il rito del refrigerium, rito eminentemente sepolcrale.

Illustration

Recentemente E. Griffe ha voluto vedere nella memoria « in catacumbas » un « sepulchrum honorarium » in onore dei due Apostoli, che avrebbe preceduto le sontuose basiliche del sec. IV del Vaticano e dell'Ostiense (La légende du transfert des corps de saint Pierre et de saint Paul ad catacumbas, in Bulletin de littér. ecclés. publié par l'Institut catholique de Toulouse, 1951, pp. 193-200), ma la basilica di S. Paolo divenne sontuosa più tardi della Vaticana, poiché « Theodosius coepit, perfecit Honorius aulam ». Da N.-M. Denis-Boulet si è voluto vedere un rapporto tra le due date del Cronografo del 25 dic. e del 29 giugno e immaginare che la Basilica Vaticana fosse stata consacrata il 25 dic. 335 e 336 (A propos des fouilles de St-Pierre. Questions historiques et liturgiques, in Recherches de sciences religieuses, 34 [1947], pp. 385-406). Ipotesi insostenibile, perché gli scavi fatti eseguire dal papa Pio XII hanno messo in luce l'imponenza delle opere compiute dagli architetti costantiniani per giungere alla costruzione della grandiosa basilica a cinque navate, con un complesso di lavori che impongono un certo lasso di tempo perché l'edificio fosse compiuto, come è stato posto in rilievo ad es., da W. Seston (Les récentes fouilles de St-Pierre de Rome et la date de la construction de la Basilique constantinienne, in Revue de l'hist. des relig., 130 [1945], pp. 186-88, e Hypothèse sur la date de la Basilique constantinienne de St-Pierre de Rome, in Cahiers archéolog., 2 [1947], pp. 153-59). Meglio E. Kirschbaum ha messo in rapporto la commemorazione del solo P. « in catacumbas », del Cronografo degli anni 336-54 con la costruzione della basilica di S. Pietro in Vaticano, certamente non ancora compiuta (Petri in catacumbas, in Miscellanea liturgica in honorem L. Cuniberti Mohlberg, Roma 1948, pp. 221-29). Che la data del « III Kalendas iulias » fosse ritenuta al sec. IV come una data di deposizione è dimostrato dalla seguente iscrizione scoperta nel cimitero « inter duas lauros »: « III Kalendas iulias deposo Donni Petri » (R. Kanzler, Relazione ufficiale degli scavi eseguiti dalla Commissione di Archeologia sacra nelle catacombe romane [1911-1912]. Scavi nel cimitero di SS. Marcellino e Pietro sulla via Labicena, in N. Bull. arch. crist., 20 [1914], p. 76, n. 46). Dunque il 29 giugno è stato celebrato dalla comunità cristiana di Roma fin dal 258 quale data di deposizione dei due Apostoli. Anche in Oriente sia i « Consularia Constantinopolitana » che i « Consularia Ravennatia » e lo Pseudo Crisostomo (in SS. Petrum et Paulum: PG 59, 496), segnano al 29 giugno la data del martirio dei due Apostoli. Soltanto il Martirologio siriaco, datato tra il 411-12, indica « al 20 giorno in primo Kanun, cioè al 28 dic., nella città di Roma, Paolo apostolo e Simone Cepha capo degli Apostoli di nostro Signore » (H. Lietzmann, Die Drei älteste Martyrologien, Bonn 1912, p. 9).

Il 1º ag. in Roma si celebrò prima la festa della dedicazione della Basilica ricostruita da Sisto III in onore degli apostoli P. e Paolo, più tardi in quel giorno la devozione popolare si polarizzò alla catena di s. P. e alla sua liberazione miracolosa dal carcere in Gerusalemme, come indica il Sacramentario Gregoriano (Sacramentarium Gregorianum, ed. H. Lietzmann, Münster in V. 1924, p. 83, n. 136). Per le catene di s. P., v. CATENE DI S. P. Per l'Oriente v.: J. H. Hanssens, La liturgie romane-boyantine de St-Pierre, in Orientalia Christiana periodica, 4 (1938), pp. 234-58; 5 (1939), pp. 103-50. Si noti che in Oriente la solennità della catena di s. P. si celebrava il 16 genn.; nell'emerologio di Costantinopoli si dice: « adorazione della veneranda catena del Santo e lodevole apostolo P. »; in un testo del rito siriaco: « adorazione della catena che cadde dai piedi del principe degli Apostoli »; nel calendario maronita: « Commemorazione di P. apostolo quando fu liberato dal carcere (Nilles, Calendarium manuale utriusque Ecclesiae orientalis et occidentalis, I, 2ª ed., Innsbruck 1896, p. 71 sg., 468, 487).

Per la festa del 18 e 22 febbr. v. CATTEDRA DI S. P. Per la festa del 25 genn. v. CONVERSIONE DI S. PAOLO.

VII. ICONOGRAFIA

1. Archeologia

In alto a sinistra: S. PIETRO IN ATTO DI LEGGERE LA LEX CHRISTI. Affresco del IV sec. - Roma, Cimitero inter duas lauros. In alto a destra: BUSTO DI S. PIETRO. Affresco del sec. v nella catacomba di S. Gennaro - Napoli. In basso: LA TRADITIO CLAVIUM. Affresco (668-85) del cimitero di Commodilla - Ro
Tav. XCIV In alto a sinistra: S. PIETRO IN ATTO DI LEGGERE LA LEX CHRISTI. Affresco del IV sec. - Roma, Cimitero inter duas lauros. In alto a destra: BUSTO DI S. PIETRO. Affresco del sec. v nella catacomba di S. Gennaro - Napoli. In basso: LA TRADITIO CLAVIUM. Affresco (668-85) del cimitero di Commodilla - Roma.(da Wilpert, Pitture, tav. 94) · (da H. Achelli, Die Katakomben von Neapel, Lipsia 1936, tav. 4) · (da Wilpert, Moeniken, tava. 148-49)
STATUA DI BRONZO. Attribuita ad Arnolfo di Cambio (sec. XIII-XIV) - Basilica di S. Pietro.
Tav. XCVI STATUA DI BRONZO. Attribuita ad Arnolfo di Cambio (sec. XIII-XIV) - Basilica di S. Pietro.(per cortesia dell'autore)

Come nei Vangeli P. è menzionato 195 volte, Giovanni 29 volte e gli altri Apostoli complessivamente 130 volte, così nell'ico-

(da Catalogue d'une collection de manuscrits à miniatures des IX-XIᵉ siècles, Amsterdam DD, fax. 68) PIETRO. APOSTOLO, santo - S. P. in carcere e sua liberazione. Miniatura di scuola bolognese (sec. XIV) - Amsterdam, Collezione privata.

nografia antica cristiana P. è il più rappresentato e sorpassa con il numero delle scene tutti gli altri. G. Wilpert ha constatato che della sola scena del battesimo di Cornelio esistono oltre 120 rappresentazioni: sessanta della cattura, una settantina dell'annunzio della sua negazione. Del miracolo della fonte con l'indicazione di P., oltre la tazza di Podgoritza (v.) si hanno anche vetri dorati nei quali è rappresentato il miracolo della fonte e la scritta PETRUS (R. Garrucci, Storia dell'arte crist., III, Prato 1876, tav. 179,9) per indicare, come dice s. Agostino, che Mosè « figura fuit Petri » (Serm., 251, 4). P. è con barba e capelli folti, spessi e ricci, la barba corta, come nel cimitero « inter duas lauros » (Wilpert, Pitture, tavv. 93-94) o in Domitilla (id., ibid., tav. 193, 2); l'Apostolo figura imberbe in una sola pittura della negazione (Wilpert, Pitture, tav. 242, 1). Ma il tipo più caratteristico, di marinaio dalla fronte alta, dagli occhi espressivi, dalla barba che gli incornicia il volto è nell'affresco nell'ipogeo degli Aureli (v.) del viale Manzoni (Wilpert, Le pitture dell'ipogeo di Aurelio Felicesimo presso il Viale Manzoni in Roma, in Memorie della Pont. accad. rom. di archeol., 3ª serie, 1 [1924], tav. 6, 1). P. è l'apostolo a cui il Signore consegna la sua legge quale Mosè del Nuovo Testamento. La scena, solo una volta rappresentata nella pittura cimiteriale (Wilpert, Mosaiken, p. 269 e tav. 132), è invece frequente nei sarcofagi, dove P. la riceve sostenendo anche la croce strumento del martirio che lo uguaglierà al Signore (Wilpert, Sarcofagi, p. 113 sgg.). Ed è la scena che nei battisteri è preferita per l'iniziazione alla lex Christi. A P. il Signore confida le chiavi del regno celeste (Mt. 16, 19) e per mezzo di P. alla sua Chiesa, dirà Tertulliano (Scorpiace, 10); egli è lo « ianitor aeterus » (Dracontius, Carmen de Deo, v. 222: PL 60, 857). Nei sarcofagi la scena è rappresentata ben sedici volte a Roma e in Gallia; in pittura nel cimitero di Commodilla (Wilpert, Mosaiken, tavv. 148-49). A P. il Signore lava i piedi (v. LAVANDA). S. P. salvato dai flutti è rappresentato per la prima volta nelle pareti della casa trasformata in chiesa a Dura Eúropos (v.); in Roma in un frammento rinvenuto nella tricora orientale in S. Callisto (G. Wilpert, La cripta dei Papi e la cappella di S. Cecilia nel cimitero di Callisto, Roma 1910, p. 96 e tav. 6, 1). La scena è incisa in una gemma pubblicata da Girolamo Aleandro (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, VI, Prato 1881, p. 118 e tav. 418, 13). La scena figurava nel ciclo basilicale in una basilica della Spagna, perché è attestato dai versi dichiarativi di Prudenzio nel suo Dyttochaeon (PL. 60, 105) e nella basilica di S. Martino di Tours (E. Le Blant, Inscriptions chrétiennes de la Gaule, I, Parigi 1886, p. 235); a Ravenna in una iscrizione mutila nel battistero di Neone (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, IV, Prato 1876, tav. 37); a Napoli in musaico nel battistero (Wilpert, Mosaiken, tav. 30 sgg.). A Gaza in una pittura ricordata da Coricio (ca. l'anno 550) nella chiesa di S. Sergio. Lo stesso episodio fu dipinto al principio del sec. IX in S. Saba (G. Wilpert, Le pitture dell'oratorio di S. Silvia, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 26 [1906], pp. 224 sgg.). La scena della risurrezione di Tabita appare in un sarcofago intero di S. Massimino (Provenza) e in un altro frammentario. G. Wilpert ha identificato la rappresentazione dell'episodio della punizione di Anania e Saffira in un frammento del museo di Avignone (Sarcofagi, tav. 145, 3) e in un altro di S. Callisto (ibid., 145, 2), basandosi sulla scena scolpita nella cassetta eburnea di Brescia (v.); scena che nel medioevo venne dipinta al Laterano. In una basilica della Spagna (forse Saragozza, in cui il cielo biblico era illustrato da versi di Prudenzio) fu rappresentato anche l'episodio di P. che libera degli indemoniati (Dyttochaeon, 36), come pure era effigiato ai SS. Giovanni e Paolo in Roma (G. B. De Rossi, Inscriptions Christianae, II, 1, Roma 1888, p. 150). Eusebio attesta che le immagini di Paolo e di P. erano conservate in tavole dipinte (Hist. eccl., VII, 18, 4). Moltissimi sono i monumenti che li rappresentano insieme, P. col suo tipo, Paolo calvo con barba intera lunga a punta di color bruno; quantunque s. Agostino metta in dubbio l'esistenza d'un ritratto di Paolo (De Trinitate, 8, 5: PL. 42, 912). I due Apostoli insieme figurano con i loro tipi individuali in affreschi cimiteriali romani (Wilpert, Pitture, tavv. 153 sgg.; 117, 1; 179; 182; 248; 251 sg. e 254). L'episodio di P. e Paolo condotti al martirio è un soggetto che si ritrova in sarcofagi romani come il più noto di Giunio Basso (v.) rinvenuto proprio nella confessione di S. P. e nel Lateranense 164. Figurano insieme nei sarcofagi, nell'unico affresco cimiteriale (ad decimum) e nei musaici in tutte le rappresentazioni della consegna della legge; figurano ancora in tutte le scene della traditio clavium; insieme acclamanti ancora nell'arco trionfale di S. Maria Maggiore presso il trono divino. Ma essi figurano insieme a Napoli più volte in S. Gennaro dei Poveri, dove presentano gli stessi caratteri individuali che a Roma; P. figura anche solo in S. Gaudioso nel sepolcro di Pascentius (H. Achelis, Die Katsacombe von Neapel, Lipsia 1936, tav. 39). Insieme si ritrovano in un affresco nel cimitero di Albano (O. Marucchi, Le catacombe di Albano, in N. Bull. di arch. crist., 8 [1902], p. 89 sgg., tav. 5); insieme tornano acclamanti il « Signum Christi » nella Pannonia a Cinque Chiese (G. B. De Rossi, Bull. arch. crist., 1874, tavv. 7-8); su lastre sepolcrali come in quella di « Asellus » nel Museo Lateranense, dove sono graffiti i loro busti secondo il noto tipo iconografico, contrassegnato dai loro nomi PETRVS PAVLVS; insieme ancora si ritrovano in una serie preziosa di vetri cimiteriali (R. Garrucci, Vetri cimiteriali in oro, Roma 1854, passim); in lampade fittili come in una di Akhmin, in cui sono nimbati e distinti P. con le chiavi, Paolo con la spada (R. Förrer, Die altchristliche Alterthümer aus dem Gräberfelde von Akhmin Panopolis, Strasburgo 1893, p. 6, tav. 5, n. 2); in dittici come quello del « Sancta Sanctorum », ora nel Museo Sacro della Biblioteca Vaticana (H. Grisar, Die römische Kapelle der Sancta Sanctorum und ihre Schatz, Friburgo in Br. 1908, pp. 118-20 e tavv. 4-5, nn. 5-6); in iconi come quella Vaticana (W. F. Volbach, Die Ihone der Apostelfürsten in St. Peter zu Rom, in Orientalia Christiana Periodica, 7 [1951], pp. 480-97).

Una coppa vitrea forse del sec. IV rinvenuta a Cartagine, offre due pescatori che l'iscrizione indica essere gli « Apostoli Petrus et Johannes » in cui P. non ha il suo tipo iconografico solito (G. Picard, Vase gravé de Carthage, in Fasti archaeologici, 4 [1949], p. 530, n. 5031). Due sono le statue dell'Apostolo che erano nell'antica Basilica; la prima è la celebre in bronzo. H. Wickhoff ritenne la statua del sec. XIII (Zeitschrift für bild. Kunst, 1890, p. 108 sgg.). H. Grisar propose di datare la statua alla fine del sec. V (Della statua di bronzo di s. P. apostolo nella Basilica Vatic., in Civ. Catt., 1898, II, pp. 459 sgg.; id., in Analecta romana, Roma 1899, pp. 627-57). A. Venturi la dato prima al sec. IV-V (Venturi, I, p. 414) quindi l'attribui ad Arnolfo di Cambio (ibid., IV, p. 113 sgg.). Per P. Toesca appartiene al sec. XIII (Storia dell'Arte it., I, Torino 1927, pp. 287 e 1110). C. Cecchelli seguì la datazione Grisar, ma per G. B. De Jerphaniion la questione della data resta ancora aperta (Bulletin d'arch. chrét. et byzant., in Orientalia Christiana periodica, 4 [1938], p. 538). Nell'atrio dell'antica Basilica era una statua marmorea assisa dell'Apostolo, che non è altro se non un adattamento della statua d'un retore romano al quale nel sec. XIII ca. fu cambiata la testa e nel XVI l'avambraccio destro e la mano sinistra che stringe le chiavi. Ora è nelle S. Grotte.

Bibliografia2 opere
BIBL.: C. Cecchelli, Iconografia dei Papi, I, S. P., Roma 1937; G. Ladner, I ritratti dei papi nell'antichità e nel medioevo, I, Città del Vaticano 1941.

Enrico Josi

2. Arte

In età romanica ebbe pure largo sviluppo la rappresentazione di cieli della vita e del martirio dell'Apostolo. Purtroppo i più importanti di essi non ci sono pervenuti: così gli affreschi, opera del Cavallini, dell'antica Basilica Vaticana; o sono molto danneggiati, come quelli del coro della chiesa superiore di Assisi, opera di Cimabue. Una ripetizione del cielo perduto di S. P. in Vaticano si ritrova nella organica decorazione di S. Piero a Grado, presso Pisa, ascritta al pittore Deodato Orlandi, che morì a Lucca nel 1337. Avvenimenti isolati della vita del Santo vennero pure figurati in tavole, come nel politico Stefaneschi dei Musei Vaticani, di Giotto ed allievi, ed in una tavola della Pinacoteca di Siena, bizantineggiante, con la rappresentazione del carcere e della crocifissione dell'Apostolo. Si devono ricordare anche vetrate, specialmente francesi, a Bourges (sec. XIII) a Chartres, Lyon, Sens, Poitiers, Troyes, Tours. Il capolavoro rinascimentale della rappresentazione dei fati di S. P. è nella cappella Brancacci al Carmine di Firenze, dove Masolino, Masaccio e Filippino Lippi seguirono passo passo, valendosi anche dei Vangeli apocrifi, la mirifica storia del Santo.

Innumerevoli si susseguono per tutto il Rinascimento, l'età barocca e la moderna, fino ad oggi, le immagini devote dedicate al solo s. P. o a sacre conversazioni cui egli partecipa. Moltissimi altari lo rappresentano in singoli scomparti, come le tavole di Francesco del Cossa a Brera. Basti notare che mentre in Italia il carattere del Santo quale appare nei dipinti anche molto vicino a noi rimane assai simile a quello delle originarie immagini, in Germania e in genere nell'Europa nordica si preferisce rappresentare il Santo nelle sue vesti pontificali, più che nell'aspetto di Apostolo, così anche in molti quadri rappresentanti la morte di Maria, ove pure compare.

La vastità del tema iconografico, svolto specialmente a Roma, nelle basiliche dedicate al Santo, in sculture, altari, arredi sacri, talora di elevato pregio artistico, non permette che di indicare brevemente alcuni particolari temi iconografici, d'altronde fortunatissimi. S. P. nella navicella, simbolica guida della Chiesa, appare già in un bronzo del Museo archeologico di Firenze (ca. il sec. IV) ed ha la sua massima apoteosi nel celebre, e purtroppo sfigurato, musaico di Giotto per il Giubileo del 1300. La consegna delle chiavi a S. P. venne descritta dal Perugino in un affresco della Cappella Sistina e in un arazzo da Raffaello, che nelle Stanze ne descrisse anche la liberazione dal carcere. S. P. come guardia del Paradiso compare già in un capitello istoriato del sec. XI al Museo civico di Torino, nel quale l'Apostolo introduce un devoto con la sua compagna nel Regno celeste, indicato simbolicamente dalla chiave. Analogamente in un reliquiario gotico da S. Galgano, nel Museo dell'Opera del duomo di Siena, alla fine del 1200.

D'altro canto durante tutto il medioevo è successivamente, il gallo, che ricorda la sua negazione, e le chiavi, simbolo del suo potere sono le caratteristiche iconografiche dell'Apostolo, la cui immagine ritorna di continuo in tutte le rappresentazioni degli eventi narrati dal Vangelo.

Bibliografia
BIBL.: K. Künste, Ikonographie der Heiligen, Friburgo 1926 (con bibl.).

Eugenio Battisti

VIII. APOCRIFI

1. Apocalisse di P

Apocrifo citato come autorevole da s. Clemente Alessandrino (presso Eusebio, Hist. eccl., 6, 14: PG 20, 549), s. Metodio (Symposion, 9, 1: PG 18, 180) e, forse, dal Frammento muratoriano (lin. 71 sg.), ove, tuttavia, alcuni, con Th. Zahn, vedono citata la I Pt. Da Sozomeno si apprende che l'Apocalisse di P. si leggeva ancora nel sec. v nelle chiese di Palestina nel giorno di Parasceve (Sozomeno, Hist. eccl., VII, 19: PG 67, 1477), ma era già stata esclusa dal canone da Eusebio (Hist. eccl., III, 2: XXV, 4: PG 20, 217, 269) e da s. Girolamo (De viris inlustr., 1: PL 23, 609).

Secondo E. Amann l'Apocalisse di P. fu scritta in Egitto nella prima metà del sec. II d. C. Vi si alluderebbe alla persecuzione di Bar Kökhöbbä contro i cristiani. Il testo che si credeva perduto fu ritrovato in parte in greco nel 1886 ad Ahmim da U. Bouriant (edito in Mémoires publiées par les membres de la Mission archéologique franç. du Caire, 9 [1892], pp. 91-147) e integrato da un altro frammento papiraceo della Bodleiana (edito da F. Nau, Rev. de l'Orient chrét., 15 [1910], p. 441 sg.). Si ha pure un completo rifacimento etiopico edito da S. Grébaut (Littérature éthiopienne pseudo-clémentine, in Rev. de l'Orient chrét., 12 [1907], pp. 139-51, 285-93, 280-92; 13 [1908], pp. 166-80, 314-20). Gesù, alla domanda degli Apostoli che precede il discorso escatologico (Mt. 24, 3), risponde mostrando la gloria dei giusti e i terribili supplizi dei dannati. Le idee escatologiche sembrano derivare da fonti giudaische. L'autore ebbe presenti anche i testi di II Pt. 1, 16-18; 3, 6-17. Tra gli scritti gnostici recentemente scoperti in Egitto si segnala pure un'Apocalisse di P. Ct. Biblica, 31 [1950], p. 71.

Bibliografia
BIBL.: E. Amann, Apocryphes du Nouv. Test., in DBs. I, coll. 525-27 (con ampia bibl.): H. Höpfl - B. Gut, Introductio generalis in S. Scriptorum, I, 4ª ed., Roma 1940, p. 224 sg.

2. Atti di P

Apocrifo leggendario giunto in diverse recensioni.

Secondo L. Vouaux ed E. Amann sarebbe stato composto in greco, non a Roma (come pensa C. Erbes) ma in Asia Minore verso il 200 da un autore ortodosso. H. Höpfl e B. Gut pensano ad un autore gnostico, perché vi si celebra l'Eucaristia con pane ed acqua (cap. 2 degli Atti di Vercelli). Ma nel frammento copto si parla solo di pane, Eusebio (Hist. eccl., III, 3: PG 20, 217) li esclude dal canone. Tema centrale degli Atti di P. sono le lotte sostenute da s. P. contro Simon Mago dapprima in Palestina, poi a Roma. Della prima parte, con le vicende palestinesi, rimane solo un frammento copto e un episodio (di Eubula) conservato nel cap. 17 della versione latina, nota sotto il nome di Atti di Vercelli. Gli ultimi dodici capitoli (30-41), detti anche Martirio di P., furono conservati anche nel testo originale greco. Qui si narra anche il celebre episodio del Quo vadis? (v. sotto). Gesù, apparso a P. che fuggiva da Roma, gli chiede: « Dove vai? ». P. ritorna ed è crocifisso capovolto. Si ha pure una parafrasi latina, che pretende di essere scritta dal papa Lino (Pseudo-Lino) ed altri rifacimenti chiamati Pseudo-Egcisppo e Pseudo-Ippolito. Si posseggono parziali versioni copte, slave, sira, armena, araba, etiopica. Gli Atti di P. dipendono certamente dagli Atti di Paolo (v.) e dagli Atti di Giovanni (v.). Si discute se dipendano anche dalla Predicazione di P. (v.). Le vicende di P. sono unite a quelle di altri apostoli negli Atti di P. e Paolo (v. sotto) e negli Atti di P. e Andrea, editi da C. Tischendorf in Apocal. apocr. (Lipsia 1866), pp. 161-67. Tra i papiri gnostici copti scoperti recentemente in Egitto vi sono pure degli Atti di P. (cf. B. Altaner, Theol. rev., 46 [1950], pp. 41-42).

Bibliografia2 opere
BIBL.: L. Vouaux, Les Actes de Pierre. Introduction, textes, traduction et commentaires, Parigi 1922 (ampia bibl. a pp. 216-18): E. Amann, Apocryphes du Nouveau Testament, in DBs. I, coll. 496-501 (con bibl.): C. Erbes, Ursprung und Umfang der Petrusakten, in Zeitschr. für Kirchengeschichte, 32 [1911], pp. 161-185, 353-77, 497-530; H. Höpfl - B. Gut, Introduct., I, 4ª ed., Roma 1940, p. 217 sg.
PIETRO, APOSTOLO, santo - <em>Passe oves meus</em>. Affresco nella volta della Galleria delle carte geografiche decorata sotto la direzione di G. Muziano (fine sec. XVI) - Palazzo Apostolico Vaticano.
PIETRO, APOSTOLO, santo - Passe oves meus. Affresco nella volta della Galleria delle carte geografiche decorata sotto la direzione di G. Muziano (fine sec. XVI) - Palazzo Apostolico Vaticano.(fot. Mosei Vaticani)

3. Atti di P. e Paolo

Apocrifo nato dalla fusione riveduta degli Atti di P. (v. sopra) e degli Atti di Paolo (v.).

Questi scritti, di origine asiatica, parlavano dei due Apostoli indipendentemente, non tenendo conto della tradizione romana, attestata anche dal decreto di Gelasio (v.), secondo il quale P. e Paolo soffrirono nello stesso giorno, checché ne dicano gli eretici. Il compilatore degli Atti di P. e Paolo eliminò certe espressioni teologicamente meno accettabili (non propriamente gnostiche, come pensano H. Höpfl e B. Gut [v. bibl.], n. 308) degli Atti di P., e procurò di mostrare che regnava un perfetto accordo tra i due Apostoli, i quali insieme avrebbero affrontato Simon Mago, insieme sarebbero stati condannati da Nerone, nello stesso giorno avrebbero subito il martirio: P. crocifisso, Paolo decapitato. Gli ultimi capitoli parlano della sepoltura di P. « sotto il terebinto, presso la Naumachia, sul Vaticano », e di un vano tentativo fatto dagli Orientali di asportare da Roma le reliquie dei due Apostoli, le quali, ricuperate, sarebbero state deposte provvisoriamente nelle catacombe, in attesa di essere poi collocate nei rispettivi monumenti: P. in Vaticano, Paolo sulla Via Ostiense. I vari strati dei rifacimenti si possono scaglione dal sec. III al VI.

Bibliografia3 opere
BIBL.: la maggior parte dei testi è pubblicata da R. A. Lipsius - M. Bonnet, Acta Apostolorum apocrypha, II, 1, Lipsia 1898, pp. 151-216; cf. inoltre H. Höpfl - B. Gut, Introduct., I, 4ª ed., Roma 1940, p. 219; E. Amann, Apocryphes du Nouv. Test., in DBs. I, coll. 498-501 (con bibl.).

4. Predicazione di P

Apocrifo scritto originariamente in greco (Κηρυγιὰ Πέτρου). Ne facevano uso Clemente Alessandrino ed Eracleone Valentiniano (cf. Origene, In Io., XIII, 17: PG 14, 424). È relegata tra gli apocrifi da Eusebio (Hist. eccl., III, 3, 2: PG 20, 217) e da s. Girolamo (De viris inlustr., 1: PL 23, 609).

Dai frammenti conservati da Clemente Alessandrino risulta che l'opera doveva contenere una specie di discorso programmatico di P., che ne riassumeva tutta la predicazione. Sembra che l'autore abbia preso lo spunto da II Pt. 1, 15, ove l'Apostolo scrive: « Mi studierò che abbiate a ricordarvi [dei miei moniti] dopo la mia dipartita ». Tra i moniti riferiti dalla Predicazione di P. doveva esservi questo: c'è un solo Dio, che si deve onorare, non come i pagani, né come gli ebrei. I cristiani costituiscono come un tertium genu. Devono restare fedeli al nuovo patto già preannunciato dai profeti. L'opera fu scritta nei primi decenni del sec. II, a parere di E. Dobschütz in Egitto, a parere di A. Hilgenfeld in Grecia. Si discute se l'opera sia da identificare con la Didascalia di P. di cui parla s. Giovanni Damasceno (PG 95, 1157 B., 1461 D), ed alla quale (Doctrina Petri) sembra accennare Origene (De principiis: PG 2, 119 O). Tra i papiri gnostici copti scoperti recentemente in Egitto v'è pure una Orazione di P. Apostolo; cf. Biblica, 31 (1959), p. 71 (Elenchus bibl.*).

Bibliografia9 opere
BIBL.: fonti: si trovano in Clemente Alessandrino, Strom., I, 29, 182; II, 15, 68; VI, 5, 39 e 42; VI, 6, 48; VI, 15, 128; Echæ. prop. 58 (CB. II, pp. 112, 149, 451, 453, 457, 496; III, p. 154). Studi: E. Amann, Apocryphes du Nouv. Test., in DBs. I, col. 522 ss.; A. Hilgenfeld, Novum Testamentum extra cununem receptum, IV, Lipsia 1884, pp. 51-65; E. von Dobschitz, Das Kerygma Petri kritisch untersucht (Texte und Untersuch., 11, 1), Lipsia 1893.

Pietro De Ambroggi

5. Vangelo di P

Apocrifo, di cui si ha la prima notizia in una lettera di Serapione, vescovo di Antiochia, sulla fine del sec. II, ai fedeli di Rhossos, in Cilicia (Eusebio, Hist. eccl., VI, 12, 2 sgg.; PG 20, 545). Egli ne condanna la lettura.

Il Vangelo di P. viene ricordato pure da Origene (In Mt., 10, 17; PG 13, 876); riprovato da Eusebio stesso (op. cit., 3, 3 e 25; PG 20, 217 e 269); spiegato tra gli apocrifi da s. Girolamo (De vir. ill., I; PL 23, 639) e da Teodoreto (Haer. fabul. comp., II, 2; PG 83, 389). Oltre al nome, non se ne sapeva nulla finché nell'inverno 1886-87 la Mission archéologique française scoprì nella tomba di un monaco cristiano di Ahmim, assieme ad altre, una vecchia pergamena, attribuita al sec. VIII-IX e contenente parte del Vangelo di P. È uno scritto con tracce di docetismo (vv. 10, 19, 39-44), mutilo in principio e alla fine, contenente la narrazione della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo. Esso è un libero rifacimento del racconto evangelico, con timbro spiccatamente antigiudaico; tutta la colpevolezza della condanna e crocifissione del Salvatore ricade su Erode e sui Giudei, mentre Pilato figura da spettatore favorevole al condannato. La composizione, in lingua greca popolare, ebbe luogo, con ogni probabilità, ca. la metà del sec. II (130-60).

Bibliografia4 opere
BIBL.: U. Bouriant, Fragments du texte grec du livre d'Enoch et de quelques écrits attribués à St Pierre, Parigi 1892; Th. Zahn, Das Evangelium des Petrus, Erlangen-Lipsia 1893; L. Vaganay, L'Evangile de Pierre, Parigi 1930; E. Klostermann, Reste des Petrusvangeliums, Berlino 1933. Buona traduzione italiana in G. Bonaccorsi, Vangeli apocrifi, I, Firenze 1948, pp. 16-29.

Fedele Pasquero

IX. LEGGENDE

Anche riguardo ai fondatori della Chiesa romana non mancarono di sorgere leggende, che vengono riferite negli Atti apocrifi e nelle localizzazioni topografiche in diverse parti della città, tutte relative a vari episodi della loro vita romana.

1. La leggenda del carcere Mamertino

In un itinerario di Roma della fine del sec. VIII d. C., viene indicata subito dopo la porta Aurelia (l'attuale porta S. Pancrazio) una «Fonte di s. P.», dove sarebbe stato il suo carcere. Poiché d'un carcere di s. P. sul Gianicolo non si ha alcuna notizia antica (v. sotto), il Marucchi e il Duchesne ritennero che questa indicazione fosse fuori posto e si riferisse al carcere presso il Foro romano alle pendici del Campidoglio, di cui parla Tito Livio, che ne attribuisce la fondazione al re Anco Marzio. Il re Servio Tullo vi avrebbe aggiunto l'ambiente inferiore, dov'era una polla d'acqua, tullus, donde in realtà deriva il suo nome di Tullianum. All'esterno il carcere fu restaurato al tempo di Tiberio (14-37 d. C.) come dimostrano i nomi dei due consoli sufferti, incisi nei blocchi di travertino: Caius Vibius Rufinus e M. Coccius Nerva. Dopo il sec. V d. C. fu dato erroneamente a questo carcere il nome di «Mamerinum» o di «Privata Mamertini», come si riscontra negli atti leggendari di molti martiri romani, ad es., dei papi Stefano (154-56) e Sisto II (258), di Caledopio, Abbundio e Abbundanzio, Crisante e Daria, e in modo speciale di Processo e Martiniano. Di questi due ultimi la leggenda ha fatto i due carcerieri di P. e Paolo in questa stessa prigione presso il Foro romano; ivi infatti si dice che, vedendo i prodigi compiuti da P. e Paolo nel carcere Mamertino, i due carcerieri Processo e Martiniano chiesero di essere battezzati insieme con tutti i carcerati. P. allora avrebbe fatto un gesto di Croce sul Monte Tarpeo, le acque ne sarebbero sgorgate e Processo e Martiniano, battezzati, avrebbero pregato P. e Paolo di uscire liberamente dal carcere. Ma in quel luogo la sorgente d'acqua era antichissima; vicino ad essa nel medioevo fu costruito un altare. Si è voluto perfino individuare la colonna dove sarebbero stati legati P. e Paolo e un'impronta lasciata nel muro dalla testa di s. P. In realtà, quantunque la leggenda dei martiri Processo e Martiniano appartenga al sec. vi inoltrato, pure essa era ancora sconosciuta al papa Gregorio Magno, che è della fine del secolo (590-604) e presenta i due martiri quali due stranieri, senza alcuna allusione alla loro funzione di carcerieri degli Apostoli.

2. Il titolo «de Fasciola»

Negli atti di Processo e Martiniano (Acta SS. Iulii, II, p. 304) si narra che s. P. fuggendo dal carcere avrebbe perduto sulla «Via Nova» una fascia, che aveva apposto al piede intorno alle ferite prodottegli dalle catene; tale fascia fu raccolta e conservata da una matrona, che aveva lì presso la sua abitazione; trasformata questa in titulus, avrebbe avuto l'appellativo «de Fasciola», poi dei SS. Nereo e Achilleo. A parte che il documento è molto posteriore all'Apostolo, la «Via Nova» fu costruita da Caracalla all'epoca delle terme antoniniane. L'oratorio che sorgeva sulla Via Ostiense, detto della «separazione», fu cretto nel medioevo, in base ad una leggenda che sulla Via Ostiense i due apostoli P. e Paolo si sarebbero separati prima di essere condotti al martirio. L'origine della leggenda può derivare dall'episodio, contenuto negli apocrifi, del congedo di s. Paolo dalla matrona Plautilla (F. Martinelli, Roma ex etonica sacra, Roma 1653, pp. 101, 301; G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 1877, p. 137). L'oratorio, rimodernato in seguito, fu poi rimosso per l'allargamento della via.

3. L'oratorio del «Quo vadis»

Negli atti di Processo e Martiniano è pure la leggenda della fuga di s. P. da Roma e l'apparizione a lui, sulla Via Appia, del Redentore, il quale alla domanda dell'Apostolo: «Domine, quo vadis?» avrebbe risposto: «Romam redeo ut iterum crucificar». Origene, citando un passo degli Acta Pauli, aggiunge che il Redentore avrebbe asserito che sarebbe stato di nuovo crocifisso; il che si credette riferito a P. (In Iohannem, 20, 12; PG 14, 600; anche in s. Ambrogio, Contra Auxentium, 13; PL 16, 1053). Nei ricordati atti leggendari di Processo e Martiniano non c'è ancora alcuna indicazione dell'esistenza di un oratorio sul luogo dell'apparizione. Alla fine del sec. VIII l'itinerario, detto di Einsiedeln, pone sulla Via Appia, oltre la porta e oltre il rivo dell'Almone, un oratorio di S. Maria, che solo nel sec. XI porta l'aggiunta «dove il Signore apparve». L'autore delle Mirabilia, nel sec. XII, indica senz'altro l'oratorio dove il Signore apparve a P.: «Domine, quo vadis?». Invece in altri documenti resta il nome primitivo di S. Maria, con l'aggiunta «delle piante». Infatti nella chiesa è conservata una pietra con le impronte di due piedi, che è copia d'un originale ivi esistente fino al 1620 e poi trasportato in S. Sebastiano. La leggenda ha veduto in queste impronte la miracolosa comparsa di Gesù a P.; in realtà esse vi furono portate, mentre in origine non furono che un monumento votivo in un qualsiasi santuario pagano a significare la strada percorsa da un pellegrino e il suo desiderio di eternare la sua presenza nel santuario stesso. Nel sec. XVI il card. Reginaldo Polo, vedendo che l'oratorio cadeva in rovina, ne costrui un altro rotondo, poco più oltre sulla Via Appia, al punto d'incontro col vicolo della Caffarella. Alla fine dello stesso secolo un dotto romano, Pompeo Ugonio, descrisse le antiche pitture ivi esistenti, tra le quali la scena della Pentecoste.

La chiesa venne riedificata nel 1620 e nel 1637 il card. Francesco Barberini vi aggiunse l'attuale facciata. Forse la localizzazione della leggenda del «Quo vadis?» sulla Via Appia è dovuta al fatto che questa regina delle vie romane, la quale da Roma portava a Brindisi, era percorsa da coloro che venivano dall'Oriente o vi si recavano.

4. La pretesa abitazione di s. P. in casa di Pudente

Pure soltanto da documenti apocrifi dipende la leggenda che P. abbia dimorato nella casa d'un senatore «Pudens»

al « vicus Patricius » (oggi, Via Urbana), dove è la chiesa di S. Pudeniana; come pure non ha alcun valore storico la leggenda che nell'altare della cappella Gaetani sia conservato il legno della tavola sulla quale l'Apostolo avrebbe celebrato la Messa. Le esplorazioni eseguite nella chiesa dimostrano che essa fu costruita alla fine del sec. IV al tempo di papa Siricio (385-98), nel luogo dove esisteva un edificio termale che la leggenda chiama di Novato. Le terme erano state erette al di sopra d'un edificio anteriore, nel quale si sono trovati mattoni con il marchio di fabbrica d'un Servilius Pudens e le date degli anni 128 e 129. Una parte di questo sotterraneo fu accessibile nel sec. IX, perché vi è una pittura con s. Paolo tra le ss. Prassede e Pudeniana, che la leggenda indica come figlie del senatore Pudente (v.).

5. La pretesa dimoria e il battistero di P. sull'Aventino

Si è voluto identificare l'attuale chiesa di S. Prisca con il luogo della casa di Aquila e Prisca, ricordati nelle lettere di s. Paolo. Gli atti leggendari di s. Prisca, forse del sec. VIII, ne fanno una martire dal tempo di Claudio II il Gotico (468-70), sepolta prima sulla Via Ostiense e poi, da papa Eutichiano, sull'Aventino nella casa di Aquila e Prisca, gli amici di s. Paolo, dove P. avrebbe predicato e battezzato. In un capitello fuori posto, nel sotterraneo della chiesa venne incisa in caratteri del sec. XIII l'iscrizione in latino: « Battesimo di s. P. » Ora è assurdo immaginare che l'Apostolo abbia potuto battezzare dentro l'incavo d'un capitello molto posteriore al suo tempo, in un luogo dove nessun documento autentico autorizza ad identificare la presenza di P., e precisamente dove gli scavi recenti hanno dimostrato trattarsi dell'atrio di un mitreo, già esistente nel 203, nel sotterraneo d'un edificio romano. Certo il titolo (o parrocchia) è conosciuto già nel sec. V; ma non era dove è la chiesa attuale, costruita sopra il suddetto mitreo. Probabilmente l'edificio cristiano antico dovrebbe ricercarsi piuttosto nelle vicinanze, dove nel 1776 apparvero gli avanzi d'un antico oratorio, con pitture sacre.

6. La leggenda di P. e Simon Mago

Negli Atti degli Apostoli si legge che quando il diacono Filippo giunse in Samaria, trovò che questa città era stata già sedotta da Simon Mago, il quale, conosciuto Filippo, si fece da lui battezzare e poi andò da P. e da Giovanni con la pretesa di comperare da loro il potere di conferire lo Spirito Santo. P. lo rimproverò e Simone sembrò pentito (Act. 8, 9-24). Il preteso incontro di P. con Simon Mago al principio dell'impero di Claudio, quindi verso il 12, è riferito solo dagli Acti Petri e dagli Atti di P. e di Paolo. Eusebio scrive nella sua storia che la predicazione di P. mise fine al successo di Simon Mago. Una redazione posteriore, nota sotto il nome di « Pseudo-Marcellus », fa avvenire l'ascensione di Simone sul Campo Marzio, dove è posta la torre di legno, dalla quale Simone prenderà il volo. Ivi si trova Nerone, con P. e Paolo. Sulla « Via Sacra », Simone precipita e muore spezzandosi in quattro parti. In seguito, sulla stessa via si mostravano nelle pietre due piccole cavità ritenute come le tracce lasciate dai due Apostoli in preghiera. Nel sec. VIII il papa Paolo I (757-767) fece costruire un oratorio nel luogo che era detto « in silice », dove cadde Simon Mago, vicino al tempio di Romolo. Nel sec. XIII questa memoria fu trasferita nella vicina chiesa di S. Maria Nova, costruita da Leone IV dopo il terremoto che aveva sepolto sotto le rovine la chiesa di S. Maria Antiqua nel Foro romano. Anche in questa chiesa si mostra un antico frammento di basalto della Via Sacra con incavi, che la leggenda attribuisce alle impronte delle ginocchia di s. P. (P. Lugano, Le memorie leggendarie di Simon Mago e della sua volata, in Nuovo Bull. di arch. crist., 6 [1900], p. 29 sgg.; F. Savio, S. Giustino martire e l'apoteosi di Simon Mago in Roma, in Civ. Catt., 1910, IV, pp. 532-48; 673-88). G. Wilpert prese in esame un sarcofago trovato sulla Tiburtina presso Portonaccio, nel cui campo centrale è rappresentato un filosofo che stringe con la sinistra un volume, mentre con la destra fa il gesto oratorio volgendosi alla donna in piedi che le sta dinanzi (Wilpert, Sarcofagi, 252, 3); egli interpretò tale scena come quella di Simon Mago ed Elena la sua compagna, basandosi su un passo di Ireneo (Adv.

Haer., I, 23: PG 7, 673; vedi anche Giustino, Apol., I, 26); ma tale scena non è altro che una rappresentazione di insegnamento. Lo stesso autore ha perfino ritenuto che l'incontro di s. P. con il cane di Simon Mago, che sarebbe stato sciolto dalla catena che lo teneva legato (Actus Petricum Simone, 9), sarebbe stata rappresentata in tre copercchi di sarcofagi, il primo di Mantova, il secondo di Verona, il terzo di Nimes (Wilpert, Sarcofagi, tavv. 30 e 150, 2; E. Le-Blant, Les Sarcophages chrétiens de la Gaule, Parigi 1886, p. 114). Nel museo Vaticano si trova una base con l'iscrizione dedicata a Semoni Sano Sancto Deo Fidio, che ricorda quella che Giustino afferma aver veduto nell'isola Tiberina con l'iscrizione Semoni Sancto Deo Fidio. La base conservata nel Vaticano sostiene la statua di un giovane nudo e imberbe che il Wilpert ritiene non avere nulla a che fare con Simon Mago perché Ireneo attesta che questi veniva rappresentato sotto la figura di Giove e la sua compagna Elena sotto quella di Minerva (Adv. Haer., I, 23: PG 7, 571); lo stesso Ireneo aggiunge che i seguaci di Simon Mago venivano chiamati « Simoniani » (C. L. Visconti, Di un simulacro di Semo Sancus, in Studi e documenti di storia e diritto, 1881, pp. 105-30; G. Wilpert, La statua di Simon Mago sull'isola Tiberina, in Riv. di arch. crist., 15 [1938], pp. 334-339; id., La fede nella chiesa nascente, Città del Vaticano 1938, pp. 301-304).

7. S. P. in Vinculis o ad Vincula

Basilica situata nella terza regione augustea a poca distanza dal « Porticus Tellurensis » e dalle « Terme di Tito e di Traiano ». L'iscrizione metrica posta nell'interno della parete d'ingresso della Basilica attestava che Siato III (432-40) aveva fatto rifare (« cede prius nomen, novitati cede vetustas ») la chiesa in onore degli apostoli P. e Paolo (G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, 1, Roma 1888, pp. 110 e 134). L'iscrizione fu copiata nel sec. VI in una basilica di Tebessa (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 1878, p. 19). Nella biografia di Simmaco (498-514) si ricorda un « Dignissimus presbyter a vinculis sancti Petri » (Lib. Pont., I, p. 261). Nelle tre absidi erano tre distici; in uno si parla del voto di Teodosio II, Eudocia ed Eudossia; in un altro che « inlassas olim servant haec tecta catenae vincula sacrata Petri ferrum pretiosus auro » (G. B. De Rossi, Inscr. christ., pp. 110, n. 66; 134 n. 1 e 2). Anche il vescovo Achilleo di Spoleto asserisce che nella basilica da lui eretta nella prima metà del sec. V sulla Via Flaminia in onore dell'apostolo P. si conservano « hic quoque vincula Petri » (G. B. De Rossi, loc. cit., p. 113). Nella Suggestio legatorum al papa Ormisda, nel 519, si chiedono reliquie « de catenis sanctorum Apostolorum ». Un Severo « presbyter a vinculis Sancti Petri » è ricordato nella sua iscrizione votiva degli anni 533-52 (Lib. Pont., I, p. 284, n. 1). Nel 544 Aratore recitò il suo « De actibus Apostolorum in ecclesia sancti Petri quae vocatur ad vincula » (PL 68, 55). Nell'appendice al Liber de locis, della metà del sec. VII, si legge « basilica quae appellatur vincula Petri, ubi habetur catena qua Petrus ligatus est ». Nella biografia di Adriano I si trova: « titulus Apostolorum, quae appellatur Eudossiae ad vincula », e « titulus Eudoxiae, videlicet beati Petri ad vincula » (Lib. Pont., I, p. 508 e 512). La dedicazione della Basilica (al 1º ag. nel Martyr. Hieronymianum) « Romae dedicatio ecclesiae a b. Petro constructae et aedificatae », si legge nel Bernense e con leggera variante nel Wissemburgense, mentre nell'Epternacense si ha semplicemente « Romae statio ad S. Petrum ad vincula » e « ad vincula Eudoxiae apostoli Petri osculanti populi catena ». H. Grisar ritiene che l'ubicazione dell'oratorio, poi trasformato in basilica, sia stato ispirato dalla prossimità degli edifici della prefettura urbana dove veniva amministrata la giustizia (H. Grisar, Dell'insigne tradizione romana intorno alle catene di s. P. nella Basilica eudossiana, in Civ. Catt., 1898, III, pp. 205-21; J. P. Kirsch, Die römischen Titelkirchen im Altertum, Paderborn 1918, pp. 45-52).

8. La leggenda della crocifissione al Gianicolo

Così pure del tutto leggendaria è la tradizione del martirio di P. sul Gianicolo. Solo nel sec. XV si trova che Maffeo Vegio (1406-57) difende l'opinione, sorta forse poco tempo prima, che la crocifissione di s. P. sia avvenuta sul Gianicolo (De rebus antiquis memorab. basil. S. Petri, in Acta SS. Iunii, VI, 2, p. 70), nel luogo dove sorse poi il tempietto bramantesco presso S. P. in Montorio. La sua tesi fu combattuta da S. Borgia (Vaticana Confessio, Roma 1776), e da F. L. Dionisi (Cryptarum Vatican. monum. illustr., Roma 1838, p. 192 sgg.). L'opinione della crocifissione di P. sul Gianicolo fu ripresa da G. B. Lugari (Le lieu du crucifixement de si Pierre, Tours 1898, e Il Gianicolo, luogo della crocifissione di s. P., Roma 1900), ma venne dimostrata insostenibile da H. Grisar (Le antiche testimonianze sul luogo della crocifissione di s. P., in Civ. Catt., 1905, pp. 719-25) e da O. Marucchi (Il luogo della crocifissione di s. P. nel Vaticano, in N. Bull. arch. crist., 11 [1905], pp. 135-79). In un catalogo delle chiese di Roma del tempo di Gregorio X (1272-76) appare sul Gianicolo una chiesa dedicata a s. P.; in un catalogo posteriore, quello detto di Torino, la chiesa è indicata come assistita da monaci dell'Ordine di Pietro de Morrone (Celestino V). In una compilazione scritta da un canonico vaticano, tra il 1410 e il 1415, il martirio di s. P. è localizzato presso Castel S. Angelo. Come si è visto, il primo ad avere l'idea che s. P. fosse stato crocifisso sul Gianicolo, presso la detta chiesa, fu l'erudito Maffeo Vegio (1406-1457). Nel 1472 Sisto IV concesse la chiesa e il convento, che era stato abbandonato, ai Francescani sotto il patronato dei Sovrani di Spagna. I Francescani divulgarono la leggenda e i sovrani di Spagna Isabella e Ferdinando fecero costruire da Bramante il famoso tempietto rotondo. Ma gli eruditi fin dal sec. xvi hanno dimostrato tutta l'infondatezza di questa leggenda della crocifissione dell'Apostolo sul Gianicolo, sconosciuta a tutte le fonti antiche.

9. Leggenda che P. abbia battezzato nei cimiteri

V. MAJUS COEMETERIUM; PRISCILLA.

Vedi tavv. XCIV-XCVII e tavv. A-D.

Enrico Josi

Informazioni sulla voce

Di Pietro De Ambroggi, Enrico Josi, Eugenio Battisti, Fedele Pasquero

Fonte Pietro De Ambroggi: firma a stampa; Enrico Josi: firma a stampa; Eugenio Battisti: firma a stampa; Fedele Pasquero: firma a stampa

Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), coll. 1400–1427.

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De, Ambroggi Pietro, et al. “Pietro, apostolo, santo.” In Enciclopedia Cattolica, vol. IX, coll. 1400–1427. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1952. https://azioneromana.com/it/article/pietro-apostolo-santo.

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De, Ambroggi Pietro, et al. “Pietro, apostolo, santo.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1952, coll. 1400–1427. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/pietro-apostolo-santo.

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